Ecco cosa fa il design per l’Innovazione Sociale: intervista a Giuliana Gheza

Giuliana Gheza è la nostra Service – Social Designer, ruolo chiave nelle attività di Accelerazione di Conoscenza e Impact Design, cuore innovativo di SocialFare.

Nata e cresciuta in Valle Camonica, ha studiato all’Accademia delle Belle Arti di Brescia prima di conseguire un MA (Master of Arts) in Sustainable Design presso la Kingston University di Londra.

In SocialFare si occupa di coordinare, progettare, modellizzare attività, azioni e workshop di co-progettazione, applicando metodologie e strumenti del Design per l’Innovazione Sociale: in questa intervista ci racconta di cosa si tratta!

 

Ci racconti il percorso che ti ha portata in SocialFare?

Come molti designer della mia età, il mio background è in ambito industriale e di prodotto. Dopo il triennio e la magistrale alla Libera Accademia delle Belle Arti (LABA) di Brescia, dove mi sono specializzata in Design Industriale e poi per l’Innovazione, una serie di esperienze di vita e lavoro all’estero mi ha aiutata a capire di voler intraprendere una strada diversa da quella legata al prodotto. Questo è accaduto in particolare in Cina, dove ho avuto modo di toccare con mano l’impatto della progettazione industriale di oggetti pensati per essere replicati in serie, usati e gettati.
Ho sempre pensato che l’applicazione del design potesse avere un fine diverso, che non si limiti alla produzione di merce ma che possa dare anche un contributo ad un livello più vicino alla comunità e alla società.

Così ho scoperto il mondo dell’Innovazione Sociale e del Design per la Sostenibilità. Decisivo è stato il Master in Sustainable Design presso la Kingston University of London, che mi ha permesso di mettere in discussione molti asset della mia formazione per costruirne di nuovi. 

Il primo passo, per me centrale, è stato abbandonare la convinzione che il design debba sempre rispondere ad un brief, ad un problema identificato da altri, in quell’ottica che vede di fatto nel designer un problem solver. Nell’Innovazione Sociale questo punto di partenza cade, perché le sfide più rilevanti per la nostra società sono talmente grandi che non puoi pensare ci sia una soluzione unica né tantomeno definitiva: i problemi vanno affrontati da più lati, da più persone. Questa consapevolezza è fondamentale, anche per liberare chi progetta nel sociale da un senso di frustrazione che potrebbe avere un effetto negativo sul suo lavoro: non sei tu l’eroe che deve trovare a tutti i costi una soluzione, potrai invece sperimentare insieme ad altri, con la possibilità di sbagliare, per portare elementi di discontinuità preziosi rispetto al sistema attuale, verso una società più attenta alla comunità umana e naturale. 

E così sono approdata in SocialFare, dove fin dal primo colloquio ho avuto la piacevole sorpresa di parlare con persone che avevano il mio stesso linguaggio, il mio stesso modo di intendere il design, aspetto questo non molto frequente in Italia.

Cosa fa quindi il designer per l’Innovazione Sociale?

Il designer è un progettista. Cosa significa progettare? Dal latino pro, avanti, giacere, gettare. Quindi il punto di partenza è definire, intenzionalmente, cosa si vuole generare e perché è necessario.
Poi c’è il come. 

Il designer è un progettista che conosce una metodologia progettuale, sa applicarla e sa farla applicare.
Una metodotologia che prevede delle fasi di lavoro, per ciascuna delle quali ci sono obiettivi e strumenti che aiutano a sviluppare e a far emergere elementi che poi vanno a comporsi in un disegno più complesso, sia esso un servizio, un prodotto o un modello.
Nell’Innovazione Sociale, quindi, è interessante applicare questo metodo per accompagnare e facilitare gruppi di persone a ragionare, ad analizzare un servizio o un progetto o a crearne di nuovi, supportandoli nel far emergere e condividere i propri pensieri e nel trasformarli in elementi tangibili che vadano a concorrere effettivamente all’organizzazione e implementazione di una nuova iniziativa per il territorio.

Il nostro lavoro di accompagnamento di gruppi nella co-progettazione e nello sviluppo di servizi permette quindi di “divergere” collettivamente, dando la possibilità anche al singolo di esprimersi, per poi andare verso una “convergenza” comuneChiaramente il designer non è da solo in questo compito, non dovrebbe mai esserlo. La sua competenza nel metodo progettuale aiuta a fare ordine fra i pensieri e a divergere nelle idee dove occorre, per poi convergere verso un ordine nuovo e condiviso. Per fare questo nel migliore dei modi dovrebbe sempre essere affiancato da un’équipe multidisciplinare. Allo stesso tempo, nel mondo ideale, ogni équipe di lavoro, in qualunque ambito, dovrebbe a mio parere includere le competenze di un designer.

Come si applicano queste possibilità in SocialFare?

Mi vengono in mente subito due esempi.

Uno è GrandUP! IMPACT Imprese, percorso che abbiamo ideato e sperimentato in tre edizioni dal 2018 ad oggi insieme alla Fondazione CRC. In questo caso le competenze del designer si rivelano in due momenti. Prima di tutto nella fase di progettazione del percorso stesso di accompagnamento, in cui si parte ogni volta dagli obiettivi e da ciò che servirà effettivamente alle persone e ai team che fruiranno del programma. Quali competenze, capacità, strumenti vorremmo che i partecipanti acquisissero? Suddividiamo l’obiettivo in micro-obiettivi e costruiamo il percorso facendo sì che i “moduli” formativi di cui è composto siano in dialogo fra loro. I nostri non sono mai percorsi di formazione standard, cambiano da un’edizione all’altra e anche in base ai team selezionati in quel contesto specifico, cerchiamo di cucirli il più possibile su misura per chi partecipa. 

L’altro momento in cui emerge il ruolo del designer è l’accompagnamento di persone che si siedono intorno a un tavolo unite dalla voglia di sviluppare e implementare una progettualità, che potrebbe poi trasformarsi in un’attività informale o imprenditoriale. Questo è il cuore del percorso. Il designer ha il compito di far dialogare queste persone, accompagnandole nell’analizzare il progetto senza cadere nell’impasse da foglio bianco. Il metodo è qui determinante, porta a muoversi in modo più fluido nell’analisi del servizio immaginato e nella comprensione di come strutturarlo e implementarlo. 

Un altro esempio molto significativo del nostro lavoro è Disegni Urbani, iniziativa che abbiamo realizzato a Cuneo, anche in questo caso con la Fondazione CRC. L’obiettivo era coinvolgere cittadini di ogni età supportandoli nel confronto a gruppi, per far emergere idee e suggestioni in merito al potenziale uso di uno spazio che doveva essere ristrutturato e rigenerato. Abbiamo creato in quella occasione un percorso breve, di una sola giornata, che ha permesso a persone sconosciute e con percorsi di vita differenti di interagire ed esprimersi, arrivando poi a una convergenza ricca di stimoli interessanti sia per i partecipanti stessi sia per la Fondazione e il territorio (guarda il report, ndr).

Cos’è quindi l’Innovazione Sociale?

La definizione accademica fa riferimento a progetti e iniziative che rispondono a bisogni sociali reali, creando nuove idee o nuove implementazioni di soluzioni già presenti per rispondere a questi bisogni e generando nuove collaborazioni e relazioni, attraverso strumenti di inclusione sociale. È cruciale che non si tratti mai di proposte calate dall’alto. In questo processo di dialogo, confronto, emersione di idee si crea intelligenza collettiva, che porta il territorio ad essere più “capace” di portare soluzioni, in un flusso in cui ogni persona può contribuire

Si tratta di una definizione e di un obiettivo estremamente ambiziosi: naturalmente calandosi nella realtà tutto “si sporca” un po’, non sempre è così perfetto, come del resto è normale e giusto che sia.  Io penso sia importante anche capire che l’Innovazione Sociale non è stata inventata da noi che la proponiamo oggi: è qualcosa che, in varie forme, si fa da sempre. D’altra parte, il fatto di averla definita e strutturata permette di vederla meglio, di riconoscerla e quindi anche di supportarla, creando spazi – fisici e non – e strumenti per facilitare questi processi. Anche il designer riesce così più facilmente a trovare il suo ruolo in questo processo. 

Chi fa allora Innovazione Sociale?

La fanno gruppi informali, il mondo delle imprese ad impatto sociale, le pubbliche amministrazioni, e per farlo davvero è necessario che dialoghino fra loro. Le reti di condivisione, le cooperative di comunità, i doposcuola pensati su misura per le esigenze di un territorio, gli orti collettivi, i luoghi di aggregazione e costruzione del senso comune e del pensare e agire collettivo, le ibridazioni fra artigianalità e socialità proattiva, le esperienze di animazione di una piazza, i servizi di gestione e cura collettiva di un bene comune fisico o naturale sono solo alcuni fra tanti esempi di iniziative spesso nate dal basso in risposta ad esigenze sentite dalla collettività.

Le istituzioni pubbliche hanno la possibilità di cogliere sempre più il valore delle progettualità pensate e avviate da gruppi informali, o da imprese del territorio, per fare sì che siano maggiormente accessibili alla comunità, che vadano oltre le capacità del singolo gruppo o le risorse economiche di cui dispone quel singolo progetto. La pubblica amministrazione applica l’Innovazione Sociale quando facilita processi di questo tipo, creando spazi e mettendo a disposizione del territorio risorse perché gli enti che conoscono il contesto abbiano ossigeno per sperimentare insieme servizi e progettualità nuove. 

Un buon esempio è il programma europeo UIA (Urban Innovative Actions) che ha l’obiettivo di facilitare i centri urbani e le loro amministrazioni nell’immettere risorse supportando “a cascata” le realtà locali nella generazione di progetti con effetti positivi sulla collettività, partendo proprio dal coinvolgimento attivo della cittadinanza, utilizzando approcci multidisciplinari. 

Vedi dei rischi? Come affrontarli?

L’Innovazione Sociale può rischiare di essere un po’ esclusiva, o di rimanere troppo “alta”: succede quando non si sporca troppo sul territorio e resta ben definita su un foglio a livello quasi accademico. Il confronto con la realtà è invece la vera sfida, anche per questo gli addetti ai lavori devono facilitare il coinvolgimento effettivo di tutte le parti coinvolte e non lavorare da soli. Una condizione determinante perché questo avvenga sono i tempi lenti: occorre seguire i cicli “naturali” della gestazione del progetto e della gestione delle comunità, che spesso non collimano con le scadenze tipiche dei bandi, ad esempio. 

L’altro rischio che vedo è la ricerca continua e spasmodica di novità, che a volte comporta uno spreco di energie, perché questa tendenza porta a non vedere il buono di quello che si è già fatto, che già c’è. Tempi stretti, velocità e voglia di nuovo assoluto allontanano l’Innovazione Sociale dal suo vero vestito, facendo sì che scimmiotti piuttosto modelli tradizionali. Invece non è l’idea originale che conta: è più importante avere un’idea buona, anche se si trattasse di iterare e rivedere come applicare meglio un’idea pre-esistente, un modello già visto. 

Costituire capitali collettivi per offrire uguali opportunità: ecco la nuova sfida della finanza

Silvio Cuneo, Presidente di SocialFare | Centro per l’Innovazione Sociale, ha scelto dal 2020 di dedicarsi al mondo del Terzo Settore e dell’impact finance, mettendo a servizio del non profit l’esperienza acquisita in quasi 30 anni di carriera nel risk management in ambito bancario. 

In questa chiacchierata fra lui e Laura Orestano, AD di SocialFare, condividiamo riflessioni e idee sul ruolo innovativo e determinante che la finanza può e deve avere nel prossimo futuro per costruire una società più sostenibile, a beneficio di tutta la collettività. 

 

Laura Orestano
Silvio, tu hai un’importante e solida esperienza professionale in ambito bancario e oggi ti occupi di importanti realtà dell’economia sociale. Ce ne parli?

Silvio Cuneo
La mia formazione è come economista quantitativo. Ho lavorato per quasi 30 anni in banca occupandomi per lo più di gestione dei rischi, finché nel 2020 ho maturato la decisione di cambiare rotta. Ho fatto qualche esperienza di volontariato internazionale, volevo sostanzialmente passare dal profit al non profit. Come? Diciamo che per 30 anni ti sei occupato di un settore, è facile che anche nel non profit le opportunità ti si presentino in quello stesso ambito, nel mio caso la finanza. Sono diventato risk advisor per la Fondazione Compagnia di San Paolo, e in breve tempo si sono presentate occasioni di impegno nel mondo della finanza sociale e ad impatto. Oggi ho quindi incarichi nella governance di Permicro e Paratissima, oltre ad essere diventato Presidente di SocialFare. 

Laura Orestano
La tua storia professionale e personale mi fa pensare a un fenomeno che, dal nostro “osservatorio” di SocialFare | Centro per l’Innovazione Sociale, ci capita di notare come sempre più frequente: questo interesse verso la ricerca di un lavoro che abbia senso non soltanto per se stessi ma anche per la società, la volontà di mettere a disposizione la propria esperienza al servizio della collettività. Anche tu, intorno a te, vedi questa migrazione sense-making come qualcosa che si sta “coagulando” nel mondo for profit?

Silvio Cuneo
Pensando a questo fenomeno, credo sia importante distinguere due livelli, quello personale e quello aziendale. Su quest’ultimo fronte, negli ultimi 4-5 anni ho visto scatenarsi l’interesse delle imprese per l’impatto sociale. Se è vero che alcune banche avevano già precedentemente dedicato un settore specifico alla finanza etica o sociale, nell’ultimo quinquennio il fenomeno è esploso. Una tendenza dunque sempre più diffusa, in cui però io vedo un forte rischio di “social washing”. Occorre precisare infatti che molte aziende si sono dovute muovere in questa direzione in risposta ad un movimento internazionale per cui, anche sotto la spinta di istituzioni pubbliche, i grandi investitori hanno iniziato ad osservare attentamente tutte le questioni prima ambientali e poi sociali. Non è quindi garantito che la motivazione di fondo sia genuina.

C’è poi il piano di chi fa questa scelta a livello personale, ovviamente molto più difficile da generalizzare, ma che anche a me sembra un fenomeno in crescita. C’è forse una stanchezza diffusa rispetto ad un mondo aziendale/economico in qualche modo autoreferenziale, che sembra avere come unica mission quella di autoreplicarsi. 

Io penso che la finanza, e in particolare la finanza ad impatto, sia un elemento cruciale su cui interrogarsi per indagare a fondo quale modello politico, economico e sociale vogliamo cercare di costruire per il futuro. Perché, al di là delle indicazioni politiche, credo che nessuno possa negare il problema dell’equità, in particolare della diseguaglianza nelle opportunità che caratterizza il contesto sociale odierno. 

Sappiamo ad esempio che c’è disuguaglianza di concentrazione del capitale nelle mani di pochi. Non sto parlando del capitale umano – che è un discorso ancora a sè – ma del capitale fisico e finanziario. E la finanza for profit non può rimediare a questo. La disuguaglianza di opportunità può essere contrastata solo attraverso una modalità economica e finanziaria basata su meccanismi e principi non profit

Laura Orestano
Quindi la finanza sociale per te ha come obiettivo importante quello di supportare un percorso di superamento di questa disuguaglianza?

Silvio Cuneo
Ovviamente non è uno strumento che, da solo, possa risolvere ogni problema globale. Ma va in quella direzione. Se uno pensa a cosa fa un acceleratore sociale, che immette fondi per supportare giovani con iniziative che generano attività e impatto sociale, non c’è nulla di più egualitario di questo nell’offerta di opportunità.

Laura Orestano
Penso sia inevitabile parlare di capitale di rischio. 

Come cambia l’accezione del rischio quando passiamo dalla finanza tradizionale a quella ad impatto? C’è una lettura differente? Il rischio aumenta o diminuisce? O c’è un trade-off che lo compensa?

Io osservo che la percezione del rischio si adatta man mano che l’investitore assume maggiore consapevolezza rispetto al proprio ruolo abilitante verso una visione del mondo più equa: in questa prospettiva, il rischio diventa piuttosto un atto di coraggio di cui andare orgogliosi e non da temere. Questo approccio libera risorse, creatività e impegno da parte degli investitori che aggiungono così valore all’equity finora intesa come prettamente finanziaria. Questo mi rende ottimista. Cosa ne pensi?

Silvio Cuneo
Si apre effettivamente un tema importante se ci chiediamo cosa intendiamo per rischio. Il concetto si è molto ampliato rispetto a quello di un tempo, ad esempio introducendo gli ESG, che pongono la questione del rischio ad un livello diverso. 

Quello di cui stai parlando è, in particolare, il rischio imprenditoriale legato all’equity. Io sono d’accordo con questa tua visione, e vorrei aggiungere una considerazione. Molti pensano che la finanza ad impatto sia semplicemente immettere risorse finanziarie in progetti imprenditoriali con determinate caratteristiche. Per questo basterebbe il venture capital, che in sè è uno strumento totalmente profit. Io invece penso che questo approccio non possa risolvere il problema. Il fondo venture capital tipicamente attinge là dove c’è concentrazione di capitale e lo fornisce a qualcuno che non ce l’ha, ma con l’obiettivo di aumentare ulteriormente il capitale di chi ne dispone e lo mette a disposizione. Quindi può essere utile, ma non vedo come questo meccanismo possa portare ad una soluzione strutturale alla questione dell’equità.

Laura Orestano
Stiamo quindi utilizzando il modello “imperante” del venture capital per ampliare delle opportunità, ma dovremmo anche intervenire sul modello stesso?

Silvio Cuneo
Esatto, e intervenire significa considerare il capitale “di ventura” non come capitale di pochi privati, ma come capitale messo a disposizione della comunità.

Laura Orestano
Quali modelli alternativi, quali soluzioni possibili per implementare questa idea?

Silvio Cuneo
Distinguerei il problema tra la necessità di dotarsi di un capitale e le modalità del suo utilizzo.
Sul primo punto, insisto sul fatto che questo capitale debba essere pubblico e non profit e che la mission di questo capitale sia la massimizzazione non del suo rendimento, bensì del suo impatto sociale, con il vincolo di preservarne il valore reale, nell’ottica di equità intergenerazionale. L’ottica si sposta sul lungo periodo, e questo cambia molto la percezione. Si tratta di massimizzare il benessere anche per le future generazioni e non solo per un numero ristretto di individui in un breve orizzonte temporale.

Ad esempio, l’economista Thomas Piketty propugna l’istituzione di una tassa sul capitale che permetta di offrire una dotazione di risorse iniziali a chi non ne ha. Io sono personalmente d’accordo con la sua proposta, ma sono consapevole che l’argomento ‘tassa patrimoniale’ qui in Italia è politicamente scottante e non sarebbe facile trovare un consenso.

Un’altra opzione, non necessariamente alternativa, è fare leva sulle fondazioni, che hanno esattamente il profilo del capitalista paziente e non profit.

Laura Orestano
Ad esempio, il Forum Disuguaglianze e Diversità ha proposto di creare una sorta di fondo intergenerazionale tassando l’eredità per dotare di capitale di avviamento i ragazzi che compiono 18 anni…

Silvio Cuneo
Esatto, questo è un altro esempio che ci porta al secondo punto: come utilizzare questo capitale messo a disposizione della collettività? In concreto, come dotare i giovani di un capitale iniziale? Quali strumenti adottare? 

Certo, si può pensare a finanziamenti o contributi distribuiti, ad esempio, sulla base di bandi alle singole iniziative. A me sembrerebbe più efficiente operare attraverso strutture dedicate, pubbliche o private, ma comunque necessariamente non profit, in grado di selezionare le idee più promettenti ed accompagnarne la crescita.

Ci sono oggi molte iniziative di queste tipo: per fare un esempio che mi riguarda da vicino, citerei lo stesso ecosistema SocialFare, che unisce l’anima religiosa da cui ha avuto origine con quella filantropica laica e finanziaria/industriale dei suoi attuali soci di maggioranza. Il capitale che i soci hanno messo a disposizione, tramite il veicolo di finanziamento SocialFare Seed, è utilizzato da SocialFare per supportare progetti di impresa ad impatto sociale (ma non necessariamente non profit) selezionati e dotarli del capitale iniziale necessario a crescere, verso lo scale-up.

Laura Orestano
Cosa ancora può fare la finanza ad impatto che non ha già fatto o non sta considerando?
Ad esempio, la finanza ad oggi è considerata in ogni settore qualcosa di tangibile: sono soldi.
Potremmo agganciare invece altri elementi intangibili, che concorrano alla capitalizzazione di iniziative per l’uguaglianza delle opportunità?
Una delle possibili applicazioni potrebbe essere fornire, di pari passo con l’equity tradizionale, dei dati che costituiscano in sè un’altra forma di equity. Penso alla Svezia, che sta sperimentando soluzioni che permettano di mettere a capitale le relazioni, considerandole valore tangibile e quantificabile. Oggi quando si parla di valori intangibili si pensa in primis a marchi e brevetti, ma ci sarebbe molto di più…

Silvio Cuneo
In realtà, già oggi, la finanza ad impatto non è più solo finanza in senso stretto. In SocialFare, ad esempio, l’investimento finanziario si accompagna ad un percorso di accelerazione, offrendo supporto esperto e capacity building in termini di imprenditorialità e capacità di attrarre e gestire investimenti. Questa è una forma di valorizzazione dell’intangibile.

Spesso chi ha un’idea di business manca degli elementi essenziali di economia, e questo è normale, ma l’accelerazione e il supporto di professionisti dedicati serve proprio per mettere a terra la business idea trasformandola in un progetto applicabile sul mercato.

Laura Orestano
Come rendere monetario qualcosa di intangibile? Come dare valore economico a qualcosa che ad oggi non è valorizzato in questo senso, e che anzi può essere visto come spreco o inefficienza, mentre noi sappiamo essere valore utile? 

In Lussemburgo e in Svizzera alcuni costi come il marketing e l’advertising sono ad esempio considerabili come investimenti. In sè non è un approccio particolarmente innovativo, ma nel nostro paese anche queste semplici azioni trovano difficile e diversa interpretazione in termini di bilancio economico-patrimoniale …

Silvio Cuneo
Ad esempio, sarebbe importante uscire dallo schema del bilancio economico e patrimoniale e iniziare a dare adeguato valore al bilancio di sostenibilità, qualcosa che oggi è considerato un adempimento obbligatorio, mentre dovrebbe essere considerato uno strumento imprescindibile. Il filone della misurazione di impatto ha già fatto molto, sarebbe importante cercare di renderlo più cogente. Ci sono realtà che hanno già un sistema di misurazione dell’impatto sociale molto articolato e preciso, che viene periodicamente aggiornato e rendicontato nei consigli di amministrazione. Non so d’altra parte quanto gli azionisti siano poi sensibili su questo punto, se arrivino a considerarlo, come dovrebbe essere, uno strumento di pari importanza rispetto alla dichiarazione finanziaria. 

Come accennavo prima, investitori impact come fondazioni o charity chiedono la sostenibilità, non la massimizzazione del profitto. Come fanno dunque a capire se il capitale investito è stato impiegato realmente per generare valore sociale? Sarebbe utile in questo senso parlare di un “dividendo sociale”, che permetta di valutare il ritorno sociale dei fondi impiegati. In qualche modo gli investitori sociali già lo fanno. In USA, poi,  hanno sistemi di misurazione delle performance anche molto strutturati in questo senso. Ma in molti casi non viene fatto molto dal punto di vista del soggetto che riceve l’investimento, anche se penso che ci si arriverà pian piano. 

Laura Orestano
Quali sfide vedi per questa nuova economia sociale e per la finanza che la accompagna? Su quali azioni concentrare gli sforzi degli enti filantropici, sempre più fondamentali per lo sviluppo dei territori?

Silvio Cuneo
La sfida principale è ovviamente aumentare il capitale messo a disposizione della collettività.

Ma c’è anche un problema manageriale non irrilevante: nel mondo non profit, come è noto, si fatica a trovare un equilibrio fra l’esigenza di attrarre talenti e la necessità di remunerare i talenti stessi in modo non troppo distante dal resto del mercato. Il mondo delle cooperative, ad esempio, fatica ad attrarre giovani professionisti e talentuosi a meno che non abbiano già una forte motivazione personale a lavorare per l’impatto sociale, e per lo stesso motivo perde nel tempo anche persone valide, che escono dal sistema in cerca di posizioni lavorative più solide e meglio remunerate. 

Il problema si pone soprattutto sui giovani, mentre oggi come oggi è più facile che il non profit attragga persone più anziane che, dopo una lunga carriera nel profit, intendono cambiare prospettiva. 

Laura Orestano
C’è bisogno però di energia giovane per l’economia sociale! Come rendere più attrattivo il mondo non profit per giovani talentuosi che vogliano impegnarsi in prima persona, a livello professionale?

Silvio Cuneo
In realtà io credo che bisognerebbe intervenire anche sul profit, in senso opposto, andando cioè a riequilibrare gli stipendi, ad esempio introducendo un limite al rapporto fra minimo e massimo stipendio in un’azienda.

Laura Orestano
La riforma del Terzo Settore affronta questo tema e pone un limite legale agli enti del RUNTS, mentre nel profit ad oggi, in Italia, non è prevista una proporzionalità limite…

Silvio Cuneo
I tema che si pone quindi è: si potrebbe trasferire anche questa buona prassi dal non profit al profit?

Questo squilibrio è in qualche modo una forma di concorrenza sleale, che rende meno attrattivo il non profit agli occhi dei giovani professionisti. In questi anni nel profit le retribuzioni ai livelli più alti sono aumentate molto, in generale, a differenza di quanto accaduto agli altri livelli, rimasti per lo più stabili. Io non sono convinto che queste remunerazioni da record corrispondano all’effettivo valore portato all’azienda.

Laura Orestano
Il for profit si sta avvicinando ad alcune sensibilità proprie del sociale più velocemente di quanto il non profit si stia avvicinando ad un modello di sostenibilità economica. Sarebbe importante un trasferimento più “equo” fra questi due mondi, non mi sembra corretto che sia solo il profit a prendere quando c’è di più interessante dal non profit… 

Silvio Cuneo
Non solo, io ho perplessità sul fatto che le imprese profit debbano fare direttamente, e a tutti gli effetti, impatto sociale. Credo che la missione “etica” delle imprese profit debba riguardare il loro meccanismo di funzionamento interno: pari opportunità, condizioni di lavoro, impatto ambientale, e così via. Questo perché anche per fare impatto sociale è necessario dotarsi di competenze specifiche ed è giusto che l’attività sia affidata ad istituzioni che abbiano le professionalità per farlo

Il profitto di impresa dovrebbe invece essere distribuito agli azionisti che ne decidono l’utilizzo secondo le proprie inclinazioni personali o finalità istituzionali. 

Nella misura in cui queste inclinazioni e finalità convoglino i profitti verso istituzioni che hanno come missione la generazione di impatto sociale, avremo contribuito alla costituzione di quei capitali collettivi, citati in precedenza, messi a disposizione della comunità e delle nuove generazioni per offrire l’opportunità di cambiare le cose e avviare economia nuova, sana, a beneficio di tutti.

 

Planet Foundamentals #2, la nuova call per startup a impatto sociale

Sono aperte le candidature alla 14ma edizione del programma di accelerazione per startup a impatto sociale di SocialFare | Centro per l’Innovazione Sociale. 4 mesi di accelerazione intensiva, supporto da parte di un team di professionisti multidisciplinari, accesso a una prestigiosa rete di mentor e investitori e fino a 100k€ di investimento seed per ogni startup scelta: queste le opportunità offerte ai migliori team che supereranno la selezione in estate. 

PLANET FOUNDAMENTALS #2. Social Impact startups facing new global risks è il titolo di questa nuova edizione. Si cercano team in grado di sviluppare prodotti, servizi e modelli innovativi in grado di rispondere in modo efficace alle nuove sfide fondamentali da cui dipende il futuro della nostra società e del pianeta: coesione sociale, azione per contrastare il cambiamento climatico, equità digitale. Questi i temi chiave su cui agire, identificati come i più urgenti dal World Economic Forum nella 17ma edizione del Global Risks Report.

Con noi crescono le migliori startup a impatto sociale – racconta Martina Muggiri, Startup Program Coordinator di SocialFare – vale a dire team ambiziosi, con la volontà e il potenziale per crescere rapidamente e in modo consistente tanto dal punto di vista economico quanto dal punto di vista dell’impatto sociale che generano”.

Lavoriamo con pochi team selezionati e puntiamo sulla qualità – prosegue Martina – e questo ci permette di seguire le startup in accelerazione davvero da vicino, concentrandoci sui dettagli e offrendo numerose opportunità di consulenza specializzata 1to1. Il nostro programma è altamente personalizzato e questo fa la differenza.

Lavoriamo tanto sulla strategia e sul team: il cambiamento da prima a dopo l’accelerazione è radicale e determinante

Sono 1.720 le candidature ricevute e 86 le startup selezionate e accelerate da SocialFare dal 2016 ad oggi. Per molte il programma di accelerazione FOUNDAMENTA (oggi PLANET FOUNDAMENTALS) è stato un vero trampolino di lancio per una crescita importante, in alcuni casi davvero sorprendente. Si pensi a Unobravo, servizio di psicologia online: nata nel 2019 su idea di una psicologa 27enne, muove i primi passi imprenditoriali con SocialFare nel 2020, in pieno lockdown. Oggi ha 100 dipendenti, collabora con 3mila psicoterapeuti e ha superato i 30mila pazienti

“C’è poi da sottolineare la collaborazione stretta fra il nostro team e SocialFare Seed, il veicolo di investimento che porta capitale finanziario alle nostre startup in accelerazione e che ci affianca già nelle fasi di selezione prima dell’avvio di ogni programma. Il nostro lavoro sulla investment readiness, ovvero la preparazione delle startup perché siano pronte a presentarsi agli investitori e a ricevere investimenti, è senza dubbio un grande servizio che offriamo alle “nostre” startup anche ben oltre il periodo dell’accelerazione, e che ci viene riconosciuto” (leggi l’intervista completa a Martina Muggiri, Startup Program Coordinator di SocialFare).

 

SocialFare Seed ha investito ad oggi 1,5 milioni di euro nelle startup di SocialFare, che nel loro complesso hanno già raccolto 19 milioni di euro

“Con SocialFare Seed facciamo esclusivamente impact investing “puro”. La differenza sta soprattutto nella consapevolezza dell’investitore riguardo al fatto che, come diciamo in SocialFare, il valore sociale genera valore economico, e non solo o non necessariamente viceversaracconta Filippo Psacharopulo, Investment Manager di SocialFare, che aggiunge “ci distingue il fatto che investiamo nelle prime fasi di sviluppo di impresa, la fase più rischiosa ma anche quella in cui si può fare più innovazione. Siamo ancora in pochi in Italia a farlo, selezioniamo impact startup molto innovative e ad alto tasso di crescita”.

Una scelta vincente per tutti:

Siamo stati determinanti nel contribuire a creare startup di successo a livello imprenditoriale, economico e di impatto sociale. Penso a Unobravo, Aulab, JoJolly, Freedome, BonusX, Epicura e molte altre, tutte peraltro cresciute in modo significativo nel corso dell’emergenza covid-19 proprio perché hanno saputo rispondere tempestivamente ai bisogni emergenti della nostra società nel 2020-21. Le imprese su cui SocialFare Seed ha investito in questi 5 anni stanno portando risultati evidenti, e questo non può che generare meccanismi virtuosi: i successi delle nostre startup ispirano nuovi potenziali talenti, gli aspiranti imprenditori impact sanno che con noi è possibile crescere davvero e gli investitori ci riconoscono la capacità di selezionare le startup giuste su cui puntare”. (leggi l’intervista completa a Filippo Psacharopulo, Investment Manager di SocialFare).

 

La call PLANET FOUNDAMENTALS #2 è aperta fino al 24 luglio 2022: scopri qui come candidare la tua startup!

 

La scuola di politica per le leader di domani: il progetto Prime Minister

Cresce con Prime Minister la comunità di adolescenti che si preparano a diventare leader

La scuola di politica per giovani donne Prime Minister dà il via a quattro nuove edizioni a Asti, Ivrea, Savona e Torino, le prime città del Nord Italia con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo. Fra i partner SocialFare, che accompagnerà gli stakeholder nel riconoscere e valutare i propri risultati in termini di impatto positivo generato.

Martedì 1 marzo si è tenuta la conferenza stampa di presentazione del progetto che ha l’obiettivo di creare una comunità più coesa sia a livello locale, sia generazionale e di genere.

La politica che vogliamo: giovane e donna

La Scuola scommette sulle giovani leader, le “Prime Minister” di domani, per generare un impatto di medio e lungo periodo sull’intero Paese.  Le studentesse della Scuola vivranno un’esperienza di empowerment, che passa dal rafforzamento delle loro conoscenze e competenze trasversali, e crea una comunità pronta a sostenerle: a loro sarà offerto un percorso di formazione extrascolastico sui temi degli SDGs e sul ruolo dell’attivismo civico e politico.

L’iniziativa dà seguito all’esperienza già maturata nelle prime sei scuole a Favara (AG), Napoli, Roma, Rieti e in Puglia e Basilicata per un totale di 9 edizioni con 500 studentesse.

Come spiega Denise Di Dio, presidente di Prime Minister:

Con la Scuola facciamo due cose: accompagniamo ragazze tra i 14 e i 19 anni in un percorso di formazione, ispirazione e scoperta della Politica e delle proprie capacità di leadership, e costruiamo comunità nelle quali queste ragazze diventano protagoniste, attiviste civiche che con le loro idee e proposte contribuiscono – da oggi – a migliorare ciò che gli sta intorno. Questa esigenza di partecipazione giovanile e femminile è sentita ovunque in Italia; ecco perché, dopo le edizioni nel sud e nel centro Italia oggi lanciamo le Scuole di Asti, Ivrea, Savona e Torino, mentre continuiamo a lavorare per arrivare in altre regioni.

Le nuove sedi 

Le neo scuole – in partenza dal 9 aprile – sono accolte e coordinate da realtà culturali attente al protagonismo dei giovani, alla parità di genere e di opportunità: a Torino con il Polo del ‘900, per Asti Fondazione Goria, a Ivrea negli spazi dell’Adriano Olivetti Leadership Institute e in provincia di Savona con la Fondazione Color Your Life di Loano e il supporto di SocialFare e Social Community Theater.

Così è intervenuta Laura Orestano, CEO di SocialFare:

Prime Minister è un’azione concreta in risposta ad una sfida concreta: sviluppare leadership femminile. Partire dalle giovani studentesse significa partire dal percorso chiave di apprendimento di soft skills che vanno conosciute, riconosciute, praticate e consolidate e la scuola con Prime Minister diventa parte della risposta all’urgenza italiana di sviluppare una leadership inclusiva, diversa, nuova, ambiziosa, fatta di donne. SocialFare è grata per il ruolo che svolgerà all’interno del progetto: accompagnare gli stakeholder nel riconoscere e valutare i propri risultati in termini di impatto positivo generato.

Le iscrizioni alle nuove edizioni Prime Minister sono aperte dal 1 al 26 marzo 2022. Bando e form d’iscrizione sono disponibili sul sito www.primeminister.it. Per ulteriori informazioni info@primeminister.it.

PRIME MINISTER è un progetto realizzato con il supporto di Fondazione Compagnia San Paolo. In partnership con:

  • POLO DEL ‘900 – Torino
  • FONDAZIONE GORIA – Asti
  • ADRIANO OLIVETTI LEADERSHIP INSTITUTE – Ivrea
  • FONDAZIONE COLOR YOUR LIFE – Savona
  • SOCIAL COMMUNITY THEATRE CENTRE
  • SOCIALFARE

 

GrandUP: 10 progetti innovativi per il territorio di Cuneo

Una giuria ha premiato i 10 team più promettenti a conclusione del percorso GrandUP! Imprese

Cuneo, 9 febbraio 2021 – Si è conclusa una nuova fase di GrandUp! Generiamo impatto sociale, il programma di accelerazione territoriale dedicato alla provincia di Cuneo promosso dalla Fondazione CRC in collaborazione con la Camera di Commercio di Cuneo e con la partnership tecnica di SocialFare | Centro per l’Innovazione Sociale.Avviato nella primavera 2020 con una call aperta al territorio, il percorso GrandUP! Imprese ha visto il coinvolgimento di 23 team selezionati, di cui 18 hanno portato a termine il percorso suddivisi in 3 “classi”, per un totale di 265 ore di formazione teorico/pratica guidata dagli esperti di Innovazione Sociale di SocialFare.

La giuria che ha valutato i progetti – composta da Davide Merlino (Consigliere di Amministrazione di Fondazione CRC), Andrea Silvestri (Direttore Generale di Fondazione CRC), Enea Cesana (Responsabile Settore Attività Istituzionale di Fondazione CRC), Fabrizio Clerico (Componente del CISeM – Comitato per l’Imprenditorialità Sociale e il Microcredito e Consigliere della Camera di Commercio di Cuneo), Laura Orestano (CEO di SocialFare), Marco Cornetto (Social Business Developer di SocialFare) e Giuliana Gheza (Social/Service Designer di SocialFare) – ha selezionato i 10 team che accederanno al Granda Opportunity Day, l’evento in programma a fine primavera 2021 in cui le progettualità sviluppate durante il percorso verranno presentate a una giuria di potenziali investitori del mondo della Finanza a Impatto, già coinvolti lo scorso ottobre nel corso dell’evento “GrandUP! La finanza a impatto incontra il territorio”.

La giornata potrebbe anche essere occasione per accedere a FOUNDAMENTA, il programma di accelerazione per startup a impatto sociale di SocialFare, come già accaduto in occasione della scorsa edizione di GrandUP! con i progetti Humus ed Ecostalla.

Queste le progettualità selezionate che accederanno all’evento:

  • 8 PARI
  • La Casa di Peter Pan
  • Paraloup
  • Seila waste innovation
  • Nuovi Mondi
  • Nuove Frontiere Educative
  • Andirivieni cohousing agricolo
  • Gateway la porta dell’inclusione
  • Cultourism cultura – eventi – turismo
  • Il bosco come scuola, il bosco come risorsa

5 progetti sono stati inoltre premiati con un cash wallet di 4.000 euro ciascuno, da investire secondo obiettivi e modalità da concordare con la Fondazione CRC:

  • 8 PARI
  • Seila waste innovation
  • Andirivieni cohousing agricolo
  • Nuovi Mondi
  • Nuove Frontiere Educative

Il percorso di crescita dei 10 team selezionati prosegue dunque nei prossimi mesi con un’attività di affiancamento in preparazione al Granda Opportunity Day di fine primavera.

A questo link le schede di presentazione di tutti i progetti che hanno seguito il percorso GrandUP! Imprese nelle due edizioni (2018-2020).

10° Social Impact Investor Day: le nuove startup di SocialFare si presentano agli investitori!

Torino, 21.01.2021 – Si è conclusa la 10° edizione di FOUNDAMENTA, il nostro programma di accelerazione per startup a impatto sociale!
I team di JoJollyFreedome, e Aqura/Mosaic si sono presentati al nostro network di investitori in un evento totalmente online.
L’evento è stato introdotto dal panel “IMPACT MAKING. Investire in imprese a impatto sociale: scenari nazionali ed internazionali” moderato da Laura Orestano, CEO di SocialFare, con ospiti:
  • Vincenzo Durante (Responsabile Area Occupazione Invitalia)
  • Giovanni Ravina (Chief innovation officer di Engie Eps)
  • Sertac Yeltekin (Fund Manager di ZingForce, Singapore)
Agli speaker il nostro caloroso ringraziamento per il prezioso contributo apportato all’iniziativa.
A seguire la gallery con alcuni scatti del backstage nelle diverse stanze della nostra sede Rinascimenti Sociali, in cui sono state allestite (in totale sicurezza) le postazioni per la regia e per i team presenti.
Foto by Giusti Eventi
— Clicca su un’immagine per vedere lo slideshow —

#ImpactStories / Interviste

Come cambierà nel prossimo futuro il contesto socio-economico in cui viviamo e operiamo?
Quale può e deve essere il nuovo ruolo dell’Innovazione Sociale durante e post emergenza Covid-19?

Ecco cosa ci hanno detto alcuni componenti del nostro Consiglio di Amministrazione:

Intervista a Don Danilo Magni, Presidente Onorario di SocialFare:

 

Intervista a Giulia Scagliarini, Consigliera di Amministrazione di SocialFare:

_ Come cambierà nel prossimo futuro il contesto socioeconomico in cui viviamo e operiamo?

L’attuale pandemia del coronavirus (Covid-19) sta avendo fortissimi impatti sanitari, economici e psicologici che rischiano di causare maggiori danni a coloro che già si trovano tra le categorie più deboli. Questa emergenza ha messo in luce alcune fragilità del nostro sistema, ma può e deve essere anche un’opportunità di innovazione, non soltanto tecnologica ma soprattutto sociale e di processo, auspicando che l’innovazione sia promossa e raccolta anche dalle Istituzioni perché diventi trasformativa delle politiche e dei modelli di servizio.

_ Che ruolo possono avere gli Innovatori Sociali, le istituzioni, gli investitori?

La crisi che nel brevissimo va affrontata è quella sanitaria, ma per rispondere adeguatamente anche a quella economica e sociale è necessario catturare i bisogni emergenti nel breve con uno sguardo al medio/lungo periodo, facendo co-progettazione e ripensando i modelli organizzativi in modo resiliente, puntando sullo sviluppo delle competenze e su azioni di accompagnamento al cambiamento. Ad esempio la Compagnia di San Paolo ha agito in questa direzione mettendo in campo interventi di carattere emergenziale finalizzati a mitigare le situazioni più complesse dal punto di vista sociale, educativo, culturale, accanto ad interventi di medio termine e azioni di sistema che guardano al post crisi.

Questa crisi poi, come scrive il CEO del GIIN, indica chiaramente anche l’urgente necessità del lavoro della comunità di investitori a impatto globale. Nel medio periodo saranno necessari investimenti in tecnologie, nuove soluzioni e cambiamenti sistemici che mirino a costruire un mondo più resiliente e capace di affrontare le grandi sfide globali che anche l’Agenda 2030 ci pone.

ILO Entrepreneurship Weeks (IEW) | Turin, 15-24 october 2018

About the IEW

The ILO Entrepreneurship Weeks (IEW) are a modular training programme developed by the International Labour Organisation (ILO) and its partners to promote entrepreneurial growth and to strengthen the development of enterprise ecosystems worldwide.

The IEW offer participants a flexible and tailor-made learning experience across the spectrum of entrepreneurship-related tools and topics.  Combined with innovative side events, study visits and networking gatherings, the IEW connect participants with entrepreneurs, business associations and policy makers to exchange knowledge, generate new ideas and explore opportunities.

What will you learn during the IEW

Micro, small and medium-sized enterprises (MSMEs) are the engines of our economies. Research shows that the majority of jobs in the world are created by MSMEs and that small firms drive regional economic performance by creating knowledge spillovers, trading new goods and services and stimulating innovation. Promoting entrepreneurship and supporting incumbent firms has therefore become a prominent feature of national development planning.

The IEW will introduce participants to entrepreneurship-related tools and topics that account for the diversity of the entrepreneurship phenomena across contexts. By choosing one out of three options, participants can individualise their learning paths and select the training content most relevant to them. 

You can choose to attend 2 or 3 modules, and the topic that interests you the most in each module.

More about the trainig programme

How will you learn at the IEW

The IEW combine expert input with applied learning methodologies. Participants will be exposed to group-based learning methods, including expert presentations, case studies and study visits, to ensure a high-quality learning experience.

Special emphasis is put on informal learning and knowledge exchange during side events and network gatherings.

 

Info

Location: International Training Centre of the ILO in Turin, Italy

Deadline for applications: 07 September 2018

Contact: enterprise@itcilo.org

Service Designer | Entra a far parte del nostro team!

SocialFare, Centro per l’Innovazione Sociale, ha lanciato un veicolo di investimento seed (SocialFare Seed) ed è giunto alla quinta edizione del suo programma di accelerazione per startup ad impatto sociale (FOUNDAMENTA#5).

Il crescere delle attività richiede un ampliamento del team di accelerazione.

Competenze richieste:

Pertanto SocialFare è alla ricerca di una nuova risorsa che:

  • lavori a stretto contatto con il team di gestione per supportare tutti gli aspetti del programma di accelerazione (call, selezione, accelerazione, organizzazione investor day, etc.);
  • sia di supporto nello sviluppo prodotto/servizio delle startup accelerate.

Lavorando con il team SocialFare, il candidato avrà l’opportunità di:

  • Lavorare in un settore in rapida espansione;
  • Lavorare in un ambiente lavoro estremamente professionale, giovane e dinamico;
  • Entrare in contatto con un ampio network di startup, mentor e imprenditori, aziende, fondazioni, business angel, fondi di investimento, enti di ricerca leader nel settore dell’innovazione sociale in Italia e in Europa;
  • Analizzare e approfondire oltre 300 diverse progettualità all’anno;
  • Apprendere, praticare ed evolvere le proprie expertise;
  • Collaborare su prodotti e servizi che generino reale impatto sociale

Il candidato sarà esposto ad un ambiente di lavoro estremamente professionale, giovane e dinamico.

Il candidato/a ideale dovrà possedere i seguenti requisiti:

    • Laurea magistrale in una delle seguenti discipline: Service Design, Systemic Design;
    • Esperienza nel campo del service e product development;
    • Forte passione per il mondo delle startup;
    • Esperienza nel campo dell’innovazione sociale;
    • Buone conoscenze del pacchetto office e programmi di grafica;
    • Buone doti comunicative, analitiche e capacità di problem solving;
    • Forti capacità organizzative e di gestione del tempo, con attenzione ai dettagli;
    • Capacità di lavorare sia in autonomia sia in gruppo;
    • Ottima conoscenza della lingua inglese.

Durata del contratto:

Contratto a tempo indeterminato preceduto da periodo di prova o stage.

Retribuzione:

Commisurata all’esperienza.

Application deadline    21 Gennaio 2018

Starting date                     Febbraio 2018

Come applicare:

laura.orestano@socialfare.org con oggetto “Candidatura Service Designer– Nome_Cognome” allegando:

  • Curriculum vitae;
  • Lettera motivazionale.