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Cambiare il sistema si può

Se la crisi di sistema in atto impone un radicale ripensamento delle relazioni produttive e sociali, è solo dal basso che può essere indicata la strada da percorrere per un cambiamento sistemico, cioè dalla sperimentazione quotidiana sul territorio di nuove forme organizzative veicolate da realtà competenti, agili e dinamiche. Realtà radicate e inserite in networks ramificati, centri catalizzatori capaci di creare l’ambiente adatto – fertile e accogliente perché espressione di condivisione e partecipazione democratica – per indurre i poteri “forti” a sostenere la costruzione di una nuova società.

Tutti i cambiamenti di sistema, infatti, non possono prescindere dal coinvolgimento della politica e delle istituzioni per il riconoscimento di principi, prassi e valori generati da una socialità di rete che dal basso sappia irradiarsi orizzontalmente e verticalmente imprimendo la svolta.  Un’alleanza che sfrutti opportunamente anche le tecnologie di informazione e comunicazione, attualmente male o sotto utilizzate.

Jins

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La dimensione imprenditoriale è una componente fondamentale dell’innovazione sociale, il cui obiettivo è portare sul territorio start up e creare social brands, imprese sociali che operino in ottica di mercato interagendo con l’ecosistema in cui si muovono. Di qui una maggiore capacità di penetrazione attraverso la rottura di vecchie barriere, fino ad arrivare, nel lungo periodo, a cambiamenti sistemici (nei settori dell’alimentazione, della sanità, dell’istruzione…) sia nel settore pubblico che in quello privato, in un’interazione tra idee, movimenti, modelli e interesse.

I tre approcci della social innovation

Non tutte le innovazioni sociali sono finalizzate a cambiamenti di sistema. Nel documento “Challenge Social Innovation” – che raccoglie i contributi più significativi della Conferenza di Vienna del 2011 sulla social innovation – vengono individuati tre approcci diversi che possono rappresentare però l’uno l’”espansione” qualitativa dell’altro, nella misura in cui sono in grado di affondare, da un lato, le radici nella socialità di rete e, dall’altro, di ramificarsi verso l’alto fino a raggiungere chi ha il potere di legittimare e supportare l’inversione di rotta.

Ecco allora che l’approccio “social” punta a rispondere a bisogni della comunità cui il mercato e le istituzioni non rispondono adeguatamente, mentre quello “societal” cerca di promuovere cambiamenti della società nel suo complesso sfumando il confine tra scopo economico e scopo sociale. Infine, l’approccio “systemic” prevede, appunto, il cambiamento di sistema, il “reshaping society”, cioè il rimodellamento della società attraverso nuove politiche, valori, strategie e relazioni che sono frutto di un processo virtuoso di contaminazione tra i diversi attori coinvolti. Un processo che dal basso verso l’alto e viceversa si arricchisce e consolida risultati che diventano prassi, normalità.

Il ruolo dei cittadini

Le innovazioni di sistema – è scritto nel Libro Bianco dell’innovazione sociale – “sono molto diverse dalle innovazioni di prodotti o servizi. Esse implicano cambiamenti di concetti e di mentalità, ma anche dei flussi economici: un sistema cambia solo quando le persone iniziano a pensare e a vedere in modo differente, ciò si traduce in cambiamenti di potere, sostituendo chi lo deteneva con altri. E questo di solito si riflette su tutti e quattro i settori: economico, governativo, società civile e famiglia”.

Il Libro Bianco riporta diversi esempi di cambiamento sistemico. Uno tra tanti, il ruolo fondamentale giocato dai cittadini della regione finlandese della Karelia nel ridisegnare il sistema sanitario pubblico: da una petizione avviata nel 1972 per sollecitare interventi volti a ridurre l’alta incidenza di malattie cardiovascolari si è arrivati a un progetto che ha coinvolto autorità, esperti e cittadini locali.

Conferenza "Social Renaissance" a Torino il 26 giugno scorso

Conferenza “Social Renaissance” a Torino il 26 giugno scorso

Ma l’esperienza concreta sulla quale vogliamo qui soffermarci la peschiamo dalla rete di innovatori sociali che lo scorso 26 giugno si sono radunati a Torino, ospiti di SocialFare®, per un confronto internazionale (il primo in Italia). La conferenza “Social Renaissance”, alla quale hanno partecipato oltre 30 speakers in rappresentanza di istituzioni, fondazioni e università locali, nazionali, europei e americani, è stata occasione, infatti, per connettere realtà che stanno portando avanti nei rispettivi Paesi importanti progetti dal forte impatto sociale: tra questi, il “Banco de  Inovação Social” (BSI), in Portogallo.

Il “Banco de  Inovação Social”

Lanciato nell’aprile scorso dalla “Santa Casa da Misericordia” di Lisbona – il più grande e antico istituto di carità del Portogallo -, il BSI realizza una nuova “governance” informale, non soffocata dalla burocrazia, stimolando la società a partecipare e collaborare alla realizzazione di idee innovative per rispondere alle sfide sociali. Le possibilità di raggiungere l’obiettivo di un cambiamento di sistema sono piuttosto alte, perché il Banco aggrega 27 istituzioni, enti e imprese pubbliche e private, dispone di un considerevole patrimonio immobiliare e mobiliare (gestisce la Lotteria Nazionale e con i circa 250 milioni di euro di proventi all’anno finanzia i servizi sociali e sanitari della città) e alla sua guida c’è una donna, Maria Do Carmo Pinto, ex direttore del Dipartimento per l’imprenditoria e l’economia sociale della Santa Casa da Misericórdia.

20140526113806_P668D4J09OA6F939N602Il Banco de  Inovação Social si è proposto di affrontare i problemi alla radice, cominciando nelle scuole a creare percorsi di cittadinanza che responsabilizzino già in tenera età sui diritti e doveri del cittadino e sulla consapevolezza di poter cambiare le cose. Creatività, sperimentazione sul campo, sostegno alla nascita e sviluppo di imprese sociali attraverso un apposito fondo e utilizzo di piattaforme operative che aggregano le realtà sociali coinvolte sono al centro di un processo in cui risorse e competenze vengono di volta in volta messe a disposizione di progetti. E tra le competenze, giocano un ruolo attivo e insostituibile quelle offerte gratuitamente da professionisti in pensione.

educazione nelle scuoleLa promozione di una cultura dell’innovazione sociale attraverso programmi educativi e civici rivolti alla popolazione è dunque di importanza strategica per chiamare a raccolta talenti e risorse del territorio e incanalarli verso l’obiettivo del Bene Comune. Tra le iniziative, il concorso di idee “Inova” rivolto agli studenti e giovani in formazione dai 6 ai 25 anni.

“Sostenibilità”, una scelta che premia

Il percorso di esplorazione del “linguaggio” della social innovation proposto da SocialFare® approda a un’altra parola chiave: sostenibilità. In tempo di crisi se ne parla molto, con riferimento per lo più alla dimensione economica. Ma è molto di più.

A un modello di innovazione non sostenibile che si traduce nella continua creazione di nuovi prodotti, la social innovation oppone – e cerca di imporre al mercato – un nuovo approccio, una diversa organizzazione dei processi con il coinvolgimento di una società civile rafforzata nella sua capacità di agire. Processi che mettono al centro l’inclusione sociale e il rispetto dell’ambiente, risparmiando le risorse naturali e valorizzandone altre (talento, tecnologia, competenze, volontariato, relazioni…) nella direzione del Bene Comune.

salvadanaio_SostSocCiò comporta un nuovo modello d’impresa, più responsabile e più consapevole del posto che occupa all’interno di un ecosistema in cui la massimizzazione del profitto lascia il posto alla ricerca di ”equilibrio”. Dove per “ecosistema” si intende – secondo la definizione formulata da SocialFare® – “un luogo antropologico aperto, di convergenza e relazione tra bisogni sociali, comportamenti, abitudini, creatività e opportunità che aggiungono valore anche economico alla società, aumentando la capacità d’azione individuale e della comunità”.

La ricerca di equilibrio

La “sostenibilità sociale” si realizza quando le dinamiche di interazione tra i vari soggetti/stakeholders coinvolti generano in modo diretto e indiretto – rispetto alle comunità afferenti, a diversi livelli e in diverse geografie – relazioni, azioni e impatto (culturali, comportamentali, economici e ambientali) in “equilibrio” tra loro. La qualità di tali dinamiche è improntata al rispetto di valori sociali quali: benessere e felicità (salute, sicurezza, qualità della vita), equità/uguaglianza, accessibilità, empowerment e partecipazione attiva, inclusione (coesione), giustizia, conoscenza (istruzione, trasmissione della cultura…).

E  la ricerca di ”equilibrio” non indebolisce affatto  – anzi,  potenzia – la capacità di un body_condivisioneprogetto di auto-sostenersi economicamente nel medio e lungo periodo, di stare cioè sul mercato grazie al ricavato dall’attività nonché all’impegno profuso da persone che si mettono in rete e diventano espressione di una società civile motivata ed entusiasta. Collaborazione, cura e attenzione alle risorse si integrano dunque in modelli di business dove il capitale relazionale non è meno importante di quello finanziario.

Società, Economia, Ambiente

Nelle diverse definizioni di “sostenibilità” coniate nel corso degli anni le dimensioni economica, ambientale e sociale vengono per lo più tenute separate, seppure poste sullo stesso piano. La riflessione intorno al concetto di sviluppo sostenibile quale emerge dal rapporto Bruntland “Our Common Future” del 1987 rilasciato dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (“uno sviluppo che risponde alle esigenze del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie”) ha prodotto una vasta letteratura in cui è condivisa la consapevolezza che le tre componenti – Ambiente, Società, Economia – vadano coniugate ed equilibrate, inscindibili l’una dalle altre.

Quando si parla di sostenibilità, si pensa soprattutto alla dimensione economica. Ma quando si parla di valore economico, non semplicemente di economia, non si può prescindere dai concetti di sostenibilità sociale e dal valore sociale. Ed è per questo che SocialFare® propone la “sostenibilità sociale” come cappello che racchiude e comprende le diverse componenti, in un intreccio di attitudini, comportamenti, relazioni, scambio di conoscenza che permettono a un progetto di reggersi sulle proprie gambe, di essere replicato e di avere un largo impatto.

Un esempio da Jakarta

Un’esperienza concreta la attingiamo alla recente premiazione dei vincitori di “Slow Pack 2014”, nell’ambito del Salone del Gusto e Terra Madre che si è svolto a Torino due settimane fa. Un Premio dedicato al packaging dei prodotti per sensibilizzare su quanto anche i “contenitori” giochino un ruolo importante ai fini della sostenibilità, se realizzati in materiali “buoni, puliti e giusti” come il contenuto che racchiudono.

pack sale di baliNella categoria “tecniche e materiali tradizionali”, l’impresa indonesiana “Artisan Salt Company” si è distinta per l’originale utilizzo della pietra vulcanica locale come imballaggio artigianale dei sali di Bali. Dietro questo packaging c’è tutta una storia che qualifica il valore sociale di un prodotto la cui filiera ben rappresenta le caratteristiche della sostenibilità sociale così come la intende SocialFare®.

Innanzi tutto, la scelta di utilizzare la pietra vulcanica è nata da un bisogno sociale forte: risollevare le sorti della popolazione dopo che, in seguito a una forte eruzione vulcanica, la lava aveva ricoperto gran parte del territorio coltivato danneggiando gravemente l’economia locale e gli agricoltori. L’enorme disponibilità di pietre vulcaniche e l’intraprendenza degli abitanti del posto hanno così dato origine a un progetto imprenditoriale che sfrutta una risorsa naturale per generare nuovo lavoro e competenze attraverso la creazione di un nuovo prodotto.

Già, perché il contenitore di sali – realizzato da artigiani indonesiani – non è un semplice packaging, ma un prodotto vero e proprio che al termine della sua funzione iniziale di imballaggio non diventa scarto ma può essere riutilizzato per contenere altri prodotti; il tappo, inoltre, ha una conformazione che lo rende ideale per frantumare i cristalli di sale in piccoli grani.  Ed è così che un progetto imprenditoriale nato per rispondere a un bisogno della popolazione ha saputo creare valore economico in un circolo virtuoso che rappresenta il “valore sociale” dell’iniziativa.

Innovazione sociale: dalla pratica alla teoria

E’ ormai centrale nell’agenda politica di mezzo mondo, ma ancora non è chiaro a cosa ci si riferisca esattamente. Si abusa del termine senza che vi sia una definizione precisa, esaustiva  e universalmente accettata. Banalizzazione, retorica, strumentalizzazione sono i rischi che si corrono a parlarne impropriamente. Perché l’”innovazione sociale” – o social innovation – è prima di tutto una pratica, dalla cui osservazione si sta cercando di ricavare una teoria.

Ed è una pratica non nuova: le sue caratteristiche, che da 15 anni circa si tenta di codificare e tradurre in un linguaggio e in una progettualità non approssimativi, le ritroviamo in interventi molto meno recenti. Allora non si parlava di “innovazione sociale”, non esistevano la tecnologia informatica e i social network, ma gli obiettivi erano gli stessi: attivare cambiamenti in grado di migliorare il benessere della società, a livello locale o globale.

Quando un’innovazione è “social”?

Lslide-02’obiettivo del Bene Comune segna la differenza tra queste pratiche sociali e tutte le altre “innovazioni”, ognuna delle quali ha sì un impatto sociale ma non necessariamente “good”, buono. Ecco la definizione – contenuta nella “Guide to Social Innovation” realizzata dalla Commissione Europea” (febbraio 2013) – che secondo SocialFare esprime meglio il concetto:

“L’’innovazione sociale può definirsi come lo sviluppo e l’implementazione di nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che incontrano bisogni sociali, creano nuove relazioni sociali e collaborazioni. L’innovazione sociale porta nuove risposte ad impellenti bisogni che coinvolgono processi di interazione sociale. Le innovazioni sociali sono sociali solo se utilizzano strumenti e perseguono fini sociali. Le innovazioni sociali aggiungono valore alla società e aumentano la capacità di azione individuale e di comunità”.

Una definizione che nasce dal bisogno di chiarire cos’è – e cosa non è – una pratica ormai prioritaria nell’elaborazione di politiche volte a un’economia sostenibile e inclusiva, elemento centrale della Strategia Europa 2020 che per rilanciare l’economia ha fissato ambiziosi obiettivi in materia di occupazione, innovazione, istruzione, integrazione sociale, energia/clima.

Tante definizioni

Nel corso degli ultimi anni, in particolare, il tentativo di codificare la pratica della social innovation per imporla con più efficacia all’attenzione politica si è tradotto in numerosi studi che hanno contribuito nel loro insieme a “spingere” sempre più in alto il concetto, anche se – come si è detto – non si è ancora pervenuti a una definizione unica e continuano ad esserci confusione e ambiguità. Interessante, in proposito, uno studio pubblicato nel 2014 da Tara Anderson, Andrew Curtis e Claudia Wittig, allievi del corso universitario “Master of arts in social innovation” attivato dalla Danube University Krems in collaborazione con il Centro per l’innovazione sociale di Vienna.

Lo studio , intitolato “Definition and Theory in Social Innovation”, analizza le varie teorie fino ad approdare alla proposta di una nuova definizione che in poche parole concentra il significato di “innovazione sociale” quale emerge dal dibattito internazionale in corso. Un dibattito in cui “equality”, “justice” e “empowerment” vengono individuati come obiettivi finali – l’impatto – dei cambiamenti sociali promossi, impossibili da centrare senza la rete (co-creation e co-design). Quella rete di cui la social innovation ha bisogno per ottenere maggiori benefici in termini di replicabilità e scalabilità (replicability e scaling up). Tutti termini su cui ci soffermeremo prossimamente nel nostro glossario.immagine blog_glossario social innovation

Il dialogo con le istituzioni

Le molteplici definizioni finora coniate (ognuna delle quali individua obiettivi specifici in base al contesto sociale di riferimento) arricchiscono e contribuiscono a creare una “teoria” che sia capace di aiutare la pratica, facilitando il dialogo e spingendo le istituzioni a indirizzare maggiori risorse all’innovazione sociale.

La social innovation incontra, infatti, non poche resistenze nel suo tentativo di affermarsi come unica possibile alternativa alle soluzioni, orientate all’assistenzialismo, proposte da un welfare tradizionale ormai incapace (perché privo di adeguate risorse) di soddisfare bisogni sempre più pressanti. Di qui l’esigenza di “rigore scientifico”, di ordine e chiarezza in una pratica che sta dimostrando di essere in grado di offrire soluzioni più efficaci, efficienti e sostenibili ai problemi sociali, di far crescere e responsabilizzare individui e gruppi, di accrescere la capacità (capability) della società di agire…

La Banca dei poveri

Un esempio concreto dove sono presenti tutti gli aspetti dell’innovazione sociale secondo le definizioni attuali: dalla Fondazione della Banca dei poveri (Grameen Bank) in Bangladesh ad opera di Muhammad Yunus, nel 1976, il microcredito si è rivelato un efficace strumento di lotta alla povertà. La rivoluzione introdotta è, però, più una riscoperta che un’invenzione: le radici sono molto più antiche e affondano in Italia, 600 anni fa, con i Monti di Pietà. Un’esperienza plurisecolare che Yunus ha adattato alle caratteristiche specifiche del suo Paese, dove gran parte della popolazione vive nelle campagne.

La Grameen Bank (Banca rurale o di villaggio) è stata fonte di ispirazione e di modelli per le numerose istituzioni del settore del microcredito che sono nate in ogni parte del mondo. Al centro, la creazione di reti di fiducia e di sostegno, la consapevolezza che i sussidi ai poveri non spingono a tirare fuori il talento o la creatività ma fanno sentire la gente passiva, esclusa da qualsiasi progetto di riscatto, perciò incapace di migliorare.

immagine blog_grameen bank_yunus“Il microcredito, invece, “permette ai poveri e agli scalzi di accedere a una opportunità che di solito è esclusivo appannaggio dei ricchi – spiega Yunus – Accade così che quegli aspetti della società che sembravano rigidi, fissi e inamovibili comincino a diventare più fluidi, e attraverso lo sviluppo economico le persone si affranchino da tutto un insieme di ingiunzioni e regole”.

L’idea del microcredito è applicabile ovunque, per quanto il modello vada adeguato e calibrato a caratteristiche diverse. Le molteplici esperienze hanno dimostrato che dare credito ai microimprenditori poveri, in particolare alle donne, è possibile ed economicamente sostenibile, attraverso procedure e modalità che valorizzano l’imprenditorialità e le reti sociali locali.

E’ fondamentale, però, che chi eroga i prestiti rivolga sufficiente attenzione all’accompagnamento, al rispetto, all’acquisizione delle competenze necessarie e, soprattutto, alla costruzione di fiducia e senso di responsabilità. Ecco il valore aggiunto del microcredito: non si limita a finanziare, ma rigenera reti di fiducia. E la fiducia genera reciprocità.

“Social Renaissance”: ampia partecipazione e tanti nuovi imput

La volontà di creare per la prima volta in Italia un’occasione di confronto internazionale sulla social innovation si è tradotta, giovedì 26 giugno a Torino presso il teatro Juvarra, in una giornata particolarmente ricca di contributi e di imput. Innovatori sociali provenienti da tutto il mondo si sono alternati in dense sessioni di lavoro da cui è emersa una realtà in fermento che sta costruendo reti che sappiano affrontare le sfide poste dalla crescente disuguaglianza sociale. Una rete di attori pubblici e privati che a livello globale promuovono lo sviluppo di modelli di economia sostenibile e inclusiva.

slideshow_Social-RenaissanceNon a caso la conferenza “Social Renaissance” – il cui titolo definisce un processo volto a riportare al centro delle decisioni politiche le “periferie sociali” – si è svolta a Torino, dove la ricerca di soluzioni innovative per rispondere ai bisogni emergenti ha una lunga tradizione. E non a caso gli spazi che l’hanno ospitata sono quelli del Teatro Juvarra, presso il complesso dell’Artigianelli: “quartier generale” dell’Opera Torinese del Murialdo (che porta avanti l’attività missionaria del santo sociale Leonardo Murialdo a favore di minori e giovani in difficoltà) e dal 2012 anche sede di SocialFare, che insieme con TOP-IX e Torino Social Innovation ha organizzato l’evento. A don Danilo Magni, dunque, il compito di fare gli onori di casa in un teatro destinato a diventare cantiere in progress di cultura e innovazione sociale.

Oltre 30 speakers in rappresentanza di istituzioni, fondazioni e università locali, nazionali, europei e americani hanno raccontato la propria esperienza, tutti spinti dal bisogno di confrontarsi su significato, concetti e pratiche dell’innovazione sociale. Attraverso esempi concreti si è parlato di scalabilità, sostenibilità, partecipazione e cittadinanza attiva, responsabilità, big data, trasversalità, resilienza, imprenditorialità… Della necessità, di fronte alle sfide sociali, di una innovazione che sappia rompere i vecchi schemi, fare incontrare impresa e non profit, convogliare le diversità e spingerle – nel rispetto di ognuna – verso un nuovo modello di sviluppo.

Alcuni esempi. In Canada l’innovazione sociale è ormai una priorità del Governo, mentre in Portogallo il Banco de Inovacao Social sta portando avanti un programma che prevede un cambiamento sistemico, affrontando i problemi alla radice: cioè cominciando già nelle scuole a creare un nuovo atteggiamento di cittadinanza affinché le persone si convincano di poter cambiare le cose. A New York il Public Policy Lab aiuta i cittadini a capirci qualcosa su come vengono assegnate le case popolari e a scegliere in modo consapevole e informato a quale istituto scolastico superiore (tra i 700 esistenti) iscrivere i figli.

E poi, a Baltimora, il sostegno da parte del centro Social Innovation Lab alla nascita di aziende con buone idee da “vendere”, così come a Torino il Comune sostiene la nascita di imprese sociali mettendo a disposizione un insieme di strategie e strumenti attraverso il programma “FaciliTo giovani e innovazione sociale”. Ancora, per restare nel capoluogo piemontese, il Piano “Torino metropoli 2025” vede l’associazione “Torino Internazionale” e il progetto “Torino strategica” impegnati o costituire “visioni, strategie e azioni che promuovono l’identità e lo sviluppo dell’area metropolitana torinese mobilitando tutti gli attori locali”. SR_Illustration

Queste e tante altre esperienze sono state raccontate alla conferenza, che ha visto un’ampia partecipazione di addetti ai lavori, soprattutto giovani. L’innovazione sociale si è chiaramente delineata come un processo sociale, economico, politico e tecnologico in grado di distruggere vecchie barriere. Un processo in cui l’universo italiano delle cooperative sociali e del non profit in generale giocano un ruolo fondamentale per la loro consolidata capacità di intercettare i bisogni e realizzare progetti non standardizzati. Come ha sottolineato Mauro Busa dell’Alleanza cooperative italiane Piemonte, “le cooperative possono fare innovazione sociale, ma sarebbe auspicabile una maggiore chiarezza nelle metodologie. Il concetto non è così immediato e intuitivo”.

Per essere sostenibile la social innovation ha anche bisogno di risorse finanziarie da attingere a più fonti e con nuove modalità, cambiando il sistema delle regole attuali e individuando nuovi modelli di ingaggio. “I progetti richiedono interventi filantropici, capacità di politica pubblica, energie di mercato e capacità di far cooperare mondi finora distinti”, ha sottolineato Piero Gastaldo della Compagnia di San Paolo.

L’innovazione sociale interpella dunque fondazioni e banche, nell’ambito di un nuovo assetto collaborativo tra diversi soggetti. L’esperienza di Banca Prossima (la banca del Gruppo Intesa San Paolo dedicata al Terzo Settore) rappresenta un esperimento di sostenibilità finanziaria dei progetti realizzati dal Terzo settore, al quale vengono riconosciute caratteristiche proprie ben lontane dalla logica del “for profit”. “I servizi del for profit sono contingentati, mirati, chirurgici – ha detto Marco Morganti – Il bene collettivo non è il loro obiettivo e spesso, quando intervengono nel campo socio sanitario assistenziale, ne escono con le ossa rotta. Alla fine il gioco non è sostenibile”.

Per Banca Prossima, dunque, il criterio di efficienza non è così determinante per la concessione di un prestito: “L’efficienza è sì importante, ma non deve andare contro gli obiettivi sociali di un’organizzazione”, ha continuato Morganti. Più importanti sono invece la fiducia e la rete comunitaria che sostiene il progetto, a garanzia della sua riuscita.

SocialFare ha annunciato durante la conferenza la propria partnership con Young Foundation UK ed esplicitato i soggetti che già si stanno aggregando a livello regionale e nazionale alla piattaforma aperta SocialFare per costruire insieme conoscenza ed imprenditorialità sociali: Rinascimenti Sociali, appunto.

E’ il momento di “Social Renaissance”

“Social Renaissance” per sfidare la disuguaglianza attraverso l’innovazione d’impatto: è la proposta che domani sarà al centro della conferenza internazionale organizzata da SocialFare, TOP-IX e Torino Social Innovation, dalle 9,30 alle 17 presso il Teatro Juvarra di Torino.

slide-02Una conferenza che nasce dal bisogno – nel contesto attuale di crisi che vede crescere le disuguaglianze sociali – di ridefinire il significato, i concetti e le pratiche di innovazione chiamando a raccolta i sempre più numerosi attori pubblici e privati che a livello globale promuovono lo sviluppo di modelli di economia sostenibile e inclusiva. Importante occasione di confronto, condivisione  e spinta verso l’implementazione di nuove idee, relazioni e collaborazioni ispirate al concetto di “Rinascimenti Sociali”.

La presenza di significative realtà che generano innovazione pone il capoluogo piemontese al centro di relazioni internazionali. Così la conferenza di giovedì 26 giugno riunirà per la prima volta in Italia una comunità di innovatori sociali provenienti da tutto il mondo. Sono previsti 30 relatori, che aiuteranno il pubblico ad esplorare il processo di “Social Renaissance”.

Agli “addetti ai lavori” si affiancheranno rappresentanti di istituzioni, fondazioni e università locali, nazionali, europei e americani: dal sindaco di Torino Piero Fassino al neo presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino, da Filippo Addarii e Simon Willis di “The Young Foundation” (Londra, UK) a Raj Kottamasu di “Public Policy Lab” (New York, USA) e Kunal Parikh di “Social Innovation Lab” (Baltimora, USA), da Maria Marques Pinto del “Banco de Inovacao Social” (Lisbona, PT) a Giovanna Melandri di “Human Foundation” (Roma, IT) a Marco Morganti di Banca Prossima.

SocialFare si presenta in Europa

Cos’è SocialFare, quali sono i suoi obiettivi, cosa fa per promuovere la qualità di vita e il benessere dei cittadini, come coinvolge le comunità, qual è il suo contributo affinché il concetto di innovazione sociale si radichi in Italia e in Europa? Intorno a queste e altre domande  si snoda la lunga intervista che Laura Orestano ed Elena Bologna, rispettivamente direttore generale e community architect del centro torinese, hanno rilasciato a Social Innovation Europe (SIE). L’intervista, pubblicata il 15 maggio sul sito europeo, si colloca nell’ambito di un’indagine sulle prospettive dell’innovazione sociale in Europa.

01SocialFare, primo centro di innovazione sociale in Italia, ha contribuito al dibattito sottolineando innanzi tutto come la chiave per il superamento delle ingiustizie sociali e lo sviluppo della società civile sia rappresentata oggi da soluzioni che sappiano cogliere nuovi bisogni e creare imprenditoria sociale, sostenibilità e reti. Soluzioni che dal 2013 hanno un esclusivo incubatore e acceleratore negli spazi colorati e accoglienti collocati nel centro di Torino.

La condivisione delle conoscenze con altri attori nazionali e internazionali che perseguono gli stessi obiettivi è centrale per chi come SociaFare lavora per aiutare concretamente le persone, a partire dalle periferie sociali. Una rete di collaborazioni che attraversa l’Europa e si sviluppa sostenuta dalla crescente consapevolezza delle potenzialità dell’innovazione sociale.

Una consapevolezza che cresce anche in Italia, seppure non in modo uniforme e nonostante i termini “social” e “innovation” vengano a volte utilizzati per descrivere azioni che non sono realmente innovative. Di qui l’esigenza sempre più avvertita, sottolinea Laura Orestano, di definire meglio il concetto in rapporto alle implicazioni che esso comporta. Come anche di trovare modalità efficaci per diffondere la comprensione della social innovation, magari organizzando dei tour europei con tappe nelle diverse città per spiegare, anche con esempi concreti, che cos’è e quali sono le sue potenzialità.

Ancora, nell’esperienza di SocialFare l’individuazione degli stakeholders e il coinvolgimento della comunità sono al centro di metodologie che si basano su un lavoro di ricerca e osservazione dei contesti in cui si va ad agire, prima di sperimentare nuove soluzioni all’insegna della “scalabilità” e della “sostenibilità”: altre parole chiave dell’innovazione sociale. Perché un impatto positivo per la società che sia il più ampio possibile non può prescindere da un’estesa rete di attori disposti ad investire risorse allungando lo sguardo oltre i modelli prestabiliti.

Quid, la moda italiana che “trasforma” le donne

“Quid” è un nuovo marchio di moda nato a Verona. Ma è soprattutto un progetto di innovazione sociale finalizzato al reinserimento – attraverso un’attività produttiva che coniuga bellezza e creatività – di donne con un passato difficile. Donne vittime di abusi, violenze, malattie, traffico della prostituzione…, aiutate a trasformare la propria vita trasformando tessuti di qualità made in Italia o capi d’abbigliamento invenduti in nuovi prodotti originali e unici.

L’idea è nata nel 2012 da un gruppo di 5 amici e si è tradotta in una cooperativa sociale di tipo B oggi in rete con molteplici realtà e con notevoli prospettive di sviluppo. “Quid” ha partecipato alla seconda edizione del Premio europeo di innovazione sociale e ha conquistato un posto tra i 10 finalisti annunciati il 15 aprile scorso.

Intervistiamo Valeria Valotto, che si occupa della comunicazione nell’ambito di un progetto realizzato da una decina di volontari, ognuno con una specifica competenza. Un team in crescita che sostiene l’attività – retribuita – delle sarte ed è impegnato a esplorare nuove strade per allargare il raggio d’azione, offrendo così a un maggior numero di persone reali opportunità di emancipazione sociale.

Quando è cominciata l’avventura e quanti siete oggi?

logoquid“Progetto Quid” nasce a Verona nel 2012 come associazione di promozione sociale per iniziativa di 5 volontari. Nel marzo 2013 l’associazione diventa cooperativa sociale di tipo B e comincia a costruire una rete di collaboratori: chi si occupa di immagini, chi di comunicazione, chi disegna modelli, chi fa training alle nostre donne. Per adesso siamo tutti volontari, ma sul lungo periodo vorremo dedicarci a questa attività a tempo pieno e vivere di essa. Le sarte sono attualmente 9; abbiamo anche 3 commesse assunte a part time nei nostri punti vendita. In totale, 20 persone coinvolte.

Qual è il business?

Ricicliamo e trasformiamo avanzi di magazzino, stock invenduti di alta qualità di aziende made in Italia. Il primo stock ci è stato donato da una nota azienda di maglieria del veronese: grazie al lavoro delle sarte e di giovani designer, sono state prodotte circa cento magliette. La vendita è andata bene. Successivamente Quid ha inaugurato due temporary store a Forte dei Marmi e nel centro di Verona. La settimana scorsa ne ha aperto uno a Vicenza e prossimamente sarà la volta di Trento.

Quale idea c’è dietro “Quid”?

Anna Fiscale, fondatrice e presidente, ha maturato questa idea dopo anni di formazione universitaria in Italia e all’estero e diverse esperienze di cooperazione internazionale. In particolare, la sua tesi di laurea triennale in economia e commercio sul microcredito in India l’ha resa consapevole dell’importanza del ruolo delle donne per l’emancipazione sociale e per la costruzione di un capitale solido. Una consapevolezza che, unita alla sua passione per la moda, l’ha spinta a realizzare il progetto.

Le vostre sarte sono tutte donne con un passato molto difficile…

La legge italiana non le riconosce al 100% come soggetti deboli e protetti, sono pertanto più fragili di altre categorie di lavoratori. In particolare, è difficile a livello legislativo far riconoscere l’invalidità delle vittime della tratta e della violenza sessuale; ciò richiede percorsi più lunghi in cui queste persone rimangono disoccupate. Si tratta di donne soprattutto straniere. Negli anni passati Verona ne ha accolte molte, inviate dalla polizia, grazie alla presenza di ottime strutture che oggi, a causa dei tagli ai servizi sociali, non sono più in grado di far fronte alla crescente esigenza di aiuto e supporto.

Vorremmo anche occuparci delle carcerate: siamo in trattativa col Penitenziario di Verona.

Che cosa offrite dunque a queste donne?

un capo della collezione primavera/estate 2014

un capo della collezione primavera/estate 2014

Un impiego femminile di qualità. Una delle nostre collaboratrici sta facendo un dottorato sul riciclo creativo e intende dimostrare il valore di arricchimento, i benefici che le persone in difficoltà ne traggono. Donne con una femminilità molto aggressiva o che si sono sempre percepite come oggetto di desiderio altrui scoprono la propria bellezza, magari indossando una gonna da loro realizzata.

E’ interessante capire come far acquisire a queste persone una logica produttiva, farle lavorare in gruppo, rispettare gli orari…  Dopo le difficoltà iniziali, la risposta è stata positiva: adesso si portano anche il lavoro a casa, sono orgogliose, partecipano alle aperture dei negozi, alcune diventano caposquadra e insegnano alle altre.

La direzione in cui “Quid” vuole spingersi nei prossimi 4 anni porta all’obiettivo di diventare fornitore esclusivo di linee etiche per grandi marchi del made in Italy. Marchi a cui vorremmo proporre collezioni a capsula (collezioni limitate create da un marchio esterno all’interno di un marchio più ampio) realizzate con i loro scarti migliori, per poi rivendergli i capi prodotti da noi. Sarà molto importante, allora, imparare a rispettare logiche e tempistiche di queste grandi aziende.

Cosa avete prodotto fino ad oggi e qual è la rete che vi sostiene?

materiale-QUIDAbbiamo prodotto magliette, gonne, maglieria in generale, mantelline di lanetta, jeans corti, leggings. Abbiamo montagne di stoffe colorate, ma lavoriamo anche su capi invenduti, trasformandoli in capi super alla moda. Siamo molto radicati nel territorio, collaboriamo con designer emergenti, atelier, illustratori… Poiché siamo vicini al Lago di Garda, dei velisti che saranno selezionati per le prossime olimpiadi indossano capi Quid e ci sponsorizzano sulle vele. Abbiamo realizzato magliette per eventi locali quali maratone, raduni dell’associazione giovani agricoltori, manifestazioni culturali.

Vi aspettavate di entrare tra i finalisti della seconda edizione del Premio europeo di innovazione sociale?

Sinceramente no. Quando abbiamo incontrato a Bilbao tutti i semifinalisti eravamo molto impressionati dal livello alto delle proposte. Abbiamo dato il massimo nella stesura del bando, ci tenevamo molto.

Secondo voi, cosa è piaciuto soprattutto del vostro progetto?

A Bilbao un giudice ha apprezzato che facessimo qualcosa di concreto, con la realizzazione di prodotti che offrono alle nostre donne quella certezza di un impiego che a volte non è data dalle piattaforme online.

“Alla giornata”: il lavoro e la legalità crescono nei campi

Cerignola, provincia di Foggia: nelle campagne pugliesi nasce un’idea la cui realizzazione si propone di contrastare il lavoro nero e lo sfruttamento della manodopera, soprattutto straniera. Così due fratelli e alcuni amici informatici hanno unito le forze per dare corpo a un progetto timidamente presentato alla seconda edizione del Premio europeo di innovazione sociale. Erano convinti che la loro “pensata” non sarebbe stata nemmeno presa in considerazione, non avendo alle spalle né enti importanti, né università, né fondazioni ecc. E invece alla Commissione europea l’idea è piaciuta, tanto che l’ha inserita tra le 30 semifinaliste selezionate sulle oltre 1200 provenienti da tutta Europa.

logo“Alla giornata” – è il nome del progetto – non si è piazzato tra i 10 finalisti annunciati lo scorso 15 aprile, ma l’attenzione che ha ricevuto oltralpe ha comunque reso più salda la determinazione dei giovani amici a procedere. Intervistiamo Nico Campese, uno degli ideatori, laureato in marketing e con un forte interesse per la social innovation.

La vostra idea è nata per rispondere a quale problema?

Sono due i problemi reali che abbiamo riscontrato nelle nostre campagne: la difficoltà per gli imprenditori agricoli di mettere insieme in tempi rapidi squadre di lavoratori che prestino la loro opera nei periodi di raccolta e la tendenza a pagare in nero, soprattutto da parte dei piccoli coltivatori.

Il nostro progetto punta a mettere insieme in base alle esigenze squadre di persone regolarmente pagate, risparmiando ai datori di lavoro la fatica di reclutare, anche per un solo giorno di lavoro, la manodopera di cui hanno bisogno.

Chi recluterete?

Nel settore agricolo non si richiedono particolari competenze. Tutti possono lavorare: over 50, pensionati, studenti, persone svantaggiate…. Ai giovani, in particolare, il lavoro nei campi permette di apprendere tante cose, a partire dalla capacità di lavorare in gruppo, secondo  il concetto di “team working” che in campagna è sempre esistito. A Cerignola ci sono 4 scuole superiori: cominceremmo da lì, perché già adesso il lavoro stagionale viene in gran parte svolto da questi ragazzi. sfondo

Quali saranno le modalità di pagamento?

I voucher, introdotti in Italia alcuni anni fa, permettono di regolarizzare e regolamentare il lavoro occasionale. Si tratta di buoni del valore nominale di 10 euro: al lavoratore entrano in tasca 7,50 euro netti, che è il minimo che si richiede per un’ora di prestazione.

Adesso, invece, quanto viene pagata la manodopera reclutata occasionalmente?

E’ di pochi giorni fa la notizia di 54 rumeni pagati 1 euro all’ora, 10 euro a giornata. E’ un fenomeno diffuso, perché i prodotti agricoli vengono acquistati a prezzi molto bassi e i datori di lavoro vogliono spendere il meno possibile, preferendo gli stranieri. Qui ci sono soprattutto rumeni e bulgari, vivono in masserie abbandonate o nei centri storici, dove gli affitti sono bassi perché le case sono in rovina.

Incontrerete non poche resistenze…

 

Nico Campese a Bilbao il 5 marzo scorso

Nico Campese a Bilbao il 5 marzo scorso

Bisogna cambiare mentalità, qualcuno deve pur provare a invertire la rotta. Solo così potremo mettere in moto la legalità e abbassare la disoccupazione. La nostra proposta va in questa direzione, e se l’Unione europea crede nel nostro progetto significa che qualcosa di buono c’è. Vogliamo avviare questo  processo di cambiamento, con un piccolo passo dietro l’altro. All’inizio non riusciremo a convincere tante persone, ma “Alla giornata” è anche una filosofia di vita: gli obiettivi si raggiungono giorno dopo giorno, con umiltà e passione. Per arrivare a grandi risultati bisogna partire dal basso, fare le cose in progressione, sporcarsi le mani.

Il vostro progetto consiste dunque in una piattaforma web che punta a fare matching tra l’offerta degli imprenditori agricoli e la domanda di chi vuole lavorare. Come attirerete queste persone?

Per i lavoratori occasionali non ci sono problemi, inseriamo dati anagrafici, localizzazione e precedenti esperienze nel settore agricolo. Prevediamo difficoltà, invece, per quanto riguarda gli imprenditori: qui da noi sono pochi quelli che utilizzano Internet, a meno che non siano giovani. Eppure, superata questa difficoltà iniziale, grazie a questa piattaforma – di cui stiamo realizzando la versione alfa – i datori risparmierebbero non poco tempo.

Già, qual è allora la vostra strategia di avvicinamento? 

Contattiamo gli imprenditori direttamente, incontrandoli, ricercando anche la collaborazione delle organizzazioni del mondo agricolo. E li convinceremo ad usare la piattaforma grazie a una rete di agenti, facilitatori che verranno pagati in base al numero dei match conclusi, in cui i datori siano stati convinti al lavoro legale. Questi facilitatori saranno persone di fiducia con esperienza nella vendita e una buona conoscenza del mondo agricolo locale. Ad ognuno verrà affidata una zona.

Perché il vostro obiettivo è varcare i confini di Cerignola…

Non solo di Cerignola, ma della Puglia, dell’Italia, dell’Europa. Nel giro di 4 anni puntiamo ad uscire dai confini nazionali. Per adesso ci stiamo concentrando sulla piattaforma, che sarà operativa tra un paio di mesi. E poi dipende dai fondi: abbiamo stimato che avremo bisogno di almeno 150 mila euro, utilizzeremo fondi personali e, speriamo, fondi pubblici o privati. Potrebbero aiutarci i due enti regionali e l’azienda privata con cui attualmente siamo in rete.

“Fork in progress”, a Foggia la solidarietà tra generazioni si sperimenta in cucina

Dopo aver intervistato Monica Paolizzi ed Elena Bologna di SocialFare sull’idea “Jobs’R’Us”, tra i 30 semifinalisti dell’European Social Innovation Competition, proponiamo un viaggio tra gli altri otto progetti italiani che hanno passato la prima selezione. Esempi di come il nostro Paese si sta muovendo sul fronte dell’innovazione sociale per generare lavoro.

Cominciamo con “Fork in progress – cook & social business” (semifinalist 8), nato dallo spirito imprenditoriale di due giovani sorelle pugliesi, Luana e Tania Stramaglia.

Tania e Luana Stramaglia

Quando avete costituito la vostra impresa?

L’abbiamo costituita nel giugno 2013, dopo aver vinto il bando “Principi attivi” con cui la Regione Puglia da alcuni anni realizza un programma per lo sviluppo dell’imprenditoria giovanile. Con “Fork in progress” nel 2012 siamo stati tra i 173 progetti (su un totale di oltre mille presentati) che hanno vinto ciascuno un premio di 25 mila euro. E “Fork in progress” è il nome che successivamente abbiamo dato all’impresa.

Voi volete aprire a Foggia un ristorante particolare: da quale ispirazione nasce l’idea?

Nostro nonno lavorava in campagna ma poi, a causa di un incidente, ha perso una gamba e la sua vita è cambiata. Non si è abbattuto, anzi, ha cominciato a dedicare il suo tempo alla preparazione di piatti culinari utilizzando i prodotti della sua terra, coltivata dai nostri cugini. Da 4 anni è diventato il cuoco di casa: fa di tutto, dalla pasta fatta in casa al panettone.

All’età di 77 anni, il nonno ha saputo reinventarsi. E noi nipoti abbiamo cominciato a riflettere su come la cucina sia uno strumento per comunicare affetto. Qui al Sud, soprattutto, se vai a trovare un anziano ti offre sempre qualcosa e se la rifiuti si offende, perché è il suo modo per dirti: “ti voglio bene”. Ecco perché nel 2012 – Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà intergenerazionale –  abbiamo avuto l’idea di aprire un ristorante nella cui cucina anziani e giovani lavorassero insieme.

Quali anziani, quali giovani?

Gli anziani autosufficienti accolti dalla Fondazione Barone di Foggia e i ragazzi del quarto anno del locale Istituto alberghiero: per questi ultimi l’esperienza sarà un tirocinio a tutti gli effetti, previsto dal loro percorso di studi. Assumeremo un cuoco che ogni sera verrà affiancato da una coppia composta da un giovane e da un anziano, per un totale di 6 coppie che si alterneranno. Ad aprile formeremo le squadre e, dal momento che “Fork in progress” è accreditata con la facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Foggia, faremo partire alcuni laboratori propedeutici curati da una tirocinante. Questi laboratori, tra cui quello di narrazione autobiografica, avranno lo scopo di aiutare e incoraggiare i partecipanti a conoscersi e a “pensarsi” in modo diverso, progettando il proprio futuro.

Qual è il “piatto” forte di questo progetto?

Quando lo abbiamo scritto abbiamo pensato non soltanto agli anziani, ma anche ai giovani “neet” (not in education, employment or training, ndr). Per quanto appartengano a categorie diametralmente opposte, sia gli uni che gli altri sono a rischio di marginalizzazione perché l’attuale società produttiva tende ad escluderli, non tenendo conto del loro pensiero e della loro espressione.

Il nostro non è un progetto di assistenza: intendiamo coinvolgerli facendo impresa, per produrre valore economico e sociale.

In quale contesto ambientale e sociale aprirete il ristorante?

scorcio del centro di Foggia

scorcio del centro di Foggia

Apriremo nel centro di Foggia, che negli ultimi anni è stato abbandonato dagli esercizi commerciali. Non ci sono neanche più locali. Noi vogliamo contribuire a rivalutare questa parte così bella della città. Sappiamo che non sarà facile, ma vogliamo provarci.

Per quanto riguarda il contesto sociale, secondo dati Cgil la provincia di Foggia dal 2007 al 2012 ha visto scendere il tasso di occupazione dal 43,2 al 40,9. Il Foggiano si distingue in negativo anche per il più basso tasso di occupazione giovanile (15-29 anni) che si attesta sul 19,8%, oltre 6 punti sotto la media regionale. I “neet” sono oltre 46 mila. Nelle classifiche annuali del Sole 24Ore sulla qualità della vita in Italia, noi risultiamo sempre agli ultimi posti.

A quando l’inaugurazione?

Sicuramente a settembre, forse già a maggio. I locali sono quasi pronti. Fortunatamente qui i prezzi degli affitti e delle materie prime sono bassi.

La vostra è un’impresa a finalità sociale. Come intendete investire parte degli utili?

Intendiamo realizzare altri progetti di innovazione sociale, coinvolgendo la cittadinanza: il cliente che verrà al ristorante non solo saprà che parte di quanto spende servirà a finanziare altri progetti, ma esso stesso avrà un ruolo decisionale nella scelta delle azioni.

Cosa avete in mente?

La prima idea che ci è venuta è di realizzare un servizio di catering multietnico parallelo alla ristorazione. Foggia è terra di braccianti migranti: vivono in campagna in posti chiamati ghetti. Noi vogliamo portarli in città.

Quali sono le partnership di “Fork in progress”?

Quando abbiamo presentato il progetto alla Regione avevamo due partnership: Fondazione Barone e Istituto Alberghiero. Dopo, pian piano, abbiamo lavorato molto sul territorio e oggi fanno parte della nostra rete anche le Facoltà di Agraria e di Scienze della Formazione dell’Università di Foggia. Contiamo anche sulla collaborazione di un cuoco stellato che collabora con Eataly di Bari e ci darà consigli sulla ristorazione. Ovviamente non è lo stesso cuoco che assumeremo, non potremmo permettercelo.

Prossimo passo?

Faremo un video promozionale per comunicare il progetto: lo metteremo sui social network, anche per attirare nuovi partner e sponsor.

SocialFare® a Bilbao con “Jobs’R’Us”

Tre giorni molto intensi di lavoro, un primo passo per traghettare l’idea “Jobs’R’Us” verso la sua realizzazione concreta. Dal 3 al 5 marzo SocialFare®, tra i 30 semifinalisti  dell’European Social Innovation Competition, è stata a Bilbao per ricevere dagli esperti della Social Innovation Academy indicazioni preziose per sviluppare un project concept che ha dimostrato di avere ottime possibilità di successo.

Prossima tappa del concorso, giunto alla seconda edizione, è l’annuncio ad aprile dei 10 finalisti, dopo che i giudici avranno scelto quelle che ritengono le migliori soluzioni di innovazione sociale per ridurre la disoccupazione. Ricordiamo che è possibile sostenere i diversi progetti (“Jobs’R’Us” è il semifinalist n. 11) votandoli e condividendoli online sull’apposita piattaforma europea.

L’idea innovativa di SocialFare® – premiata con altre 6 realtà italiane su un totale di 1254 partecipanti provenienti dai 28 Stati UE (quasi un terzo dal Bel Paese) – è quella di creare reali opportunità di lavoro a Torino utilizzando gli strumenti e le modalità del crowd-funding e del crowd-sourcing, rendendo i cittadini  partner attivi e protagonisti di sviluppo locale con la condivisione di azioni e obiettivi.

Monica Paolizzi ed Elena Bologna con la loro mentore Connie Boulandier

Monica Paolizzi ed Elena Bologna con la loro mentore Connie Boulandier

Appena tornate da Bilbao, le giovani Elena Bologna e Monica Paolizzi, rispettivamente community architect e systemic designer a SocialFare®, ci raccontano come sono andati questi 3 giorni, come si intende sviluppare “Jobs’R’Us”e quali consigli preziosi hanno tratto dai loro mentori.

Allora, come sono stati questi 3 giorni?

Molto concentrati. Eravamo 60 partecipanti più 4 giudici, 15 mentori e lo staff organizzativo. Ogni mentore seguiva da vicino 2-3 gruppi. E’ stata un’ottima occasione per confrontare la nostra idea con altre 29 provenienti da tutt’Europa. Ci siamo resi conto che stiamo portando avanti progetti che rispondono a bisogni analoghi, anche se in zone diverse. Un’occasione anche di condivisione: se l’obiettivo perseguito è il bene comune, la condivisione aiuta a migliorare e a progettare nuove soluzioni, integrando le conoscenze per non disperderle.

A Bilbao si è insistito molto su motivazione e determinazione, che sono le caratteristiche di coloro che vogliono veramente cambiare le cose.

Com’è nata l’idea“Jobs’R’Us”?

Esistono già piattaforme simili che permettono ai cittadini di segnalare i bisogni o le cose che non funzionano nel loro territorio. Noi intendiamo fare un passo avanti, e cioè creare una piattaforma che non dia soltanto la possibilità ai cittadini di denunciare i disservizi, ma anche di proporre nuove soluzioni che generino localmente lavoro. Nel capoluogo piemontese non c’è ancora nulla del genere.

Dopo aver ascoltato il nostro pitch – 90 secondi per riassumere la nostra idea e renderla convincente – i giudici hanno ritenuto il concept interessante per la chiarezza della modalità con cui si intende generare lavoro e per il coinvolgimento dei cittadini.

90 secondi per incuriosire i giudici… Come ci siete riuscite?

sessione laboratorio con i mentori (fonte: Innobasque Agencia Vasca de la Innovación"

sessione laboratorio con i mentori (fonte: Innobasque Agencia Vasca de la Innovación)

Parte di questi 3 giorni è stata proprio dedicata alla realizzazione dei pitch. Ci sono state date indicazioni pratiche che si sono rivelate utilissime, dal linguaggio verbale e del corpo alla struttura del discorso in base all’obiettivo da raggiungere. E’ ritenuta molto importante la capacità di comunicare le idee. Li chiamano anche elevator pitch, a sottolineare come la bontà di un progetto debba essere comunicata in modo convincente nei pochi secondi che l’ascensore impiega per salire o scendere. Un’ardua impresa.

Com’erano i pitch degli altri 29 progetti semifinalisti?

Tutti diversi l’uno dall’altro, anche perché lungo il percorso di sviluppo le varie idee portate a Bilbao si collocano non allo stesso punto. Alcuni progetti, ad esempio, sono già sperimentati da anni e il loro principale obiettivo è di ottenere finanziamenti per allargare il raggio d’azione in altri contesti. La nostra idea, invece, è nella fase di finalizzazione della piattaforma e della ricerca della geografia più adatta alla sperimentazione.

Quali sono i punti forti di questa idea?

Una piattaforma online darà ai cittadini di un quartiere torinese (già individuato) la possibilità di segnalare disservizi o bisogni e proporre soluzioni che poi vengono votate e finanziate dagli stessi cittadini e anche da altri stakeholder del territorio attraverso il crowd-funding.

In che modo “Jobs’R’Us” sarà capace di generare lavoro?

I servizi individuati come necessari verranno affidati a disoccupati o sottoccupati del quartiere  – giovani e non – attraverso un’impresa sociale (la stessa che gestirà la piattaforma) che assegnerà il lavoro in base alle competenze; se occorressero nuove competenze, l’impresa si occuperà anche della formazione.

Come vengono individuati i disoccupati?

Alcuni si rivolgono direttamente all’impresa sociale, altri vengono segnalati dalle diverse realtà del quartiere. Il primo obiettivo del progetto sarà di creare una rete tra le molteplici strutture pubbliche e private, per far incontrare la domanda e l’offerta utilizzando risorse che già esistono nel territorio. E’ uno sforzo collettivo per creare lavoro.

Voi avete pensato a un quartiere in particolare, che per adesso non citiamo. Perché proprio quello?

Perché è un quartiere popolare con dinamiche di comunità molto forti. Lì è più facile agire perché c’è senso di appartenenza.

Crediamo che la forza della nostra soluzione risieda proprio nella presenza fisica di un’impresa sociale che faccia leva sul senso di appartenenza, di comunità, di fiducia esistente nel territorio e in una location fisica accessibile e aperta a tutti. Il coinvolgimento degli attori prossimi e estesi prosegue e si mantiene anche tramite le azioni sulla piattaforma online.

Il progetto è secondo voi esportabile in altri contesti?

Sì, e questo era un requisito richiesto dal Premio europeo. Il nostro progetto è adattabile e replicabile in altri contesti, italiani ed europei; si verrebbe così a creare un modello. Esso è inoltre scalabile, nel senso che nel tempo potrà crescere e allargare il proprio raggio d’azione, coinvolgendo un maggior numero di realtà e aumentando le possibilità di cambiamento sociale.

Dopo Bilbao, qual è la prossima tappa?

Abbiamo tempo fino al 21 marzo 2014 per scrivere il progetto nel dettaglio seguendo una traccia che ci è stata data, cui dovremo allegare business plan e tempistiche.

Già, quali sono le tempistiche per la realizzazione del progetto?

Prima dobbiamo creare una rete, mettere radici nel quartiere e sviluppare una versione Beta della piattaforma, cioè il prototipo. Entro la fine del 2014 speriamo di raggiungere questi due obiettivi.