Ecco cosa fa il design per l’Innovazione Sociale: intervista a Giuliana Gheza

Giuliana Gheza è la nostra Service – Social Designer, ruolo chiave nelle attività di Accelerazione di Conoscenza e Impact Design, cuore innovativo di SocialFare.

Nata e cresciuta in Valle Camonica, ha studiato all’Accademia delle Belle Arti di Brescia prima di conseguire un MA (Master of Arts) in Sustainable Design presso la Kingston University di Londra.

In SocialFare si occupa di coordinare, progettare, modellizzare attività, azioni e workshop di co-progettazione, applicando metodologie e strumenti del Design per l’Innovazione Sociale: in questa intervista ci racconta di cosa si tratta!

 

Ci racconti il percorso che ti ha portata in SocialFare?

Come molti designer della mia età, il mio background è in ambito industriale e di prodotto. Dopo il triennio e la magistrale alla Libera Accademia delle Belle Arti (LABA) di Brescia, dove mi sono specializzata in Design Industriale e poi per l’Innovazione, una serie di esperienze di vita e lavoro all’estero mi ha aiutata a capire di voler intraprendere una strada diversa da quella legata al prodotto. Questo è accaduto in particolare in Cina, dove ho avuto modo di toccare con mano l’impatto della progettazione industriale di oggetti pensati per essere replicati in serie, usati e gettati.
Ho sempre pensato che l’applicazione del design potesse avere un fine diverso, che non si limiti alla produzione di merce ma che possa dare anche un contributo ad un livello più vicino alla comunità e alla società.

Così ho scoperto il mondo dell’Innovazione Sociale e del Design per la Sostenibilità. Decisivo è stato il Master in Sustainable Design presso la Kingston University of London, che mi ha permesso di mettere in discussione molti asset della mia formazione per costruirne di nuovi. 

Il primo passo, per me centrale, è stato abbandonare la convinzione che il design debba sempre rispondere ad un brief, ad un problema identificato da altri, in quell’ottica che vede di fatto nel designer un problem solver. Nell’Innovazione Sociale questo punto di partenza cade, perché le sfide più rilevanti per la nostra società sono talmente grandi che non puoi pensare ci sia una soluzione unica né tantomeno definitiva: i problemi vanno affrontati da più lati, da più persone. Questa consapevolezza è fondamentale, anche per liberare chi progetta nel sociale da un senso di frustrazione che potrebbe avere un effetto negativo sul suo lavoro: non sei tu l’eroe che deve trovare a tutti i costi una soluzione, potrai invece sperimentare insieme ad altri, con la possibilità di sbagliare, per portare elementi di discontinuità preziosi rispetto al sistema attuale, verso una società più attenta alla comunità umana e naturale. 

E così sono approdata in SocialFare, dove fin dal primo colloquio ho avuto la piacevole sorpresa di parlare con persone che avevano il mio stesso linguaggio, il mio stesso modo di intendere il design, aspetto questo non molto frequente in Italia.

Cosa fa quindi il designer per l’Innovazione Sociale?

Il designer è un progettista. Cosa significa progettare? Dal latino pro, avanti, giacere, gettare. Quindi il punto di partenza è definire, intenzionalmente, cosa si vuole generare e perché è necessario.
Poi c’è il come. 

Il designer è un progettista che conosce una metodologia progettuale, sa applicarla e sa farla applicare.
Una metodotologia che prevede delle fasi di lavoro, per ciascuna delle quali ci sono obiettivi e strumenti che aiutano a sviluppare e a far emergere elementi che poi vanno a comporsi in un disegno più complesso, sia esso un servizio, un prodotto o un modello.
Nell’Innovazione Sociale, quindi, è interessante applicare questo metodo per accompagnare e facilitare gruppi di persone a ragionare, ad analizzare un servizio o un progetto o a crearne di nuovi, supportandoli nel far emergere e condividere i propri pensieri e nel trasformarli in elementi tangibili che vadano a concorrere effettivamente all’organizzazione e implementazione di una nuova iniziativa per il territorio.

Il nostro lavoro di accompagnamento di gruppi nella co-progettazione e nello sviluppo di servizi permette quindi di “divergere” collettivamente, dando la possibilità anche al singolo di esprimersi, per poi andare verso una “convergenza” comuneChiaramente il designer non è da solo in questo compito, non dovrebbe mai esserlo. La sua competenza nel metodo progettuale aiuta a fare ordine fra i pensieri e a divergere nelle idee dove occorre, per poi convergere verso un ordine nuovo e condiviso. Per fare questo nel migliore dei modi dovrebbe sempre essere affiancato da un’équipe multidisciplinare. Allo stesso tempo, nel mondo ideale, ogni équipe di lavoro, in qualunque ambito, dovrebbe a mio parere includere le competenze di un designer.

Come si applicano queste possibilità in SocialFare?

Mi vengono in mente subito due esempi.

Uno è GrandUP! IMPACT Imprese, percorso che abbiamo ideato e sperimentato in tre edizioni dal 2018 ad oggi insieme alla Fondazione CRC. In questo caso le competenze del designer si rivelano in due momenti. Prima di tutto nella fase di progettazione del percorso stesso di accompagnamento, in cui si parte ogni volta dagli obiettivi e da ciò che servirà effettivamente alle persone e ai team che fruiranno del programma. Quali competenze, capacità, strumenti vorremmo che i partecipanti acquisissero? Suddividiamo l’obiettivo in micro-obiettivi e costruiamo il percorso facendo sì che i “moduli” formativi di cui è composto siano in dialogo fra loro. I nostri non sono mai percorsi di formazione standard, cambiano da un’edizione all’altra e anche in base ai team selezionati in quel contesto specifico, cerchiamo di cucirli il più possibile su misura per chi partecipa. 

L’altro momento in cui emerge il ruolo del designer è l’accompagnamento di persone che si siedono intorno a un tavolo unite dalla voglia di sviluppare e implementare una progettualità, che potrebbe poi trasformarsi in un’attività informale o imprenditoriale. Questo è il cuore del percorso. Il designer ha il compito di far dialogare queste persone, accompagnandole nell’analizzare il progetto senza cadere nell’impasse da foglio bianco. Il metodo è qui determinante, porta a muoversi in modo più fluido nell’analisi del servizio immaginato e nella comprensione di come strutturarlo e implementarlo. 

Un altro esempio molto significativo del nostro lavoro è Disegni Urbani, iniziativa che abbiamo realizzato a Cuneo, anche in questo caso con la Fondazione CRC. L’obiettivo era coinvolgere cittadini di ogni età supportandoli nel confronto a gruppi, per far emergere idee e suggestioni in merito al potenziale uso di uno spazio che doveva essere ristrutturato e rigenerato. Abbiamo creato in quella occasione un percorso breve, di una sola giornata, che ha permesso a persone sconosciute e con percorsi di vita differenti di interagire ed esprimersi, arrivando poi a una convergenza ricca di stimoli interessanti sia per i partecipanti stessi sia per la Fondazione e il territorio (guarda il report, ndr).

Cos’è quindi l’Innovazione Sociale?

La definizione accademica fa riferimento a progetti e iniziative che rispondono a bisogni sociali reali, creando nuove idee o nuove implementazioni di soluzioni già presenti per rispondere a questi bisogni e generando nuove collaborazioni e relazioni, attraverso strumenti di inclusione sociale. È cruciale che non si tratti mai di proposte calate dall’alto. In questo processo di dialogo, confronto, emersione di idee si crea intelligenza collettiva, che porta il territorio ad essere più “capace” di portare soluzioni, in un flusso in cui ogni persona può contribuire

Si tratta di una definizione e di un obiettivo estremamente ambiziosi: naturalmente calandosi nella realtà tutto “si sporca” un po’, non sempre è così perfetto, come del resto è normale e giusto che sia.  Io penso sia importante anche capire che l’Innovazione Sociale non è stata inventata da noi che la proponiamo oggi: è qualcosa che, in varie forme, si fa da sempre. D’altra parte, il fatto di averla definita e strutturata permette di vederla meglio, di riconoscerla e quindi anche di supportarla, creando spazi – fisici e non – e strumenti per facilitare questi processi. Anche il designer riesce così più facilmente a trovare il suo ruolo in questo processo. 

Chi fa allora Innovazione Sociale?

La fanno gruppi informali, il mondo delle imprese ad impatto sociale, le pubbliche amministrazioni, e per farlo davvero è necessario che dialoghino fra loro. Le reti di condivisione, le cooperative di comunità, i doposcuola pensati su misura per le esigenze di un territorio, gli orti collettivi, i luoghi di aggregazione e costruzione del senso comune e del pensare e agire collettivo, le ibridazioni fra artigianalità e socialità proattiva, le esperienze di animazione di una piazza, i servizi di gestione e cura collettiva di un bene comune fisico o naturale sono solo alcuni fra tanti esempi di iniziative spesso nate dal basso in risposta ad esigenze sentite dalla collettività.

Le istituzioni pubbliche hanno la possibilità di cogliere sempre più il valore delle progettualità pensate e avviate da gruppi informali, o da imprese del territorio, per fare sì che siano maggiormente accessibili alla comunità, che vadano oltre le capacità del singolo gruppo o le risorse economiche di cui dispone quel singolo progetto. La pubblica amministrazione applica l’Innovazione Sociale quando facilita processi di questo tipo, creando spazi e mettendo a disposizione del territorio risorse perché gli enti che conoscono il contesto abbiano ossigeno per sperimentare insieme servizi e progettualità nuove. 

Un buon esempio è il programma europeo UIA (Urban Innovative Actions) che ha l’obiettivo di facilitare i centri urbani e le loro amministrazioni nell’immettere risorse supportando “a cascata” le realtà locali nella generazione di progetti con effetti positivi sulla collettività, partendo proprio dal coinvolgimento attivo della cittadinanza, utilizzando approcci multidisciplinari. 

Vedi dei rischi? Come affrontarli?

L’Innovazione Sociale può rischiare di essere un po’ esclusiva, o di rimanere troppo “alta”: succede quando non si sporca troppo sul territorio e resta ben definita su un foglio a livello quasi accademico. Il confronto con la realtà è invece la vera sfida, anche per questo gli addetti ai lavori devono facilitare il coinvolgimento effettivo di tutte le parti coinvolte e non lavorare da soli. Una condizione determinante perché questo avvenga sono i tempi lenti: occorre seguire i cicli “naturali” della gestazione del progetto e della gestione delle comunità, che spesso non collimano con le scadenze tipiche dei bandi, ad esempio. 

L’altro rischio che vedo è la ricerca continua e spasmodica di novità, che a volte comporta uno spreco di energie, perché questa tendenza porta a non vedere il buono di quello che si è già fatto, che già c’è. Tempi stretti, velocità e voglia di nuovo assoluto allontanano l’Innovazione Sociale dal suo vero vestito, facendo sì che scimmiotti piuttosto modelli tradizionali. Invece non è l’idea originale che conta: è più importante avere un’idea buona, anche se si trattasse di iterare e rivedere come applicare meglio un’idea pre-esistente, un modello già visto. 

Uno spazio di confronto e scambio per le ragazze di Prime Minister

Una giornata intensa quella vissuta il 22 maggio dalle ragazze di Prime Minister, il progetto nato a Favara nel 2019 che scommette sulle leader del futuro: una “scuola” di politica per giovani donne che ha l’obiettivo di creare una comunità più coesa a livello sia locale, sia generazionale e di genere.

Nella mattinata di domenica scorsa, in occasione del Salone del Libro di Torino, le Primers di Napoli hanno incontrato le studentesse del Nord Ovest e presentato i progetti che hanno portato avanti nella loro città.

L’evento #RagazzeFuoriSede

In dialogo con la scrittrice Francesca Cavallo (@francescatherebel), le ragazze hanno inoltre avuto l’opportunità e lo spazio per confrontarsi scambiando idee, esperienze e progetti. Aspetti, questi, fondamentali quando si parla di attivismo civico: non solo per condividere buone pratiche, ma anche per creare legami solidi e incoraggiare la possibilità per ognuna di loro di diventare voce e attrice del cambiamento.

L’iniziativa di Prime Minister, che ad oggi ha visto coinvolte scuole di 13 città in tutta Italia, è approdata al Nord Italia nel mese di marzo 2022, coinvolgendo le prime 4 scuole ad Asti, Ivrea, Savona e Torino, grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo.

La valutazione di impatto 

Fra i partner del progetto, SocialFare ha il compito di accompagnare gli stakeholder nella definizione degli obiettivi di impatto sociale che si intende generare e quindi nel monitoraggio e valutazione dei risultati effettivi.

Il percorso di valutazione dell’impatto si articola in più fasi. Il primo, fondamentale step è la definizione di indicatori condivisi a monte del progetto, sulla base dei quali si potrà svolgere il monitoraggio in itinere. 

L’attività di “creazione del framework”, realizzata nel periodo febbraio/marzo 2022, si è svolta attraverso due workshop guidati dagli esperti di SocialFare che hanno coinvolto l’associazione Prime Minister, volti a definire la Teoria del Cambiamento (per saperne di più, leggi l’intervista alla nostra Social Economist), gli strumenti di raccolta dati e le tempistiche di monitoraggio.

A seguire si sono avviate le prime iniziative di raccolta dati quantitativa (somministrazione di questionar) e qualitativa (focus group) che vedono direttamente coinvolte le giovani partecipanti a Prime Minister in diversi momenti del percorso, in particolare nelle fasi iniziali, finali e a sei mesi di distanza dalla sua conclusione. Fra queste, il focus group realizzato il 22 maggio ha permesso di elaborare in forma condivisa una prima “fotografia” del progetto, raccogliendo preziose informazioni qualitative da parte delle ragazze “beneficiarie”.

PRIME MINISTER 

con il supporto di Compagnia San Paolo.

In partnership con:

  • POLO DEL ‘900 – TORINO 
  • FONDAZIONE GORIA – ASTI 
  • ADRIANO OLIVETTI LEADERSHIP INSTITUTE – IVREA 
  • FONDAZIONE COLOR YOUR LIFE – SAVONA 
  • SOCIAL COMMUNITY THEATRE CENTRE
  • SOCIALFARE

GrandUP! IMPACT Imprese, prosegue il percorso di accelerazione in provincia di Cuneo

La “classe” del 2022 è stata selezionata! Si tratta di 12 realtà della provincia di Cuneo, attive in ambiti diversi e con progetti differenti che hanno però tutte un’obiettivo comune: quello di generare impatto sociale concreto, intenzionale e misurabile, per coinvolgere la comunità e incentivare la partecipazione attiva dei cittadini. 

La nuova edizione di GrandUP! IMPACT Imprese è iniziata a fine marzo e proseguirà nel corso dei prossimi mesi. In queste prime giornate con i nostri esperti, i team stanno acquisendo conoscenze e competenze in ambito di Impact Design, e nello specifico con moduli su: analisi del problema sociale, Teoria del Cambiamento e definizione degli obiettivi d’impatto, disegno sistemico del progetto, Value Proposition e User Experience, analisi di mercato, competitor e benchmark.

Continuiamo a conoscere alcuni dei partecipanti a questa edizione 2021-2022!

SPAZIO AUT

Centro abitativo/terapico per persone con autismo con approccio lifespan (che assista in maniera continuativa anche in età adulta).

1In cosa consiste il vostro progetto?

Creare un luogo fisico adatto alle caratteristiche peculiari dello spettro autistico, co-progettato con persone autistiche, immaginando le caratteristiche di ogni spazio come stimoli-risorsa alle attività. All’interno di questa struttura i ragazzi potranno accedere a servizi creati e plasmati sulla loro persona con l’obiettivo di implementare le autonomie relazionali e sociali, in vista di una vita quanto più autonoma possibile.

2Quale impatto vi immaginate il vostro progetto possa generare?

Far nascere un Centro specializzato in cui le persone possano lavorare attraverso dei percorsi individualizzati sulle proprie risorse, trovare sostegno per le proprie famiglie e generare autonomia ha una ricaduta sul territorio in termini di sensibilizzazione e conoscenza.

Facendo riferimento al concetto di Qualità di Vita definito dall’OMS i nostri interventi opereranno sulla possibilità di poter apprendere e raggiungere il maggior grado possibile di autonomia, nonché di incentivare e agevolare l’integrazione e l’inclusione delle persone autistiche nella nostra comunità. 

3Come è nata la vostra idea?

La nostra idea è nata dal lavoro con i bambini e ragazzi autistici e le loro famiglie e dalla lettura dei bisogni del territorio. Attualmente le famiglie intraprendono percorsi di riabilitazione presso le ASL di riferimento e interventi educativi attraverso il servizio sociale ma man mano che i ragazzi crescono questi diminuiscono o si interrompono. Non sono presenti servizi o realtà che si rivolgo in maniera specifica alle persone autistiche, in un’ottica abilitativa e non solo riabilitativa

WALDEN – FORESTE A FORMA DI FUTURO

Piattaforma digitale gestione forestale partecipata: gestione delle foreste, vendita prodotti (legno funghi castagne), servizio offset carbonio, servizi didattici. Finanziamento tramite: pledge/stewardship, “quasi equity” e carbon mining.

1In cosa consiste il vostro progetto?

Facendo leva su associazionismo fondiario e lo sviluppo di reti pubblico private, Walden intende avviare una piattaforma di gestione forestale partecipata. Crediamo fortemente negli obiettivi di sviluppo sostenibile: contribuiamo alla transizione verso una bioeconomia circolare attraverso la gestione sostenibile delle risorse naturali, la fornitura di servizi energetici smart ed il coinvolgimento attivo delle comunità locali.

Le radici delle nostre attività sono rappresentate dal lavoro con le comunità locali, il ricorso a soluzioni innovative e l’attenzione verso la sostenibilità ambientale, economica, sociale e culturale.

2Quale impatto vi immaginate il vostro progetto possa generare?

Gli obiettivi generali sono quelli di migliorare la gestione delle foreste coinvolte nel progetto in ottica di maggiore sostenibilità, valorizzare il patrimonio di varietà locali tradizionali di castagna, generare occupazione e introdurre un nuovo servizio per le società che intendono compensare il proprio impatto ambientale.

3Come è nata la vostra idea?

Abbandono e climate change hanno impatti crescenti sull’equilibrio di foreste e pascoli. Impatti che le comunità sono raramente in grado di affrontare per mancanza di competenze e, spesso, di sensibilità. Ne consegue una perdita di biodiversità (naturale, alimentare, culturale), paesaggio e dei servizi ecosistemici, oltre a un ostacolo alla rivitalizzazione delle aree montane. Anche il mondo delle imprese fatica a compensare le emissioni prodotte ed effettuare investimenti “green”. 

Crediamo che il futuro dei nostri territori passi attraverso la diffusione di sistemi energetici rinnovabili, la migliore gestione delle risorse agroforestali e la valorizzazione delle filiere ad esse legate e lavoriamo per realizzare tutto questo. 

DEBLOGBROTHERS

Piattaforma digitale di matching per coltivare relazioni con un partner intellettuale.

1In cosa consiste il vostro progetto?

DeBlogBrothers è il progetto per costruire una piattaforma innovativa su cui coltivare una relazione intellettuale con il Brother. Il Brother è una persona di fiducia che aiuta a esprimerci nella maniera più efficace possibile e le sfere prese in considerazione sono la Fotografia, la Scrittura e le belle arti.

I problemi che vogliamo risolvere derivano dalla consapevolezza della dispersione delle piattaforme digitali esistenti e della superficialità delle relazioni umane che si creano su queste piattaforme.

2Quale impatto vi immaginate il vostro progetto possa generare?

Una maggiore valorizzazione dei talenti e delle idee di valore, che possa portare alla pubblicazione di nuovi libri, esposizione di mostre a tema a stampo culturale, nascita di salotti intellettuali.

3Come è nata la vostra idea?

Dalla voglia dei due co-founder di dare la possibilità agli appassionati di Fotografia e Scrittura di seguire e coltivare una relazione arricchente. 

BARICENTO. CAFFÈ, CULTURA, COMUNITÀ

Creazione di un laboratorio di comunità, nel quale convergeranno idee e pratiche partecipative per il territorio. Si propone come “sentinella” sociale del territorio.

1In cosa consiste il vostro progetto?

Baricentro vuole essere una “sentinella” sul territorio, punto d’ascolto e di incontro per residenti, cittadini, imprese, associazioni, enti pubblici e privati. Un luogo anche fisico, una casa in cui la comunità possa esprimersi e partecipare attivamente alla costruzione di benessere sociale sul territorio.

2Quale impatto vi immaginate il vostro progetto possa generare?

Speriamo di poter generare lavoro e cultura, mettendo le basi per un territorio che possa aiutare i giovani a costruirsi un futuro senza dover partire per le grandi città. “Baricentro” vuole diventare un vero e proprio laboratorio di comunità. Grazie alla cooperazione tra cittadini, imprese, enti, speriamo di sviluppare maggior coesione sociale e capacità di offrire risposte pratiche alle esigenze degli stessi attori sociali coinvolti.

3Come è nata la vostra idea?

L’idea nasce da un primo questionario delle priorità somministrato alla cittadinanza per valutare le criticità e le opportunità del nostro territorio. Si sono riscontrate diverse criticità su ambiti diversi (politiche giovanili, assistenziali, sanità, cultura, turismo e lavoro) che sono state raccolte all’interno del grande calderone di Baricentro. Un posto aperto a tutti senza discriminanti e in cui possano operare le tante associazioni del territorio.

L’offerta del programma

Il programma di accelerazione di conoscenza è promosso dalla Fondazione CRC in collaborazione con SocialFare nell’ambito del progetto GrandUP!. Il percorso offre non solo un ampio ventaglio di opportunità di approfondimento e formazione, ma anche di condivisione di competenze. Una ricetta di successo: fra il 2018 e il 2021 abbiamo infatti accelerato 30 team, molti dei quali hanno proseguito il loro percorso di crescita, dando vita a progetti di impresa che generano oggi un impatto sociale significativo su scala locale e/o nazionale.

 

Per approfondire:

Creare comunità inclusive: ne parliamo con la Fondazione Cariverona

Abbiamo intervistato Marta Cenzi, Responsabile Area attività istituzionali della Fondazione Cariverona, con cui SocialFare collabora stabilmente dalla fine del 2020. Insieme, prima con la sperimentazione FutureUp! e oggi attraverso l’ambizioso Bando Innovazione Sociale, lavoriamo per supportare la nascita di iniziative di Innovazione Sociale con un impatto rilevante, sostenibile e duraturo per le comunità dei territori di Verona, Vicenza, Belluno, Mantova e Ancona.

In questa breve intervista abbiamo chiesto a Marta di raccontarci come è nata questa collaborazione e qual è la visione della Fondazione rispetto ai temi dell’Innovazione Sociale.

Com’è nato il Bando Innovazione Sociale della Fondazione Cariverona? Cosa vi aspettate?

Uno dei tre obiettivi strategici su cui si basa la programmazione della Fondazione Cariverona è proprio l’innovazione sociale, con la finalità di creare delle comunità che siano coese e inclusive. Da alcuni anni, in particolare, cerchiamo di essere presenti e vicini ai nostri territori non solo in qualità di erogatori di fondi, ma anche come ente che accompagna i propri stakeholder in una crescita professionale

In questa ottica, il focus sull’innovazione sociale per per noi è assolutamente cruciale.

Desideriamo stimolare i nostri territori con modelli di intervento “alternativi” a quelli tradizionali, accompagnandoli nella crescita e nella familiarizzazione con strumenti e approcci tipici della progettazione per l’innovazione sociale. Occorre quindi ragionare sull’impatto che si vuole generare e da quello ripercorrere, un po’ a ritroso, gli output e gli outcome specifici, le azioni e le attività, il budget e le risorse da allocare. 

Altro tema su cui stiamo lavorando in via prioritaria è la sostenibilità, vale a dire che intendiamo non solo realizzare interventi che siano significativi sul territorio ma che abbiano anche la capacità di persistere nel tempo. In questo senso è importante maturare un approccio imprenditoriale e imprenditivo

Per favorire tutto questo, cerchiamo di stimolare la partecipazione a percorsi di formazione e capacity building. Con il Bando Innovazione Sociale, ad esempio, stiamo accompagnando 33 enti attraverso 5 Academy – realizzate nella primavera 2022 dagli esperti di SocialFare a Verona, Vicenza, Belluno e Ancona – con l’obiettivo di fornire strumenti e metodi utili non solo per poter migliorare la fase di progettazione, ma anche per gestire meglio e monitorare la fase di esecuzione operativa.

Il Bando Innovazione Sociale nasce in continuità con il progetto FutureUp. Ce ne parli?

Il progetto FutureUp! per noi è stata un’interessante  scommessa su un nuovo modo di lavorare. Per la prima volta, infatti, anziché rivolgerci agli enti del Terzo Settore, abbiamo provato a coinvolgere in via diretta i cittadini, ragazzi, studenti, professionisti particolarmente interessati a lavorare su alcune sfide sociali contemporanee e valide per i propri territori. Abbiamo aggregato persone che non si conoscevano fra loro, ma che erano motivate dal lavorare insieme. 

Questa scelta ha dato buoni frutti: a seguito delle 6 Social Innovation Academy, a cui hanno partecipato 161 persone (selezionate su 259 candidature), sono emerse alcune belle idee innovative per rispondere alle esigenze sociali più attuali dei territori. Le abbiamo ascoltate insieme ad una giuria, composta anche da esperti esterni, nel corso di un evento al Teatro Ristori di Verona, il FutureUp! Opportunity Day, nel settembre 2021. Abbiamo assegnato delle premialità alle migliori idee e alcune progettualità stanno maturando e trovando concretezza.

Quale ruolo per SocialFare nelle politiche della Fondazione Cariverona sull’Innovazione Sociale?

SocialFare è il primo hub dedicato all’Innovazione Sociale in Italia, lavora da tempo su questi temi: è stato quindi naturale pensare a una collaborazione nel momento in cui abbiamo scelto questa direzione. Inoltre, guardandoci intorno e osservando il mondo delle altre fondazioni di origine bancaria, abbiamo notato che la Fondazione CRC di Cuneo aveva avviato da alcuni anni un’interessante sperimentazione con SocialFare, con sviluppi e risultati fruttuosi e significativi (il progetto GrandUP! IMPACT, ndr) e abbiamo deciso di affidarci alla loro esperienza pregressa. 

Abbiamo così condiviso i nostri obiettivi e progettato insieme FutureUp!, che poi ha portato al Bando Innovazione Sociale in cui SocialFare gioca un ruolo determinante nell’accompagnamento dei team selezionati dalla fase formativa a quella di implementazione operativa. Ci siamo trovati molto bene, non solo per la vostra grande esperienza e competenza, ma anche per l’approccio particolarmente agile e “familiare” con cui il vostro team riesce a coinvolgere tutti i target a cui si rivolgono le azioni che stiamo realizzando insieme. C’è un trasferimento di competenze prezioso che avviene in ognuna di queste iniziative di cui siamo soddisfatti.

Oggi andiamo verso la seconda fase del Bando Innovazione Sociale: le Academy sono appena terminate e gli enti partecipanti stanno lavorando su un piano di sviluppo con cui potranno candidarsi ad accedere alla fase successiva. La Fondazione farà un’ulteriore selezione e assegnerà ad alcuni un grant che permetterà di avviare l’attività progettata, ma sempre con il supporto attivo degli esperti di SocialFare, previsto per la durata di due anni: questo per noi significa lavorare per lo sviluppo di attività di impresa sociale che sia solida, sostenibile e capace di generare un impatto positivo per la comunità anche nel lungo termine.

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I moduli di formazione

In queste prime giornate con i nostri esperti, i team stanno acquisendo conoscenze e competenze in ambito di Impact Design, e nello specifico con moduli su: analisi del problema sociale, Teoria del Cambiamento e definizione degli obiettivi d’impatto, disegno sistemico del progetto, Value Proposition e User Experience, analisi di mercato, competitor e benchmark.

[Qualche foto durante la prima giornata di formazione]

L’offerta del programma

Il programma offre non solo un ampio ventaglio di opportunità di approfondimento e formazione, ma anche di condivisione di competenze. Una ricetta di successo: fra il 2018 e il 2021 abbiamo infatti accelerato 30 team, molti dei quali hanno proseguito il loro percorso di crescita, dando vita a progetti di impresa che generano oggi un impatto sociale significativo su scala locale e/o nazionale.

Ma iniziamo a conoscere alcuni dei partecipanti a questa edizione 2021-2022! 

 

BUN DA MANGè

Un ponte tra scuola e lavoro per studenti ed ex studenti con disabilità: co-housing, gestione di eventi, produzione e confezionamento di prodotti alimentari, gestione alberghiera e attività agricola attraverso la gestione di beni confiscati.

1In cosa consiste il vostro progetto?

Creare opportunità di lavoro per ragazzi con disabilità attraverso la creazione di un servizio di catering inclusivo. Vogliamo rispondere al problema dell’inserimento lavorativo di ragazzi/e con disabilità in strutture ricettive: non sempre i ritmi di lavoro sono adatti alle loro esigenze e capacità, le strutture in cui poter lavorare diventano quindi inaccessibili. Con il servizio catering “BunDaMangè” si può creare un ponte tra scuola e lavoro per ovviare a questa problematicità.

2Quale impatto vi immaginate il vostro progetto possa generare?

Innanzitutto, speriamo che la nostra iniziativa possa stimolare la nascita di progetti simili. Crediamo anche che questo progetto possa portare alla soluzione del problema “del dopo di noi” e della residenzialità dei ragazzi con disabilità, generando benessere per questi studenti e le loro famiglie. Ma non solo,vogliamo immettere nel territorio nuove risorse per la comunità e diffondere buone pratiche.

3Come è nata la vostra idea?

Nasce dopo aver preso coscienza che il settore turistico alberghiero della provincia di Cuneo mostrava delle difficoltà ad inserire lavoratori con disabilità.

 

BIRRE DI CONFINE

Promozione e creazione di pacchetti turistici che colleghino attività di scoperta della filiera della birra al territorio circostante.

1In cosa consiste il vostro progetto?

Birre di Confine vuole creare percorsi turistici di scoperta del territorio lungo la filiera dei birrifici artigianali, integrando la produzione artigianale al contesto storico, culturale e naturale, superando i confini dei luoghi comuni e unendo le vecchie tradizioni con quelle nuove. L’obiettivo è quello di creare un modello di turismo sostenibile che unisca cultura, storia e enogastronomia.

2Quale impatto vi immaginate il vostro progetto possa generare?

Vorremmo che le piccole realtà prendessero coscienza del loro potenziale attrattivo e che, collaborando con altri attori, possano capire di avere un richiamo molto ampio. Superando i campanilismi e vedendosi parte di un percorso di insieme, i protagonisti del territorio dovrebbero superare la tipica ritrosia dei nostri luoghi per aprirsi ad un nuovo modo di valorizzare la propria attività e il proprio territorio.

La scoperta di punti di interesse meno noti distribuiti in zona invoglierebbe i turisti a tornare e ad ampliare la loro visita, vedendo il territorio della provincia come una rete di punti di interesse capaci di dare un’offerta turistica completa. Il progetto potrebbe aiutare quindi le realtà locali a comprendere il loro potenziale turistico se inserite in una rete. Infine, la creazione di interesse intorno a realtà agricole con produzioni relativamente piccole e dedicate a specifici settori potrebbe portare a una maggiore attenzione verso forme di agricoltura più sostenibili e variegate.

3Come è nata la vostra idea?

Collaborando con vari birrifici e portando personalmente amici a visitare il territorio ci siamo resi conto di come questo potenziale elevatissimo e interessante non fosse veicolato in un offerta turistica complessiva.

 

PUNTOZER.0

Un e-commerce di prodotti sostenibili e da artigianato locale.

1In cosa consiste il vostro progetto?

Il progetto puntozer.0, tramite la diffusione (vendita e produzione) di prodotti di consumo alternativi in chiave eco-sostenibile, corsi e strumenti dedicati (workshop, comunicazione, networking, divulgazione), ha l’obiettivo di fornire i mezzi e la possibilità di vivere in maniera più responsabile, consapevole e a basso impatto ambientale.

2Quale impatto vi immaginate il vostro progetto possa generare?

Miglioramento dell’impatto ambientale, della conoscenza e della sensibilità sul tema trattato (sia del singolo, che della rete e del territorio connessi al progetto) attraverso lo sviluppo di collaborazioni per la promozione dell’artigianato locale; accessibilità e inclusività dei percorsi didattico-formativi nonchè dei prodotti commercializzati; informazione e diffusione di contenuti a tema sostenibilità. Ci auguriamo che tutto questo porti a una maggiore presa di coscienza e conoscenza delle tematiche relative alla sostenibilità. 

3Come è nata la vostra idea?

Dal bisogno di agire per aiutare il pianeta guidando le persone nella transizione ecologica.

 

MYREMUS

Una soluzione digitale per la fruizione di musei da parte delle scuole.

1In cosa consiste il vostro progetto?

myReMuS crea un ponte fra scuola e museo: affianca la narrazione del prezioso patrimonio culturale italiano alla didattica nella scuola. Con myReMuS il museo partecipa all’educazione di bambini e ragazzi anche quando non possono visitarlo e li accompagna in un viaggio attraverso collezioni, aree archeologiche e paesaggistiche di tutta Italia. Il museo è un’istituzione per tutti e myReMuS rispetta questo valore con contenuti inclusivi, innovativi e interdisciplinari. 

2Quale impatto vi immaginate il vostro progetto possa generare?

Attraverso il progetto myReMuS gli studenti potranno imparare, divertirsi, conoscere e acquisire consapevolezza del patrimonio culturale. myReMuS scommette sul futuro: le nuove generazioni capiranno la grande importanza di piccoli e grandi musei e vorranno interagire in modo diretto con queste realtà, facendone parte e imparando a valorizzarli. 

La scuola e il museo avranno l’opportunità di consolidare un rapporto costante, sinergico e ottimo per i fini educativi. 

3Come è nata la vostra idea?

myReMuS nasce nell’autunno 2020 quando, dopo i primi mesi dallo scoppio della pandemia, in ambito museale si è avvertita sempre più l’esigenza di un sodalizio più strutturato e costante fra scuola e museo. Pensando alle potenzialità del digitale ed avvalendosi di una solida progettazione didattica è nata l’idea di un servizio educativo per la scuola che si avvale della partecipazione attiva dei musei italiani.

 

 

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Anthea Vigni è la Social Economist di SocialFare.
Nata e cresciuta a Siena, ha studiato a Milano, Bologna, in Olanda e Sud Corea e oggi è la nostra principale “inviata” in Lombardia, Veneto e Marche per seguire gli importanti progetti che realizziamo su questi territori.

Il suo ruolo consiste nell’accompagnare i team nello sviluppo delle rispettive idee imprenditoriali, al fine di trasformarle in progetti ad impatto sociale che siano anche economicamente sostenibili. 

In questa intervista ci racconta come!

 

Anthea, ci racconti il tuo percorso prima di entrare nel team SocialFare?

Ho iniziato l’università con un corso triennale di Management di Arte, Cultura e Comunicazione a Milano: mentre studiavo l’economia applicata all’impresa culturale, a titolo personale coltivavo interessi nel non profit, avendo anche molta esperienza di volontariato. Al terzo anno, in Erasmus a Maastricht, ho partecipato a diverse iniziative e conferenze dedicate al mondo della sostenibilità, rimanendo conquistata da questo settore così stimolante e sviluppato nei Paesi Bassi. Così mi sono fermata un anno a Utrecht per un’esperienza professionale in WFTO (World Fair Trade Organisation). Rientrata in Italia mi sono iscritta al corso magistrale di Management dell’Economia Sociale all’Università di Bologna, determinata a orientare il mio futuro lavorativo in questo mondo. Ho trascorso ancora un semestre in Sud Corea, esperienza che si è rivelata altrettanto determinante per il mio futuro: è qui che, partecipando ad un hackathon con un’idea progettuale per recuperare gli sprechi alimentari nei mercati cittadini, insieme al mio gruppo di lavoro ho vinto un soggiorno di 10 giorni a Stanford che includeva un’esperienza di formazione con IDEO (https://www.ideo.com/eu). Di ritorno a Bologna, ho collaborato con Social Seed, mi sono laureata e poco dopo sono approdata a Torino per lavorare in SocialFare e realizzare il mio desiderio di lavorare con una prospettiva nazionale sul mondo dell’impresa a impatto sociale.

Qual è il tuo ruolo in SocialFare?

Mi occupo di consulenza e formazione per gli enti del Terzo Settore.
La mia attività di formazione include, ad esempio, gli aspetti di valutazione dell’impatto sociale attraverso la Teoria del Cambiamento. Supporto le imprese sociali, esistenti o nascenti, nella strutturazione di un quadro di valutazione dell’impatto sociale a partire dalla fase preliminare – a monte della progettazione – fino al monitoraggio effettivo dell’impatto generato.

C’è poi la parte di modellizzazione del business, che seguo insieme a Marco Cornetto, collega che come me ha una formazione di impianto economico. Nei diversi percorsi di accelerazione di conoscenza, formazione e consulenza che offriamo, di solito questo nostro intervento segue la prima parte di progettazione dell’impatto sociale, curata dalle colleghe impact designer. Noi subentriamo nel momento in cui i team assistiti hanno dato una prima struttura progettuale chiara e definita alla loro soluzione e li affianchiamo nel “dare gambe” in termini di sostenibilità economica.

Cos’è la Teoria del cambiamento?

La Teoria del Cambiamento è un metodo per mappare e delineare passo-passo tutti i nessi di causa/effetto che portano a raggiungere gli obiettivi di impatto sociale prefissati. L’approccio prevede di partire dall’impatto a lungo termine che si intende generare, quindi di ragionare “a ritroso” per prevedere la catena di outcome (impatto sui beneficiari più vicini nel tempo), output, attività e infine risorse da mettere in campo per raggiungere l’obiettivo. 

In concreto è uno strumento agile, con alcune caselle da compilare, che con opportuna formazione e supporto ogni tipo di realtà imprenditoriale o progettuale può utilizzare.

Io l’avevo studiato all’università, poi ho avuto modo di approfondirlo insieme alla collega designer Giuliana Gheza: ci siamo formate e aggiornate, quindi lo abbiamo adottato come parte integrante del metodo SocialFare e oggi lo applichiamo in diversi progetti, supportate anche dal collega Matteo Lupetti.

Lavori molto con le imprese sociali. Come si conciliano impatto sociale e sostenibilità economica? 

Chiaramente questa è la sfida più importante per un’impresa a impatto sociale.
In questi anni, attraverso SocialFare, ho visto davvero tanti progetti di questo tipo e mi sento di dire che fra gli aspetti più importanti ci sono la mentalità e la motivazione del team di lavoro. Occorre davvero sapersi mettere in discussione ed essere sempre disponibili a farlo.

Una sfida determinante per il Terzo Settore, in questo senso, è fare propria la mentalità imprenditoriale: se si vuole fare impresa sociale, è necessario evitare la totale dipendenza da grant e contributi a fondo perduto, bisogna avere il coraggio di mettersi sul mercato. Capisco che si tratti di un cambiamento radicale per alcune realtà che hanno sempre lavorato su altri presupposti, ma i tempi sono cambiati ed è necessario rinnovarsi sotto tanti aspetti, dall’approccio imprenditoriale al modo di comunicarsi. Anche l’arrivo dei nuovi, ingenti fondi europei richiede preparazione e competenze nuove: il cambiamento nel Terzo Settore è in atto, cominciamo anche noi a coglierne i primi segnali, ma non va sottovalutato e richiederà molto impegno nell’immediato futuro.

In questo senso, trovo interessante la proposta della Fondazione Cariverona, con cui collaboriamo: attraverso il Bando Innovazione Sociale viene sì offerto un grant per l’avvio delle progettualità selezionate, ma il contributo vale come trampolino di lancio per i primi due anni, nel corso dei quali i team seguono con noi un percorso orientato alla strutturazione dell’attività imprenditoriale.

Hai citato più volte la collaborazione di SocialFare con la Fondazione Cariverona: ci racconti qualcosa di più?

Si tratta di una collaborazione importante per SocialFare, che mi vede impegnata in prima persona dal 2020, e di cui sono felice e orgogliosa. Siamo partiti con il progetto FutureUp, pensato per iniziare a “preparare il terreno” e coinvolgere le comunità locali nelle province in cui la Fondazione opera: Verona, Vicenza, Belluno, Mantova e Ancona

FutureUp! nasce come un percorso di capacity building – quindi finalizzato a portare consapevolezza, formazione e competenze – sui temi dell’Innovazione Sociale e per indagare la capacità di risposta dei cittadini e degli enti locali per rispondere ai bisogni sociali del territorio. La Fondazione Cariverona ha lanciato una call a cui hanno risposto 259 persone interessate. Di queste, 161 sono state selezionate e hanno partecipato alle Social Innovation Academy che abbiamo organizzato in ognuno dei territori coinvolti. Ciascuno è stato coinvolto in una scuola immersiva di cinque giornate e ha potuto lavorare con altri partecipanti ad un’idea progettuale. Al termine del percorso, 12 progetti (su 26) si sono presentati ad una giuria di esperti del mondo dell’Innovazione Sociale nel corso di un evento, il FutureUp! Opportunity Day, a Verona: 6 team hanno ricevuto un contributo di 4mila euro ciascuno per sviluppare la propria soluzione a impatto sociale.

Le aree di sfida più “gettonate” sono state la cura del territorio, i giovani e il benessere delle persone: su queste si è concentrato quindi il nuovo Bando Innovazione Sociale. Lanciato a fine 2021, il bando ha raccolto 44 candidature da parte di enti – in questo caso già costituiti – intenzionati a sviluppare una soluzione innovativa con un impatto positivo sul territorio di appartenenza. I 33 progetti selezionati stanno ora seguendo una prima fase di “academy”, nuovamente con gli esperti di SocialFare. La fase dura cinque settimane e prevede una formazione intensiva seguita da lavoro autonomo, quindi una revisione del piano di monitoraggio e valutazione dell’impatto sociale e del piano economico/finanziario con noi. A giugno gli enti partecipanti potranno candidarsi per accedere alla fase successiva: la Fondazione farà un’ulteriore scrematura selezionando i progetti che riceveranno un grant per avviare l’attività e che saranno seguiti da noi per due anni, verso lo sviluppo di un’attività imprenditoriale solida, sostenibile e capace di generare impatto sociale rilevante.

Siamo quindi solo all’inizio di questa sfidante avventura che ci sta portando in giro per l’Italia a conoscere persone e progetti  stimolanti e non vediamo l’ora di vederli crescere insieme a noi!

 

 

In alto: una delle illustrazioni realizzate da Lele Gastini nel corso del FutureUp! Opportunity Day

Impact Startup Acceleration: con noi crescono le migliori startup a impatto sociale


Martina Muggiri, Startup Program Coordinator di SocialFare, gestisce e coordina le attività dell’acceleratore di startup di SocialFare. Avviato nel 2016, il nostro programma di accelerazione per startup a impatto sociale giunge con l’ultima call PLANET FOUNDAMENTALS alla sua 13° edizione. 

86 le startup accelerate fino ad oggi, che nel loro complesso hanno raccolto ad oggi un ammontare totale pari a 19 milioni di euro di raising, di cui 1,5 erogati da SocialFare Seed (dati aggiornato maggio 2022, ndr).

Abbiamo chiesto a Martina di raccontarci cosa distingue il nostro programma di accelerazione e che tipo di valore aggiunto porta il nostro lavoro alle startup che selezioniamo e seguiamo. 

A chi si rivolge il programma di accelerazione per startup di SocialFare?

Il target del nostro acceleratore di impact startup sono imprese che abbiano la capacità di crescere rapidamente e in modo consistente tanto dal punto di vista economico quanto dal punto di vista dell’impatto sociale che generano. È rilevante quindi che i team candidati abbiano l’ambizione di portare il loro progetto di innovazione sociale ad uno scale-up a livello nazionale, se non addirittura internazionale.

Cosa si intende per impact startup?

Cerchiamo startup con un progetto imprenditoriale volto a generare un impatto positivo dal punto di vista sociale. 

È fondamentale che questo impatto sia intenzionale e misurabile: non si tratta di aziende impegnate in azioni correttive sull’impatto generato dal proprio business, bensì di progetti che pongono l’impatto sociale al centro della loro mission aziendale, attività nate espressamente con l’obiettivo di risolvere un problema della collettività.

La ricaduta sociale dovrà essere inoltre tracciabile e misurabile tramite indicatori che potranno essere definiti con precisione nel corso del programma di accelerazione, che prevede infatti un modulo dedicato in modo specifico alla valutazione dell’impatto

In base all’esperienza di questi anni, avendo esaminato centinaia di candidature e seguito diverse decine di startup selezionate, posso affermare che se la misurabilità è un aspetto che si può affinare insieme in fase di accelerazione – quanto meno il come misurare l’impatto – l’intenzionalità è invece un elemento che deve emergere immediatamente, anche in un progetto imprenditoriale agli albori, a prescindere dal suo stadio di sviluppo.

Di cosa si occupano le impact startup che selezionate?

Siamo particolarmente interessati a progetti imprenditoriali che portano soluzioni innovative, siano esse di prodotto, servizio, modello. Premesso il nostro focus imprescindibile sull’impatto sociale, non abbiamo una specificità settoriale, come potrebbe essere la moda, il food, o il digital, (…). Siamo piuttosto orientati agli SDGs, gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU. Acceleriamo soluzioni in risposta a esigenze sociali in diversi ambiti, seguiamo prodotti “fisici” ma anche servizi digitali, modelli di business B2B o B2C, il nostro portafoglio è eterogeneo, perché l’impatto sociale è un obiettivo trasversale.

Devono essere attività imprenditoriali già avviate?

Generalmente selezioniamo startup early stage con un prototipo già validato o con un prodotto lanciato da poco sul mercato. Spesso a questo stadio le startup ancora non riescono a comunicare bene quello che fanno, non mi riferisco tanto alla comunicazione rivolta al cliente quanto alla capacità di valorizzarsi rispetto, ad esempio, ai potenziali investitori. Il nostro programma d’altra parte serve anche a questo: vedremo insieme la catena del valore del prodotto o servizio e le metriche di riferimento (KPI) per misurare e monitorare lo sviluppo del business, anche allo scopo di cercare investimenti.

Come avviene lo scouting delle startup?

In Italia il social impact è ancora un settore di nicchia: la qualità sta crescendo, ma è necessario un buon lavoro di ricerca per intercettare le startup a impatto sociale con un buon potenziale. 

Il nostro lavoro di scouting include canali digitali per la ricerca, ma anche e soprattutto un buon lavoro di rete a livello nazionale con incubatori, acceleratori e anche investitori che spesso ci segnalano startup interessanti e in target per noi, non ancora pronte a ricevere un investimento.

Quali errori fanno più frequentemente le startup che incontrate?

Quasi tutte inizialmente sottostimano i costi: la pianificazione economico/finanziaria è uno degli aspetti che rivediamo in modo accurato durante il percorso.

Un altro errore frequente riguarda il team: se è vero che si parla spesso delle competenze, che sono senza dubbio determinanti e fondamentali, a volte non si investe abbastanza nella creazione di un clima di lavoro sano. Gestire una startup è infatti molto impegnativo, anche psicologicamente, non mancano momenti di grande stress. Se i founder non riescono a impostare un clima positivo e a offrire rinforzi che aiutino il team in questi momenti, con il tempo se ne pagano le conseguenze. 

Poi c’è la poca flessibilità di pensiero: ci sono startup molto convinte delle loro ipotesi e poco disposte a metterle in discussione, e questo non fa bene. A volte un team è così affezionato alla propria idea da non rendersi conto di validare, di fatto, i risultati che vuole vedere più che quelli davvero attendibili.

Un ulteriore aspetto da vigilare è la capacità di raccogliere metriche, analizzarle e prendere decisioni di conseguenza: una startup non può crescere se non è data-driven, è importante essere disposti ad acquisire competenza e metodo in questo senso.

In cosa si distingue il nostro programma di accelerazione?

Senz’altro nel nostro approccio altamente selettivo: non ci interessa fare numero, lavoriamo con pochi team selezionati e puntiamo sulla qualità. Questo ci permette di seguire le startup in accelerazione davvero da vicino, concentrandoci sui dettagli e offrendo numerose opportunità di consulenza specializzata 1to1. Il nostro programma è altamente personalizzato e questo fa la differenza.

Lavoriamo tanto sulla strategia e sul team, il cambiamento da prima a dopo l’accelerazione è radicale e determinante. 

Un altro aspetto caratteristico è l’eterogeneità di background del nostro team di accelerazione: io come designer (di prodotto e servizio) ed esperta di marketing sono affiancata da Filippo Psacharopulo, esperto di investimenti e finanza (leggi qui la sua intervista, ndr), e da Marco Cornetto, che ha una formazione economica e si occupa di crescita e sviluppo del business delle startup. 

C’è poi da sottolineare la collaborazione stretta fra il nostro team e SocialFare Seed, il veicolo di investimento che porta capitale finanziario alle nostre startup in accelerazione e che ci affianca già nelle fasi di selezione prima dell’avvio di ogni programma. Il nostro lavoro sulla investment readiness, ovvero la preparazione delle startup perché siano pronte a presentarsi agli investitori e a ricevere investimenti, è senza dubbio un grande servizio che offriamo alle “nostre” startup anche ben oltre il periodo dell’accelerazione, e che ci viene riconosciuto.

Quanto conta il network di mentor, advisor e investitori di SocialFare?

 Molto, naturalmente. La nostra rete di advisor e mentor è complementare allo Startup Acceleration Team ed offre competenze di altissimo livello in diversi ambiti. Individuiamo le specifiche esigenze delle startup che seguiamo e le affianchiamo con professionisti specializzati, attivando anche mentorship prestigiose per i team più meritevoli.

L’altro tassello è costituito dal network di investitori che segue le nostre startup e partecipa ai Social Impact Investor Day, gli eventi conclusivi dei nostri percorsi di accelerazione. Se il nostro veicolo di investimento SocialFare Seed offre un’iniezione di capitale come boost iniziale durante l’accelerazione, fondamentale è che le startup arrivino a fine programma pronte a raccogliere investimenti più ingenti per fare il salto, e noi sappiamo di aver fatto davvero un buon lavoro quando questo match fra startup e venture capital avviene al meglio, dando risultati nei mesi e anni successivi al percorso.

In sintesi, FOUNDAMENTA (chiamato PLANET FOUNDALMENTALS in occasione della sua più recente call) è un programma che si è completato e raffinato nel corso degli anni, migliorandosi in ognuna delle sue 13 edizioni, arrivando oggi ad avere un track record davvero significativo.

Le startup vi riconoscono queste peculiarità?

Chi ci conosce o semplicemente segue con attenzione gli sviluppi delle nostre startup lo sa bene.

Un esempio: nel corso dell’ultima selezione, una delle startup candidate ha detto di aver avuto diverse opportunità per entrare in altri programmi di accelerazione, ma di aver scelto di puntare su di noi, perché vede i risultati delle startup che abbiamo accelerato. 

Per farsi un’idea basta seguire sui media i casi di Unobravo (qui diversi articoli su Forbes), Freedome, JoJolly, BonusX (qui una sintesi degli ultimi successi), per citare le più recenti, o di startup ormai note come Epicura, fra le prime a seguire il nostro programma FOUNDAMENTA, oggi in piena fase di crescita dopo aver chiuso un round da 5 milioni di euro (qui una delle ultime notizie sul Sole24Ore).

Alla fine del programma, qual è l’x factor che determina il successo di una impact startup?

Il nostro programma di accelerazione è estremamente efficace là dove i team sono eccezionali.
In questo siamo bravi: selezioniamo i team con il miglior potenziale e li accompagniamo portandoli ad essere davvero pronti a crescere e attrarre investimenti. 

Le competenze iniziali contano in parte, mentre sono fondamentali l’atteggiamento, l’approccio, le capacità. Devono sapersi mettere in discussione e aver voglia di lavorare sodo per formarsi e migliorarsi. Devono essere ambiziosi, ma avere anche una giusta dose di umiltà. Ormai siamo allenati a intercettare queste caratteristiche fin dai primi colloqui. Già nella fase preparatoria al Selection Day, a cui accede una short list altamente selezionata, li affianchiamo nella creazione di un buon pitch e constatiamo quanto sono proattivi e disposti a mettersi in gioco.

Se una impact startup ha un team eccezionale, con queste caratteristiche, noi garantiamo che la seguiremo con un lavoro eccezionale e che potrà ambire a diventare la n.1 del suo settore.

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Impact investing e startup: il punto con il nostro Investment Manager


Abbiamo intervistato Filippo Psacharopulo, Investment Manager di SocialFare, figura chiave che cura gli investimenti e i rapporti fra le startup accelerate e investite da SocialFare attraverso il programma FOUNDAMENTA e la rete di impact investor di SocialFare Seed.

 

Ecco cosa ci ha raccontato sul mondo dell’impact investing e sul nostro determinante ruolo per la crescita dell’ecosistema di startup con un impatto sociale positivo in Italia:

 

Il tuo percorso professionale ha origine nel mondo della finanza “tradizionale”, dove hai lavorato fino al 2017 prima di entrare nel team SocialFare e dedicarti all’impact investing.
Quali differenze importanti vedi fra i due approcci?

In realtà, il nostro obiettivo è proprio fare in modo che non ci sia differenza fra finanza ad impatto e finanza di altro tipo: tutto il mondo della finanza si sta spostando verso investimenti con un impatto positivo sotto un profilo sociale e ambientale. Il futuro della finanza è e deve essere investire esclusivamente in imprese sostenibili, perché il mondo deve essere sostenibile. 

In SocialFare, attraverso il veicolo di investimento SocialFare Seed, disponiamo di capitali da investire, con strumenti finanziari “classici”, in imprese altamente selezionate tenendo conto dell’impatto sociale che intendono e possono generare. In prospettiva tutto il mondo della finanza si avvicinerà sempre più a questo nostro modello, come già sta facendo.

Del resto se 5 anni fa gli ESG erano criteri “di nicchia”, oggi sono considerati imprescindibili.
Questo non dovrebbe sorprendere troppo: la finanza è uno strumento per lo sviluppo di impresa e come tale è normale che segua la direzione in cui va il mondo.

Davvero non vedi differenze?

Certo, con SocialFare Seed facciamo esclusivamente impact investing “puro”.
La differenza sta soprattutto nella consapevolezza dell’investitore riguardo al fatto che, come diciamo in SocialFare, il valore sociale genera valore economico, e non solo o non necessariamente viceversa. 

Il modello illuminato di Olivetti ha mostrato in tempi non sospetti che un’azienda attenta ai suoi dipendenti e al territorio in cui lavora è un’azienda che funziona bene e porta profitto: il valore generato è percepito dal mercato e dai clienti in termini di fiducia e qualità, quindi anche di riconoscimento di un valore economico. Non si tratta quindi di un concetto del tutto nuovo o di una recente scoperta, ma è vero che, almeno in alcuni casi, il mondo della finanza ha mostrato in passato di non dare sufficiente peso a questi criteri, arrivando a considerare un costo quello che oggi è sempre più riconosciuto come un elemento che porta valore aggiunto anche dal punto di vista economico.
Un esempio molto semplice: se fino a ieri la rinuncia alla plastica era percepita come un vincolo obbligato ma oneroso, oggi è chiaro che questa scelta porta valore al cliente che si traduce anche in valore economico per l’azienda.

Com’è lo scenario della finanza ad impatto in Italia?

SocialFare Seed è stato fra i primi in Italia. 

Dal 2016 ad oggi sono nati molti fondi di investimento impact: cresce il numero di soggetti coinvolti e crescono le risorse immesse in questo mercato. Questo fattore, indubbiamente positivo perché consente ad un maggior numero di startup di sviluppare soluzioni ad impatto sociale positivo, visto da un’altra prospettiva potrebbe anche incentivare il moltiplicarsi di iniziative di qualità non sempre elevata. È importante che la crescita di risorse disponibili si accompagni ad un’attenzione sempre alta in termini di qualità.

Cosa auspichi per il futuro prossimo? 

Attualmente la maggior parte dei fondi impact è later stage, vale a dire che investe in startup già avviate sul mercato e con una discreta maturità imprenditoriale, mentre scarseggiano le opportunità finanziarie a supporto delle fasi iniziali. Credo che la ragione non stia solo nel livello di rischio, chiaramente più alto in fase early stage, ma anche nella maggiore complessità di questo approccio. Se a livello later stage si investono capitali consistenti su aziende già in qualche modo rodate, in fase early stage si punta di solito su un portafoglio più ampio di investimenti di piccola taglia, progetti imprenditoriali che richiedono di essere seguiti più da vicino e comportano un numero maggiore di variabili: è complesso, anche se sul medio e lungo termine può portare risultati più interessanti.

C’è bisogno di più azionisti lungimiranti, come i nostri, che decidano di impiegare anche solo una parte dei propri investimenti a supporto dell’avvio di impact startup promettenti: il rischio è più alto, ma con il tempo si vedono i risultati in termini di profitti oltre che di soddisfazione. 

In cosa si distingue quindi l’approccio di SocialFare Seed nel mondo dell’impact investing

Come accennavo, ci distingue il fatto che investiamo nelle prime fasi di sviluppo di impresa, la fase più rischiosa ma anche quella in cui si può fare più innovazione. Siamo ancora in pochi in Italia a farlo, selezioniamo impact startup molto innovative e ad alto tasso di crescita.

SocialFare Seed investe esclusivamente in startup selezionate da SocialFare, che con la sua esperienza – siamo alla 13° edizione del programma di accelerazione FOUNDAMENTA – ha la particolare capacità di intercettare imprenditori con un’idea, un team, un prototipo da sviluppare e un ottimo potenziale. Come Centro per l’Innovazione Sociale e incubatore certificato dal MISE, SocialFare è un osservatorio privilegiato sul mondo dell’impresa a impatto sociale in Italia: ogni anno dal 2016 riceve e valuta centinaia di candidature, sceglie le più promettenti e le affianca con un programma intensivo di accelerazione guidato da un team multidisciplinare con il coinvolgimento di advisor e mentor d’eccellenza. 

Per supportare la crescita e lo scale-up di queste imprese è necessario immettere risorse finanziarie già in fase seed (iniziale): alcuni investitori hanno accettato la sfida, sapendo di poter contare sulle skill di SocialFare nel settore dell’impatto e dell’Innovazione Sociale, e così è nato il nostro veicolo di investimento. 

Quanto conta la misurazione dell’impatto sociale per gli investitori? 

Gli investitori hanno tutto l’interesse a misurare e verificare l’impatto sociale delle startup in cui investono, anche perché in caso questo si rivelasse poco significativo o non veritiero il danno sarebbe anche economico. 

È fondamentale che l’impatto sociale generato sia intenzionale, non soltanto misurato e validato ex post. L’imprenditore deve voler creare un’impresa che, sì, generi profitti, ma che abbia nel contempo, e per mission, un impatto positivo sulla collettività. Per noi e per i nostri investitori questa mission aziendale ha un valore anche economico: in fondo, se rispondi ad un’esigenza sentita dalla comunità metti in moto un’attività che funziona e vedrai i risultati a tutti i livelli.

Un esempio? Unobravo, una delle nostre startup investite di maggiore successo, fondata da Danila De Stefano, giovane psicologa italiana che vive tra Londra e Napoli. La sua soluzione imprenditoriale ha risposto nel contempo a due differenti bisogni della nostra società, particolarmente sentiti a partire dall’emergenza sanitaria covid-19: da un lato un tasso significativo di scarsa occupazione per gli psicologi del nostro paese, dall’altro un’esigenza crescente di supporto psicologico accessibile – in termini economici ma anche di flessibilità di tempo e di spazio – da parte dei cittadini italiani residenti nel nostro paese o all’estero. Rispondendo a questi due bisogni importanti Unobravo ha avviato un’azienda di grande successo, che oggi dà lavoro a ⅕ degli psicologi italiani e continua a crescere (oltre 15mila pazienti e 200mila sedute nel 2021, con crescita del fatturato triple digit e con un utile di bilancio importante dopo solo un anno di attività).

[Update luglio 2022] 17 milioni di euro per Unobravo: super exit per SocialFare Seed e per il mondo impact

 

Un altro esempio significativo: Aulab, digital factory ora leader in Italia che abbiamo accelerato ed investito nel 2018 quando ancora era una piccola startup nascente. I suoi fondatori hanno creato un match vincente fra due esigenze: se da un lato le aziende del nostro paese hanno una forte domanda insoddisfatta di programmatori e altri profili tech, dall’altro molti professionisti del Sud Italia sono costretti a emigrare perché non trovano lavoro nella loro terra. Aulab ha creato le condizioni per formare sviluppatori di alto profilo e creare un polo di riferimento in Puglia, dove oggi le aziende trovano le competenze di cui hanno bisogno, peraltro sfruttando tutte le opportunità di formazione e lavoro in remoto che la tecnologia rende disponibili e che hanno permesso alla Digital Factory di crescere enormemente proprio a partire dal 2020.

Come avviene lo scouting delle startup su cui investire? 

Per individuare le startup con questo potenziale, gli investitori di SocialFare Seed hanno costruito una fondamentale relazione di fiducia con SocialFare. Più che di certificazioni formali, infatti, gli investitori hanno bisogno di instaurare un rapporto di conoscenza approfondita e fiducia con chi seleziona i team imprenditoriali e lavora al loro fianco in fase di accelerazione.

L’attività di scouting iniziale è quindi normalmente svolta dallo Startup Acceleration Team di SocialFare, che è molto attivo tutto l’anno nel creare contatti con il mondo startup, imprenditoria impact, incubatori, acceleratori e investitori. Inoltre il programma è oggi conosciuto e riceviamo molte candidature da parte di startup intenzionate a fare il salto con noi.

 In cosa consiste esattamente il tuo ruolo? 

Sono l’Investment Manager di SocialFare, mi occupo della parte di execution degli investimenti: supporto le startup selezionate a partire dall’avvio del programma di accelerazione e a seguire, fino all’exit da parte di SocialFare Seed, il momento in cui l’impresa è matura e raccoglie capitali importanti da parte di altri investitori. 

Il mio lavoro è totalmente integrato con quello del resto dello Startup Acceleration Team.

Quali consigli ti capita di dare più spesso alle startup?

Di focalizzarsi sul prodotto e sul cliente: ricordarsi che l’obiettivo è risolvere un problema per le persone che si rivolgono a te – i clienti – e non ottimizzare a tutti i costi un processo, prodotto o servizio così come è stato pensato inizialmente.

L’altro consiglio, che in realtà è un asset per il nostro modo di lavorare, è che gli startupper che acceleriamo devono essere totalmente dedicati alla loro attività imprenditoriale: non è pensabile che se ne occupino solo nei ritagli di tempo o come secondo lavoro. 

Il nostro ruolo è fornire loro gli strumenti – in termini di competenze e di risorse finanziarie – per realizzare quello in cui sono bravi, quindi supportarli anche nell’apprendere come relazionarsi con gli investitori. Noi li seguiamo davvero molto da questo punto di vista, avendo anche cura di “tutelarli”, soprattutto nelle fasi iniziali, quando è necessario che si focalizzino sul loro lavoro, sapendo che ci sarà il tempo per capire come approcciarsi e cosa chiedere a chi può finanziarli.

Del resto i nostri investitori sono fondazioni e imprese di altissimo profilo, con ingenti risorse, e visione a lungo termine, come la Fondazione Compagnia di San Paolo, la Fondazione CRC e FINDE Spa, quindi davvero l’accesso al nostro programma è un’opportunità particolarmente preziosa per le startup.

I risultati di questi anni: che contributo abbiamo dato all’ecosistema italiano dell’impact investing? 

Siamo stati determinanti nel contribuire a creare startup di successo a livello imprenditoriale, economico  e di impatto sociale. Oltre alle sopra citate Unobravo e Aulab ricordo i successi di JoJolly, Freedome, BonusX, Epicura e molte altre startup accelerate da SocialFare, tutte peraltro cresciute in modo significativo nel corso dell’emergenza covid-19 proprio perché hanno saputo rispondere tempestivamente ai bisogni emergenti della nostra società nel 2020-21.

Le imprese su cui SocialFare Seed ha investito in questi 5 anni stanno portando risultati evidenti, e questo non può che generare meccanismi virtuosi: i successi delle nostre startup ispirano nuovi potenziali talenti, gli aspiranti imprenditori impact sanno che con noi è possibile crescere davvero e gli investitori ci riconoscono la capacità di selezionare le startup giuste su cui puntare.

 

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Dicembre 2021 – Un territorio in cui le aziende crescono e creano occupazione, ma anche un luogo dove gli imprenditori faticano ad assumere e “trattenere” personale qualificato: è il quadro che emerge dal focus che il Corriere Torino dedica alla provincia di Cuneo, dando voce alle aziende che alimentano questo “miracolo economico iniziato più tardi rispetto al resto del Paese e che ora continua a ruggire”.

“Molti talenti fuggono e pochi vogliono rientrare”

I numeri parlano di fatturati a 8 zeri per i grandi gruppi industriali della Granda. C’è chi apre filiali negli USA e chi va particolarmente forte sull’export, pur senza “tradire” il territorio: il radicamento degli imprenditori cuneesi è sentito, è qui che intendono mantenere la produzione e creare occupazione, eppure emerge un senso di frustrazione perché i manager, gli ingegneri, gli operai qualificati sembrano non avere intenzione di restare.

Quali soluzioni per il futuro della Granda?

Ne parla Roberto Giordana, nuovo direttore della Fondazione CRC, che chiude l’articolo del Corriere menzionando i progetti di accelerazione di conoscenza e di alternanza scuola lavoro: è la sfida di GrandUP!, l’azione che dal 2018 vede SocialFare impegnata con la Fondazione per supportare l’Innovazione Sociale e la generazione di imprenditoria a impatto positivo nella provincia Granda.

Puntare sul capacity building, sulla condivisione di conoscenze e competenze nuove, sulla collaborazione attiva fra imprese, enti pubblici, Terzo Settore e cittadini è davvero la chiave per costruire un ecosistema capace di generare economia nuova e per rendere il territorio più attrattivo non solo per gli investimenti, ma anche per i giovani talentuosi e qualificati.

Oggi con GrandUP! IMPACT siamo in prima linea su diversi fronti: nelle scuole (500+ studenti coinvolti e un programma di formazione innovativa per docenti), nel dialogo fra stakeholder pubblico-privati (accompagnamento del Terzo Settore per inserirsi nella nuova programmazione EU, abbiamo avviato un percorso sul Procurement Sociale), nell’accelerazione di impresa a impatto sociale (30 progetti accelerati, una summer school per imprenditori montani, una nuova call per partecipare al programma Imprese 2022).

Il territorio di Cuneo rappresenta dunque un potenziale straordinario, fortemente reattivo, che grazie alla visione coraggiosa della Fondazione CRC ci ha permesso in questi anni di sperimentare e porre le basi per costruire un ecosistema vivo di Innovazione Sociale: un modello osservato con grande interesse in tutta Italia che, attraverso percorsi opportunamente calati negli specifici contesti, potrebbe essere replicato con successo anche in altre aree.

Per approfondire:

 

SocialFare #iorestoacasa

Cari collaboratori, partner e amici di SocialFare,
come molti di voi sanno dalla scorsa settimana tutto il team di SocialFare si è organizzato per lavorare in remoto. La sede di Rinascimenti Sociali è chiusa, ma tutti noi ci siamo moltiplicati in tanti uffici singoli, da casa, e siamo ancora e sempre più una rete.

Lavorare a distanza richiede spirito di adattamento e molte iniziative che ci vedono coinvolti hanno richiesto una nuova progettazione e rimodulazione per mantenerle attive: stiamo convertendo workshop, incontri, consulenze in format fruibili in remoto o aggiornabili nei prossimi mesi.

Il nostro approccio si basa fortemente sulla relazione, il confronto, l’interazione in presenza e lavorare in team è la nostra forza ma, nelle prossime settimane, non ci troverete in ufficio: siamo tutti operativi e reperibili in via digitale, occupati fra lavoro di concentrazione solitaria e confronti allargati in videocall.

Facciamo la nostra parte prendendoci la responsabilità di stare a casa e di lavorare al meglio delle nostre possibilità, attendendo fiduciosi un domani sostenibile e inclusivo per il quale ci adoperiamo insieme.

Un pensiero e un abbraccio da tutti noi a tutti voi, torneremo presto a vivere e a lavorare insieme nella nostra casa comune in via Maria Vittoria 38 a Torino.

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