Scopri le startup selezionate!

SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale è co-organiser per il Piemonte di Start-Up Europe Awards (SEUA), un’iniziativa promossa dalla Commissione Europea – DG Connect e DG Growth – e dal Parlamento Europeo, implementata da Finnova e dal Country Manager per l’Italia X23 Srl che è responsabile per il network e per il regolamento italiano.

Lunedì 28 Novembre 2016 si svolgerà presso Rinascimenti Sociali (in via Maria Vittoria 38 a Torino), la finale regionale #SEUA- Piemonte per l’ambito Innovazione Sociale: l’evento coinvolge l’intero ecosistema degli attori impegnati a sviluppare, accompagnare e supportare progetti e startup a impatto sociale sul territorio piemontese. Obiettivo dell’evento è individuare le migliori startup da accreditare per la finale nazionale, organizzata dal Country Manager SEUA-Italia X23 Srl, in programma il 6 dicembre 2016 a Milano.

 

Le 15 startup che si sfideranno il 28 novembre sono:

aGrisù è una startup innovativa, e uno spin-off universitario, impegnata a creare strumenti per monitorare gli inquinanti ambientali.

Cityteller è una piattaforma social dedicata alla condivisione e geo-localizzazione dei luoghi protagonisti dei libri.

Foodie4market + “fa bene.” è il progetto che vuole distribuire il cibo alle famiglie in difficoltà, attraverso un e-commerce dei mercati urbani.

GetWYS è la startup che ha sviluppato differenti strumenti innovativi a supporto del mondo charity, in particolar modo il Charitygram.

Last Minute Sotto Casa è la più grande community di negozianti e consumatori uniti nella battaglia allo spreco alimentare.

Maramao  è la startup impegnata nella costruzione di una impresa agricola sociale che coltivi in modo biologico i terreni, coinvolgendo alcuni dei richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale ospiti dei progetti SPRAR.

Net2Share  è il nuovo modello di attivazione di reti di prossimità, che permette di far circolare l’economia nelle comunità, aiutare le persone in difficoltà e premiare chi partecipa.

Progetto AgriLab è il progetto di inserimento in agricoltura sociale sviluppato dalla bio-farm I Tesori della Terra Società Cooperativa Agricola Sociale Onlus.

Sport Grand Tour è il primo progetto multi-sport in Italia per permettere a tutti i bambini/ragazzi di scoprire la propria passione sportiva.

Synapta è lo spin-off del Centro Nexa per Internet & Società del Politecnico di Torino, che si occupa di rendere più sostenibile e trasparente il sistema informativo di aziende e pubbliche amministrazioni, grazie al approccio Data Linked.

Yeerida è la piattaforma che consente di leggere in streaming gratuitamente.

Water View è la soluzione che permette in tempo reale la distribuzione spaziale e temporale della pioggia, offrendo numerose applicazioni utili ad agricoltura,  viabilità e sport.

We Mate è l’app che ti consente di condividere il tuo appartamento, i tuoi interessi e risparmiare.

Una mappa per le iniziative sociali è il progetto per la creazione di una piattaforma di crowdmapping.

Via Baltea 3 sono spazi multifunzionali per produrre e auto produrre, portando avanti diverse attività di integrazione ed empowering quartiere attraverso un bar sociale, un panificio, una falegnameria, uno spazio coworking, una scuola di jazz e una di teatro, una radio web.

A valutare le startup un panel di esperti:

Lorenzo Allevi, Oltre Venture
Stefano Ballerini, SELLALAB
Alessio Del Sarto, Fondazione SociAL
Corrado Ferretti, Per Micro
Lorenzo NiolaStartup Grind – Milan Chapter
Laura Orestano, SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale
Giancarlo Rocchietti, Club degli Investitori

Michele Visciola, Experientia

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Intervista ad Alessandro Lanteri 3/3 | Casi innovativi nella finanza a impatto

Ultima parte dell’intervista di Guglielmo Gori, Social Business Engineer di SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale e parte del team di accelerazione, ad Alessandro Lanteri (professore di Imprenditorialità presso la Hult International Business School).

Guglielmo Gori: Abbiamo già parlato dei social impact bond (conosciuto anche come Pay for Success Bond): uno strumento finanziario finalizzato alla raccolta, da parte del settore pubblico, di finanziamenti privati. Il meccanismo si basa sulla remunerazione del capitale investito tramite il margine generato dal risparmio per la Pubblica Amministrazione dato dal raggiungimento del risultato sociale previsto. Lo strumento è molto interessante, per quanto non manchino le perplessità rispetto al rapporto che crea tra Pubblica Amministrazione e finanziatori privati.

Alessandro Lanteri: I social impact bond in realtà non sono dei bond, non so se siano social, spero che almeno siano impact. Quello che tu dici è sicuramente  vero: una delle motivazioni per cui esistono è che i governi e il sistema del welfare stanno cambiando, e questa è una risposta che può aiutare un cambiamento senza traumi eccessivi, per continuare a innovare senza che lo stato e il pubblico si espongano a rischi finanziari esagerati. Il settore pubblico, a mio avviso, è per sua natura un po’ conservatore, e deve esserlo, ma grazie ai social impact bond può tentare di essere innovatore limitando il rischio legato all’innovazione.

Il terzo settore è già fortemente orientato alla privatizzazione dei servizi di welfare. Tuttavia gli operatori di questo settore, che in moltissimi casi sono fantastiche persone estremamente motivate, non sempre sono in grado di fare il loro lavoro, a volte sprecano soldi, o semplicemente accade che le cose vadano male. Pagare a risultato secondo me costituisce un fortissimo meccanismo di meritocrazia, forse eccessivo. Dipende anche da come negozi il bond, perché c’è un’infinità di varianti, e in ogni caso sei tu a disciplinarti.

Si tratta di un cambio di visione: non vengono rimborsati perché ho speso un tot di denaro, ma perché ho raggiunto dei risultati che possono essere misurati e valutati. In questa ottica, nell’ambito della  formazione, un’università viene supportata non tanto perché ha speso €100.000 di stipendi per i docenti, ma perché ha erogato 1.000 ore di formazione a studenti che vengono poi testati rispetto alle conoscenze acquisite e che dimostrano di aver ottenuto valutazioni positive.

G.G: I SIB non sono gli unici strumenti a cui la pubblica amministrazione ha iniziato a fare ricorso: tra le iniziative più interessanti e innovative promosse in questo ambito c’è il  crowd-funding civico. Anche Stati che hanno un welfare molto forte (vedi la Svizzera o l’Austria) stanno attivando sistemi di questo tipo con l’obiettivo principale di spostare il senso di ownership dalla pubblica amministrazione al cittadino stesso.

A.L.: Sono fortemente d’accordo e penso che il settore pubblico possa essere un importante attore economico rivestendo diversi ruoli: può essere un investee ma può anche ricevere un investimento, può essere intermediario finanziario, o il regolatore dei servizi che eroga gli investimenti.

G.G: Se concordi andrei un pochino avanti. Sarebbe interessante capire quali sono le barriere che l’impact investing deve superare perché possa crescere.

Per risponderti ritorno a quello che stavamo dicendo proprio precedentemente: il primo problema sono senz’altro le scarse capacità del terzo settore di creare una struttura in grado di ricevere un investimento a impatto, e questo comporta che la pipeline (come dicono i venture capitalist: il flow dei possibili investimenti) è davvero ridotta. Soprattutto rispetto all’approccio finance first, perché nell’ambito finance investono prevalentemente in forme simil-equity.

Il meccanismo alla base di questi investimenti è: adesso tu vali 100, io ti do altri 100. Grazie ai miei soldi tu fai faville e alla fine vali un milione. Quando io vendo le mie quote,  mi porto a casa 500 a fronte di un investimento iniziale di 100. Questo meccanismo rispetto agli investimenti a impatto pone due problemi: uno relativo all’ingresso, e cioè che per gli investitori ad oggi esistono pochissime di queste opportunità; e l’altro rispetto alla exit, perché una volta che hai fatto crescere un’impresa sociale (anche in maniera significativa) non c’è nessuno interessato all’acquisto.

  “Naturalmente tra l’entrata e l’uscita c’è un problema sostanziale: l’essere investment ready, che potremmo riassumere con la capacità di crescere senza perdere la propria missione. Il ruolo degli incubatori nel creare realtà pronte a ricevere diventa fondamentale.

A fronte di questo scenario non so dirti quello che potrebbe accadere in futuro: ad esempio fondazioni che si creano i  loro fondi di investimento e comprano delle imprese sociali quando sono già pronte, e portano avanti il loro investimento ottenendo una rendita sul cash flow, puntando sulla generazione di introiti continui piuttosto che sulla crescita. Una tipologia di investimento di questo tipo potrebbe essere adeguata a investitori pazienti, come quelli dei fondi pensione: il cui obiettivo non è correre dei rischi, ma garantire dei flussi di cassa con cui pagare le pensioni dei propri beneficiari. Ma non so dirti quando una cosa del genere potrebbe accadere!

G.G: A fronte di tutto quello che ci siamo detti quali differenze e analogie identifichi tra l’impact investing e la finanza tradizionale?

A.L: Questa tua domanda  mi riporta alla logica dell’asset class di cui parlavamo prima. Abbiamo detto che nell’impact investing possiamo evidenziare due differenti filosofie: l’impact first che vuole generare impatto a tutti i costi, la finance first che invece cerca l’impatto ma con alcuni vincoli legati alla sostenibilità economica del progetto e ai ritorni finanziari. Questa è la più grossa differenza. A valle di questo puoi osservare dove investe il fondo, i soldi che ha a disposizione , e gli strumenti finanziari utilizzati: il finance first investe prevalentemente in equity, l’impact prevalentemente in debito. Anche se non è obbligatoriamente così.

Nella finanza tradizionale le dimensioni del mercato sono talmente più estese che il livello di specializzazione raggiunto oggi è straordinario. Pochi giorni fa mi sono trovato a parlare con il CEO di un fondo di private equity di medie dimensioni, lui stesso si occupa personalmente degli investimenti che avvengono esclusivamente in uno specifico settore. Un professionista, molto ben pagato, che gestisce un sacco di soldi  destinati ad una nicchia di mercato estremamente specifica. Questo ti porta a sviluppare delle competenze, una profondità di conoscenza verticale, e di reputazione personale e professionale elevatissime. Sviluppi un network estremamente coeso, con professionisti altamente qualificati.

Nell’impact investing invece oggi hai un po’ di tutto, e nello stesso ambito convivono persone interessate prettamente alla sfera valoriale, e persone che arrivano dalla finanza pura. Questo accade un po’ perché è un settore nuovo, un po’ perché c’è un interesse ancora confuso. Il meccanismo che raccontavamo prima: per cui un fondo pensione trova interessante un’operazione ma non sa bene come intervenire e nel dubbio investe 20 milioni, poi arriva qualcun altro che investe nella causa promossa e decide di investire senza ben sapere cosa vuole.  È tutto un po’ amatoriale. Non lo dico in senso polemico, semplicemente è così perché non c’è stato il tempo di maturare competenze in questo ambito e di formare professionisti specializzati.

G.G.: Questo si riflette anche nella due-diligence che precede gli investimenti. L’esperienza di investitori, operatori finanziari attivi nel settore e investee testimonia come la due-diligence nel mondo dell’impatto sia più costosa e più lunga: cambiano gli schemi, e il peso del quadro burocratico e amministrativo dell’area geografica in cui opera l’investee.

A.L.: Senz’altro la differenza in questo è molto significativa. Per l’impact investing la diligence è lunga, delicata e complessa. Mentre nel mondo della finanza tradizionale, che ormai ha identificato degli standard, puoi mandare tutti i dati ad Accenture e in due giorni hai la tua valutazione pronta!

G.G: Prima di salutarti mi piacerebbe farti ancora un paio di domande. Date le esperienze di cui mi parlavi, potresti raccontare quali siano le somiglianze e le differenze che hai notato nell’approccio all’impact investing inglese e quello italiano?

A.L: prima sensazione è che gli UK siano semplicemente un po’ più avanti. L’Inghilterra è partita prima. L’altro aspetto, forse neanche del tutto vero ma che io ho avuto modo di sentire, è che in Inghilterra ci sia la ricerca di una seria professionalizzazione che in Italia non ho ancora visto. Ma devo ammettere che in Italia manco da un po’. Ad ogni modo, quello che fa la grossa differenza è il fatto che  gli inglesi siano partiti prima, e sono partiti prima perché hanno avuto un forte input del Governo che si è occupato del market building. Il Governo ha creato una banca d’investimento vendendo tutti i fondi dormienti (i fondi abbandonati sui conti correnti dormienti che in Italia vengono destinati a rimborsare i consumatori e le vittime di frodi fiscali). In Inghilterra hanno convogliato tutti i conti dormienti in un ente che serve a prestare soldi per la finanza a impatto, e hanno creato dei fondi investimento per organizzazioni benefiche.

Ma non si è trattato solo di costruire strutture finanziarie ad hoc, ma anche di realizzare una rivoluzione culturale. Quando sono passati dai grant alla modalità pay for results o altre tipologie di investimento, gli operatori del terzo settore erano stupiti: fino ad allora avevano ricevuto donazioni benefiche e ora si trovavano a dover restituire quello che gli veniva offerto. Inizialmente non hanno capito cosa succedeva, e molti di questi soldi sono andati persi o sono stati spesi male. Un po’ per volta l’hanno capito, e questo nel tempo ha consentito di avere dei player specializzati.

G.G.: Ci sono altre esperienze innovative che ti hanno colpito?

A.L.:  Un’esperienza che piace moltissimo sono i fondi di investimento locali. Una realtà ancora in divenire ma che ci consente anche di tornare al discorso che facevamo sul ruolo del settore pubblico. I fondi di investimento locali sono fondi di investimento ad impatto, che hanno la caratteristica di essere fortemente legati a una logica territoriale. Un esempio interessante è quello legato alla zona di Liverpool: una regione dal passato industriale, impoverita, oggi in forte difficoltà.

I social investing business (un esempio è Sib Group), questi grossi fondi a gestione pubblica, loro utilizzano i soldi che hanno per investire su delle iniziative in una zona geografica specifica, perché partono dalla constatazione che il ritorno dell’investimento in questo modo si somma e si moltiplica: se tu risolvi un problema sociale in un quartiere hai un miglioramento marginale, se tu risolvi 5 problemi sociali  in un quartiere l’impatto sociale complessivo è di 50 volte! I loro fondo, inoltre, convoglia al proprio interno i fondi strutturali europei e questo consente di porre in dialogo livelli di policy diversi: governo locale, nazionale, e Unione Europea.

G.G.: L’esperienza che riportavi evidenzia un aspetto che personalmente apprezzo molto dell’impact investing: la possibilità di costruire modelli ritagliati sulle esigenze della specifica situazione. Si muove su uno spettro estremamente ampio, come abbiamo potuto vedere, ma poi il singolo investimento si cala e prende la forma esatta a secondo dell’investee, del contesto geografico, e della mission. È molto più empatico. Anche perché ha la necessità di raggiungere dei risultati specifici.

A.L.: Se uno volesse applicare la logica della banca o un sistema standard di investimento su operazioni di questo tipo sarebbe decisamente controproducente. Ti riporto l’esperienza di un amico che ha un grosso fondo di Finanza impatto in Brasile, forse il più grosso. Sicuramente uno dei pochi rimasti. Loro fanno finanza a impatto finance first, quindi sono interessati a portare a casa i soldi con ritorni generosi. Capita spesso che chi riceve i loro finanziamenti sia senza soldi, e che oltre ai grandi investimenti chiedano  anche piccoli prestiti. Dal punto di vista del fondo si tratta di tantissime operazioni di dimensioni molto piccole che comportano molti costi,. La cosa particolare a cui assisti è  che questi piccoli prestiti tornano sempre, perché chi li riceve ne fa una questione di onore.

  “La grande peculiarità di questo fondo è che loro percepiscono indicativamente il 2% all’anno delle somme che gestiscono, un tasso che corrisponde alla management fee, poi quando esci da un investimento generando un determinato profitto, gli investitori prendono l’80% e il 20% va al manager che gestisce il fondo secondo questa clausola: a loro è garantito il 10%, l’altro 10% lo ottengono soltanto se possono dimostrare di aver avuto un impatto sociale positivo documentato. Questo cambia il modo con cui viene gestito il fondo che ha tutti gli interessi affinché  venga massimizzato l’impatto.

G.G.: Quando parlavi del fondo brasiliano mi hai fatto pensare all’esperienza che il microcredito sta portando avanti con successo. Alcuni tendono a considerarlo una delle prime forme di impact investing, tu cosa ne pensi?

A.L.: Io penso due cose: la prima è che dipende da che tipo di impatto vuoi avere, se l’impatto è l’empowerment anche prestare €50 ad una persona può cambiare la traiettoria della sua esistenza; l’altra cosa è che ci sono dei grossi player che si stanno muovendo in questo ambito e hanno interessi diversi. Ho conosciuto una realtà che è partita dal sud-est asiatico e in un anno sta già crescendo anche in Africa. Entrano in una nazione e aprono gli sportelli di una banca di microcredito nelle aree rurali, perché la crescita economica è anche una questione di uguaglianza come dimostrano anche i Sustainable Development Goals (SDG). Ci sono tanti livelli di impatto. Il libero investitore, l’impresa e la banca si muovono su scale molto diverse.

Detto questo uno dei grandi problemi dell’impact investing è che quando misuri il ritorno sull’investimento non sai cosa stai misurando. Cambiano le cose in corso, e quello che era un prestito si trasforma in donazione (write off) e non capisci più come misurare la performance: è peggio delle scatole cinesi. Manca ancora una standardizzazione degli strumenti. Se è vero quindi che scattare una foto di qualcosa in continua evoluzione è estremamente difficile, allo stesso modo diventa indispensabile riuscire a mostrare i risultati ottenuti per poter iniziare la costruzione dell’affascinante, e inafferrabile, mercato della finanza a impatto.

Conversazioni sul futuro

SocialFare® partecipa a Conversazioni sul futuro. Un’iniziativa nata nel 2013 in occasione del TedxLecce grazie all’associazioneDiffondere idee di valore”, in collaborazione con numerosi partner pubblici e privati. “Conversazioni sul futuro” torna quest’anno da giovedì 3 a domenica 6 novembre a Lecce con la direzione di Gabriella Morelli per proporre quattro giorni di workshop, incontri, dibattiti, confronti, lezioni, proiezioni, musica, presentazioni di libri e le Officine dei bambini e delle bambine.

Oltre 100 tra giornalisti, imprenditori, attivisti, blogger, ricercatori, musicisti, docenti universitari, scrittori, amministratori pubblici, scienziati saranno i protagonisti di una serie di incontri disseminati nel centro storico di Lecce su economia e impresa, politiche giovanili e open data, diritti e inclusione sociale, satira, attivismo digitale, comunicazione politica, scienza, arte, giornalismo e molto altro. Attesissimi ospiti internazionali il collettivo di giornalisti e attivisti siriani Raqqa is being slaughtered silently, la giornalista libanese/americana Sarah Maria Aoun, l’attivista del Bahrein Maryam Al Khawaja.

Oggi la presentazione ufficiale del programma completo in una conferenza stampa. Evento principale il TedxLecce che si terrà sabato 5 novembre al Teatro Politeama Greco di Lecce e coinvolgerà diciassette tra relatori e performer sul tema della Memoria.

SellaLab, l’acceleratore d’imprese del Gruppo Banca Sella  che ha da poco inaugurato una nuova sede in viale De Pietro a Lecce, sarà protagonista di una serie di appuntamenti dedicati all’innovazione e al mondo dell’impresa con, tra gli altri, Stefano Quintarelli (parlamentare e presidente del Comitato d’indirizzo dell’Agenda Digitale), Alessandro Delli Noci (assessore all’innovazione tecnologica, politiche comunitarie, politiche giovanili, politiche per il lavoro e formazione professionale del Comune di Lecce), Gianluca Dettori (venture capitalist), Antonio Perdichizzi (imprenditore, Vice Presidente ItaliaStartup), Laura Orestano (CEO di SocialFare, primo Centro per l’Innovazione Sociale italiano), Gordon D’Silva (imprenditore e filantropista), Domenico Laforgia (direttore del Dipartimento di Sviluppo Economico, Innovazione, istruzione, formazione e lavoro della Regione Puglia).

Laura Orestano interverrà domenica 6 novembre dalle 17 alle 18.30 presso la sede SellaLab nell’ambito della tavola rotonda “Nessuno mi può giudicare. La sfida della valutazione, dai sistemi educativi alla finanza innovativa, gli interrogativi e le pratiche per la misurazione di impatto.”

Tra le novità di questa edizione la possibilità di partecipare ad alcuni workshop: Vincenzo Di Maria e Claudia Busetto (venerdì 4 novembre) terranno WowProgettare esperienze memorabili (info e iscrizioni design@commongroundpeople.com); Co-Space: Progettare e Gestire gli Spazi Collaborativi (sabato 5 e domenica 6) sarà a cura di Dario Carrera e Vincenzo Di Maria (info e iscrizioni workshop@hubroma.net).

La rassegna sarà ecofriendly grazie alla richiesta della certificazione volontaria “Ecofesta Puglia”, premiata nel 2012 dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per la sua carica innovativa. La certificazione mitiga l’impatto sul territorio dell’evento attraverso attività di differenziazione dei rifiuti, riduzione delle emissioni di CO2 e informazione e sensibilizzazione ambientale. “Ecofesta Puglia”, inoltre, è certificata ISO 20121 – standard internazionale dei sistemi di gestione per la sostenibilità degli eventi.

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SocialFare® partecipa a REINVENTANDO E INNOVANDO LO SPAZIO URBANO

SocialFare® partecipa a Reinventando e innovando lo spazio urbano, un evento promosso da PMI Northern Italy Chapter. L’idea da cui prende le mosse l’iniziativa è valorizzare il concetto di ri-progettazione ed innovazione dello spazio urbano, presentando diverse testimonianze che danno voce a progetti di successo nazionali e internazionali relativi alla creazione di nuovi spazi o al ripensamento di strutture esistenti.

Si partirà dall’esperienza di SocialFare® nel ripensare gli spazi di Rinascimenti Sociali: opificio, convitto, e scuola dedicata all’autosufficienza delle giovani nell’Ottocento; oggi è un luogo di convergenza aperto alla cittadinanza e agli attori del territorio, luogo di innovazione e sviluppo per start-up a impatto sociale. L’occasione permetterà di raccontare la metodologia usata da SocialFare®, che combina l’approccio sistemico alla metodologia del design thinking, e l’esperienza del programma di accelerazione.  Si proseguirà quindi con le ultime novità dal Branch PVA in merito ai progetti di collaborazione internazionale. Seguirà la sfida vinta della riprogettazione di un polo culturale vitale per la città di Torino quale è il Museo Egizio. Infine, l’analisi del concetto di progettazione partecipata chiuderà la mattinata.

Programma

8:45  Registrazione dei Partecipanti

9:00  Saluti istituzionali | Direttivo Branch PVA

9:15 Idee, soluzioni e reti per il Bene Comune | Roberta Destefanis Project Manager e Monica Paolizzi Accelerator Program Coordinator SocialFare®

10:15 Ultime dal Branch PVA – Progetti di cooperazione internazionale | Sara Cerri, Direttore Branch PVA

10:45 Coffee Break

11:45 La sfida vinta del Nuovo Museo Egizio di Torino | Christian Greco, Direttore Museo Egizio

12:30 La progettazione partecipata | Giorgio Borgiattino Presidente Aregai

13:30 Chiusura dei lavori

Per le iscrizioni:

Compilare l’apposita scheda di iscrizione sul sito dell’associazione all’indirizzo www.pmi-nic.org  alla sezione Eventi. Per la partecipazione è richiesto un contributo di: •10 € per i soci PMI-NIC •13 € per tutti gli altri ospiti

INVENTANDO E INNOVANDO LO SPAZIO URBANO
Venerdì 28 Ottobre, 8:45 – 13:45
Hotel Concord in via Lagrange 47 (Torino).

Il PMI®-Northern Italy Chapter (PMI®-NIC) è il punto di riferimento per quanti sono interessati alle tematiche del Project Management e operano nell’Italia centro-settentrionale.Il PMI®-NIC fa parte del Project Management Institute (PMI®), la più importante associazione professionale per il project management, fondata nel 1969 negli Stati Uniti e che conta oggi circa 500.000 associati in 204 nazioni e territori.

PubCoder presenta BENVENUTI ABC

Quando è arrivata in Germania la prima ondata di migranti siriani nell’ottobre 2015, Anna Karina Birkenstock (illustratrice e volontaria nei campi profughi) ha deciso di utilizzare il linguaggio universale delle illustrazioni e la tecnologia di PubCoder per costruire uno strumento di dialogo con i tanti bambini rifugiati. Lei e suo marito, Caspar Armster, hanno individuato 150 parole di uso quotidiano, hanno chiesto a 25 illustratori di disegnarle, ed hanno creato un libro digitale con audio in doppia lingua inglese e tedescoDas Wilkommens ABC, che i volontari possono utilizzare con il proprio smartphone.

Un’iniziativa di enorme successo, che PubCoder ha deciso di replicare in Italia lanciando nel marzo scorso, in occasione della Bologna Children’s Book Fair, un appello a illustratori e creativi per creare un dizionario illustrato digitale interattivo in lingua italiana, inglese e araba per smartphone, tablet e pc. Benvenuti ABC oggi rappresenta probabilmente una delle più importanti opere collaborative mai realizzate: hanno aderito 120 illustratori realizzando 190 tavole, tra loro moltissime firme note al pubblico internazionale; e, insieme a loro, altri professionisti che si sono messi a disposizione per leggere e tradurre le parole e per creare i suoni.

Intuitivo, facile da usare e scaricabile gratuitamente da Apple Store e Google Play Store, attraverso l’applicazione gratuita Edook, il dizionario è pensato per la prima accoglienza, per stabilire un dialogo, per strappare un sorriso; verrà utilizzato dai volontari in Italia grazie alla collaborazione con Fondazione Migrantes, che ha aderito all’iniziativa sin dal primo momento.

Giovedì 27 ottobre 2016, alle ore 11.00, in via Cottolengo 22 a Torino, PubCoder e Fondazione Migrantes presentano l’applicazione Benvenuti ABC, un’iniziativa che ha unito innovazione, tecnologia, creatività e volontariato al servizio dell’altro. Ne parleranno Paolo Giovine, fondatore e presidente di PubCoder, e Sergio Durando, direttore dell’Ufficio Migrantes di Torino. Modererà l’incontro Luca Rolandi, giornalista del settimanale diocesano La voce e il tempo.

L’Italia accoglie ogni anno un numero crescente di migranti, e, tra loro, tantissimi bambini; costruiranno, insieme ai nostri figli, il futuro di questo paese. Siamo felici e riconoscenti per la straordinaria risposta del mondo creativo, ma non sorpresi: sono tantissime le persone che ogni giorno si dedicano all’accoglienza e all’integrazione, volontariamente. Grazie a Fondazione Migrantes, che ha sposato dall’inizio l’iniziativa con incredibile entusiasmo, Benvenuti ABC verrà diffuso nei centri di accoglienza italiani e ovunque possa servire, a partire dalle scuole dove ogni giorno si realizza, concretamente, l’integrazione” afferma Paolo Giovine, fondatore e Presidente di PubCoder. “A noi interessa la tecnologia quando è utile alle persone. Benvenuti ABC rappresenta una tappa, ci sono tantissime cose da fare, il momento è adesso.”

Migrantes ha il privilegio di toccare con mano la volontà delle persone di farsi coinvolgere nelle tante occasioni e modalità di accoglienza”, afferma Sergio Durando, direttore dell’Ufficio Migrantes di Torino. “Dalle famiglie, che aprono la loro porta per accogliere un rifugiato, alle comunità parrocchiali, che nel solo territorio della Diocesi di Torino in un anno sono state in grado di ospitare gratuitamente 255 persone con titolo di protezione internazionale, sino alla bella e utile iniziativa di Benvenuti ABC che ha visto in pochi mesi collaborare professionisti lontani dal mondo dell’accoglienza, come i 120 illustratori che hanno trovato del tempo da condividere e che hanno messo a disposizione della comunità il loro talento. Sempre più è indispensabile sensibilizzare la società sui temi legati all’accoglienza e all’aiuto dell’altro: dovremmo creare più occasioni concrete e precise, come questa di Benvenuti ABC, perché ciascuno, avvalendosi delle proprie capacità e possibilità, possa contribuire a rendere migliore il nostro Paese. C’è ancora molto da lavorare, poiché sono ancora tante le fatiche e paure che registriamo sui nostri territori, ma non mancano i segnali positivi da cui partire”.

PubCoder è una start up innovativa torinese. Sviluppa un software che consente la creazione di contenuti digitali interattivi distribuibili come ebook, app, HTML5 dentro i browser, su desktop e mobile. Più di 5.000 editori, creativi, insegnanti in tutto il mondo hanno utilizzato PubCoder per realizzare prodotti e contenuti digitali. Dal 2014 Apple iTunes raccomanda ufficialmente PubCoder, a livello mondiale, come strumento di creazione di libri interattivi. Nell’ottobre 2016 Pubcoder è stata premiata come Best Cross-Platform App agli Xojo Design Award. Per ulteriori informazioni su PubCoder, visita www.pubcoder.com

Fondazione Migrantes è l’organismo costituito dalla Conferenza Episcopale Italiana per assicurare l’assistenza religiosa ai migranti, italiani e stranieri, per promuovere nelle comunità cristiane atteggiamenti ed opere di fraterna accoglienza nei loro riguardi, per stimolare nella stessa comunità civile la comprensione e la valorizzazione della loro identità in un clima di pacifica convivenza rispettosa dei diritti della persona umana. http://www.migrantes.it/

Contatti: https://www.pubcoder.com/ita/BenvenutiABC

Ufficio stampa

Daniela Sabatini daniela.sabatini@pubcoder.com Tel. 011 569022 – cell 347 4237423

SocialFare® e ESCP insieme per l’Economia a Impatto Sociale

SocialFare® ed ESCP Europe, la più antica Business School tra le più prestigiose a livello mondiale, lanciano un progetto di collaborazione che vedrà coinvolti gli studenti della Scuola di Management internazionale a fianco delle start-up a impatto sociale accelerate dal programma intensivo di SocialFare® che si svolge nella grande location “Rinascimenti Sociali”, nel centro di Torino.

L’accordo prevede che 20 studenti della ESCP Europe svolgano per la prima volta nella storia della Business School un’importante attività formativa, il Collective Project, a stretto contatto con alcune tra le start-up selezionate da SocialFare® per il proprio programma di accelerazione partecipato da partner nazionali, mentor e advisor di assoluta eccellenza, e in collaborazione con il primo fondo italiano di social venture, Oltre Venture. Obiettivo del programma è generare start-up pronte a ricevere investimenti per generare valore sociale ed economico rispondendo alle più pressanti sfide sociali negli ambiti: salute e benessere, innovazione didattico-formativa, welfare, cultura, agricoltura e cibo.

Gli studenti che partecipano al progetto, fanno parte del percorso internazionale di laurea di primo livello per il Bachelor in Management (BIM) hanno un’età media di 18 anni e provengono da Paesi di tutto il mondo (Austria, Cile, Croazia, Germania, Serbia, Thailandia, Ucraina, Ungheria; solo il 30% è italiana). Attraverso un progetto collettivo gli studenti potranno condividere esperienze costruttive e di crescita personale acquisendo al tempo stesso abilità pratiche, manageriali e di leadership. Il progetto rappresenta un’opportunità non solo per i giovani studenti di entrare in contatto con realtà innovative, giovani e dinamiche in grado di proporre soluzioni innovative che rispondano alle più pressanti sfide sociali dei nostri tempi, ma costituisce al tempo stesso l’occasione per le start-up a impatto sociale di cogliere tutte le intuizioni che possono provenire dai giovani in grado di sperimentare nuove soluzioni di business e favorire la loro scalabilità a livello europeo.

Obiettivo comune, infatti, quello di unire formazione manageriale e start-up a impatto sociale per far emergere nelle nuove generazioni l’importanza di pensare e creare una nuova economia, ovvero di sviluppare soluzioni innovative per affrontare i bisogni sociali e collettivi, creando valore non solo per gli azionisti, ma anche per gli utenti e per l’intera collettività.

Start-up protagoniste di analisi e proposte da parte degli studenti per i collective project sono:
BadaPlus (l’app che rassicura e aiuta chi ti aiuta, un vero e proprio planner che mette a disposizione della famiglia e dei caregiver un’agenda condivisa con item preimpostati),
Bed&Care (la start-up che punta a dare vita ad un modello di turismo assistito e accessibile ottimizzando e rendendo più fruibile l’offerta turistica esistente attraverso dei servizi a tour operator),
Xnoova (fornisce alla scuola uno strumento semplice e flessibile in grado di risolvere il problema dell’utilizzo dei tablet in classe, migliorando la qualità dell’apprendimento),
Yeerida ( la piattaforma dedicata alla lettura che offre la fruizione gratuita e senza limiti di tutto il catalogo di testi di autori, professionisti ed editori tradizionali).

I collective project sono, infatti, perfettamente allineati con la mission del Bachelor in Management di ESCP Europe. Il programma internazionale offre una solida base di materie finanziarie e di management ma permette ai ragazzi anche di acquisire quella sensibilità culturale e sociale indispensabile per fare di loro dei cittadini del mondo, consapevoli e impegnati. Le start-up innovative a vocazione sociale sono una palestra perfetta per sviluppare tali sensibilità e rappresentano anche un perfetto anello di congiunzione tra il mondo del no-profit e l’orientamento formativo degli studenti coinvolti. Infatti l’economia sociale è sempre più rivolta al mercato, all’innovazione e alle risorse che ne possano garantire la sostenibilità. È proprio in questo segmento che gli studenti del BSc possono dare il loro contributo.

La Social Innovation sta emergendo tra i modelli esistenti, attestandosi come uno degli attori chiave del prossimo futuro. Uno scambio e una sinergia tra questa realtà in divenire e il mondo della formazione manageriale non solo è auspicabile ma è ormai anche imprescindibile – dichiara il Prof. Francesco Rattalino, Direttore Generale di ESCP Europe Torino campus. ESCP Europe forma i manager di domani ed è di primaria importanza che vengano educati ad affrontare il mondo del business in modo etico e consapevole”.

Laura Orestano, CEO di SocialFare®, ha inoltre aggiunto “la partnership tra SocialFare® e ESCP Europe è un nuovo passo avanti nell’ibridazione di modelli e competenze per accelerare impatto sociale in modo condiviso e basato sull’eccellenza. Questa collaborazione mette insieme educazione di eccellenza e applicazione pratica per la costruzione di startup a impatto sociale che attraggono sempre più attenzione e know-how da parte delle nuove generazioni.

Start-Up Europe Awards: scopri gli eventi regionali e segui le battaglie tra start-up!

SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale è co-organiser per il Piemonte di Start-Up Europe Awards (SEUA), un’iniziativa promossa dalla Commissione Europea – DG Connect e DG Growth – e dal Parlamento Europeo, implementata da Finnova e dal Country Manager per l’Italia X23 Srl che è responsabile per il network e per il regolamento italiano.

#SEUA fa parte delle numerose iniziative di StartUp Europe, e  nasce per affermare il valore dello startup ecosystem europeo, e riconoscere il valore dei tanti attori che, con passione e determinazione, lo hanno reso una realtà in forte crescita, offrendo e garantendo le migliori opportunità alle più innovative start-up d’Europa ai tanti giovani di talento che intendono sviluppare la loro idea di impresa.

Lo scopo è di determinare la nascita di un vero e proprio StartUp Continent, in grado di competere a livello globale e di diventare una leva determinante per la crescita del sistema imprenditoriale, sia a livello nazionale che europeo.

Come Funziona SEUA

Il meccanismo di SEUA è semplice: si articola in una pitch competition per selezionare le 9 migliori start-up di ogni Stato Membro partecipante. Le selezioni avvengono in contemporanea in ogni Stato Membro partecipante attraverso una serie di eventi locali, regionali e nazionali. Ogni Stato Membro cura l’organizzazione e la gestione degli eventi attraverso un Country Manager; ogni evento locale e regionale è organizzato unicamente dai co-organiser ufficiali di SEUA. L’evento di selezione delle 9 startup vincitrici a livello nazionale è organizzato e gestito unicamente dal Country Manager.

Ogni regione seleziona 10-15 candidature di progetti imprenditoriali innovativi proposti da startup innovative che avranno la possibilità di accedere agli eventi “locali o regionali” di #SEUA2016 dove potranno presentare la propria idea secondo la formula del “elevator pitch”. La finale “nazionale” si terrà a Milano il 6 dicembre 2016 e verrà organizzata dal Country Manager X23 srl, che avrà seguito tutti gli eventi locali e regionali. Il 28 Novembre è in programma l’evento per il Piemonte organizzato da SocialFare® presso gli spazi di Rinascimenti Sociali: scopri come partecipare, iscriviti e resta aggiornato su tutti i nuovi dettagli!

Soggetti ammessi alla competizione

Saranno ritenute ammissibili a partecipare alla competizione #SEUA2016 :
Le start-up e le start-up innovative già costituite (anche “neo-costituite”), oppure i raggruppamenti informali di persone che propongano un progetto d’impresa ed esprimano contestualmente l’intenzione, senza obbligo né vincolo, di costituire successivamente una “startup”, con sede operativa nei territori che partecipano all’iniziativa (per l’Italia, tutte le regioni italiane – vedi mappa aggiornata su http://startup-europe-awards-italy.eu/mappaeventi/).

La partecipazione a #SEUA2016 è gratuita, ed è compatibile con la partecipazione da parte delle stesse start-up a qualsiasi altra competizione, o evento di Business Speed Date, o altra iniziativa simile, sia in Italia che all’estero.

Requisiti di partecipazione

I progetti imprenditoriali presentati dai soggetti “Destinatari” devono possedere almeno uno dei seguenti requisiti:

  • Rientrare in una delle 9 categorie previste, ovvero:
    Green | Cities | Creative | Energy | Social | ICT | Tourism | Water | Health
  • Impiegare tecnologie e modelli di marcato carattere innovativo;
  • Produrre o proporre servizi, e/o impiegare processi, di marcato carattere innovativo;
  • Adottare soluzioni organizzative (o meccanismi di distribuzione, proliferazione, pipeline commerciale, penetrazione sui mercati) inedite e dirompenti (”disruptive” – Christensen, 1995).

Semi-finali off-line

Il Country Manager per l’Italia X23 srl avvierà una fase di selezione cosiddetta “semi-finale”, da non svolgersi durante un evento aperto al pubblico, attraverso un’apposita giuria “off-line”, appositamente nominata. Quest’ultima, selezionerà tra tutte le start-up che hanno passato la fase “regionale”. Entro il termine la fine di Novembre, e a proprio insindacabile giudizio, la giuria “off-line” comunicherà al Country Manager per l’Italia X23 srl il nome delle 4 (quattro) start-up per ogni regione che sono state considerate vincitrici della fase “semi-finale”, e che dunque verranno elette finaliste “nazionali” per l’Italia.

Una sfida diffusa

Da settembre 2016 ad oggi in tantissimi Paesi si sono già svolte le finali nazionali. La Alliance di Startup Europe, poi, insieme alla Commissione Europea e al Parlamento Europeo, ha scelto una formula finale “continentale” particolare. Ogni categorie di #SEUA corrispondono — non a caso — ai ”topics” del programma H2020, per i quali la Commissione e il Parlamento, ogni anno, indicono alcune specifiche “settimane dedicate” (ad es. all’energia, alla cultura, alla salute, ecc.) Sono momenti estremamente interessanti: dozzine di investitori, stakeholder, public authority, influencer, lobbyist e imprenditori si incontrano e si riuniscono, in un ambiente “dedicato” che interpreta il nodo centrale di un grafo di interessi e iniziative dal valore esplosivo.

Esporre la propria idea vincente proprio lì, nel contesto più naturale per ciascuna categoria, di fronte ad una platea ad-hoc, intrinsecamente interessata, significa — per ciascuna delle start-up finaliste — avere a disposizione una audience irripetibile.

Le start-up decretate vincitrici a livello nazionale si sfidano così settimana dopo settimana, categoria per categoria a Brussels, da gennaio a marzo 2017. Le “battles” si svolgeranno nel bel mezzo delle EU Weeks dedicate dalla Commissione e dal Parlamento Europei alle grandi categorie industriali del nostro continente. Un’occasione grandiosa per mettersi in mostra, ed una serie di premi di smisurato valore!

Finali regionali per l’Innovazione Sociale, lunedì 28 novembre presso Rinascimenti Sociali (via Maria Vittoria 38, Torino): leggi il programma, e assicurati la possibilità di seguire l’evento (la partecipazione è gratuita, l’iscrizione obbligatoria).

Ada Lovelace Day 2016

L’Ada Lovelace Day è un evento internazionale dedicato alle donne e ai loro risultati in ambito scientifico, tecnologico, ingegneristico e matematico. L’evento nasce in Inghilterra nel 2009 ad opera di Suw Charman-Anderson, giornalista e scrittrice inglese, con l’intento di ricordare la matematica Ada Lovelace e valorizzare l’importanza delle donne e dei loro successi nei settore scientifici, attraverso conferenze e varie iniziative che negli anni hanno raggiunto un respiro internazionale.

Oggi l’Ada Lovelace Day è celebrato in 25 paesi, 82 città con oltre 150 eventi. Dal 2012, primo in Italia, il Museo Piemontese dell’Informatica (MuPIn) celebra Ada Lovelace con l’iniziativa Ada Lovelace Day, che ha un seguito di pubblico sempre maggiore. È il quarto anno che il MuPIn organizza l’Ada Lovelace Day: un’iniziativa estremamente importante per incentivare le nuove generazioni a intraprendere un percorso di studio che offra le competenze necessarie per affrontare le sfide della terza e quarta rivoluzione industriale. In tale senso il pensiero e la vita di Ada Lovelace, donna e scienziata, offrono un valido esempio per promuovere percorsi formativi e scelte di lavoro delle donne, ma non solo, in ambito STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) a livello globale.

Anche quest’anno SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale contribuisce a questa importante manifestazione con un intervento dal titolo “Giovani e imprenditorialità = energia sociale e rinnovabile” nella sessione mattutina del 14 ottobre che si svolgerà presso l’aula magna del Campus Luigi Einaudi (Lungo Dora Siena 100/A, Torino).

Nella mattina [9:30 – 12:30] di venerdì 14 ottobre si svolgerà un incontro rivolto agli studenti delle scuole medie superiori sui temi: il piacere di studiare scienze tecnologia e matematica e il lavoro nell’era 4.0. Parteciperanno donne impegnate nel campo dell’ICT, e dell’innovazione sociale scientifica e tecnologica. Durante l’incontro utilizzeremo tecniche di gamification per coinvolgere gli studenti presenti, quali quiz interattivi: i vincitori saranno premiati alla fine della mattinata. Monica Paolizzi (Accelerator programme coordinator di SocialFare®) interviene alla tavola rotonda “Il lavoro nell’era 4.0. Nuovi modelli di imprenditorialità femminile” [11:30 – 12:30] per raccontare il futuro del lavoro orientato da Inclusione, Innovazione, Imprenditorialità.

In serata [a partire dalle 19:30], presso il Caffè Basaglia (via Saccarelli 18, Torino) sono previsti un’apericena con letture di testi di Ada Lovelace e uno spettacolo teatrale adattato e recitato da studenti del Liceo Artistico Cottini.

Sabato 15 ottobre si svolgerà il Coderdojo per i giovanissimi, affiancato da workshop per i genitori. Il Coderdojo (palestra del coding) permette di introdurre il pensiero computazionale e i concetti base della program-mazione in maniera creativa e collaborativa.

Per consultare il programma completo, prenotarsi o ricevere ulteriori informazioni: http://adaday.it/

Intervista ad Alessandro Lanteri 2/3| Strumenti ibridi, misurazione, investment readiness ed accelerazione

Guglielmo Gori, Social Business Engineer di SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale e parte del team di accelerazione, intervista Alessandro Lanteri (professore di Imprenditorialità presso la Hult International Business School) per mappare possibilità e caratteristiche della finanza ad impatto.

 

Guglielmo Gori: Abbiamo parlato dell’articolato range in cui rientrano i diversi investitori della finanza a impatto: dalle fondazioni ai venture  capital. Quali funzioni individui invece per attori meno tradizionali, quali banche, assicurazioni e pubbliche amministrazioni (in quanto detentori di grandi capitali)?

 

Alessandro Lanteri: Personalmente credo che la logica istituzionale che muove gli attori da te indicati sia molto diversa. Ragione per cui entrano nella finanza a impatto in modo diverso: il ruolo che giocano può, e deve essere, molto diverso. 

  “Lo spettro che corre da finance first a social first in realtà è molto fluido, come dimostrato da tutti gli strumenti ibridi.

 

Se tu guardi nello specifico i social impact bond, per fare un esempio a tal proposito, vedrai che sono contratti molto complessi, questo perché i tuoi investitori vanno da Goldman Sachs all’amministrazione locale. Il meccanismo prevede che gli investitori come Goldman Sachs mettano dei soldi, e ne mettano molti: il loro ruolo è quello di dare il push all’investimento sociale, ma l’impatto non è il loro core. Per questo loro saranno tra i primi ad essere ripagati quando il social impact bond inizierà a fruttare. Il governo, invece, per sua natura deve solo minimizzare le spese e poter sostenere un’iniziativa a impatto e per questo sarà l’ultimo a prendere i soldi. Questo consente che tu possa coinvolgere nella stessa iniziativa attori diversi, ognuno con le proprie competenze, i propri interessi, e i propri obiettivi. La complessità di questi strumenti li rende davvero affascinanti, ma ne costituisce anche il limite: un settore può crescere solo quando ci sono strumenti d’investimento più codificati, standardizzati, e semplici.

 

Ti faccio un altro esempio, considera le imprese in fase di start-up che non hanno ancora una sostenibilità finanziaria significativa. Gli investitori che decidono di supportare queste imprese si assumono una parte del rischio, e investono in equity o in capitale di rischio. Questo non è possibile nel caso di una NGO o di un’associazione, perché la loro forma legale non lo consente (per esempio, le associazioni non hanno capitale riferibile a soci individuali). In questi casi l’investitore è costretto a definire il proprio investimento come debito, quando in concreto si tratta di una forma mascherata di equity. Normalmente, in un investimento a debito, l’investitore presta i soldi all’associazione e questa restituisce gli interessi, finché non ha restituito tutto il debito. Nel debito “mascherato” invece, il debitore non paga interessi e non restituisce il prestito progressivamente. Anzi, lo trattiene – esattamente come se fosse capitale di rischio – e lo restituisce tutto in una volta. Nascono così tantissime forme ibride di investimento per andare incontro a simili esigenze.

 

   “Per adesso possiamo anche definirle genericamente così, come investimenti ibridi, poi però a un certo punto dovranno avere un nome. Dovranno assumere delle forme collaudate e consolidate. E sarà necessaria una normativa commerciale, così come una di diritto penale, perché il fatto che uno abbia delle buone intenzioni non vuol dire automaticamente che non violi la legge.”

 

La finanza a impatto è un settore per cui per i prossimi dieci o quindici anni ci sarà da aspettarsi delle forti innovazioni e cambiamenti. Spero di aver risposto alla tua domanda.

 

G.G.: La tua riflessione mi ha fatto tornare in mente un intervento durante il seminario organizzato dal Sole24Ore,  FINANZA A IMPATTO SOCIALE, ESPERIENZE E PROSPETTIVE PER I COMUNI. In quell’occasione Marco Morganti (amministratore delegato di Banca Prossima) è intervenuto, dicendo: “il concetto dei SIB è molto  bello se lo agganciamo a una riduzione di spesa pubblica, ma i tassi di interesse sono generalmente molto alti. Diventa difficile mettere in relazione dei tassi che vanno dal 10 al 14 per cento, con i 600 euro che l’operatore che andrà a realizzare il progetto finanziato troverà in busta paga. C’è una discrepanza che fa un po’ storcere il naso. Se lo strumento finanziario è ben costruito, tassi di interesse così alti non sono  necessari.” Certo, dietro questa scelta ci possono essere riflessioni legate all’attrattività, trattandosi di uno strumento che prevede il coinvolgimento di tanti stakeholder, e alla difficoltà di livellare il trade off tra le varie figure coinvolte.

 

A.L: Certamente, credo che in questo momento quello che la finanza a impatto sconti sia l’incertezza e la mancanza di dati: c’è una percezione di rischio molto maggiore di quella effettiva. Paghi un premio legato alla percezione di rischio, anche se in realtà non c’è. Quando guardi i dati sul default degli investimenti a impatto, questi non sono superiori ai dati relativi al mercato tradizionale. In alcuni settori particolari è addirittura inferiore a quello commerciale. A Londra ci sono degli operatori nelle attività real-estate sociale che hanno dei tassi di occupazione degli immobili praticamente al 100%, e un tasso di rendita che sarebbe leggermente inferiore a quello di mercato, perché sono affitti sociali, ma che poi, dal momento che sono sempre pieni, finisce con avere una resa complessiva superiore a quella degli speculatori. In alcuni casi il rischio è addirittura inferiore a quello degli operatori commerciali. Però questo l’investitore non lo percepisce ancora. Uno dei modi in cui si cerca di rispondere a questa mancanza di  informazioni, a questa incertezza, sono i benchmark e gli indici di mercato. Un argomento che ho trattato recentemente, nel capitolo che ho curato per il libro Principles and Practice of Impact Investing: A Catalytic Revolution.

 

Attraverso i benchmark condividi informazioni e crei delle aspettative più o meno omogenee, più o meno ragionevoli. Nel lungo periodo questo aiuta a portare i valori di mercato a un livello più concorrenziale, anche across asset classes. La scelta, infatti, non è semplicemente “investo in social impact bond oppure no”, è invece “investo in social impact bond o compro  i bond di  Eni”. Secondo me, col tempo, alcune forme giuridiche, per coerenza rispetto alla loro missione, avranno l’obbligo statutario di fare investimenti di questo tipo. In altri casi invece, proprio grazie alla divulgazione di questi benchmark, alcune forme giuridiche destineranno una percentuale del loro endowment in investimenti ad impatto, o qualcosa di simile. Ci sono alcuni paesi in cui si sta già ampiamente discutendo di questo per i fondi pensione. Se i fondi pensione iniziassero ad entrare nella finanza a impatto in maniera più significativa sarebbe una rivoluzione.

 

G.G: Giustamente tu parli di rendere noti i risultati sulle performance di investimento attraverso dei benchmark. In parallelo sarebbe necessario anche mostrare realmente le ricadute generate attraverso gli investimenti sulla società e sull’ambiente. Quanto è importante, e quanto è recepita l’importanza di questo fattore? Quali sono le metodologie più riconosciute?

 

A.L: L’importanza è capitale, enorme. E’ la prima cosa: non si parla di altro. Tutti sono convinti che la definizione della finanza a impatto si fonda sul desiderio di generare un impatto sociale e ambientale positivo, ma anche sulla misurazione (sistematica e professionale) di questo impatto. Qualcuno sostiene addirittura che la diffusione dei dati sull’impatto dovrebbe essere obbligatoria, perché è essa stessa capace di generare impatto.  Se tu guardi qualsiasi report, qualsiasi analisi, qualsiasi paper la definizione di finanza a impatto trova nella misurazione una delle sue condizioni imprescindibili. Se tu, però, abbandoni i report, e vai a vedere quello che succede realmente nella finanza a impatto non c’è nessuno che ti fornisca simili misurazioni. Quando lo fanno, lo fanno male. Quindi non ci sono dati e non ci sono benchmark. I benchmark disponibili in questo momento misurano esclusivamente il ritorno finanziario, la preservazione del capitale.

 

Altre metriche esistono nella teoria, ed esistono degli strumenti che stanno crescendo. Tutto ciò che è stato prodotto a vari livelli in questo momento è stato in qualche modo assorbito e consolidato in un’unica entità, che utilizza un catalogo di indicatori: l’Impact Reporting and Investment Standards (IRIS). Questo è un database di indicatori molto valido, che raccoglie il materiale relativo a uno spettro di player estremamente ampio come il settore pubblico, le attività di beneficenza, le NGO e la cooperazione internazionale. Hanno tantissime fonti diverse, ed è un database sufficientemente esternalizzato e codificato da riuscire ad avere un linguaggio trasversale. I dati poi possono essere aggregati e narrati in modi molto diversi.

 

Quando ero più giovane mi sono dedicato per un breve periodo alla redazione di bilanci sociali. Un ambito che allora era molto in divenire, e che si concentrava prevalentemente sull’engagement degli stakeholder. C’erano anche altri strumenti di certificazione dell’attenzione etica e sociale dell’azienda, come ad esempio il SA8000. Tutti modelli che poi o erano estremamente specifici e di nicchia, o estremamente limitati. Ad esempio la SA8000, è esclusivamente legata alla certificazione delle condizioni lavorative, ma in paesi sviluppati come l’Italia la normativa sul lavoro è estremamente più avanzata dei requisiti minimi di una simile certificazione. Tale certificazione non crea nessun messaggio aggiuntivo all’infuori del fatto che non stai violando la legge in maniera esagerata.

 

  “Il nuovo modo di misurare l’impatto su diverse categorie, diversi indicatori, che contempli anche l’aspetto della governance, invece è un modo molto più completo e intelligente. Comunica un messaggio importante: io sono attento a tante cose.

 

Questo è applicabile sia per le imprese sociali, sia per chi investe. Soprattutto consente di fare dei confronti, grazie al fatto che offre degli indicatori omogenei: per cui se io desidero creare occupazione in India con un’iniziativa e sono motivato dall’impatto, nel senso che voglio generare dei risultati, posso studiare come hanno fatto gli altri e scegliere il modello di maggior successo che posso replicare. Se non ho questi dati, o i dati non sono comparabili ,è tutto condannato a un livello più amatoriale.

 

Purtroppo questa visione orienta la misurazione dell’impatto verso un approccio fortemente output oriented. Allora ti concentri sulla velocità di ritorno degli investimenti, sul cash flow, e su ulteriori aspetti economici e finanziari. Hai però la possibilità di combinare diverse misurazioni, e  il loro rapporto ti darà l’idea dell’efficienza e della sostenibilità come ad esempio con lo SROI. Insomma, c’è ancora tanta strada da fare, però le direzioni iniziano ad essere tracciate.

 

G.G:Tra un mondo accademico a volte troppo concentrato su aspetti ideali, e investitori che hanno bisogno di misurare il denaro con il denaro, chi può fare da intermediario? Che ruolo potrebbero avere, secondo te, quegli attori intermedi capaci di rendere leggibili i risultati prodotti dalle imprese sociali agli investitori, e  aiutare le imprese sociali a costruire un dialogo condiviso con l’investitore?

 

A.L: Bisogna premettere che sicuramente il modo più sicuro e rapido per distruggere un’impresa sociale è quello di dargli tanti soldi. Quasi sicuramente l’arrivo di un grosso finanziamento distrugge il tessuto interno imprenditoriale: la motivazione traballa, la creatività inizia a scarseggiare e la capacità di rispondere ai bisogni dei beneficiari s’incrina. Non è per forza così, ma sicuramente ricevere del denaro, oltre ad aprire nuove possibilità, crea dei problemi. Inoltre quello che si osserva è che i soldi generalmente creano delle tensioni, per esempio rispetto alla scalability dell’impatto o anche più semplicemente rispetto alla gestione dei flussi finanziari.

 

  “Prima di dare i soldi a una start-up, fosse anche composta dalle persone più nobili e ben motivate, si deve garantire che queste siano pronte a ricevere l’investimento: si chiama investment readiness.

 

Al momento credo sia ancora un’attività di nicchia, che fanno in pochi. Interessante che tu citi i corpi intermedi, perché secondo me gli acceleratori sono esattamente gli enti deputati a quello che tu indicavi. Un incubatore deve aiutarti a costruire una value proposition che stia in piedi, su cui poter costruire un modello operativo e cose del genere. Quando si parla di crescita o di accelerazione questa è proprio un’altra categoria di pensiero: la start-up è una cosa, l’azienda in crescita un’altra, l’azienda consolidata è tutt’altro. È un tema scottante, fortemente condizionato dalla natura dell’acceleratore e dalla sua struttura.

 

Ci sono diversi tipi di acceleratori: c’è l’acceleratore che ti prende e ti offre tutto quello che ti occorre per crescere (in termini di servizi), e in 3 mesi devi essere fuori pronto per il mercato e per trovare investitori. Ci sono quelli che, invece, sono un pochino più simili agli incubatori  e ti dicono: vieni qui, qua hai la sede, ti diamo sostegno secondo un processo di accompagnamento un po’ più lungo. Io onestamente non so quale sia meglio. Ad intuito direi che nell’impresa sociale, soprattutto quelli che devono crescere da zero (o quasi) sotto il profilo aziendale, è meglio spendere un po’ più di tempo piuttosto che fare una cosa troppo rapida. Ovviamente le ragioni principali sono quelle che ti indicavo prima: crescendo cambiano le priorità, servono diverse capacità di governance interna per prendere decisioni rispetto all’amministrazione finanziaria.

 

L’altro problema molto noto è quello della mission drift. Se tu inizi a essere guidato dall’investitore, che naturalmente aspetta un ritorno per iniziare a monetizzare il suo investimento, o più semplicemente vuole imporre un po’ di rigore e disciplina nella gestione, a un certo punto smetti di generare impatto perché anziché dire “investo l’utile per aiutare 3 persone in più”, dici “restituiscono l’un per cento in più all’investitore così la prossima volta mi danno un po’ di più”. Secondo me questo è il gap da superare. Questa è poi la stessa ragione per cui hai diversi tipi di investitore. Un imprenditore sociale che punta a restituire l’utile avrà bisogno di un investitore con un orientamento finance first!

 

Se questo articolo ti ha interessato non perdere la conferenza del 10 Ottobre 2016, La finanza per l’innovazione sociale. La partecipazione è gratuita, ma i posti limitati: registrati per assicurati la possibilità di seguire l’intera giornata, o decidi se partecipare alla sessione mattutina o a quella pomeridiana.

Intervista ad Alessandro Lanteri 1/3 | I contorni della Finanza a Impatto Sociale

Il “Global Impact Investing Network,” nato tra il 2007 ed il 2008 su impulso della Rockefeller Foundation, definì per la prima volta la nascente “impact investing industry” come: “gli investimenti fatti da aziende, organizzazioni e fondi con l’intento di generare un benefico e misurabile impatto sociale e ambientale, a fianco di ritorni economici. Gli impact investment possono essere fatti tanto nei mercati emergenti quanto in quelli sviluppati e puntare ad un ritorno superiore o inferiore ai tassi di mercato a seconda delle conseguenze”.

Guglielmo Gori, Social Business Engineer di SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale e parte del team di accelerazione, intervista Alessandro Lanteri (professore di Imprenditorialità presso la Hult International Business School) per mappare possibilità e caratteristiche di questo nuovo ambito finanziario.

Guglielmo Gori: Buongiorno Alessandro, e grazie per il tempo che ci stai dedicando. Per iniziare ti chiederei di raccontarci un po’ del tuo percorso accademico e imprenditoriale, e i motivi che ti hanno spinto ad avvicinarti alla social entrepreneurship e all’impact investing.

Alessandro Lanteri: non voglio prenderla troppo alla lontana, ma la mia connessione con l’imprenditorialità sociale parte dalla mia irrequietezza rispetto l’ambito accademico. Ho frequentato l’università di Economia Politica, e per diversi motivi questa disciplina non mi è piaciuta: sotto molti aspetti è estremamente astratta, e si basa su ipotesi di egoismo e razionalità eccessivi. Direi che in qualche modo non corrispondeva al mio bisogno di capire il mondo. Subito dopo la laurea ho fatto un master in filosofia economica, e immediatamente dopo un dottorato di ricerca nello stesso ambito. Questa scelta non mi ha impedito di portare avanti anche i miei studi in Economia, soprattutto perché avevo promesso ai miei genitori che se avessi continuato a studiare filosofia non avrei rinunciato a diventare commercialista. Questa promessa mi ha portato a tornare in Italia, dove ho continuato a lavorare in ambito accademico sul tema dell’Etica Economica.

Parallelamente ho iniziato a fare anche attività di consulenza per società cooperative e piccole aziende, legate in qualche modo alla sanità e alla terza età. A questo si aggiunge un ulteriore elemento: l’associazione culturale che fondai nel  2009 grazie ad un  finanziamento, abbastanza grosso, dal Ministero della Gioventù. Con il finanziamento abbiamo creato un incubatore di imprese, e lì (partendo dai miei diversi background) mi sono avvicinato al mondo delle start-up. A seguito di questa esperienza nell’imprenditoria  sociale, ho deciso di tornare a lavorare all’estero. In passato avevo lavorato in tanti luoghi, ma all’epoca sentivo il desiderio di conoscere il medio-oriente. Secondo me queste sono regioni che stanno influenzando sempre di più il mondo in cui viviamo, e che sono molto difficili da conoscere se non ci vai. Quindi sono andato in Libano, dove ho continuato a fare attività con imprese sociali, collaborando in particolare con il primo incubatore di imprese sociali in medio-oriente:  Nabad. Ho lavorato con una società di consulenza, che fa attività con imprese sociali, e abbiamo fatto un progetto di promozione dell’imprenditoria sociale in Tunisia.

Questo è quanto sta alla base del mio interesse nei confronti della finanza a impatto: la finanza di impatto in realtà si lega a tutto quello che ho fatto nella storia della mia vita. Sia rispetto all’esperienza diretta con l’impresa sociale, sia all’’esperienza con gli incubatori di imprese sociali. Ben presto mi sono accorto che molto spesso ci sono barriere nell’accedere ai fondi di investimento, per molteplici ragioni. Una delle risposte a questi limiti è la finanza a impatto. Questo è il modo in cui ho iniziato a interessarmi al tema: un po’ venendo coinvolto, un po’ come estensione del mio interesse nei confronti dell’impresa sociale.

G.G.: Grazie per la panoramica. Direi che se vuoi puoi saltare, anche a livello di continente, dal Libano all’Europa e raccontarci dove sei adesso.

A.L.: Io adesso sono professore associato di Entrepeneurship, nel campus di Londra della Hult International Business School, un’ università privata, che potrei definire “a conduzione familiare” anche se abbiamo sette campus in giro per il mondo. Sono venuto qui per insegnare principalmente imprenditoria sociale, e imprenditoria in senso più esteso. Anche se ora oltre all’imprenditorialità sociale mi interesso molto di innovazione sociale in ambito finanziario: peer to peer lending, crowdfunding, microfinanza, bitcoin, e finanza a impatto. Inutile aggiungere che la finanza ad impatto è uno dei più interessanti e innovativi canali di finanziamento per le imprese sociali.

G.G.: Ci racconteresti un po’ in cosa consiste l’impact investing?

A.L.: Definire l’impact investing è piuttosto complesso a partire dalla sua categorizzazione, spesso identificata come una sorta di industry: un settore che aggrega tutti gli investimenti che si pongono come obiettivo deliberato di generare un impatto sociale o ambientale positivo, ma che al tempo stesso siano in grado di offrire una restituzione del capitale investito e – in quasi tutti i casi – anche un ritorno finanziario positivo. Anche se spesso questo ritorno è inferiore al valore di mercato.

“L’impact investing è piuttosto complesso a partire dalla sua categorizzazione, spesso identificata come una sorta di industry: un settore che aggrega tutti gli investimenti che si pongono come obiettivo deliberato di generare un impatto sociale o ambientale positivo, ma che al tempo stesso siano in grado di offrire una restituzione del capitale investito e – in quasi tutti i casi – anche un ritorno finanziario.”

G.G.: Altro tema rispetto all’impact investing è se considerarlo come una classe di investimento o piuttosto come una “filosofia” nell’investire.

A.L.: Questa definizione ha interessato per diverso tempo e per molte ragioni i primi attori operanti in questo settore. Quando sidefinisce l’impact investing come un asset class, da un punto di vista finanziario, si sta affermando che l’oggetto in questione è un tipo di prodotto: come il debito, i bond, o le azioni. Quindi sarebbe più corretto sostenere che l’impact investing costituisce una categoria di prodotto, perché ha alcune caratteristiche che distinguono i suoi dagli altri prodotti finanziari.

Tuttavia, chiamarlo asset  class è molto interessante perché tu dichiari che esiste una nuova forma di investimento, e tutti coloro che fanno investimenti in qualche modo dicono: ne devo avere un pezzo anch’io! Quando tu crei una nuova asset class i grossi investitori finanziari (gli asset manager) in qualche modo sono “chiamati” ad investire: molti investitori inizialmente hanno investito per questa ragione. E quindi questo è un fenomeno che genera grandissimi interessi economici, grandissimi investimenti. Non dimenticare che le altre asset class possono essere anche valute, o costi monetari. Io penso che in qualche modo la definizione dell’impact investing come asset class sia stato una sorta di strumento promozionale.

Perché quando poi si va a vedere nel dettaglio gli asset class che rientrano in questa categoria, o le tipologie di strumenti finanziari concretamente utilizzati, in realtà sono molto diversi tra di loro. Vanno dall‘investimento nel capitale di rischio (o equity) al debito, fino ad arrivare al grant (che in quanto donazione non va neanche restituito). Per non parlare poi di tutta una serie di forme intermedie, che non sono neanche codificate dalla finanza tradizionale, e che rispondono a dei problemi contingenti.

Oggi, molti considerano un esempio di finanza a impatto quelli che vengono definiti social impact bond. Un esperimento estremamente interessante, ma che non può essere considerato un bond  quanto piuttosto una asset  class a se stante. questi strumenti condividono con le altre forme di finanza a impatto quella che io considero una filosofia: il desiderio deliberato di avere un impatto sociale. Questo è un aspetto non secondario, da tenere in considerare.

Infatti, io in un certo momento posso speculativamente investire in energie rinnovabili, perché mi garantiscono il massimo ritorno dell’investimento quest’anno.Tuttavia, se il prossimo anno il massimo ritorno me lo garantisce il petrolio, io smobiliterò tutto e investirò sicuramente in petrolio. Perché non ho nessun interesse rispetto alla sostenibilità (ambientale e sociale) se non sono un investitore ad impatto. In tal caso la sostenibilità sociale, culturale e ambientale sono talmente importanti per me che sono disposto a rinunciare a una parte del mio ritorno pur di generare impatto positivo. Per questa ragione è importante che l’impatto ci sia, e che sia misurato, perché se no è come dire che io accetto un rendimento più basso perché faccio qualcosa di buono, ma in realtà sto solo avendo delle performance finanziarie scadenti.

G.G.: Si parlava di asset manager. Dal momento che le competenze di questa figura professionale devono variare a seconda dell’asset in cui si investe, quali skill sono richieste nell’ambito della finanza a impatto?

A.L.: Difficile definirlo perché la finanza a impatto nasce da radici diverse, e richiede competenze diverse. Come anche l’imprenditoria sociale. Capire un investimento di finanza a impatto richiede che tu comprenda delle forme societarie che spesso non sono quelle tradizionali. Forme eccezionali, sia per quanto riguarda le strutture di governance che i business model. Inoltre in molti casi questo si sovrappone alla necessità di capire le logiche dei grant, tipici del mondo non-profit. Tieni conto che nel mondo delle finanze tradizionali i grant non sono visti neanche come attività marginali, ma quasi alla stregua di inefficienze del mercato.

Quello che concretamente accade è che dipende dal tipo di finanziatore di cui stai parlando. L’impact investing è un settore sufficientemente nuovo da essere ancora alla ricerca di una categorizzazione definitiva. Il termine stesso non ha neanche dieci anni, anche se esistevano moltissime esperienze precedenti alla coniazione del termine, ma quando tu dai un nome alle cose le persone iniziano a pensarci in modo diverso: a lavorarci, a codificarle, a  definirle. A guardare nel dettaglio cosa hanno in comune con esperienze simili. Questo è un grosso cambiamento.

“L’impact investing è un settore sufficientemente nuovo da essere ancora alla ricerca di una categorizzazione definitiva. Il termine stesso non ha neanche dieci anni, anche se esistevano moltissime esperienze precedenti alla coniazione del termine, ma quando tu dai un nome alle cose le persone iniziano a pensarci in modo diverso: a lavorarci, a codificarle, a  definirle.”

Prendi ad esempio esperienze tipo quella di Black Rock, quello che reputo essere di gran lunga il più significativo asset manager al mondo. Black Rock recentemente, e con recentemente intendo non più di un anno fa, ha creato una branch mastodontica di finanza a impatto e ha assunto come capo una persona che viene da questo ambito(Deborah Winshel, precedentmente presidente e chief operating officer di The Robin Hood Foundation) . Ciò nonostante il loro core continua ad essere quello degli investimenti finance first: investono per i soldi. Ciò nonostante è significativo che anche loro abbiano deciso di investire in questo ambito.

G.G.: Prima accennavi all’ampio spettro in cui la finanza a impatto si muove, riesci a delineare un confine a questo mercato?

A.L.: In realtà il perimetro è piuttosto sfumato, per tante ragioni: prima fra tutte perché gli operatori, gli investitori, sono diversi. Perché gli investee sono diversi, e gli investimenti sono tutti differenti. Molti in forte divenire. Gli investor, se vuoi avere un’idea, vanno dalle charity alle fondazioni private, coprendo alcune banche e grossi investitori privati dotati di grossi patrimoni, senza dimenticare organizzazioni fellowship (come il Rotary). Ci sono tantissimi tipi di investitori diversi, motivati anche da ragioni molto differenti.

In alcuni casi tu puoi avere un investitore che lo fa principalmente per avere un ritorno finanziario, pur avendo ben presente l’obiettivo dell’impatto. Questi investitori sono quelli che noi chiamiamo finance first. E dall’altro lato dello spettro (perché poi in realtà ci sono infinite sfumature in mezzo) hai quelli definiti impact first, che sono quelli che a tutti i costi vogliono un impatto sociale e che sperano di farsi restituire i soldi che hanno inizialmente investito, ma che sono anche disposti a rinunciare ad una parte di questi.

Questi sono i due estremi, in realtà. Ovviamente esistono i casi che possono costituire lo stereotipo dei diversi estremi, ma si tratta di casi limite. Stiamo parlando di un mercato ancora piccolo: anche se rappresenti un estremo dello spettro, puoi coprire una parte molto ampia del range, perché non ci sono sufficienti opportunità di investimento per assistere a una rigorosa articolazione della casistica. A questo devi aggiungere che la tradizione da cui questi investitori  provengono è abbastanza varia. Da una parte troviamo gli investitori che arrivano dal mondo delle fondazioni, abituati al sistema dei grant e delle donazioni liberali, senza aspettative di restituzione. Nonostante ciò  questo sistema nel tempo si è un po’ evoluto, introducendo meccanismi più affini a quelli del venture capital.

In alcuni casi tu puoi avere un investitore che lo fa principalmente per avere un ritorno finanziario, pur avendo ben presente l’obiettivo dell’impatto (finance first). E dall’altro lato dello spettro hai quelli che vogliono un impatto sociale a tutti i costi e che sperano di farsi restituire i soldi investiti, ma che sono anche disposti a rinunciare ad una parte di essi (impact first). Questi sono i due estremi, in realtà: nel mezzo tante diverse sfumature. In ogni caso stiamo parlando di un mercato ancora piccolo:un estremo dello spettro copre una parte molto ampia del range, perché non ci sono sufficienti opportunità di investimento per assistere a una rigorosa articolazione della casistica.

Questo ad un estremo dello spettro. Dall’altro gli investitori tradizionali, che negli anni hanno visto l’interesse da parte del mercato per l’impact investing. Si tratta degli investitori che hanno iniziato con l’avere uno screaning negativo sugli investimenti, scegliendo di evitare le industrie delle armi, dell’alcool o tutte quelle industrie che vengono definite sin industries, cioè industrie del peccato (come ad esempio quella del tabacco). L’idea era: noi quelle cose lì non le sosteniamo finanziariamente perché vuol dire sostenere qualcosa di nocivo per l’economia. Quindi uno screaning che potremmo definire socially responsibile investement. Tutto questo progressivamente ha preso lentamente piede, e adesso ci sono dei fondi di investimento che si chiamano ESG (Environmental, social and governance). Gli ESG sostanzialmente altro non sono che fondi alla ricerca di investimenti che hanno, tutto sommato, una performance positiva e un impatto positivo di qualche tipo. Hai poi il passo successivo: l’impact investing, in cui tu invece massimizzi l’impatto. Sono delle filosofie, diciamo, progressive.

Da una parte quindi tu hai la fondazione che si orienta verso il mercato, e dall’altro hai l’investitore di mercato che progressivamente va verso il sociale. Si incontrano, si sovrappongono, però sono mondi che per il momento rimangono ancora abbastanza distanti. E quindi chi sceglie gli investimenti per la fondazione dovrebbe saperne molto di più di finanza, e chi sceglie gli investimenti per la banca (per usare questi stereotipi) dovrebbe saperne molto di più di impatto. Ritorna qui un po’ il concetto di forme ibride che si applica all’imprenditoria sociale, e che si applica anche alla finanza di impatto.

“Da una parte quindi tu hai la fondazione che si orienta verso il mercato, e dall’altro hai l’investitore di mercato che progressivamente va verso il sociale. Si incontrano, si sovrappongono, però sono mondi che per il momento rimangono ancora abbastanza distanti: chi sceglie gli investimenti per la fondazione dovrebbe saperne molto di più di finanza, e chi sceglie gli investimenti per la banca dovrebbe saperne molto di più di impatto. “

La conversazione con il professor Lanteri continua sul nostro blog, e alla conferenza su “La Finanza per l’Innovazione Sociale” il 10 ottobre: assicurati la possibilità di partecipare registrandoti ora, basta un click!