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Le startup a impatto sociale crescono qui

Il grande fermento di idee e soluzioni innovative che colorano il grigio scenario della crisi occupazionale infoltisce la schiera di aspiranti imprenditori desiderosi di sfidare il mercato con nuovi prodotti e servizi. La fase iniziale di una nuova impresa – startup – è delicatissima, il rischio di fallimento è molto elevato: sostenibilità, replicabilità e scalabilità sono gli obiettivi di un impegnativo percorso da costruire e sostenere con strumenti e competenze di qualità, evitando l’improvvisazione.

Boom delle startup

Il “Decreto Crescita 2.0“, convertito in legge nel 2012, con il quale lo Stato ha adottato una normativa per lo sviluppo e la crescita del Paese, ha spinto nuove realtà imprenditoriali ad affacciarsi sul mercato. Vengono individuate come strategiche le startup innovative: società di capitali, costituite anche in forma cooperativa, che hanno come oggetto sociale esclusivo o prevalente lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico.

innovazione-terzo-settore-crisi-300x169Strategiche perché ritenute in grado di “favorire la crescita sostenibile, lo sviluppo tecnologico e l’occupazione, in particolare giovanile” e di “contribuire allo sviluppo di nuova cultura imprenditoriale e alla creazione di un contesto maggiormente favorevole all’innovazione”. Di qui tutta una serie di agevolazioni fiscali e burocratiche e di facilitazione nell’accesso al credito.

Secondo il Rapporto Infocamere relativo al primo trimestre 2015,  a fine marzo il numero di startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle imprese era di 3711, in aumento di 532 unità rispetto alla fine di dicembre (+16,7%), con un capitale sociale complessivo di 192 milioni di euro (in media 52 mila euro circa a impresa). Il 73% fornisce servizi alle imprese, il 18,2% opera nei settori dell’industria in senso stretto (fabbricazione di computer e prodotti elettronici e ottici, macchinari e apparecchiature elettriche), il 4,1% nel commercio. Si tratta di realtà piccole, con meno di 3 dipendenti, diffuse prevalentemente in Lombardia, in Emilia Romagna, in Lazio, in Veneto e in Piemonte.startup-banner

Le startup innovative “a vocazione sociale”

Rientrano tra le startup innovative anche quelle “a vocazione sociale” (SIAVS), quelle cioè ad alto contenuto tecnologico che operano in settori specifici cui la legge riconosce particolare valore sociale: assistenza sociale e sanitaria; educazione, istruzione e formazione; tutela dell’ambiente e dell’ecosistema; valorizzazione del patrimonio culturale; turismo sociale; formazione universitaria e post universitaria; ricerca ed erogazione di servizi culturali; formazione extrascolastica per contrastare la dispersione; servizi strumentali alle imprese sociali.

Consapevole che le SIAV (alle quali è richiesta la compilazione del “Documento di descrizione dell’impatto sociale”) possano risultare meno “attraenti” sul mercato, il decreto legge del 2012 assegna agli investitori di queste startup benefici fiscali maggiorati.

Chi sono gli investitori?

Il dossier The Italian Startup Ecosystem: Who’s Who” realizzato da Italia Startup e dagli Osservatori del Politecnico di Milano c0n il supporto istituzionale del Ministero dello Sviluppo Economico, rileva come nel 2014 le startup innovative siano più che raddoppiate rispetto al 2013. Nello stesso periodo è diminuito il ruolo degli investimenti istituzionali e aumentato quello dei business angel(investitori informali), family office (società che gestiscono il patrimonio di una o più famiglie molto facoltose, secondo un modello importato dagli Stati Uniti), acceleratori e incubatori, con un peso del 50% degli investimenti complessivi.

La ricerca sottolinea però come tali investimenti (che nel 2013 ammontavano a circa 130 milioni di euro) siano poca cosa se confrontati con quelli di altri Paesi europei: in Italia si investe in startup hi-tech un ottavo rispetto a Francia e Germania, un quinto rispetto al Regno Unito e poco meno della metà rispetto alla Spagna.

“Rinascimenti Sociali”

impatto-33Nell’ecosistema delle startup italiane e degli incubatori e acceleratori nati per sostenerle (circa un centinaio in totale) “Rinascimenti Sociali” si posiziona come la prima grande realtà nata in Italia per accompagnare nel loro percorso di crescita realtà capaci di generare impatto sociale, capaci cioè di promuovere il cambiamento ideando e progettando soluzioni innovative che rispondano alle sfide sociali di lavoro, salute, coesione, condivisione, conoscenza, sostenibilità e partecipazione.

Promosso dal Centro per l’ Innovazione Sociale SocialFare®, l’acceleratore inaugurato due mesi fa nel centro di Torino segue attualmente una decina di startup, il 50% delle quali sono innovative. Le ha scelte perché potrebbero promuovere un cambiamento positivo per le persone e la società. Tutte sono infatti accomunate dall’alta potenzialità di creare impatto sociale: è questo infatti l’aspetto centrale, la condizione necessaria per poter usufruire del percorso di accelerazione di “Rinascimenti Sociali”. Un percorso che attraverso gli strumenti della tecnologia, della finanza e dell’internazionalizzazione punta a rendere autonome realtà che richiedono interventi competenti su bisogni specifici.

Il percorso di accelerazione

Nell’accompagnamento verso la prototipazione, sperimentazione, validazione e scalabilità confluiscono tutte le risorse e competenze messe in campo da una estesa rete di partner locali e internazionali (oltre 20) che insieme, nell’ampia sede di via Maria Vittoria 38, stanno costruendo un nuovo modo di generare valore economico mettendo al centro le persone e le comunità.loghi

Un team multidisciplinare apporta dunque competenze specifiche curando la qualità di un percorso che già nella prima fase si propone di essere rigoroso, con un’analisi approfondita di ciò di cui le startup hanno bisogno per consolidare  e sviluppare l’idea riducendo così i margini di fallimento.

Organizzazione lavorativa, reclutamento occupazionale, organizzazione di social housing, gestione della filiera del cibo, consumi, servizi per la comunità…: sono molteplici i settori in cui muovono i primi passi le realtà imprenditoriali accolte attualmente in via Maria Vittoria 38. I tempi di accelerazione variano dai 6 ai 12 mesi; è previsto solo il pagamento di alcuni servizi puntuali, gli altri sono inclusi nel “pacchetto” offerto gratuitamente.

Le startup interessate possono per adesso rivolgersi direttamente a “Rinascimenti Sociali” (info@rinascimentisociali.org;  tel. 393 1718264) per sottoporre la loro idea, mentre in futuro verranno organizzati appositi bandi per il reclutamento.

“Rinascimenti Sociali”, l’acceleratore del nuovo welfare

E’ partito a Torino “Rinascimenti Sociali”, il primo acceleratore italiano di conoscenza, innovazione e imprenditorialità a impatto sociale. Nell’ampia sede di via Maria Vittoria 38, inaugurata martedì 10 marzo 2015 alla presenza delle istituzioni e di un folto e variegato pubblico, un’estesa rete di partner nazionali e internazionali proverà a ridisegnare il concetto di “sociale” creando, anche attraverso l’uso della tecnologia, nuovi modelli di welfare. Tutti i partner sono consapevoli della sfida che si apprestano ad affrontare per coinvolgere anche una società civile sempre più interessata e curiosa di sapere quali idee e realizzazioni concrete saranno prodotte nell’acceleratore, dove si sperimenteranno nuove soluzioni per il bene comune.

loghiCapofila del progetto è SocialFare®, primo centro di innovazione sociale in Italia, la cui nascita è stata promossa nel 2013 dall’Opera Torinese del Murialdo presso il Collegio Artigianelli di Torino, casa madre della congregazione. Insieme con il partner promotore TOP-IX – che sostiene progetti di innovazione tecnologica -, il partner strategico The Young Foundation e oltre una ventina di altri partner, SocialFare® ha avviato un processo “volto a diffondere la consapevolezza e la potenzialità delle cosiddette ‘periferie sociali’, riportandole al centro delledecisioni politiche attraverso modelli imprenditoriali innovativi” che sappiano armonizzare tecnologia, arti liberali e passione civile.

Un processo indicato col nome di “Rinascimenti Sociali”, a sottolineare quel passaggio da un’esperienza all’altra e quella condivisione a livelli diversi che possono generare non uno ma più “rinascimenti”, dove la persona e le comunità sono poste al centro dell’azione e dei processi decisionali.

L’esplorazione di nuove strade per rispondere alle attuali sfide sociali non può prescindere, infatti, da un processo di convergenza tra grandi reti e dall’attenzione a nuovi modelli di finanza a impatto sociale. Come ha sottolineato nel corso dell’inaugurazione Mario Calderini della task force G8 Social Impact Investment, gli investimenti ad impatto sociale (erogati cioè a imprese che abbiano lo scopo specifico di creare un impatto sociale misurabile) rappresentano una nuova e coraggiosa risposta, una grande opzione di sviluppo del territorio di cui le istituzioni devono essere consapevoli. Un’opportunità da indirizzare verso modelli virtuosi, a patto però, ha detto Calderini, che la prima preoccupazione sia quella “di far crescere imprese in grado di essere recipienti di strumenti finanziari”. Imprese supportate nella scalabilità in “luoghi in cui devono avvenire cose concrete”.

E l’acceleratore si propone come uno di questi luoghi, uno spazio aperto a tutti, soprattutto ai giovani, dove sarà possibile sviluppare nuove conoscenze e linguaggi che caratterizzano il social design, la tecnologia sociale, l’impresa sociale, la finanza sociale, la prototipazione e innovazione delle politiche… Coinvolgere, formare, accelerare sono le tre aree di azione. La struttura sarà pertanto centro di generazione di startup ma anche di riposizionamento di imprese già esistenti che vogliano introdurre al proprio interno elementi distintivi della nuova imprenditorialità sociale. 20150310_1

Un luogo “in cui si fanno cose” che piace anche alla Chiesa torinese. Intervenuto all’inaugurazione, l’arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia ha sottolineato infatti la necessità di“passare dai discorsi alla concretezza. Non è più tempo di discorsi, è tempo di agire. Questa iniziativa rappresenta un impegno forte per uscire da inerzia, scoraggiamento, passività e rassegnazione di questo momento storico. Occorre corresponsabilità per affrontare la crisi attuale del sistema educativo, del welfare e del lavoro. Occorre lavorare insieme con l’obiettivo della piena realizzazione della persona, di ogni persona, per renderla più attiva e protagonista. E i giovani dovrebbero essere in prima fila, anche se spesso non ci sono forse perché non hanno la spinta a mettersi in gioco”.

A Torino, la ricerca di soluzioni innovative per rispondere ai bisogni emergenti ha una lunga tradizione e la costruzione di “reti” è il suo punto di forza. Quelle reti che nella nuova grande struttura di “Rinascimenti sociali”, nell’ex Istituto delle Rosine in via Maria Vittoria 38, saranno protagoniste con una ricchezza di relazioni, capacità professionali, energie e risorse per generare impatto positivo.

“L’innovazione sociale nasce dall’osservazione dei cambiamenti e rappresenta un’opportunità per sperimentare soluzioni ai bisogni che cambiano – ha detto il vicesindaco di Torino Elide Tisi – Se la tecnologia può aiutare molto, ancora più importanti sono le nuove capacità di relazione. Trasformare l’attuale gestione di emergenze in opportunità di crescita richiede luoghi come questo, in cui sia possibile sperimentare e trovare nuove strade che potrebbero essere corrette durante il percorso. L’impresa sociale deve però saper uscire dal suo perimetro e contaminare altri contesti, compreso il mondo della finanza”.

Sulla capacità di costruire nuove relazioni tra i diversi soggetti ha insistito anche l’assessore alle Attività Produttive della Regione Piemonte Giuseppina De Santis: “Innovare significa sperimentare e accettare margini di fallimento, e intorno agli esperimenti occorre creare consenso e rendere visibile ciò che accade. Questo acceleratore è una delle buone pratiche da cui partire”.

20150310Il progetto è sostenuto dalla Compagnia di San Paolo, che riconosce nell’acceleratore una infrastruttura di mediazione di cui oggi c’è bisogno per indirizzare le risorse disponibili a quelle realtà che sappiano creare imprenditorialità sociale forte. “SocialFare® ci ha sottoposto una cosa nuova e rischiosa – ha detto Marco Demarie della Compagnia di San Paolo – I rischi sono che l’acceleratore rimanga un’infrastruttura senza capacità generative o che si costruisca una burocrazia autoreferenziale che si occupi solo di mantenere se stessa. Se l’acceleratore smettesse di essere consapevole di essere uno strumento, glielo diremo, ma ci sono buone prospettive che ciò non accada”.

Prossimamente, sul blog di SocialFare® “People Innovation” presenteremo i diversi partner di “Rinascimenti Sociali”, illustrandone attività e progetti nell’ambito dell’acceleratore.

La sostenibile leggerezza delle dolci “Furezze”

Quando acquistiamo un prodotto difficilmente facciamo attenzione al “contenitore”. Ci chiediamo quanta energia e quante risorse vengono consumate nella realizzazione di imballaggi che finiscono nella pattumiera non appena il “contenuto” è stato liberato? Un alimento, per quanto “buono, pulito e giusto”, può essere ritenuto sostenibile (nelle dimensioni sociale, economica e ambientale) se è confezionato in packaging poco sostenibili?

slowpack-01-1Segnali di cambiamento, di svolta, di un’accresciuta sensibilità e attenzione ad aspetti finora trascurati si registrano però con sempre maggior frequenza. Comportamenti virtuosi si diffondono sulla scia della crisi sistemica in atto, che impone – oltre ai tagli alle spese – una riflessione sui nostri stili di vita e sulla necessità di un consumo più critico. Riflessione che si allarga grazie anche ad eventi in grado di raggiungere un vasto pubblico. Ad esempio “Slow Pack”, il concorso che il Salone del Gusto e Terra Madre dedica ai migliori packaging.

Tra le realtà imprenditoriali italiane e del Sud del mondo che sono state premiate nell’ultima edizione, abbiamo già raccontato l’esperienza di un’impresa indonesiana che confeziona i sali di Bali in imballaggi artigianali di pietra vulcanica locale. Vogliamo adesso soffermarci su “Le Furezze”, una start up nata un anno fa a Verona dall’intraprendenza di Francesca, Chiara ed Elisabetta, che hanno voluto basare l’attività sul rispetto della persona e la condivisione dei valori, nonché sull’impegno a mantenere un equilibrio armonico con l’ambiente.

Biscotti sostenibili

Le furezze sono biscotti artigianali, leccornie “buone, pulite e giuste” che vengono confezionate in contenitori altrettanto buoni, puliti e giusti. Il premio di Slow Pack – conquistato per la sostenibilità sociale di un progetto quale risultato di un innovativo processo di coinvolgimento del personale – è stato consegnato il 24 ottobre scorso dalla direttrice di SocialFare® Laura Orestano (SocialFare®, ricordiamo, è partner di ricerca di Slow Food).Baci Esotici_Laterale

“Il packaging – spiega Francesca – viene composto in tutte le sue parti da ragazzi con lieve disabilità mentale o fisica, grazie alla collaborazione con la cooperativa sociale ‘Agespha Onlus’ alla quale viene devoluto parte del ricavato dalla vendita dei biscotti. Tra qualche mese saranno questi stessi ragazzi a produrre i biscotti insieme con noi. Uno dei nostri obiettivi è di introdurre nel nostro organico alcuni di loro”.

Oltre a selezionare accuratamente gli ingredienti dei biscotti, le tre ragazze hanno posto particolare attenzione al packaging, il contenitore: semplice, riutilizzabile nei suoi componenti e interamente riciclabile con molletta salva freschezza in legno, sacchetto e oblò interamente biodegradabili, fascetta in carta ecologica, rafia naturale colorata. “Progettando il packaging – spiegano – abbiamo pensato che nel nostro caso ‘l’abito fa il monaco’ e che debba rispecchiare l’essenza dei prodotti”.

 Il co-working nel settore alimentare

Così, in un equilibrio tra relazioni, la start up ha dato prova di sostenibilità operando scelte consapevoli e responsabili che rafforzano la sua capacità di posizionarsi sul mercato. Scelte anche strategiche, come quella di non aprire subito un proprio spazio produttivo ma di appoggiarsi a un laboratorio artigianale di gelateria per avere il tempo di sperimentarsi, consolidare i risultati finora raggiunti ed esplorare nuove strade.

“La gelateria ci ha prese sotto le sue ali, ci sta aiutando in ogni modo, senza competizione né timori. Per adesso figuriamo come suoi consulenti, ma non appena avremo i certificati dell’Asl lavoreremo con loro in co-working, condividendo lo stesso spazio produttivo”, dice Francesca.

"Le Furezze" premiate al Salone del Gusto e Terra Madre. Laura Orestano di SocialFare® ha consegnato la targa

“Le Furezze” premiate al Salone del Gusto e Terra Madre. Laura Orestano di SocialFare® ha consegnato la targa

Già, perché il co-working nell’alimentare è un altro obiettivo della start up: mettere insieme a lavorare più realtà affini, per sostenere imprese che altrimenti rischierebbero di morire prima ancora di spiccare il volo. “Abbiamo proposto l’idea alla Regione grazie a un tecnologo alimentare che ci segue nella parte legislativa”, continua Francesca. E pare che l’idea sia piaciuta. “Le Furezze” sarà quindi la prima azienda in Veneto – e forse in Italia – a sperimentare questo nuovo modello di business.

 

FattiFungo!, non si scarta niente

Ludovico Allasio, Alessandro Balbo, Veronica Gallio, Lorena Mingrone, Dario Toso: sono designer con il comune interesse per la progettazione ecocompatibile. Nel marzo 2013 hanno fondato a Torino l’associazione di promozione sociale e culturale  “Officine sistemiche” , ma già dal 2011 uniscono le forze per “costruire” qualcosa al di fuori dell’ambito universitario, dedicandosi alla concretezza della ricerca applicata.

Team_OSLa collaborazione col Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino si è così evoluta in un percorso indipendente dove l’associazione sta sperimentando sul campo un nuovo modo di fare design, all’insegna delle relazioni tra sistemi diversi e delle connessioni tra realtà eterogenee.

SocialFare li ha scoperti nel 2013, dopo aver lanciato l’Open Call “Fai centro” con cui ha coinvolto giovani fino a 35 anni di età nella creazione di un progetto che identificasse e rappresentasse aspetti dell’innovazione sociale. I 5 designer hanno vinto il bando con “LiberaTutti”, un concept, un’idea per consegnare il quartiere (qualunque quartiere) a chi lo vive, per rendere i cittadini conquistatori dei propri spazi semplicemente “votando” con il loro passaggio strade, vie, percorsi di loro gradimento. L’idea andrà concretizzata, e per questo Officine sistemiche si avvarrà della consulenza progettuale di SocialFare per quanto riguarda gli aspetti di social innovation. Ci ritorneremo.

Adesso, però, vogliamo raccontare un’altra storia, un altro progetto di Officine sistemiche: “FattiFungo!”. Progetto che vede il gruppo all’opera nei boschi della Valle di Susa, alle porte di Torino, intenti a raccogliere scarti verdi (fogliame, sfalci, cellulosa) da miscelare ai fondi di caffè per ottenere terreno fertile in cui far crescere i funghi. Ma cosa c’entra tutto questo col design sistemico? E cos’è il design sistemico? Li abbiamo intervistati.FattiFungo_infografica

Alla vostra associazione avete dato il nome di “Officine sistemiche”. Perché?

“Officine” perché tutto parte da qualcosa di concreto; richiama i valori della bottega artigianale, della cultura materiale, del lavoro manuale. L’aggettivo “sistemiche” si riferisce al concetto di design di sistemi secondo cui, come in natura, durante e alla fine di un processo produttivo non ci sono scarti. Ciò che siamo abituati a definire “scarto” in realtà è una risorsa utilizzabile.

Si lavora come un ecosistema fatto di collegamenti. Se alla fine di un processo non si ha la possibilità di utilizzare una risorsa da esso derivata, ci si mette in relazione con altri soggetti che possano utilizzare quella risorsa. Questa relazione crea rete. Più reti creano più sistemi. E’ chiaro che non si tratta di raccolta differenziata, che presuppone ci sia uno scarto.

E che ruolo gioca il designer in tutto ciò?

La nuova figura di designer ha una responsabilità sociale in quello che fa, crea valore aggiunto. Le scelte che compie all’inizio di un processo sono determinanti. E’ una figura trasversale che non fa solo progettazione, non si limita ai processi industriali, ma conosce bene la materia e lavora perché non ci siano scarti. Si interfaccia con altre realtà, altre competenze, condividendo saperi per realizzare un prodotto che risponda a bisogni che emergono da un’analisi del territorio e della società. E analizzando il territorio scopre che ci sono risorse non valorizzate.

E così avete deciso di coltivare funghi utilizzando risorse non valorizzate…

FattiFungo_workshop2“FattiFungo” nasce da un lavoro di ricerca sui fondi di caffè avviato in università in collaborazione con la Lavazza, per capire che utilizzo si potesse farne. Abbiamo approfondito le sperimentazioni, studiato come, dove e perché crescono i funghi e cercato di individuare le risorse disponibili sul territorio piemontese per la realizzazione del progetto. Abbiamo capito che i fondi di caffè vanno associati ad altri “scarti” verdi, disponibili in abbondanza tra i castagneti del Piemonte. La Valle di Susa è ricca di castagneti. Di solito le foglie che cadono vengono bruciate, invece l’approccio sistemico prevede sì di rimuoverle dal bosco per ripulirlo ma non di bruciarle, utilizzandole in altro modo.

Quindi avevate da una parte i fondi di caffè e dall’altra foglie secche…

Queste due risorse insieme creano il substrato per far nascere i funghi. Un fungo in particolare: il pleurotus, una delle specie più coltivate e conosciute nel mondo. Ed è ottimo. Abbiamo anche fatto una prova culinaria: abbiamo chiesto ad un agriturismo della zona di cucinare separatamente il pleurotus prodotto da noi e quello acquistato nei supermercati, senza che noi sapessimo quale stavamo mangiando. Il nostro pleurotus ha vinto palesemente.FattiFungo_piatti

Dove lo avete coltivato?

In una cantina di Giaglione, sufficientemente umida. La proprietaria ha un castagneto, le foglie le abbiamo raccolte lì. Abbiamo recuperato i fondi di caffè dai bar della zona, abbiamo tagliuzzato le foglie per velocizzare il processo e poi le abbiamo bollite per capire se era necessaria la sterilizzazione. Sì, era necessaria. La sperimentazione è durata un anno. Nel substrato abbiamo aggiunto il micelio, l’apparato vegetativo del fungo.

Qual è l’obiettivo del progetto?

Divulgare la metodologia. Il nostro obiettivo non è vendere funghi, ma sensibilizzare sul fatto che non esistono scarti. E poi vorremmo promuovere una coltivazione diffusa sul territorio, per creare un prodotto del territorio, per aggiungere al territorio identità e ricchezza. Non sono necessari grandi investimenti. In valle ci sono tante cantine da sfruttare per la coltivazione.

Avete anche preparato un minikit per coltivare i funghi in casa…

FattiFungo_KitSi tratta di un sacchetto diviso in 3 parti: uno contiene il micelio, un altro gli scarti legnosi e il terzo, vuoto, va riempito coi fondi di caffè. Occorre tenerlo al buio per una settimana e poi spostarlo alla luce. Adesso usiamo il minikit a scopo promozionale, in occasione di fiere ed eventi.

Quest’anno avete realizzato un altro progetto innovativo: “DoubleCLICK”. Di cosa si tratta?

E’ nato dall’esigenza di stampare su materiale non convenzionale di dimensioni non adatte a una stampante tradizionale. Il sistema si compone di 2 mouse collegati a un pennarello e a supporti tecnologici. Il computer visualizza l’immagine da stampare, muovendo il mouse il pennarello disegna dove passa il puntatore. Il pennarello sa cosa deve fare, tu lo accompagni sul foglio. Con DoubleCLICK  ogni disegno è unico e originale in base ai movimenti della persona che lo esegue.DoubleCLICK

Il progetto “DoubleCLICK” sarà presente a Roma dal 3 al 5 ottobre nell’ambito dell’evento “Maker Faire” , seconda edizione europea della mostra dedicata agli inventori del nuovo millennio in programma all’Auditorium Parco della Musica.  Occasione per toccare con mano le invenzioni più innovative quali robot, stampanti 3D, vestiti intelligenti, elettronica open source e oggetti di design ad alta tecnologia. La manifestazione – promossa dalla Camera di Commercio di Roma e curata  da Massimo Banzi, cofondatore di Arduino, e Riccardo Luna – ospiterà 500 espositori, workshop, educational ed eventi interattivi.