UIA: Torino si aggiudica 5M€ con il progetto TO-nite

Attraverso UIA (Urban Innovative Actions), l’Unione Europea ha assegnato a Torino 4 milioni e 600mila euro che saranno investiti dall’Amministrazione comunale per mettere in campo un programma di interventi sul tema il tema della sicurezza urbana attraverso la riqualificazione e il recupero di siti degradati e l’attivazione di progetti di innovazione tecnologica e sociale per garantire più elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile.

Il progetto TO-nite vede la partecipazione della Città come capofila, in partenariato con SocialFare, Fondazione Wireless, Experientia, Engineering, Foro Europeo per la Sicurezza Urbana(EFUS), Espereal Technologies e ANCI.

La Città di Torino è una delle poche città in Europa ad aver vinto per due volte il finanziamento europeo del programma Urban Innovative Actions: già nel 2016 la Città si è aggiudicata il prestigioso finanziamento UIA con il progetto Co-City (vedi articolo correlato), focalizzato sulla lotta alla povertà e al degrado nelle aree più fragili della città, in particolare in azioni di innovazione sociale e riqualificazione ambientale, consentendo di attivare percorsi di sviluppo per la co-produzione di servizi e la creazione di imprese legate al welfare.

To-nite si caratterizza per proporre soluzioni e azioni multidisciplinari per comprendere meglio i fenomeni sociali urbani e affrontare i problemi derivanti da una percezione di insicurezza. In particolare, il progetto orienterà la sua azione per sperimentare servizi che si estendano anche alle ore notturne in aree di diversa densità, accessibilità e attrattività.

La notizia sul sito UIA:

https://www.uia-initiative.eu/en/news-events/20-new-uia-projects-find-out-about-results-4th-call-proposals

Il Comunicato Stampa della Città di Torino:

http://www.comune.torino.it/ucstampa/comunicati/article_557.shtml

 

A Torino il primo Impact Campus in Europa

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Cottino Impact Campus

Il primo centro in Europa dedicato all’impact education creato da Fondazione Cottino
con partner SocialFare avrà sede in una struttura dedicata del Politecnico di Torino

 

Torino, 18 luglio 2018 – Diventa realtà a Torino il primo Campus in Europa dedicato all’impact education, centro che promuoverà la cultura dell’impatto e della responsabilità sociale attraverso un modello di formazione innovativo e interdisciplinare aperto a professionisti, imprenditori e studenti, con l’obiettivo di contribuire a formare una nuova e rinnovata generazione di leader e di organizzazioni trasformative.

Creato dalla Fondazione Giovanni e Annamaria Cottino con la partership strategica di SocialFare, il campus avrà sede presso il Politecnico di Torino, all’interno della Cittadella Politecnica, in attesa della costruzione di una nuova struttura dedicata al learning center e va a coronare un sogno dell’ing. Giovanni Cottino, 91 anni, imprenditore e filantropo che nel 2002 ha dato vita all’omonima Fondazione con l’obiettivo di sostenere e promuovere una cultura d’impresa dal chiaro impatto sociale, abbracciando educazione e innovazione in modo coerente e connesso.

Investire sulla cultura dell’impatto significa contribuire alla costruzione di conoscenza nuova, ibrida e professionalizzante che supporti la nascita di competenze e soft skills critiche per il futuro del lavoro: pensiero critico, team working, problem-solving, creativity, systems thinking, impact design, competenze ed abilità orientate a sviluppare risposte innovative alle sfide sociali contemporanee, proiettandone l’intenzionalità e rappresentandone l’evidenza dei risultati a medio-lungo termine.

 

Questo è il progetto che meglio interpreta l’anima della fondazione, seguire le sue fasi e collaborare con partner solidi e riconosciuti per la sua realizzazione è per me fonte di soddisfazione.” – spiega Giovanni Cottino, Presidente della Fondazione –. Nel corso della mia carriera imprenditoriale ho capito i punti di forza che un manager deve avere per confrontarsi al meglio sul mercato e che, in un mondo sempre più competitivo ed internazionalizzato, non possiamo trascurare una formazione completa e soprattutto gli scenari futuri in continua crescita ed evoluzione.

La sinergia con il Politecnico di Torino sottolinea l’importanza di ibridare la conoscenza e la formazione tecnica con la cultura del cambiamento sociale, sostenibile, intenzionale e misurabile. La partnership pubblico-privata origina essa stessa cultura impact: convergenza e ibridazione di risorse per co-creare modelli e know-how trasformativo per tutti coloro che potrebbero divenire i leader di domani e per tutte quelle organizzazioni che mirano a formare le proprie risorse sulla cultura impact.

La Fondazione Giovanni e Annamaria Cottino ha individuato in SocialFare | Centro per l’Innovazione Sociale come partner esclusivo e verticale per l’articolazione e l’erogazione dell’offerta impact culture: “SocialFare è divenuto punto di riferimento nazionale ed internazionale sull’innovazione sociale e sulla co-creazione di modelli, prodotti e servizi che rispondano in modo innovativo alle pressanti sfide sociali. Lavorare con la Fondazione Cottino su un tema sfidante e di visione come quello della creazione di impact culture ci rende felici e consapevoli che una tale ambizione si potrà costruire solo con un ampio coinvolgimento di attori nazionali ed internazionali. Il Cottino Impact Campus mira a costruire un nuovo modello di riferimento nel settore education ed executive education, in modo verticale, esperienziale e trasformativo”, afferma Laura Orestano, CEO di SocialFare.

 

ILO Entrepreneurship Weeks: Torino, 15 – 24 october 2018

Si terranno a Torino dal 15 al 24 ottobre 2018 le ILO Entrepreneurship Weeks (IEW), programma di formazione modulare sviluppato dall’ILO in partnership con la Camera di Commercio di Torino, l’Unione Industriale di Torino e SocialFare per promuovere la crescita imprenditoriale e rafforzare lo sviluppo dell’ecosistema dell’imprenditoria internazionale.

Maggiori informazioni a seguire e cliccando qui (eng version)

 

About the IEW

The ILO Entrepreneurship Weeks (IEW) are a modular training programme developed by the International Labour Organisation (ILO) and its partners to promote entrepreneurial growth and to strengthen the development of enterprise ecosystems worldwide.

The IEW offer participants a flexible and tailor-made learning experience across the spectrum of entrepreneurship-related tools and topics.  Combined with innovative side events, study visits and networking gatherings, the IEW connect participants with entrepreneurs, business associations and policy makers to exchange knowledge, generate new ideas and explore opportunities.

What will you learn during the IEW

Micro, small and medium-sized enterprises (MSMEs) are the engines of our economies. Research shows that the majority of jobs in the world are created by MSMEs and that small firms drive regional economic performance by creating knowledge spillovers, trading new goods and services and stimulating innovation. Promoting entrepreneurship and supporting incumbent firms has therefore become a prominent feature of national development planning.

The IEW will introduce participants to entrepreneurship-related tools and topics that account for the diversity of the entrepreneurship phenomena across contexts. By choosing one out of three options, participants can individualise their learning paths and select the training content most relevant to them. 

You can choose to attend 2 or 3 modules, and the topic that interests you the most in each module.

More about the trainig programme

 

How will you learn at the IEW

The IEW combine expert input with applied learning methodologies. Participants will be exposed to group-based learning methods, including expert presentations, case studies and study visits, to ensure a high-quality learning experience.

Special emphasis is put on informal learning and knowledge exchange during side events and network gatherings.

 

Info

Location: International Training Centre of the ILO in Turin, Italy

Deadline for applications: 07 September 2018

Contact: enterprise@itcilo.org

L’arte per la trasformazione sociale: come valutarne l’impatto? Cittadellarte racconta il percorso fatto insieme

Il 25 maggio 2018, nellambito della 20ma edizione di ARTE AL CENTRO, si è inaugurata a Biella COSTELLAZIONI DEMOPRATICHE. Limpatto sociale di Cittadellarte, mostra che rilegge ventanni di progetti ed esperienze di Cittadellarte – Fondazione Pistoletto alla luce di quanto emerge da un processo collettivo di autoriflessione che questanno ha visto coinvolta la Fondazione stessa nellintento di studiare e ripensare il proprio impatto sociale. Il percorso di valutazione di impatto, realizzato con il supporto scientifico di SocialFare, nasce in continuità con la vocazione e lambiziosa missione che fin dalle sue origini caratterizza Cittadellarte, fondata sulla convinzione che lArte debba farsi carico delle sfide delle contemporaneità ed essere generatrice di una nuova civiltà.

“È tempo che l’artista prenda su di sé la responsabilità di porre in comunicazione ogni altra attività umana”.
 Pistoletto, Progetto Arte 1994

 

Abbiamo intervistato Michele Cerruti But, Coordinatore di UNIDEE Higher Education Cittadellarte, che ha curato la mostra COSTELLAZIONI DEMOPRATICHE insieme a Juan Sandoval (Education Office e Art Office Cittadellarte).

 

 

Michele, ci racconti come vi siete avvicinati al tema dell’impatto sociale e perché avete sentito l’esigenza di valutare e misurare il cambiamento generato da Cittadellarte | Fondazione Pistoletto?

Cittadellarte è fondata nel 1998, a seguito del manifesto di Michelangelo Pistoletto “Progetto Arte” (1994), dichiarando che “è tempo che l’arte prenda su di sé la responsabilità di mettere in comunicazione ogni altra attività umana”. Fin dal ‘900 diverse esperienze – come la Bauhaus o Joseph Beuys – hanno traghettato l’arte verso l’impegno sociale, tanto che oggi la Socially Engaged Art è una forma d’arte diffusa nonché una disciplina accademica. Il progetto Cittadellarte mette in relazione il lavoro di Michelangelo Pistoletto insieme ad altre esperienze con il fine dell’Arte per la trasformazione sociale responsabile.

Cittadellarte persegue dunque questo obiettivo da vent’anni, ma non aveva mai tentato prima d’ora di valutare l’effettivo impatto dei suoi progetti finalizzati alla trasformazione sociale. E poiché riteniamo che per trasformare la società la critica non sia sufficiente (“Critique is not enough” è stata una mostra di alcuni anni fa), ma sia necessaria l’azione, abbiamo deciso di lavorare per misurare le azioni che portiamo avanti e i loro effetti. D’altra parte, siamo convinti che questa non sia un’esigenza specifica ed esclusiva della nostra realtà: l’Arte ha necessità di rivendicare e dimostrare la sua reale capacità di incidere sulla società. Per questo confidiamo che il percorso di valutazione dell’impatto sociale intrapreso da Cittadellarte sia di incentivo e si configuri come esperienza pilota replicabile per altri soggetti che operano nell’ambito della Socially Engaged Art.

 

Perché avete scelto di lavorare con SocialFare e qual è il percorso fatto insieme?

Ci siamo avvicinati a SocialFare, che opera a poca distanza da noi ma è nel contempo punto di riferimento per l’Innovazione Sociale a livello nazionale, nell’ambito delle attività formative che portiamo avanti con Unidee (l’ “Università delle Idee”, che racchiude tutti i progetti di Alta Formazione di Cittadellarte) e per le quali vorremmo arrivare ad un riconoscimento formale da parte del Ministero.

Abbiamo quindi deciso di avvalerci della consulenza scientifica di SocialFare per avviare un percorso di valutazione dell’impatto sociale generato da Cittadellarte mirato a definire in modo sistemico e misurabile le aree d’impatto sociale, e i relativi indicatori, con cui valutare, da oggi in poi, l’effettivo impatto delle nostre azioni sulla base degli obiettivi delineati e condivisi.

Si tratta di una strada particolarmente interessante perché ibrida, tanto in termini di contenuti trattati quanto di approccio. Il lavoro che stiamo realizzando insieme coniuga infatti strumenti propri di un approccio scientifico/sistematico con elementi comunemente considerati “intangibili” come il valore sociale di un’azione e, ancor di più, l’arte stessa. A livello personale, poi, ho avuto modo di apprezzare il modo sistemico ma “non ideologico” con cui l’approccio Design Thinking è stato proposto e applicato alla nostra realtà al fine di comprendere il contesto in cui lavoriamo e le peculiarità del mondo dell’Arte, come incipit del processo di identificazione delle aree d’impatto sociale.

Concretamente, siamo partiti con un lavoro di consapevolezza e definizione della nostra sfida sociale, il cambiamento sistemico a cui vogliamo tendere. Abbiamo dunque individuato quattro aree di impatto, lavorando sulla “catena del valore” di Cittadellarte, e cominciando a definire per ciascuna misuratori e indicatori che permettono di valutare e misurare gli effetti generati dalla fondazione in quell’ambito specifico ed in rapporto a specifici stakeholder.

Grazie a questo percorso abbiamo constatato che gli oltre 800 progetti realizzati in 20 anni di attività, pur nella loro eterogeneità, sono effettivamente riconducibili ad una specifica identità di Cittadellarte, persino indipendente dall’identità più strettamente legata alla sua originaria fondazione, poiché tutti i soggetti entrati in contatto con il progetto – il luogo Cittadellarte – hanno arricchito e contribuito attivamente alla definizione della sua identità.

Il passo successivo, tutt’ora in progress, è la costruzione degli strumenti di progettazione necessari ad orientare le azioni future verso il cambiamento sistemico a cui tendiamo, validando misuratori e indicatori, definendo la strategia di raccolta/lettura e visualizzazione dei dati su cui baseremo la valutazione dell’impatto delle azioni stesse.

 

La mostra COSTELLAZIONI DEMOPRATICHE rappresenta a tutti gli effetti il primo “prototipo narrativo” del lavoro di valutazione di impatto fatto insieme. In che modo la mostra comunica in modo fruibile questo percorso? 

La mostra è pensata per narrare il percorso fatto e nel contempo arricchirlo e integrarlo. Si tratta di un dispositivo aperto e relazionale, che contribuisce attivamente alla valutazione dell’impatto e all’immaginazione del futuro verso cui tendere. Stando a quanto abbiamo appreso del Design Thinking, potremmo ricondurre la mostra a una delle fasi di “apertura” nel processo iterativo di apertura/chiusura rappresentato dalla figura del double diamond (http://www.alpine-space.eu/projects/desalps/en/about/the-project/design-thinking/design-thinking-process) a cui dovrà seguire necessariamente una fase di sintesi.

È importante chiarire che l’obiettivo non è raccontare in modo esaustivo la totalità dei progetti realizzati da Cittadellarte. Questa mostra non ha la funzione di un archivio storico, bensì di chiave di lettura della nostra identità attraverso alcune delle azioni portate avanti in questi 20 anni, che in qualche modo sintetizzano ed esprimono il DNA comune rintracciabile in tutto quello che Cittadellarte fa. Il titolo della mostra rappresenta nel contempo il fine delle nostre azioni e il modo in cui le realizziamo, creando sinergie e sistemi relazionali paragonabili a costellazioni.

COSTELLAZIONI DEMOPRATICHE ha tre obiettivi: raccontare il percorso sopra citato, descrivere un modello di misurazione di impatto sociale e raccontare quello che Cittadellarte fa. Questi obiettivi si esprimono attraverso altrettante aree della mostra:

  • Un grande tavolo, lungo 15 metri, su cui Cittadellarte narra se stessa attraverso una selezione di progetti (descritti con piccole schede a disposizione dei visitatori) riletti secondo le 4 aree di impatto individuate durante il percorso, qui rappresentate da 4 diverse tonalità di grigio. I progetti hanno inoltre pesi e scale diverse (locale o più allargata), caratteristiche rappresentate anche in questo caso attraverso elementi visivi riconoscibili.

 

  • 4 grandi costellazioni disegnate su tende “trasparenti e attraversabili” come i progetti che rappresentano, a mostrare che i soggetti coinvolti hanno la possibilità di entrare e uscire in modo dinamico e aperto. Le costellazioni raffigurano le relazioni fra i soggetti stessi, i cui nomi sono riportati al posto delle stelle, raggruppati all’occorrenza in sciami di stelle, stelle fisse, stelle comete e legati da linee di diverso tipo. Accanto a ciascuna costellazione, cinque diagrammi offrono una chiave di lettura possibile sulla trasformazione sociale generata dai progetti rappresentati, pur nella consapevolezza dei limiti di una valutazione a posteriori: non parliamo in questo caso propriamente di impatto sociale, che come sappiamo necessita di intenzionalità, vale a dire di un’azione orientata secondo precisi indicatori definiti a priori

 

  • Un’area di interazione con i visitatori, composta da uno spazio di reazione “a caldo” in cui è possibile lasciare indicazioni e contributi, e soprattutto da (d)estructura, progetto di creazione collaborativa che permette attraverso un’esperienza ludica di attivare processi di dialogo intorno (in questo caso) al tema dell’impatto sociale di Cittadellarte. La mostra infatti è pensata come dispositivo relazionale e la raccolta di feedback avverrà anche attraverso corsi e workshop previsti nei prossimi mesi per coinvolgere soggetti diversi.

Nel corso del lavoro fatto insieme abbiamo appurato che l’impatto sociale, per essere tale, richiede intenzionalità. Quale la vostra intenzione rispetto al futuro, quali i prossimi passi del percorso verso un cambiamento sistemico?

Uno degli obiettivi del percorso fatto insieme è la costruzione di uno strumento di misurazione utile a progettare il futuro. Abbiamo avuto modo di constatare come la valutazione dell’impatto fatta costruendo gli indicatori a posteriori (ex-post) sia più difficoltosa da compiere e meno efficace, poiché non frutto di un processo sistemico compiuto su tutta la filiera progettuale ex-ante e in itinere.

La nostra intenzione è quindi mettere a frutto quanto emerso dal percorso per costruire uno strumento agile di valutazione, articolato in indicatori e misuratori che ben rappresentino le sfide sociali verso le quali intendiamo orientare in modo pervasivo le nostre attività e azioni future.

 

 

 

Può l’arte generare trasformazione sociale? Come valutarne l’impatto? Cittadellarte racconta il percorso fatto insieme

Il 25 maggio 2018, nellambito della 20ma edizione di ARTE AL CENTRO, si è inaugurata a Biella COSTELLAZIONI DEMOPRATICHE. Limpatto sociale di Cittadellarte, mostra che rilegge ventanni di progetti ed esperienze di Cittadellarte – Fondazione Pistoletto alla luce di quanto emerge da un processo collettivo di autoriflessione che questanno ha visto coinvolta la Fondazione stessa nellintento di studiare e ripensare il proprio impatto sociale. Il percorso di valutazione di impatto, realizzato con il supporto scientifico di SocialFare, nasce in continuità con la vocazione e lambiziosa missione che fin dalle sue origini caratterizza Cittadellarte, fondata sulla convinzione che lArte debba farsi carico delle sfide delle contemporaneità ed essere generatrice di una nuova civiltà.

 

“È tempo che l’artista prenda su di sé la responsabilità di porre in comunicazione ogni altra attività umana”.
Pistoletto, Progetto Arte 1994

 

Abbiamo intervistato Michele Cerruti But, Coordinatore di UNIDEE Higher Education Cittadellarte, che ha curato la mostra COSTELLAZIONI DEMOPRATICHE insieme a Juan Sandoval (Education Office e Art Office Cittadellarte).

 

 

 


Michele, ci racconti come vi siete avvicinati al tema dell’impatto sociale e perché avete sentito l’esigenza di valutare e misurare il cambiamento generato da Cittadellarte | Fondazione Pistoletto?

Cittadellarte è fondata nel 1998, a seguito del manifesto di Michelangelo Pistoletto “Progetto Arte” (1994), dichiarando che “è tempo che l’arte prenda su di sé la responsabilità di mettere in comunicazione ogni altra attività umana”. Fin dal ‘900 diverse esperienze – come la Bauhaus o Joseph Beuys – hanno traghettato l’arte verso l’impegno sociale, tanto che oggi la Socially Engaged Art è una forma d’arte diffusa nonché una disciplina accademica. Il progetto Cittadellarte mette in relazione il lavoro di Michelangelo Pistoletto insieme ad altre esperienze con il fine dell’Arte per la trasformazione sociale responsabile.

Cittadellarte persegue dunque questo obiettivo da vent’anni, ma non aveva mai tentato prima d’ora di valutare l’effettivo impatto dei suoi progetti finalizzati alla trasformazione sociale. E poiché riteniamo che per trasformare la società la critica non sia sufficiente (“Critique is not enough” è stata una mostra di alcuni anni fa), ma sia necessaria l’azione, abbiamo deciso di lavorare per misurare le azioni che portiamo avanti e i loro effetti. D’altra parte, siamo convinti che questa non sia un’esigenza specifica ed esclusiva della nostra realtà: l’Arte ha necessità di rivendicare e dimostrare la sua reale capacità di incidere sulla società. Per questo confidiamo che il percorso di valutazione dell’impatto sociale intrapreso da Cittadellarte sia di incentivo e si configuri come esperienza pilota replicabile per altri soggetti che operano nell’ambito della Socially Engaged Art.

 

Perché avete scelto di lavorare con SocialFare e qual è il percorso fatto insieme?

Ci siamo avvicinati a SocialFare, che opera a poca distanza da noi ma è nel contempo punto di riferimento per l’Innovazione Sociale a livello nazionale, nell’ambito delle attività formative che portiamo avanti con Unidee (l’ “Università delle Idee”, che racchiude tutti i progetti di Alta Formazione di Cittadellarte) e per le quali vorremmo arrivare ad un riconoscimento formale da parte del Ministero.

Abbiamo quindi deciso di avvalerci della consulenza scientifica di SocialFare per avviare un percorso di valutazione dell’impatto sociale generato da Cittadellarte mirato a definire in modo sistemico e misurabile le aree d’impatto sociale, e i relativi indicatori, con cui valutare, da oggi in poi, l’effettivo impatto delle nostre azioni sulla base degli obiettivi delineati e condivisi.

Si tratta di una strada particolarmente interessante perché ibrida, tanto in termini di contenuti trattati quanto di approccio. Il lavoro che stiamo realizzando insieme coniuga infatti strumenti propri di un approccio scientifico/sistematico con elementi comunemente considerati “intangibili” come il valore sociale di un’azione e, ancor di più, l’arte stessa. A livello personale, poi, ho avuto modo di apprezzare il modo sistemico ma “non ideologico” con cui l’approccio Design Thinking è stato proposto e applicato alla nostra realtà al fine di comprendere il contesto in cui lavoriamo e le peculiarità del mondo dell’Arte, come incipit del processo di identificazione delle aree d’impatto sociale.

Concretamente, siamo partiti con un lavoro di consapevolezza e definizione della nostra sfida sociale, il cambiamento sistemico a cui vogliamo tendere. Abbiamo dunque individuato quattro aree di impatto, lavorando sulla “catena del valore” di Cittadellarte, e cominciando a definire per ciascuna misuratori e indicatori che permettono di valutare e misurare gli effetti generati dalla fondazione in quell’ambito specifico ed in rapporto a specifici stakeholder.

Grazie a questo percorso abbiamo constatato che gli oltre 800 progetti realizzati in 20 anni di attività, pur nella loro eterogeneità, sono effettivamente riconducibili ad una specifica identità di Cittadellarte, persino indipendente dall’identità più strettamente legata alla sua originaria fondazione, poiché tutti i soggetti entrati in contatto con il progetto – il luogo Cittadellarte – hanno arricchito e contribuito attivamente alla definizione della sua identità.

 

Il passo successivo, tutt’ora in progress, è la costruzione degli strumenti di progettazione necessari ad orientare le azioni future verso il cambiamento sistemico a cui tendiamo, validando misuratori e indicatori, definendo la strategia di raccolta/lettura e visualizzazione dei dati su cui baseremo la valutazione dell’impatto delle azioni stesse.

 

La mostra COSTELLAZIONI DEMOPRATICHE rappresenta a tutti gli effetti il primo “prototipo narrativo” del lavoro di valutazione di impatto fatto insieme. In che modo la mostra comunica in modo fruibile questo percorso? 

La mostra è pensata per narrare il percorso fatto e nel contempo arricchirlo e integrarlo. Si tratta di un dispositivo aperto e relazionale, che contribuisce attivamente alla valutazione dell’impatto e all’immaginazione del futuro verso cui tendere. Stando a quanto abbiamo appreso del Design Thinking, potremmo ricondurre la mostra a una delle fasi di “apertura” nel processo iterativo di apertura/chiusura rappresentato dalla figura del double diamond (http://www.alpine-space.eu/projects/desalps/en/about/the-project/design-thinking/design-thinking-process) a cui dovrà seguire necessariamente una fase di sintesi.

È importante chiarire che l’obiettivo non è raccontare in modo esaustivo la totalità dei progetti realizzati da Cittadellarte. Questa mostra non ha la funzione di un archivio storico, bensì di chiave di lettura della nostra identità attraverso alcune delle azioni portate avanti in questi 20 anni, che in qualche modo sintetizzano ed esprimono il DNA comune rintracciabile in tutto quello che Cittadellarte fa. Il titolo della mostra rappresenta nel contempo il fine delle nostre azioni e il modo in cui le realizziamo, creando sinergie e sistemi relazionali paragonabili a costellazioni.

COSTELLAZIONI DEMOPRATICHE ha tre obiettivi: raccontare il percorso sopra citato, descrivere un modello di misurazione di impatto sociale e raccontare quello che Cittadellarte fa. Questi obiettivi si esprimono attraverso altrettante aree della mostra:

  • Un grande tavolo, lungo 15 metri, su cui Cittadellarte narra se stessa attraverso una selezione di progetti (descritti con piccole schede a disposizione dei visitatori) riletti secondo le 4 aree di impatto individuate durante il percorso, qui rappresentate da 4 diverse tonalità di grigio. I progetti hanno inoltre pesi e scale diverse (locale o più allargata), caratteristiche rappresentate anche in questo caso attraverso elementi visivi riconoscibili.

 

  • 4 grandi costellazioni disegnate su tende “trasparenti e attraversabili” come i progetti che rappresentano, a mostrare che i soggetti coinvolti hanno la possibilità di entrare e uscire in modo dinamico e aperto. Le costellazioni raffigurano le relazioni fra i soggetti stessi, i cui nomi sono riportati al posto delle stelle, raggruppati all’occorrenza in sciami di stelle, stelle fisse, stelle comete e legati da linee di diverso tipo. Accanto a ciascuna costellazione, cinque diagrammi offrono una chiave di lettura possibile sulla trasformazione sociale generata dai progetti rappresentati, pur nella consapevolezza dei limiti di una valutazione a posteriori: non parliamo in questo caso propriamente di impatto sociale, che come sappiamo necessita di intenzionalità, vale a dire di un’azione orientata secondo precisi indicatori definiti a priori

 

  • Un’area di interazione con i visitatori, composta da uno spazio di reazione “a caldo” in cui è possibile lasciare indicazioni e contributi, e soprattutto da (d)estructura, progetto di creazione collaborativa che permette attraverso un’esperienza ludica di attivare processi di dialogo intorno (in questo caso) al tema dell’impatto sociale di Cittadellarte. La mostra infatti è pensata come dispositivo relazionale e la raccolta di feedback avverrà anche attraverso corsi e workshop previsti nei prossimi mesi per coinvolgere soggetti diversi.

Nel corso del lavoro fatto insieme abbiamo appurato che l’impatto sociale, per essere tale, richiede intenzionalità. Quale la vostra intenzione rispetto al futuro, quali i prossimi passi del percorso verso un cambiamento sistemico?

Uno degli obiettivi del percorso fatto insieme è la costruzione di uno strumento di misurazione utile a progettare il futuro. Abbiamo avuto modo di constatare come la valutazione dell’impatto fatta costruendo gli indicatori a posteriori (ex-post) sia più difficoltosa da compiere e meno efficace, poiché non frutto di un processo sistemico compiuto su tutta la filiera progettuale ex-ante e in itinere.

La nostra intenzione è quindi mettere a frutto quanto emerso dal percorso per costruire uno strumento agile di valutazione, articolato in indicatori e misuratori che ben rappresentino le sfide sociali verso le quali intendiamo orientare in modo pervasivo le nostre attività e azioni future.

 

 

 

IMPACT THROUGH DESIGN by SocialFare and ELISAVA International open talk | SDGs Applied Design Research Program

Read the interview with Arianna Mazzeo
Arianna Mazzeo interviews Joke Quintens
Arianna Mazzeo interviews Paolo Montemurro
Arianna Mazzeo interviews Antonio Scarponi

IMPACT THROUGH DESIGN: UN SDGS and Societal Challenges.
International Open Talk | SDGs Applied Design Research Program

Co-produced by

SocialFare | Center for Social Innovation Italy

and

ELISAVA – Barcelona School of Design and Engineering

 

IMPACT THROUGH DESIGN: UN SDGSs and Societal Challenges is an applied research program co-produced by SocialFare | Centre of Social Innovation based in Turin, Italy and ELISAVA – Barcelona School of Design and Engineering, aimed to improve and promote the generation of Social Impact through Design.

The applied design research program will focus on the United Nations Sustainable Development Goals and will involve professionals, researchers, public and private institutions as well as the communities in which the best practices of Social Impact Design are already being applied in order to define a programmatic and systemic proposal for the next decade.

Starting in Turin (Italy) on May the 4th, 2018, the program includes an Open Talk Series in Marseille, Barcelona, Matera, Roma, Zurich, Toronto, Boston, Shanghai and will be presented at the High Level Political Forum on Sustainable Development in New York. The program is also part of the European Development Days (EDW 2018).

EUROPE


 

opentalk#1 | TURIN

Impact through design SDGs and Societal Challenges. The Italian Perspective

Friday 4th May 17.00 – 19.30 h | Rinascmenti Sociali, Via Maria Vittoria 38, Torino

 

opentalk#2 | MARSEILLE

The Marseille social design and bottom-up perspective

Saturday 19th May 16.00-18.00 h | Femmes D’Ici et D’Ailleurs,  4 Rue Mazagran, 13001 Marseille

 

opentalk#3 | BARCELONA

Data & the City. Design, Policy and Resilience. The Barcelona Perspective

Wednesday 23rd May 18.30-19.30 h | Elisava Design School, Rambla 32 08002 Barcelona

 

opentalk#4 | MATERA

The system food-design.  The Community Perspective

Saturday 2nd june from 11.30-12.30 h | Palazzo Lanfranchi, Via Carlo Levi Matera

 

opentalk#5 | ROME

Digital Social Innovation. Top down either/ or Bottom-up. Which sustainability through design?  The Public Interest Perspective

Thursday 7th June 11.00-12.00 h | Festival dello Sviluppo Sostenibile, 00186 Roma RM, Italy

 

opentalk#6 | ZURICH

Cultural devices: models of design and design of models. The Zurich perspective

Wednesday 27th June 2018 18.00-19.30 h | Cabaret Voltaire, Spiegelgasse 1,8001 Zürich, Switzerland

 

UNITED STATES AND CANADA


 

opentalk#7 | BOSTON

Co-creating AI. Social aspects, policies and new pathways for post-human design and the City

12 September 17.00-18.30h | Harvard University

 

 

opentalk#8 | TORONTO

Cultural impact. City, Technology and society . 
Principles and practices of the indigenous perspective in urban complex context

 

4th September 18.00-19,30 h | Autodesk Technology Center, Toronto, Canada

 

 

ASIA


opentalk#10 | SHANGHAI

Design for city-making. Models and Collaborative cities systems for no-Western social impact.

30th October 17.00-18.30 h | Tonjii University, 1239 Siping Road, Shanghai, China

 

END OF THE PROGRAM


TORINO

International Impact Through Design. The Festival

23th November | Rinascimenti Sociali, Via Maria Vittoria 38, Torino, Italy

 

SocialFare | Center for Social Innovation Italy

SocialFare is the first Center for Social Innovation in Italy. Research, community engagement, capacity building, and co-design are at the basis of our work to develop  innovative solutions to contemporary societal challenges, while generating new economy via social ventures. SocialFare is located in Torino, in the premises of  Rinascimenti Sociali, the place and convergence network dedicated to accelerate social impact knowledge and entrepreneurship in Italy.

 

ELISAVA – Barcelona School of Design and Engineering

ELISAVA is one of the most important schools of Europe, a pioneer in studies of Design and Engineering. The Centre, affiliated to the Universitat Pompeu Fabra, has 2.000 students from around the world. ELISAVA promotes education, knowledge, research, development and innovation in the field of design, engineering and communication. The School offers a college education that prepares students to meet professional challenges worldwide.

IMPACT THROUGH DESIGN | Intervista ad Arianna Mazzeo

 SocialFare ed ELISAVA lanciano IMPACT THROUGH DESIGN International open talk | Applied design research for SDGs

 

Parte e si chiude a Torino l’Open Talk Series sul ruolo del Design nella generazione di impatto sociale. Un calendario di appuntamenti che farà tappa all’ONU a New York passando per Marsiglia, Barcellona, Matera, Roma, Zurigo, Toronto, Boston, Shanghai.

 

Torino, maggio 2018 – Abbiamo intervistato Arianna Mazzeo, Visiting Professor ad Harvard Seas e direttrice del MasterLab in Service Design Systems all’ELISAVABarcelona School of Design and Engineering, che insieme a SocialFare ha creato il format innovativo di open talk IMPACT THROUGH DESIGN. SDGs Societal Challenges lanciato a Torino lo scorso 4 maggio e dedicato ai Sustainable  Development Goals delle Nazioni Unite. 

Il 4 maggio 2018 a Torino si è tenuto il primo di una serie di eventi internazionali dedicati all’impatto sociale generato dal Design, co-prodotto da SocialFare ed ELISAVA.

Ci racconti come è nata l’iniziativa e di cosa si tratta?

 

IMPACT THROUGH DESIGN. SDGs and Societal Challenges è un Open Talk Series il cui format innovativo nasce a seguito del summit International Days of Deans and Experts: Impact Through Design (Barcellona, aprile 2018) nel corso del quale 30 scuole di Design di prestigio internazionale hanno accettato il mio invito a prendere posizione rispetto ai Sustainable Development Goals definiti dalle Nazioni Unite e ad integrarli nelle attività curriculari di ricerca così come nei piani di studio dei rispettivi corsi e master. Questa premessa è fondamentale per iniziare a parlare in maniera più diffusa del ruolo rilevante che il Design ha e deve avere a livello strategico e sistemico nell’implementazione degli SDGs al fine di generare un effettivo impatto sulla società.

Di qui l’Open Talk Series, un fitto calendario di appuntamenti che ci vedrà impegnati nei prossimi mesi in una serie di tavoli di lavoro e confronto con gli attori del cambiamento. Da Torino a Shanghai, passando per Marsiglia, Barcellona, Roma, Matera, Zurigo, Boston, New York, i talk si svolgeranno proprio nei luoghi che già stanno sperimentando l’impatto sociale del Design attraverso l’implementazione di progetti che vedono coinvolte le comunità locali in sinergia con gli enti pubblici e privati.

 

Siamo orgogliosi di aprire e chiudere proprio a Torino l’Open Talk Series che ci porterà in giro per il mondo a diffondere il valore dell’impatto sociale che può essere generato dal Design.

Perché questa scelta e quali ruoli giocano SocialFare ed ELISAVA nell’iniziativa?

 

A Torino c’è SocialFare, il primo Centro per l’Innovazione Sociale in Italia, con il relativo hub e la rete di convergenza che trova spazio nella sede di Rinascimenti Sociali. È importante creare maggiore consapevolezza della ricchezza di questo contesto e del ruolo giocato da Torino nell’ecosistema internazionale dell’Innovazione Sociale. In questo territorio molti progetti di educazione di qualità e di innovazione digitale sono già a tutti gli effetti generatori di cambiamento e costituiscono un modello di implementazione concreta ed efficace degli SDGs. Per questo abbiamo scelto non solo di avviare, ma anche di concludere l’Open Talk Series in questa città: l’appuntamento è a novembre per un evento che non sarà solo occasione di restituzione delle esperienze, spunti e testimonianze raccolte, bensì un punto di partenza per elaborare una strategia e una proposta di lavoro su questi temi nel futuro prossimo.

L’idea di questo format innovativo nasce proprio da un momento di scambio e confronto fra SocialFare ed ELISAVA, School of Design and Engineering di Barcellona, che nel corso dei prossimi mesi coinvolgeranno di volta in volta professionisti, ricercatori, rappresentanti di istituzioni e altri soggetti attivi nelle città in cui realizzeremo gli open talk.

 

Tieni a precisare che l’Open Talk Series non è un semplice calendario di eventi di disseminazione e informazione, bensì un vero e proprio progetto di ricerca applicata.

Vuoi spiegare cosa intendi esattamente?

 

Questo progetto è diretta espressione dell’approccio con cui lavoriamo quotidianamente, da anni, nelle rispettive realtà. Il Master in Service Design System che dirigo all’ELISAVA è un Master Lab, un programma aperto e integrato in cui il vero laboratorio non è l’aula, bensì la città di Barcellona. È nei suoi quartieri, a contatto con la comunità che gli studenti applicano i concetti di innovazione sociale studiati nel master, incentivati a ideare e realizzare progetti che abbiano un impatto diretto e positivo sul contesto in cui vivono e operano.

Sento dunque una forte affinità con la vision e l’approccio metodologico di SocialFare, che pone al centro della sua attività di innovazione l’impatto sociale e lavora su di esso come generatore di impatto economico. Il mio lavoro all’ELISAVA parte dai processi creativi per innovare la città e le comunità con cui opera, SocialFare implementa l’approccio sistemico e Design Thinking nell’accelerazione di conoscenza e generazione di impatto tangibile e misurabile.

Dalla nostra collaborazione non poteva che nascere un’iniziativa fondata sulla co-produzione, dove il concetto di “co” rappresenta la collaborazione come metodo sistemico di relazioni che, partendo dal nostro lavoro congiunto, va a coinvolgere tutte le comunità in cui porteremo l’open talk. È stato così a Torino il 4 maggio, con la presenza e la partecipazione attiva in sala di rappresentanti di realtà particolarmente eterogenee e significative del territorio, dalle associazioni impegnate negli orti urbani a importanti fondazioni private e istituzioni, includendo professionisti, ricercatori, studenti, artisti. Altrettanto vivaci sono gli ecosistemi delle città dove faremo tappa nei prossimi mesi: a Roma parteciperemo al Festival dello Sviluppo Sostenibile, a Zurigo incontreremo l’inventore di Conceptual Devices, un metodo interdisciplinare volto a sviluppare strategie di design ad impatto sociale ed economico, a Marsiglia avremo modo di confrontarci con una città che è simbolo stesso di innovazione sociale e integrazione attraverso pratiche dal basso e progetti di social design.

Ognuno di questi incontri sarà quindi non una semplice tappa, bensì una fase del percorso in divenire, la cui stessa mission sarà ridefinita di volta in volta in base alle esperienze e all’apporto di ciascuna comunità coinvolta. È quindi un progetto di ricerca applicata e comunitaria che ha come obiettivo la definizione di una proposta programmatica per l’implementazione dei Sustainable Development Goals nel prossimo decennio.

Il work in progress della proposta sarà presentato all’High Level Political Forum on Sustainable Development dell’ONU a New York, a cui parteciperò personalmente nel mese di luglio.

Per scoprire insieme e confrontarci in modo più approfondito sul programma che si definirà nel corso dell’Open Talk Series vi do appuntamento a Torino per novembre 2018, sperando di incontrarvi numerosi all’evento conclusivo di SOCIAL IMPACT THROUGH DESIGN. SDGs Societal Challenges.

 

 

Come raggiungere i Sustainable Development Goals? L’importanza di misurare i risultati

Dal 1990 al 2013 più di un miliardo di persone è riuscito ad emanciparsi dalle condizioni di estrema povertà. A fronte di dati come questo, riuscire ad eradicare la povertà [No Poverty, Sustainable Development Goal 1] diventa una prospettiva concreta e realistica. Perché ciò possa avvenire, tuttavia, è necessario che a livello globale si affermi una crescita sostenibile sotto il profilo sociale, economico ed ambientale [Decent Work and Economic Growth, SDG 8], e che siano offerti a chi sta cercando di migliorare le proprie condizioni strumenti che possano favorire la mitigazione delle diseguaglianze [Quality Education, SDG 4]. Soprattutto perché elementi quali la disparità di genere continuano ancora oggi ad imbrigliare il potenziale umano [Reduced Inequalities, Sustainable Development Goal 10].

La diffusione della malnutrizione [Zero Hunger, SDG 2] e i conseguenti disturbi della crescita negli ultimi trent’anni si sono quasi dimezzati, pur essendo aumentato lo spreco di cibo [Responsible Consumption and Production, SDG 12]. E’ diminuito il numero di malattie infettive, anche se per un numero crescente di persone la possibilità di usufruire dell’assistenza sanitaria dipende dalle proprie possibilità economiche [Good Health and Well-Being, SDG 3]. L’accesso all’acqua è stato ampliato, anche se il progresso nella diffusione dei servizi igienici procede più lentamente [Clean Water and Sanitation, SDG 6].

Il costo ambientale della crescita economica, per come è avvenuta negli ultimi decenni, è aumentato [Climate Action, SDG 13]. I danni provocati negli anni all’ecosistema oceanico [Life Bellow Sea, SDG 14] e terrestre [Life on Land, SDG 15] sono considerevoli. Tuttavia anche se le emissioni di gas dovuti all’effetto serra sono a livelli record, la capacità da parte dell’energie rinnovabili di soddisfare il fabbisogno della popolazione umana è in costante aumento [Affordable and Clean Energy, SDG 7].

Crescono le infrastrutture fisiche [Industry, Innovation and Infrastructure, SDG 9], ma lo stesso vale per la popolazione globale: nuove sfide si aprono sia nei contesti urbani (in particolar modo rispetto all’housing) che rurali (con tematiche differenti, quali l’accesso alle strade in particolar modo in aree quali quella dell’Africa Sub sahariana) [Sustainable Cities and Communities, SDG 11].

Nel frattempo, si rafforza l’apparato istituzionale dello sviluppo, grazie a bilanci pubblici più affidabili [Peace, Justice and Strong Institution, SDG  16]. Si aprono possibilità di collaborazione tra gli Stati attraverso investimenti e accordi che favoriscono la crescita economica degli Stati [Strengthen the means of implementation and revitalize the global partnership for sustainable development, SDG 17], anche se diminuiscono gli investimenti pubblici.

Questa è una rapida panoramica dei dati presentati da “Atlas of Sustainable Development Goals 2017: From World Development Indicators”, la raccolta di mappe, carte ed analisi realizzato dalla World Bank (WB) per illustrare trend, sfide, metriche e criticità connesse ad ogni SDG. I dati di riferimento sono principalmente quelli raccolti attraverso i World Development Indicator (WDI), aggregati ed interpretati attraverso una revisione compiuta dalla WB sulla base di una comparazione delle statistiche internazionali relative a sviluppo e qualità della vita.

Il 1 gennaio 2016 i Paesi hanno iniziato ufficialmente ad implementare a livello nazionale e locale l’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile: il piano trasformativo basato su 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, indirizzati alle sfide globali più urgenti per i prossimi 15 anni. L’Agenda mira ad essere una road map verso una crescita capace di integrare e bilanciare le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile – economico, sociale e ambientale – grazie ad una visione globale complessiva.

Ban Ki-Moon, nel report che presenta gli indicatori definiti per misurare l’avanzamento verso il raggiungimento degli SDGs, ha esortato a “considerare vitale iniziare l’implementazione di questi obiettivi con un senso di opportunità e propositività basato su un’accurata valutazione di dove si trova il mondo ora.”

A settembre 2015 l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha sottoscritto i Sustainable Development Goals (SDGs), formalizzando l’impegno di tutti gli Stati Membri ad adottarli. Gli obiettivi presentati in quella occasione sono stati il frutto di oltre un anno di sessioni di lavoro aperte ed intensive che hanno portato all’individuazione di 17 obiettivi, articolati in 169 traguardi. Il Segretario Generale ha accolto le conclusioni dell’Open Working Group on the SDGs (OWG) nel report di sintesi The Road to Dignity by 2030. Gli Stati Membri hanno accolto l’agenda come principale base per i processi intergovernativi a partire dal 2015, e hanno validato gli obiettivi e i traguardi proposti e definito i mezzi per la loro implementazione. Inoltre è stato strutturato un framework di monitoraggio, un follow-up periodico, e una revisione per riorientare l’implementazione sulla base dei dati emersi.

Le consultazioni globali, durate 18 mesi, per identificare gli indicatori attraverso cui valutare l’avanzamento nel raggiungimento degli SDGs, hanno coinvolto esperti delle organizzazione delle Nazioni Unite, mondo accademico, imprese, società civile e un ampio numero di uffici delle statistiche nazionali (tra cui Eurostat, BPS Indonesia, OECD, istituto statistico nazionale delle Filippine, e l’Ufficio Nazionale per le Statistiche inglese). L’obiettivo delle due sessioni di lavoro proposte tra il 2014 e il 2015 è stata quella di produrre un framework di valutazione tecnicamente robusto, flessibile sotto il profilo operativo e capace di offrire tutte le informazioni necessarie ai governi e agli altri stakeholder (versione finale: http://unsdsn.org/indicators).

L’esito del lavoro sono stati 232 indicatori, riportati nel Report of the Inter-Agency and Expert Group on Sustainable Development Goal Indicators (E/CN.3/2017/2). Gli indicatori così strutturati costituiscono il pilastro del processo di monitoraggio che consente di trasformare gli SDGs in uno strumento gestionale a livello locale, regionale e nazionale. La valutazione dell’avanzamento rispetto ai diversi SDGs aiuta i Paesi nello sviluppare strategie di implementazione e di allocazione di risorse, costituisce uno strumento per valutare il proprio sviluppo, e garantisce l’impegno da parte di tutti gli stakeholder nel raggiungimento dei traguardi condivisi globalmente.

Alcuni degli indicatori riescono a misurare in maniera trasversale diversi obiettivi, dimostrando come il raggiungimento degli obiettivi sia interconnesso, e vadano perseguiti insieme, a livello globale. Il primo report elaborato sui dati raccolti fino a maggio 2016 è disponibile online, The Sustainable Development Goals Report 2016.

Nel 2017, anche SocialFare si è attivato per i Sustainable Development Goals. Segui sulla pagina facebook @socialfaretorino, a partire da martedì 16 maggio, le pillole dedicate agli avanzamenti degli SDGs.

L’importanza dei corpi intermedi nei processi di Innovazione Sociale

Rendere le città e le comunità sicure, inclusive, resistenti e sostenibili.

SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale è tra i corpi intermedi presentati dalla ricerca “L’Innovazione Sociale e i Comuni: istruzioni per l’uso”, enti capaci di generare convergenza e favorire lo sviluppo di servizi e soluzioni innovative alle più pressanti sfide sociali che si propongono nelle città.

 

Nuovi concetti e nuove parole chiave hanno iniziato ad animare il lessico delle politiche pubbliche e del governo: smart city, social innovation, sharing economy, co-design, civic hacking, crowdfunding. Un vasto insieme di valori e pratiche analizzate dall’indagine “L’Innovazione Sociale e i Comuni: istruzioni per l’uso“, condotta nell’ambito della collaborazione tra ANG, ANCI e Fondazione IFEL.

L’accezione di Innovazione Sociale che i ricercatori ANCI Massimo Allulli, Annalisa Gramigna, Valentina Piersanti – coordinati da Paolo Testa- hanno scelto è ripresa dall’OCSE (2011), che definisce l’Innovazione Sociale come il processo che soddisfa i “nuovi bisogni che non hanno ancora trovato risposta nel mercato” e di creazione di “nuovi, più soddisfacenti modi di integrazione dell’offerta esistente tramite il coinvolgimento delle persone nella produzione”. Motivo di interesse per questi processi è in primo luogo il cambiamento nelle relazioni sociali e la maggiore inclusione generata nei processi di governance (come osservato da Moulaert, 2013).

La ricerca, che ha coinvolto 40 testimoni privilegiati, oltre 200 tra assessori, esperti ed innovatori, e mappato più di 1000 progetti su tutto il territorio nazionale, restituisce un quadro dinamico e complesso nel quale l’innovazione sociale calata in questo ambito cessa di essere un concetto astratto o una mera pratica di sopravvivenza urbana, per iniziare a modificare processi decisionali locali e politiche urbane. Ma attraverso quali vie i comuni possono avvicinarsi a questo ecosistema?

In accordo con la definizione OCSE, le innovazioni sociali analizzate vengono lette in funzione dei bisogni che le hanno generate, partendo da quelli primari: mangiare, abitare, lavorare, muoversi e partecipare. Ciò che ne emerge è un articolato puzzle del cambiamento fatto di nuove forme organizzative, progetti e soluzioni già attive in diversi comuni italiani. Proposte eterogenee sia per struttura che per modelli di sostenibilità, che vanno dal volontariato alla creazione di start-up a impatto sociale. A fronte dello scenario così delineato il ruolo dei Comuni è costretto a superare l’approccio delle politiche verticali, accogliendo una nuova logica di co-creazione orientata alla messa a valore delle esperienze.

L’Unione Europea è il livello istituzionale che per primo e con maggiore continuità ha prodotto iniziative e politiche per favorire l’innovazione sociale. L’ingresso della Social Innovation nell’agenda politico-istituzionale italiana è avvenuto nel passato periodo di programmazione, con un lieve ritardo rispetto alle riflessioni europee, ma con un significativo slancio iniziale. A dare gambe alla social innovation made in Italy nella fase iniziale sono state, infatti, iniziative del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, del Ministero dello Sviluppo Economico, dell’Agenzia per della Coesione Territoriale.

Una dimensione economica che ha cercato in startupper e terzo settore un potenziale rilancio delle economie locali. Con la nuova stagione delle politiche nazionali, la traiettoria sembra cambiare: il tema dell’innovazione sociale e i suoi protagonisti rientrano ora in una cornice più ampia, che include anche le politiche del lavoro, le politiche sociali e le politiche urbane e che riporta al centro del nuovo schema d’azione gli enti con le proprie specifiche competenze istituzionali. Torino e Milano sono le città di riferimento per queste prime sperimentazioni.

Tra i driver che stanno spingendo l’innovazione sociale un ruolo di primo piano è rivestito dai soggetti intermedi e dalla finanza sociale.

“Hanno nomi poco evocativi (SocialFare®, ItaliaCamp, Rena, Rural Hub, Talent Garden, LabGov, Ashoka, Toolbox, Avanzi, TopIX, ecc.) e sfuggono alla possibilità di essere identificati sulla base di una particolare forma giuridica. Ciò che le caratterizza è, invece, l’appartenenza ad uno stesso sistema culturale riconoscibili da alcuni elementi peculiari: la scelta del modello della rete come riferimento organizzativo e relazionale; i metodi che stanno alla base della loro azione (il co-design per la progettazione delle politiche ma anche dei servizi, la condivisione, la co-produzione, ecc.); la loro informale appartenenza a club internazionali; il linguaggio utilizzato; la loro attitudine hacker.”

Dall’analisi effettuata nei focus territoriali appare chiaro che la loro presenza tra gli attori dell’ecosistema locale può fare la differenza in termini di velocità, modalità e occasioni, del cambiamento. Ma chi sono? Si tratta di soggetti che sono, di fatto, nuovi “corpi intermedi” e “soggetti aggregatori”. Sono organizzazioni che hanno funzioni ibride all’interno dell’ecosistema dell’innovazione sociale, contribuiscono all’ecosistema, lo determinano nelle sue caratteristiche specifiche, si relazionano – tra loro, con le amministrazioni, con altre organizzazioni – generando vari effetti: nuovo lavoro, innovazioni tecnologiche, soluzioni di servizio innovative, ecc.

SocialFare® ha la funzione di corpo intermedio anche nel far incontrare domanda e offerta nell’ambito della finanza a impatto, come nel caso del Social Impact Investor Day. Questa nuova branca della finanza, di cui avevamo già parlato con il professor Alessandro Lanteri, nasce sullo stimolo del crescente gap tra bisogni sociali e spesa pubblica (come evidenziato dal Rapporto della Social Impact Investment Task Force che stimava il gap tra bisogni sociali e spesa pubblica attorno ai 50 miliardi di euro nelle proiezioni per il periodo 2014-2020) . Per questa ragione entrano in gioco nuovi soggetti finanziari e nuovi strumenti di finanza a impatto sociale, caratterizzati dalla capacità di considerare l’investimento rispetto a una logica che mette sullo stesso livello la natura economica e quella sociale dell’iniziativa, in modo da favorire interventi economicamente sostenibili nel tempo in grado anche di creare vantaggi per il territorio e per le comunità. Un mercato ibrido tra filantropia e finanza che coinvolge intermediari finanziari ed enti locali, Pmi e grandi imprese, organizzazioni non profit e società civile.

Il rapporto di ricerca si chiude con alcune raccomandazioni avanzate ai comuni da esperti, innovatori, coworker, dirigenti, startupper, accademici, politici, ecc., coinvolti nell’indagine. Una ricerca utile ad osservare come le proposte dal basso, l’innovazione sociale e le politiche territoriali stiano dando forma al cambiamento: scarica qui la ricerca completa.

Torino Startup | Una proposta per potenziare l’ecosistema locale per la creazione d’impresa

Un ecosistema coeso al suo interno, aperto e attrattivo verso l’esterno, integrato con le aziende locali, attento al capitale umano, efficace nel business support, flessibile sul piano finanziario. Questa la direzione e l’obiettivo di crescita suggeriti dal gruppo di lavoro, composto dagli attori attivi sul territorio, che ha realizzato il report presentato venerdì 15 aprile 2016 nell’ambito della manifestazione “Torino Startup”.

Il report è l’esito del laboratorio Start-up Metro Torino. Il progetto si inscrive nell’ambito del programma Metros (Metropolitan Economic Transformation and Regional Organizational Structures), promosso dal German Marshall Fund of United States. Il programma, sostenuto anche dallaCompagnia di San Paolo, vuole favorire la collaborazione tra alcune città del sud Europa (Torino, Genova, Bilbao e Salonicco) sui temi dello sviluppo economico, attraverso la condivisione di buone pratiche, lo scambio e il confronto tra operatori. Start-up Metro Torino è nato con l’obiettivo di fornire in maniera congiunta e coordinata indicazioni qualificate ai decisori istituzionali per definire le scelte strategiche di potenziamento dell’ecosistema piemontese per la creazione d’impresa.

METODO DI INDAGINE

L’elaborazione di questo report si è sviluppata nell’arco di sei mesi (da settembre 2015 a febbraio 2016), grazie a un percorso condiviso di lavoro che ha portato al coinvolgimento di numerosi interlocutori locali. Ogni fase dell’intervento è stata discussa, concordata e valutata con il Gruppo di progetto, composta da: Torino Strategica (coordinamento generale), Fondazione Human+ (supervisione scientifica), Camera di Commercio di Torino/Torino Social Innovation, Città Metropolitana di Torino (MIP – Mettersi in proprio), SocialFare, Incubatori accademici I3P e i 2i3T, PerMicroLab, Rèseau Entreprendre Piemonte, Università degli Studi di Torino.

Il percorso di lavoro ha inoltre previsto alcuni momenti di consultazione con i diversi portatori di interesse attraverso:
/ un opinion survey realizzata con un questionario inviato a tutti i 65 attori dell’ecosistema per la creazione di impresa,
/ alcuni focus group realizzati con panel di neo-imprenditori locali con almeno due anni di esperienza,
un dibattito pubblico dal titolo “Local Insights Torino’s Ecosystem che ha visto la partecipazione di Greg Horowitt,
diversi incontri individuali con leader locali sui temi di governance, sistema univesitario, fondazioni bancarie, e associazionismo.

Tre le tappe principali di questo percorso condiviso: 1. la definizione degli obiettivi futuri, generare più impatto economico grazie all’ecosistema, l’analisi dei punti di forza e aree da potenziare (analisi dello stato attuale dell’ecosistema), e la formulazione di proposte per il rafforzamento dell’ecosistema (proposta condivisa articolata in sei punti).

VALUTAZIONE DELL’ECOSISTEMA TORINESE

La forte attenzione rivolta agli ecosistemi imprenditoriali ha una semplice ragione: dove è presente un ecosistema evoluto e dinamico è maggiore lo sviluppo economico e sociale. Le economie contemporanee premiano quei territori che dispongono di un ecosistema performante, in accordo con quanto evidenziato dall’Entrepreneurship Indicator Programme (sviluppato da OECD ed EUROSTAT) secondo cui gli ecosistemi imprenditoriali hanno un’influenza accertata su tre output economici fondamentali: nascita di nuove imprese, creazione di posti di lavoro, aumento della ricchezza collettiva.

Performance

Ne deriva che misurando gli output economici riconducibili all’azione dell’ecosistema imprenditoriale di Torino (relativi a questi tre aspetti), è possibile valutare il suo livello di performance e compararlo a quello di altre realtà italiane. L’analisi comparata condotta a livello nazionale per l’anno 2015, vede Torino collocarsi sempre in una posizione mediana delle classifiche,  evidenziando come l’ecosistema imprenditoriale torinese possa migliorare in modo rilevante  le proprie prestazioni sia quanto a creazione di nuove imprese, che a occupazione prodotta dalle neo-imprese e innovazione generata come forma di ricchezza collettiva.

Un  ecosistema imprenditoriale può essere definito come un insieme interconnesso di singole individualità con “intenzione imprenditoriale”, di operatori economici e di istituzioni che formalmente e informalmente interagiscono per generare attività di impresa (definizione è liberamente tratta da: C. Mason, R. Brown, Entrepreneurial ecosystems and growth oriented entrepreneurship, Final Report to OECD, Paris, 2014). Per poter valutare la struttura di un ecosistema imprenditoriale è quindi necessario prendere in considerazione due aspetti: numerosità dei suoi attori, e relazioni che tra essi intercorrono.Schermata 2016-04-20 alle 11.48.32

La mappatura effettuata nel corso dell’intervento ha individuato 65 attori attivi nell’ecosistema torinese a fine 2015. I diversi attori sono stati poi ricondotti a otto aree di azione, definite in concordanza con le indicazioni di OECD/EUROSTAT : business support (incubatori, acceleratori, servizi di mentoring), imprenditorialità (trade association, industry association), community (start-up network, coworking agency, fablab), infrastrutture (accesso a facility), finanza (banche, angel investor, venture capital), settore pubblico e policy (governi locali, associazioni pubbliche, camera di commercio), capitale umano (università pubbliche e private), ricerca e sviluppo (centri di ricerca, technological park).

Ne emerge un ecosistema adeguato per il numero e la varietà degli attori presenti sul territorio (65 soggetti mappati), ma il cui livello di networking è ampiamente migliorabile: i costi di transazione sono elevati sia per garantire una fluida e rapida circolazione delle informazioni e conoscenze, che per generare progetti e iniziative coordinate e condivise.

Valutazione del funzionamento

Rispetto al suo funzionamento la valutazione del sistema torinese è stato compiuto in relazione a cinque dimensioni:

  1. SUPPORTO AL BUSINESS: fornitura di servizi e consulenze per il processo di creazione di impresa.

L’ecosistema torinese offre una gamma soddisfacente di servizi e risorse per le neo-imprese nelle fasi iniziale e intermedia del ciclo di start-up, ma non riesce a supportare adeguatamente le neo-imprese nel momento cruciale del consolidamento (business growth) al termine del percorso di creazione di impresa.

  1. MENTALITÀ IMPRENDITORIALE: promozione dello spirito imprenditoriale come cultura e valore.

Sotto questo profilo l’ecosistema svolge un’azione efficace nel consolidare e diffondere il significato e il valore collettivo del fare impresa verso il pubblico di potenziali imprenditori adulti. Migliorabile invece la promozione della mentalità imprenditoriale fra i giovani e gli studenti.

  1. CAPITALE UMANO: crescita professionale e sociale dei nuovi talenti imprenditoriali.

Parziali punti di forza dell’ecosistema sono l’individuazione di nuovi potenziali imprenditori e l’azione formativa nei loro confronti, basata su un mix di formazione formale e di apprendimento sul campo. L’area di miglioramento è lo sviluppo di community per consolidare apprendimenti, senso di appartenenza e generare opportunità di business.

  1. RISORSE FINANZIARIE: reperimento di capitali di rischio a disposizione delle imprese nascenti.

L’ecosistema è in grado di intercettare risorse finanziarie adeguate per le esigenze delle neo-imprese. Il punto critico è la logica complessiva di finanziamento e investimento, distante dai bisogni e richieste delle neo-imprese in termini di velocità di erogazione, flessibilità amministrativa, gestione del rischio.

  1. APERTURA: connessione con realtà esterne e attrattività rispetto ad altri territori ed ecosistemi.

L’Openness è la dimensione più carente dell’ecosistema. Il suo funzionamento è ampiamente migliorabile sotto ogni profilo: capacità di attrarre iniziative imprenditoriali a Torino, capacità di collegarsi al circuito nazionale e internazionale della creazione di impresa, capacità di accreditarsi e rendersi visibile come “Città delle start-up”.

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LE PROPOSTE

Alla luce di questa analisi, e con la prospettiva di potenziare l’ecosistema affinché generi maggiore impatto economico, il Gruppo di Lavoro ha formulato le seguenti proposte:

Proposta 1 
Un ecosistema coeso al suo interno per favorire maggiore integrazione e scambio fra gli attori: creazione di un tavolo di coordinamento permanente da affidare ad un soggetto facilitatore che garantisca l’attività, e per promuovere il confronto internazionale e l’analisi delle attività svolte.
(Presentata da Mario Lupo, Tessa Zaramella – Città Metropolitana di Torino)

 

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Un ecosistema aperto e attrattivo per connettere l’ecosistema al circuito nazionale e internazionale delle start-up. Elaborazione di una strategia di comunicazione e marketing specifica, supportata dall’organizzazione e l’ospitalità di eventi internazionali di rilievo su questi temi; e l’allestimento di un welcome-desk unico e dedicato per attrarre le start-up.
(Presentata da Laura Orestano – SocialFare, Fabrizio Barbero – Città di Torino)

 

 

Proposta 3
Un ecosistema integrato con le aziende locali per aumentare i capitali a disposizione delle neo-imprese e accrescere il numero di start-up originate da spin-off aziendali. Attività di promozione e matching fra neo-imprese e aziende, e tra atenei e imprese, per la creazione di spin-off aziendali.
(Nicoletta Marchiandi Quatraro – Camera di Commercio di Torino)

Proposta 4
Un ecosistema attento al capitale umano per aumentare il numero, la qualità professionale e il ruolo sociale dei neo-imprenditori attraverso programmi di imprenditorialità nelle Scuole Superiori e nelle Università, professionalizzazione basata sui mentor d’impresa e attività di formazione finanziata anche per il target neo-imprese.
(Mario Montalcini – Réseau Entreprendre, Enrico Gastaldi – Università di Torino)

Proposta 5
Un ecosistema efficace nel business support per favorire il consolidamento delle neo-imprese, tramite servizi mirati per crescere sui mercati e sviluppare l’organizzazione e sviluppo di public procurement a favore delle neo-imprese.
(Marco Cantamessa – Incubatore PoliTo I3P, Giuseppe Serrao – Incubatore UniTo 2i3T)

Proposta 6 
Un ecosistema flessibile sul piano finanziario per differenziare e rendere più flessibili le forme di finanziamento e credito alle neo-imprese attraverso la diffusione di buone pratiche creditizie, il consolidamento di acceleratori locali e reti di business angel, e modelli innovativi di sostegno pubblico alle neo-imprese.
(Corrado Ferretti – PerMicro, Giancarlo Rocchietti – Club degli Investitori)

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Il Gruppo di lavoro ha scelto di formulare proposte che pur prevedendo interventi di natura varia condividono alcune caratteristiche essenziali: la realizzabilità nel breve termine (6-12 mesi) o tutt’al più in 12-24 mesi, costi contenuti per la collettività, valorizzazione degli asset esistenti, non necessitano di un “cambio di sistema” o  interventi straordinari.

PROSSIMI PASSI

A seguito della redazione di questo rapporto, la prossima fase richiede quindi che le raccomandazioni vengano considerate operativamente dalle leadership e che queste valutino se e come ingaggiarsi nel trasformarle in azioni concrete, anche a fronte di decisioni e atti formali, nonché allocazione di finanziamenti. Dopo questo passaggio di sostegno della strategia, potrà seguire l’elaborazione di un piano d’azione fatto su misura, più o meno ampio e omnicomprensivo di quanto indicato in questo rapporto, che indicherà, per quanto possibile, attori, risorse, modalità, tempi e risultati attesi.