Intervista ad Alessandro Lanteri 2/3| Strumenti ibridi, misurazione, investment readiness ed accelerazione

Guglielmo Gori, Social Business Engineer di SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale e parte del team di accelerazione, intervista Alessandro Lanteri (professore di Imprenditorialità presso la Hult International Business School) per mappare possibilità e caratteristiche della finanza ad impatto.

 

Guglielmo Gori: Abbiamo parlato dell’articolato range in cui rientrano i diversi investitori della finanza a impatto: dalle fondazioni ai venture  capital. Quali funzioni individui invece per attori meno tradizionali, quali banche, assicurazioni e pubbliche amministrazioni (in quanto detentori di grandi capitali)?

 

Alessandro Lanteri: Personalmente credo che la logica istituzionale che muove gli attori da te indicati sia molto diversa. Ragione per cui entrano nella finanza a impatto in modo diverso: il ruolo che giocano può, e deve essere, molto diverso. 

  “Lo spettro che corre da finance first a social first in realtà è molto fluido, come dimostrato da tutti gli strumenti ibridi.

 

Se tu guardi nello specifico i social impact bond, per fare un esempio a tal proposito, vedrai che sono contratti molto complessi, questo perché i tuoi investitori vanno da Goldman Sachs all’amministrazione locale. Il meccanismo prevede che gli investitori come Goldman Sachs mettano dei soldi, e ne mettano molti: il loro ruolo è quello di dare il push all’investimento sociale, ma l’impatto non è il loro core. Per questo loro saranno tra i primi ad essere ripagati quando il social impact bond inizierà a fruttare. Il governo, invece, per sua natura deve solo minimizzare le spese e poter sostenere un’iniziativa a impatto e per questo sarà l’ultimo a prendere i soldi. Questo consente che tu possa coinvolgere nella stessa iniziativa attori diversi, ognuno con le proprie competenze, i propri interessi, e i propri obiettivi. La complessità di questi strumenti li rende davvero affascinanti, ma ne costituisce anche il limite: un settore può crescere solo quando ci sono strumenti d’investimento più codificati, standardizzati, e semplici.

 

Ti faccio un altro esempio, considera le imprese in fase di start-up che non hanno ancora una sostenibilità finanziaria significativa. Gli investitori che decidono di supportare queste imprese si assumono una parte del rischio, e investono in equity o in capitale di rischio. Questo non è possibile nel caso di una NGO o di un’associazione, perché la loro forma legale non lo consente (per esempio, le associazioni non hanno capitale riferibile a soci individuali). In questi casi l’investitore è costretto a definire il proprio investimento come debito, quando in concreto si tratta di una forma mascherata di equity. Normalmente, in un investimento a debito, l’investitore presta i soldi all’associazione e questa restituisce gli interessi, finché non ha restituito tutto il debito. Nel debito “mascherato” invece, il debitore non paga interessi e non restituisce il prestito progressivamente. Anzi, lo trattiene – esattamente come se fosse capitale di rischio – e lo restituisce tutto in una volta. Nascono così tantissime forme ibride di investimento per andare incontro a simili esigenze.

 

   “Per adesso possiamo anche definirle genericamente così, come investimenti ibridi, poi però a un certo punto dovranno avere un nome. Dovranno assumere delle forme collaudate e consolidate. E sarà necessaria una normativa commerciale, così come una di diritto penale, perché il fatto che uno abbia delle buone intenzioni non vuol dire automaticamente che non violi la legge.”

 

La finanza a impatto è un settore per cui per i prossimi dieci o quindici anni ci sarà da aspettarsi delle forti innovazioni e cambiamenti. Spero di aver risposto alla tua domanda.

 

G.G.: La tua riflessione mi ha fatto tornare in mente un intervento durante il seminario organizzato dal Sole24Ore,  FINANZA A IMPATTO SOCIALE, ESPERIENZE E PROSPETTIVE PER I COMUNI. In quell’occasione Marco Morganti (amministratore delegato di Banca Prossima) è intervenuto, dicendo: “il concetto dei SIB è molto  bello se lo agganciamo a una riduzione di spesa pubblica, ma i tassi di interesse sono generalmente molto alti. Diventa difficile mettere in relazione dei tassi che vanno dal 10 al 14 per cento, con i 600 euro che l’operatore che andrà a realizzare il progetto finanziato troverà in busta paga. C’è una discrepanza che fa un po’ storcere il naso. Se lo strumento finanziario è ben costruito, tassi di interesse così alti non sono  necessari.” Certo, dietro questa scelta ci possono essere riflessioni legate all’attrattività, trattandosi di uno strumento che prevede il coinvolgimento di tanti stakeholder, e alla difficoltà di livellare il trade off tra le varie figure coinvolte.

 

A.L: Certamente, credo che in questo momento quello che la finanza a impatto sconti sia l’incertezza e la mancanza di dati: c’è una percezione di rischio molto maggiore di quella effettiva. Paghi un premio legato alla percezione di rischio, anche se in realtà non c’è. Quando guardi i dati sul default degli investimenti a impatto, questi non sono superiori ai dati relativi al mercato tradizionale. In alcuni settori particolari è addirittura inferiore a quello commerciale. A Londra ci sono degli operatori nelle attività real-estate sociale che hanno dei tassi di occupazione degli immobili praticamente al 100%, e un tasso di rendita che sarebbe leggermente inferiore a quello di mercato, perché sono affitti sociali, ma che poi, dal momento che sono sempre pieni, finisce con avere una resa complessiva superiore a quella degli speculatori. In alcuni casi il rischio è addirittura inferiore a quello degli operatori commerciali. Però questo l’investitore non lo percepisce ancora. Uno dei modi in cui si cerca di rispondere a questa mancanza di  informazioni, a questa incertezza, sono i benchmark e gli indici di mercato. Un argomento che ho trattato recentemente, nel capitolo che ho curato per il libro Principles and Practice of Impact Investing: A Catalytic Revolution.

 

Attraverso i benchmark condividi informazioni e crei delle aspettative più o meno omogenee, più o meno ragionevoli. Nel lungo periodo questo aiuta a portare i valori di mercato a un livello più concorrenziale, anche across asset classes. La scelta, infatti, non è semplicemente “investo in social impact bond oppure no”, è invece “investo in social impact bond o compro  i bond di  Eni”. Secondo me, col tempo, alcune forme giuridiche, per coerenza rispetto alla loro missione, avranno l’obbligo statutario di fare investimenti di questo tipo. In altri casi invece, proprio grazie alla divulgazione di questi benchmark, alcune forme giuridiche destineranno una percentuale del loro endowment in investimenti ad impatto, o qualcosa di simile. Ci sono alcuni paesi in cui si sta già ampiamente discutendo di questo per i fondi pensione. Se i fondi pensione iniziassero ad entrare nella finanza a impatto in maniera più significativa sarebbe una rivoluzione.

 

G.G: Giustamente tu parli di rendere noti i risultati sulle performance di investimento attraverso dei benchmark. In parallelo sarebbe necessario anche mostrare realmente le ricadute generate attraverso gli investimenti sulla società e sull’ambiente. Quanto è importante, e quanto è recepita l’importanza di questo fattore? Quali sono le metodologie più riconosciute?

 

A.L: L’importanza è capitale, enorme. E’ la prima cosa: non si parla di altro. Tutti sono convinti che la definizione della finanza a impatto si fonda sul desiderio di generare un impatto sociale e ambientale positivo, ma anche sulla misurazione (sistematica e professionale) di questo impatto. Qualcuno sostiene addirittura che la diffusione dei dati sull’impatto dovrebbe essere obbligatoria, perché è essa stessa capace di generare impatto.  Se tu guardi qualsiasi report, qualsiasi analisi, qualsiasi paper la definizione di finanza a impatto trova nella misurazione una delle sue condizioni imprescindibili. Se tu, però, abbandoni i report, e vai a vedere quello che succede realmente nella finanza a impatto non c’è nessuno che ti fornisca simili misurazioni. Quando lo fanno, lo fanno male. Quindi non ci sono dati e non ci sono benchmark. I benchmark disponibili in questo momento misurano esclusivamente il ritorno finanziario, la preservazione del capitale.

 

Altre metriche esistono nella teoria, ed esistono degli strumenti che stanno crescendo. Tutto ciò che è stato prodotto a vari livelli in questo momento è stato in qualche modo assorbito e consolidato in un’unica entità, che utilizza un catalogo di indicatori: l’Impact Reporting and Investment Standards (IRIS). Questo è un database di indicatori molto valido, che raccoglie il materiale relativo a uno spettro di player estremamente ampio come il settore pubblico, le attività di beneficenza, le NGO e la cooperazione internazionale. Hanno tantissime fonti diverse, ed è un database sufficientemente esternalizzato e codificato da riuscire ad avere un linguaggio trasversale. I dati poi possono essere aggregati e narrati in modi molto diversi.

 

Quando ero più giovane mi sono dedicato per un breve periodo alla redazione di bilanci sociali. Un ambito che allora era molto in divenire, e che si concentrava prevalentemente sull’engagement degli stakeholder. C’erano anche altri strumenti di certificazione dell’attenzione etica e sociale dell’azienda, come ad esempio il SA8000. Tutti modelli che poi o erano estremamente specifici e di nicchia, o estremamente limitati. Ad esempio la SA8000, è esclusivamente legata alla certificazione delle condizioni lavorative, ma in paesi sviluppati come l’Italia la normativa sul lavoro è estremamente più avanzata dei requisiti minimi di una simile certificazione. Tale certificazione non crea nessun messaggio aggiuntivo all’infuori del fatto che non stai violando la legge in maniera esagerata.

 

  “Il nuovo modo di misurare l’impatto su diverse categorie, diversi indicatori, che contempli anche l’aspetto della governance, invece è un modo molto più completo e intelligente. Comunica un messaggio importante: io sono attento a tante cose.

 

Questo è applicabile sia per le imprese sociali, sia per chi investe. Soprattutto consente di fare dei confronti, grazie al fatto che offre degli indicatori omogenei: per cui se io desidero creare occupazione in India con un’iniziativa e sono motivato dall’impatto, nel senso che voglio generare dei risultati, posso studiare come hanno fatto gli altri e scegliere il modello di maggior successo che posso replicare. Se non ho questi dati, o i dati non sono comparabili ,è tutto condannato a un livello più amatoriale.

 

Purtroppo questa visione orienta la misurazione dell’impatto verso un approccio fortemente output oriented. Allora ti concentri sulla velocità di ritorno degli investimenti, sul cash flow, e su ulteriori aspetti economici e finanziari. Hai però la possibilità di combinare diverse misurazioni, e  il loro rapporto ti darà l’idea dell’efficienza e della sostenibilità come ad esempio con lo SROI. Insomma, c’è ancora tanta strada da fare, però le direzioni iniziano ad essere tracciate.

 

G.G:Tra un mondo accademico a volte troppo concentrato su aspetti ideali, e investitori che hanno bisogno di misurare il denaro con il denaro, chi può fare da intermediario? Che ruolo potrebbero avere, secondo te, quegli attori intermedi capaci di rendere leggibili i risultati prodotti dalle imprese sociali agli investitori, e  aiutare le imprese sociali a costruire un dialogo condiviso con l’investitore?

 

A.L: Bisogna premettere che sicuramente il modo più sicuro e rapido per distruggere un’impresa sociale è quello di dargli tanti soldi. Quasi sicuramente l’arrivo di un grosso finanziamento distrugge il tessuto interno imprenditoriale: la motivazione traballa, la creatività inizia a scarseggiare e la capacità di rispondere ai bisogni dei beneficiari s’incrina. Non è per forza così, ma sicuramente ricevere del denaro, oltre ad aprire nuove possibilità, crea dei problemi. Inoltre quello che si osserva è che i soldi generalmente creano delle tensioni, per esempio rispetto alla scalability dell’impatto o anche più semplicemente rispetto alla gestione dei flussi finanziari.

 

  “Prima di dare i soldi a una start-up, fosse anche composta dalle persone più nobili e ben motivate, si deve garantire che queste siano pronte a ricevere l’investimento: si chiama investment readiness.

 

Al momento credo sia ancora un’attività di nicchia, che fanno in pochi. Interessante che tu citi i corpi intermedi, perché secondo me gli acceleratori sono esattamente gli enti deputati a quello che tu indicavi. Un incubatore deve aiutarti a costruire una value proposition che stia in piedi, su cui poter costruire un modello operativo e cose del genere. Quando si parla di crescita o di accelerazione questa è proprio un’altra categoria di pensiero: la start-up è una cosa, l’azienda in crescita un’altra, l’azienda consolidata è tutt’altro. È un tema scottante, fortemente condizionato dalla natura dell’acceleratore e dalla sua struttura.

 

Ci sono diversi tipi di acceleratori: c’è l’acceleratore che ti prende e ti offre tutto quello che ti occorre per crescere (in termini di servizi), e in 3 mesi devi essere fuori pronto per il mercato e per trovare investitori. Ci sono quelli che, invece, sono un pochino più simili agli incubatori  e ti dicono: vieni qui, qua hai la sede, ti diamo sostegno secondo un processo di accompagnamento un po’ più lungo. Io onestamente non so quale sia meglio. Ad intuito direi che nell’impresa sociale, soprattutto quelli che devono crescere da zero (o quasi) sotto il profilo aziendale, è meglio spendere un po’ più di tempo piuttosto che fare una cosa troppo rapida. Ovviamente le ragioni principali sono quelle che ti indicavo prima: crescendo cambiano le priorità, servono diverse capacità di governance interna per prendere decisioni rispetto all’amministrazione finanziaria.

 

L’altro problema molto noto è quello della mission drift. Se tu inizi a essere guidato dall’investitore, che naturalmente aspetta un ritorno per iniziare a monetizzare il suo investimento, o più semplicemente vuole imporre un po’ di rigore e disciplina nella gestione, a un certo punto smetti di generare impatto perché anziché dire “investo l’utile per aiutare 3 persone in più”, dici “restituiscono l’un per cento in più all’investitore così la prossima volta mi danno un po’ di più”. Secondo me questo è il gap da superare. Questa è poi la stessa ragione per cui hai diversi tipi di investitore. Un imprenditore sociale che punta a restituire l’utile avrà bisogno di un investitore con un orientamento finance first!

 

Se questo articolo ti ha interessato non perdere la conferenza del 10 Ottobre 2016, La finanza per l’innovazione sociale. La partecipazione è gratuita, ma i posti limitati: registrati per assicurati la possibilità di seguire l’intera giornata, o decidi se partecipare alla sessione mattutina o a quella pomeridiana.

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  1. […] “Naturalmente tra l’entrata e l’uscita c’è un problema sostanziale: l’essere investment ready, che potremmo riassumere con la capacità di crescere senza perdere la propria missione. Il ruolo […]

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