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Intervista ad Alessandro Lanteri 2/3| Strumenti ibridi, misurazione, investment readiness ed accelerazione

Guglielmo Gori, Social Business Engineer di SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale e parte del team di accelerazione, intervista Alessandro Lanteri (professore di Imprenditorialità presso la Hult International Business School) per mappare possibilità e caratteristiche della finanza ad impatto.

 

Guglielmo Gori: Abbiamo parlato dell’articolato range in cui rientrano i diversi investitori della finanza a impatto: dalle fondazioni ai venture  capital. Quali funzioni individui invece per attori meno tradizionali, quali banche, assicurazioni e pubbliche amministrazioni (in quanto detentori di grandi capitali)?

 

Alessandro Lanteri: Personalmente credo che la logica istituzionale che muove gli attori da te indicati sia molto diversa. Ragione per cui entrano nella finanza a impatto in modo diverso: il ruolo che giocano può, e deve essere, molto diverso. 

  “Lo spettro che corre da finance first a social first in realtà è molto fluido, come dimostrato da tutti gli strumenti ibridi.

 

Se tu guardi nello specifico i social impact bond, per fare un esempio a tal proposito, vedrai che sono contratti molto complessi, questo perché i tuoi investitori vanno da Goldman Sachs all’amministrazione locale. Il meccanismo prevede che gli investitori come Goldman Sachs mettano dei soldi, e ne mettano molti: il loro ruolo è quello di dare il push all’investimento sociale, ma l’impatto non è il loro core. Per questo loro saranno tra i primi ad essere ripagati quando il social impact bond inizierà a fruttare. Il governo, invece, per sua natura deve solo minimizzare le spese e poter sostenere un’iniziativa a impatto e per questo sarà l’ultimo a prendere i soldi. Questo consente che tu possa coinvolgere nella stessa iniziativa attori diversi, ognuno con le proprie competenze, i propri interessi, e i propri obiettivi. La complessità di questi strumenti li rende davvero affascinanti, ma ne costituisce anche il limite: un settore può crescere solo quando ci sono strumenti d’investimento più codificati, standardizzati, e semplici.

 

Ti faccio un altro esempio, considera le imprese in fase di start-up che non hanno ancora una sostenibilità finanziaria significativa. Gli investitori che decidono di supportare queste imprese si assumono una parte del rischio, e investono in equity o in capitale di rischio. Questo non è possibile nel caso di una NGO o di un’associazione, perché la loro forma legale non lo consente (per esempio, le associazioni non hanno capitale riferibile a soci individuali). In questi casi l’investitore è costretto a definire il proprio investimento come debito, quando in concreto si tratta di una forma mascherata di equity. Normalmente, in un investimento a debito, l’investitore presta i soldi all’associazione e questa restituisce gli interessi, finché non ha restituito tutto il debito. Nel debito “mascherato” invece, il debitore non paga interessi e non restituisce il prestito progressivamente. Anzi, lo trattiene – esattamente come se fosse capitale di rischio – e lo restituisce tutto in una volta. Nascono così tantissime forme ibride di investimento per andare incontro a simili esigenze.

 

   “Per adesso possiamo anche definirle genericamente così, come investimenti ibridi, poi però a un certo punto dovranno avere un nome. Dovranno assumere delle forme collaudate e consolidate. E sarà necessaria una normativa commerciale, così come una di diritto penale, perché il fatto che uno abbia delle buone intenzioni non vuol dire automaticamente che non violi la legge.”

 

La finanza a impatto è un settore per cui per i prossimi dieci o quindici anni ci sarà da aspettarsi delle forti innovazioni e cambiamenti. Spero di aver risposto alla tua domanda.

 

G.G.: La tua riflessione mi ha fatto tornare in mente un intervento durante il seminario organizzato dal Sole24Ore,  FINANZA A IMPATTO SOCIALE, ESPERIENZE E PROSPETTIVE PER I COMUNI. In quell’occasione Marco Morganti (amministratore delegato di Banca Prossima) è intervenuto, dicendo: “il concetto dei SIB è molto  bello se lo agganciamo a una riduzione di spesa pubblica, ma i tassi di interesse sono generalmente molto alti. Diventa difficile mettere in relazione dei tassi che vanno dal 10 al 14 per cento, con i 600 euro che l’operatore che andrà a realizzare il progetto finanziato troverà in busta paga. C’è una discrepanza che fa un po’ storcere il naso. Se lo strumento finanziario è ben costruito, tassi di interesse così alti non sono  necessari.” Certo, dietro questa scelta ci possono essere riflessioni legate all’attrattività, trattandosi di uno strumento che prevede il coinvolgimento di tanti stakeholder, e alla difficoltà di livellare il trade off tra le varie figure coinvolte.

 

A.L: Certamente, credo che in questo momento quello che la finanza a impatto sconti sia l’incertezza e la mancanza di dati: c’è una percezione di rischio molto maggiore di quella effettiva. Paghi un premio legato alla percezione di rischio, anche se in realtà non c’è. Quando guardi i dati sul default degli investimenti a impatto, questi non sono superiori ai dati relativi al mercato tradizionale. In alcuni settori particolari è addirittura inferiore a quello commerciale. A Londra ci sono degli operatori nelle attività real-estate sociale che hanno dei tassi di occupazione degli immobili praticamente al 100%, e un tasso di rendita che sarebbe leggermente inferiore a quello di mercato, perché sono affitti sociali, ma che poi, dal momento che sono sempre pieni, finisce con avere una resa complessiva superiore a quella degli speculatori. In alcuni casi il rischio è addirittura inferiore a quello degli operatori commerciali. Però questo l’investitore non lo percepisce ancora. Uno dei modi in cui si cerca di rispondere a questa mancanza di  informazioni, a questa incertezza, sono i benchmark e gli indici di mercato. Un argomento che ho trattato recentemente, nel capitolo che ho curato per il libro Principles and Practice of Impact Investing: A Catalytic Revolution.

 

Attraverso i benchmark condividi informazioni e crei delle aspettative più o meno omogenee, più o meno ragionevoli. Nel lungo periodo questo aiuta a portare i valori di mercato a un livello più concorrenziale, anche across asset classes. La scelta, infatti, non è semplicemente “investo in social impact bond oppure no”, è invece “investo in social impact bond o compro  i bond di  Eni”. Secondo me, col tempo, alcune forme giuridiche, per coerenza rispetto alla loro missione, avranno l’obbligo statutario di fare investimenti di questo tipo. In altri casi invece, proprio grazie alla divulgazione di questi benchmark, alcune forme giuridiche destineranno una percentuale del loro endowment in investimenti ad impatto, o qualcosa di simile. Ci sono alcuni paesi in cui si sta già ampiamente discutendo di questo per i fondi pensione. Se i fondi pensione iniziassero ad entrare nella finanza a impatto in maniera più significativa sarebbe una rivoluzione.

 

G.G: Giustamente tu parli di rendere noti i risultati sulle performance di investimento attraverso dei benchmark. In parallelo sarebbe necessario anche mostrare realmente le ricadute generate attraverso gli investimenti sulla società e sull’ambiente. Quanto è importante, e quanto è recepita l’importanza di questo fattore? Quali sono le metodologie più riconosciute?

 

A.L: L’importanza è capitale, enorme. E’ la prima cosa: non si parla di altro. Tutti sono convinti che la definizione della finanza a impatto si fonda sul desiderio di generare un impatto sociale e ambientale positivo, ma anche sulla misurazione (sistematica e professionale) di questo impatto. Qualcuno sostiene addirittura che la diffusione dei dati sull’impatto dovrebbe essere obbligatoria, perché è essa stessa capace di generare impatto.  Se tu guardi qualsiasi report, qualsiasi analisi, qualsiasi paper la definizione di finanza a impatto trova nella misurazione una delle sue condizioni imprescindibili. Se tu, però, abbandoni i report, e vai a vedere quello che succede realmente nella finanza a impatto non c’è nessuno che ti fornisca simili misurazioni. Quando lo fanno, lo fanno male. Quindi non ci sono dati e non ci sono benchmark. I benchmark disponibili in questo momento misurano esclusivamente il ritorno finanziario, la preservazione del capitale.

 

Altre metriche esistono nella teoria, ed esistono degli strumenti che stanno crescendo. Tutto ciò che è stato prodotto a vari livelli in questo momento è stato in qualche modo assorbito e consolidato in un’unica entità, che utilizza un catalogo di indicatori: l’Impact Reporting and Investment Standards (IRIS). Questo è un database di indicatori molto valido, che raccoglie il materiale relativo a uno spettro di player estremamente ampio come il settore pubblico, le attività di beneficenza, le NGO e la cooperazione internazionale. Hanno tantissime fonti diverse, ed è un database sufficientemente esternalizzato e codificato da riuscire ad avere un linguaggio trasversale. I dati poi possono essere aggregati e narrati in modi molto diversi.

 

Quando ero più giovane mi sono dedicato per un breve periodo alla redazione di bilanci sociali. Un ambito che allora era molto in divenire, e che si concentrava prevalentemente sull’engagement degli stakeholder. C’erano anche altri strumenti di certificazione dell’attenzione etica e sociale dell’azienda, come ad esempio il SA8000. Tutti modelli che poi o erano estremamente specifici e di nicchia, o estremamente limitati. Ad esempio la SA8000, è esclusivamente legata alla certificazione delle condizioni lavorative, ma in paesi sviluppati come l’Italia la normativa sul lavoro è estremamente più avanzata dei requisiti minimi di una simile certificazione. Tale certificazione non crea nessun messaggio aggiuntivo all’infuori del fatto che non stai violando la legge in maniera esagerata.

 

  “Il nuovo modo di misurare l’impatto su diverse categorie, diversi indicatori, che contempli anche l’aspetto della governance, invece è un modo molto più completo e intelligente. Comunica un messaggio importante: io sono attento a tante cose.

 

Questo è applicabile sia per le imprese sociali, sia per chi investe. Soprattutto consente di fare dei confronti, grazie al fatto che offre degli indicatori omogenei: per cui se io desidero creare occupazione in India con un’iniziativa e sono motivato dall’impatto, nel senso che voglio generare dei risultati, posso studiare come hanno fatto gli altri e scegliere il modello di maggior successo che posso replicare. Se non ho questi dati, o i dati non sono comparabili ,è tutto condannato a un livello più amatoriale.

 

Purtroppo questa visione orienta la misurazione dell’impatto verso un approccio fortemente output oriented. Allora ti concentri sulla velocità di ritorno degli investimenti, sul cash flow, e su ulteriori aspetti economici e finanziari. Hai però la possibilità di combinare diverse misurazioni, e  il loro rapporto ti darà l’idea dell’efficienza e della sostenibilità come ad esempio con lo SROI. Insomma, c’è ancora tanta strada da fare, però le direzioni iniziano ad essere tracciate.

 

G.G:Tra un mondo accademico a volte troppo concentrato su aspetti ideali, e investitori che hanno bisogno di misurare il denaro con il denaro, chi può fare da intermediario? Che ruolo potrebbero avere, secondo te, quegli attori intermedi capaci di rendere leggibili i risultati prodotti dalle imprese sociali agli investitori, e  aiutare le imprese sociali a costruire un dialogo condiviso con l’investitore?

 

A.L: Bisogna premettere che sicuramente il modo più sicuro e rapido per distruggere un’impresa sociale è quello di dargli tanti soldi. Quasi sicuramente l’arrivo di un grosso finanziamento distrugge il tessuto interno imprenditoriale: la motivazione traballa, la creatività inizia a scarseggiare e la capacità di rispondere ai bisogni dei beneficiari s’incrina. Non è per forza così, ma sicuramente ricevere del denaro, oltre ad aprire nuove possibilità, crea dei problemi. Inoltre quello che si osserva è che i soldi generalmente creano delle tensioni, per esempio rispetto alla scalability dell’impatto o anche più semplicemente rispetto alla gestione dei flussi finanziari.

 

  “Prima di dare i soldi a una start-up, fosse anche composta dalle persone più nobili e ben motivate, si deve garantire che queste siano pronte a ricevere l’investimento: si chiama investment readiness.

 

Al momento credo sia ancora un’attività di nicchia, che fanno in pochi. Interessante che tu citi i corpi intermedi, perché secondo me gli acceleratori sono esattamente gli enti deputati a quello che tu indicavi. Un incubatore deve aiutarti a costruire una value proposition che stia in piedi, su cui poter costruire un modello operativo e cose del genere. Quando si parla di crescita o di accelerazione questa è proprio un’altra categoria di pensiero: la start-up è una cosa, l’azienda in crescita un’altra, l’azienda consolidata è tutt’altro. È un tema scottante, fortemente condizionato dalla natura dell’acceleratore e dalla sua struttura.

 

Ci sono diversi tipi di acceleratori: c’è l’acceleratore che ti prende e ti offre tutto quello che ti occorre per crescere (in termini di servizi), e in 3 mesi devi essere fuori pronto per il mercato e per trovare investitori. Ci sono quelli che, invece, sono un pochino più simili agli incubatori  e ti dicono: vieni qui, qua hai la sede, ti diamo sostegno secondo un processo di accompagnamento un po’ più lungo. Io onestamente non so quale sia meglio. Ad intuito direi che nell’impresa sociale, soprattutto quelli che devono crescere da zero (o quasi) sotto il profilo aziendale, è meglio spendere un po’ più di tempo piuttosto che fare una cosa troppo rapida. Ovviamente le ragioni principali sono quelle che ti indicavo prima: crescendo cambiano le priorità, servono diverse capacità di governance interna per prendere decisioni rispetto all’amministrazione finanziaria.

 

L’altro problema molto noto è quello della mission drift. Se tu inizi a essere guidato dall’investitore, che naturalmente aspetta un ritorno per iniziare a monetizzare il suo investimento, o più semplicemente vuole imporre un po’ di rigore e disciplina nella gestione, a un certo punto smetti di generare impatto perché anziché dire “investo l’utile per aiutare 3 persone in più”, dici “restituiscono l’un per cento in più all’investitore così la prossima volta mi danno un po’ di più”. Secondo me questo è il gap da superare. Questa è poi la stessa ragione per cui hai diversi tipi di investitore. Un imprenditore sociale che punta a restituire l’utile avrà bisogno di un investitore con un orientamento finance first!

 

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Intervista ad Alessandro Lanteri 1/3 | I contorni della Finanza a Impatto Sociale

Il “Global Impact Investing Network,” nato tra il 2007 ed il 2008 su impulso della Rockefeller Foundation, definì per la prima volta la nascente “impact investing industry” come: “gli investimenti fatti da aziende, organizzazioni e fondi con l’intento di generare un benefico e misurabile impatto sociale e ambientale, a fianco di ritorni economici. Gli impact investment possono essere fatti tanto nei mercati emergenti quanto in quelli sviluppati e puntare ad un ritorno superiore o inferiore ai tassi di mercato a seconda delle conseguenze”.

Guglielmo Gori, Social Business Engineer di SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale e parte del team di accelerazione, intervista Alessandro Lanteri (professore di Imprenditorialità presso la Hult International Business School) per mappare possibilità e caratteristiche di questo nuovo ambito finanziario.

Guglielmo Gori: Buongiorno Alessandro, e grazie per il tempo che ci stai dedicando. Per iniziare ti chiederei di raccontarci un po’ del tuo percorso accademico e imprenditoriale, e i motivi che ti hanno spinto ad avvicinarti alla social entrepreneurship e all’impact investing.

Alessandro Lanteri: non voglio prenderla troppo alla lontana, ma la mia connessione con l’imprenditorialità sociale parte dalla mia irrequietezza rispetto l’ambito accademico. Ho frequentato l’università di Economia Politica, e per diversi motivi questa disciplina non mi è piaciuta: sotto molti aspetti è estremamente astratta, e si basa su ipotesi di egoismo e razionalità eccessivi. Direi che in qualche modo non corrispondeva al mio bisogno di capire il mondo. Subito dopo la laurea ho fatto un master in filosofia economica, e immediatamente dopo un dottorato di ricerca nello stesso ambito. Questa scelta non mi ha impedito di portare avanti anche i miei studi in Economia, soprattutto perché avevo promesso ai miei genitori che se avessi continuato a studiare filosofia non avrei rinunciato a diventare commercialista. Questa promessa mi ha portato a tornare in Italia, dove ho continuato a lavorare in ambito accademico sul tema dell’Etica Economica.

Parallelamente ho iniziato a fare anche attività di consulenza per società cooperative e piccole aziende, legate in qualche modo alla sanità e alla terza età. A questo si aggiunge un ulteriore elemento: l’associazione culturale che fondai nel  2009 grazie ad un  finanziamento, abbastanza grosso, dal Ministero della Gioventù. Con il finanziamento abbiamo creato un incubatore di imprese, e lì (partendo dai miei diversi background) mi sono avvicinato al mondo delle start-up. A seguito di questa esperienza nell’imprenditoria  sociale, ho deciso di tornare a lavorare all’estero. In passato avevo lavorato in tanti luoghi, ma all’epoca sentivo il desiderio di conoscere il medio-oriente. Secondo me queste sono regioni che stanno influenzando sempre di più il mondo in cui viviamo, e che sono molto difficili da conoscere se non ci vai. Quindi sono andato in Libano, dove ho continuato a fare attività con imprese sociali, collaborando in particolare con il primo incubatore di imprese sociali in medio-oriente:  Nabad. Ho lavorato con una società di consulenza, che fa attività con imprese sociali, e abbiamo fatto un progetto di promozione dell’imprenditoria sociale in Tunisia.

Questo è quanto sta alla base del mio interesse nei confronti della finanza a impatto: la finanza di impatto in realtà si lega a tutto quello che ho fatto nella storia della mia vita. Sia rispetto all’esperienza diretta con l’impresa sociale, sia all’’esperienza con gli incubatori di imprese sociali. Ben presto mi sono accorto che molto spesso ci sono barriere nell’accedere ai fondi di investimento, per molteplici ragioni. Una delle risposte a questi limiti è la finanza a impatto. Questo è il modo in cui ho iniziato a interessarmi al tema: un po’ venendo coinvolto, un po’ come estensione del mio interesse nei confronti dell’impresa sociale.

G.G.: Grazie per la panoramica. Direi che se vuoi puoi saltare, anche a livello di continente, dal Libano all’Europa e raccontarci dove sei adesso.

A.L.: Io adesso sono professore associato di Entrepeneurship, nel campus di Londra della Hult International Business School, un’ università privata, che potrei definire “a conduzione familiare” anche se abbiamo sette campus in giro per il mondo. Sono venuto qui per insegnare principalmente imprenditoria sociale, e imprenditoria in senso più esteso. Anche se ora oltre all’imprenditorialità sociale mi interesso molto di innovazione sociale in ambito finanziario: peer to peer lending, crowdfunding, microfinanza, bitcoin, e finanza a impatto. Inutile aggiungere che la finanza ad impatto è uno dei più interessanti e innovativi canali di finanziamento per le imprese sociali.

G.G.: Ci racconteresti un po’ in cosa consiste l’impact investing?

A.L.: Definire l’impact investing è piuttosto complesso a partire dalla sua categorizzazione, spesso identificata come una sorta di industry: un settore che aggrega tutti gli investimenti che si pongono come obiettivo deliberato di generare un impatto sociale o ambientale positivo, ma che al tempo stesso siano in grado di offrire una restituzione del capitale investito e – in quasi tutti i casi – anche un ritorno finanziario positivo. Anche se spesso questo ritorno è inferiore al valore di mercato.

“L’impact investing è piuttosto complesso a partire dalla sua categorizzazione, spesso identificata come una sorta di industry: un settore che aggrega tutti gli investimenti che si pongono come obiettivo deliberato di generare un impatto sociale o ambientale positivo, ma che al tempo stesso siano in grado di offrire una restituzione del capitale investito e – in quasi tutti i casi – anche un ritorno finanziario.”

G.G.: Altro tema rispetto all’impact investing è se considerarlo come una classe di investimento o piuttosto come una “filosofia” nell’investire.

A.L.: Questa definizione ha interessato per diverso tempo e per molte ragioni i primi attori operanti in questo settore. Quando sidefinisce l’impact investing come un asset class, da un punto di vista finanziario, si sta affermando che l’oggetto in questione è un tipo di prodotto: come il debito, i bond, o le azioni. Quindi sarebbe più corretto sostenere che l’impact investing costituisce una categoria di prodotto, perché ha alcune caratteristiche che distinguono i suoi dagli altri prodotti finanziari.

Tuttavia, chiamarlo asset  class è molto interessante perché tu dichiari che esiste una nuova forma di investimento, e tutti coloro che fanno investimenti in qualche modo dicono: ne devo avere un pezzo anch’io! Quando tu crei una nuova asset class i grossi investitori finanziari (gli asset manager) in qualche modo sono “chiamati” ad investire: molti investitori inizialmente hanno investito per questa ragione. E quindi questo è un fenomeno che genera grandissimi interessi economici, grandissimi investimenti. Non dimenticare che le altre asset class possono essere anche valute, o costi monetari. Io penso che in qualche modo la definizione dell’impact investing come asset class sia stato una sorta di strumento promozionale.

Perché quando poi si va a vedere nel dettaglio gli asset class che rientrano in questa categoria, o le tipologie di strumenti finanziari concretamente utilizzati, in realtà sono molto diversi tra di loro. Vanno dall‘investimento nel capitale di rischio (o equity) al debito, fino ad arrivare al grant (che in quanto donazione non va neanche restituito). Per non parlare poi di tutta una serie di forme intermedie, che non sono neanche codificate dalla finanza tradizionale, e che rispondono a dei problemi contingenti.

Oggi, molti considerano un esempio di finanza a impatto quelli che vengono definiti social impact bond. Un esperimento estremamente interessante, ma che non può essere considerato un bond  quanto piuttosto una asset  class a se stante. questi strumenti condividono con le altre forme di finanza a impatto quella che io considero una filosofia: il desiderio deliberato di avere un impatto sociale. Questo è un aspetto non secondario, da tenere in considerare.

Infatti, io in un certo momento posso speculativamente investire in energie rinnovabili, perché mi garantiscono il massimo ritorno dell’investimento quest’anno.Tuttavia, se il prossimo anno il massimo ritorno me lo garantisce il petrolio, io smobiliterò tutto e investirò sicuramente in petrolio. Perché non ho nessun interesse rispetto alla sostenibilità (ambientale e sociale) se non sono un investitore ad impatto. In tal caso la sostenibilità sociale, culturale e ambientale sono talmente importanti per me che sono disposto a rinunciare a una parte del mio ritorno pur di generare impatto positivo. Per questa ragione è importante che l’impatto ci sia, e che sia misurato, perché se no è come dire che io accetto un rendimento più basso perché faccio qualcosa di buono, ma in realtà sto solo avendo delle performance finanziarie scadenti.

G.G.: Si parlava di asset manager. Dal momento che le competenze di questa figura professionale devono variare a seconda dell’asset in cui si investe, quali skill sono richieste nell’ambito della finanza a impatto?

A.L.: Difficile definirlo perché la finanza a impatto nasce da radici diverse, e richiede competenze diverse. Come anche l’imprenditoria sociale. Capire un investimento di finanza a impatto richiede che tu comprenda delle forme societarie che spesso non sono quelle tradizionali. Forme eccezionali, sia per quanto riguarda le strutture di governance che i business model. Inoltre in molti casi questo si sovrappone alla necessità di capire le logiche dei grant, tipici del mondo non-profit. Tieni conto che nel mondo delle finanze tradizionali i grant non sono visti neanche come attività marginali, ma quasi alla stregua di inefficienze del mercato.

Quello che concretamente accade è che dipende dal tipo di finanziatore di cui stai parlando. L’impact investing è un settore sufficientemente nuovo da essere ancora alla ricerca di una categorizzazione definitiva. Il termine stesso non ha neanche dieci anni, anche se esistevano moltissime esperienze precedenti alla coniazione del termine, ma quando tu dai un nome alle cose le persone iniziano a pensarci in modo diverso: a lavorarci, a codificarle, a  definirle. A guardare nel dettaglio cosa hanno in comune con esperienze simili. Questo è un grosso cambiamento.

“L’impact investing è un settore sufficientemente nuovo da essere ancora alla ricerca di una categorizzazione definitiva. Il termine stesso non ha neanche dieci anni, anche se esistevano moltissime esperienze precedenti alla coniazione del termine, ma quando tu dai un nome alle cose le persone iniziano a pensarci in modo diverso: a lavorarci, a codificarle, a  definirle.”

Prendi ad esempio esperienze tipo quella di Black Rock, quello che reputo essere di gran lunga il più significativo asset manager al mondo. Black Rock recentemente, e con recentemente intendo non più di un anno fa, ha creato una branch mastodontica di finanza a impatto e ha assunto come capo una persona che viene da questo ambito(Deborah Winshel, precedentmente presidente e chief operating officer di The Robin Hood Foundation) . Ciò nonostante il loro core continua ad essere quello degli investimenti finance first: investono per i soldi. Ciò nonostante è significativo che anche loro abbiano deciso di investire in questo ambito.

G.G.: Prima accennavi all’ampio spettro in cui la finanza a impatto si muove, riesci a delineare un confine a questo mercato?

A.L.: In realtà il perimetro è piuttosto sfumato, per tante ragioni: prima fra tutte perché gli operatori, gli investitori, sono diversi. Perché gli investee sono diversi, e gli investimenti sono tutti differenti. Molti in forte divenire. Gli investor, se vuoi avere un’idea, vanno dalle charity alle fondazioni private, coprendo alcune banche e grossi investitori privati dotati di grossi patrimoni, senza dimenticare organizzazioni fellowship (come il Rotary). Ci sono tantissimi tipi di investitori diversi, motivati anche da ragioni molto differenti.

In alcuni casi tu puoi avere un investitore che lo fa principalmente per avere un ritorno finanziario, pur avendo ben presente l’obiettivo dell’impatto. Questi investitori sono quelli che noi chiamiamo finance first. E dall’altro lato dello spettro (perché poi in realtà ci sono infinite sfumature in mezzo) hai quelli definiti impact first, che sono quelli che a tutti i costi vogliono un impatto sociale e che sperano di farsi restituire i soldi che hanno inizialmente investito, ma che sono anche disposti a rinunciare ad una parte di questi.

Questi sono i due estremi, in realtà. Ovviamente esistono i casi che possono costituire lo stereotipo dei diversi estremi, ma si tratta di casi limite. Stiamo parlando di un mercato ancora piccolo: anche se rappresenti un estremo dello spettro, puoi coprire una parte molto ampia del range, perché non ci sono sufficienti opportunità di investimento per assistere a una rigorosa articolazione della casistica. A questo devi aggiungere che la tradizione da cui questi investitori  provengono è abbastanza varia. Da una parte troviamo gli investitori che arrivano dal mondo delle fondazioni, abituati al sistema dei grant e delle donazioni liberali, senza aspettative di restituzione. Nonostante ciò  questo sistema nel tempo si è un po’ evoluto, introducendo meccanismi più affini a quelli del venture capital.

In alcuni casi tu puoi avere un investitore che lo fa principalmente per avere un ritorno finanziario, pur avendo ben presente l’obiettivo dell’impatto (finance first). E dall’altro lato dello spettro hai quelli che vogliono un impatto sociale a tutti i costi e che sperano di farsi restituire i soldi investiti, ma che sono anche disposti a rinunciare ad una parte di essi (impact first). Questi sono i due estremi, in realtà: nel mezzo tante diverse sfumature. In ogni caso stiamo parlando di un mercato ancora piccolo:un estremo dello spettro copre una parte molto ampia del range, perché non ci sono sufficienti opportunità di investimento per assistere a una rigorosa articolazione della casistica.

Questo ad un estremo dello spettro. Dall’altro gli investitori tradizionali, che negli anni hanno visto l’interesse da parte del mercato per l’impact investing. Si tratta degli investitori che hanno iniziato con l’avere uno screaning negativo sugli investimenti, scegliendo di evitare le industrie delle armi, dell’alcool o tutte quelle industrie che vengono definite sin industries, cioè industrie del peccato (come ad esempio quella del tabacco). L’idea era: noi quelle cose lì non le sosteniamo finanziariamente perché vuol dire sostenere qualcosa di nocivo per l’economia. Quindi uno screaning che potremmo definire socially responsibile investement. Tutto questo progressivamente ha preso lentamente piede, e adesso ci sono dei fondi di investimento che si chiamano ESG (Environmental, social and governance). Gli ESG sostanzialmente altro non sono che fondi alla ricerca di investimenti che hanno, tutto sommato, una performance positiva e un impatto positivo di qualche tipo. Hai poi il passo successivo: l’impact investing, in cui tu invece massimizzi l’impatto. Sono delle filosofie, diciamo, progressive.

Da una parte quindi tu hai la fondazione che si orienta verso il mercato, e dall’altro hai l’investitore di mercato che progressivamente va verso il sociale. Si incontrano, si sovrappongono, però sono mondi che per il momento rimangono ancora abbastanza distanti. E quindi chi sceglie gli investimenti per la fondazione dovrebbe saperne molto di più di finanza, e chi sceglie gli investimenti per la banca (per usare questi stereotipi) dovrebbe saperne molto di più di impatto. Ritorna qui un po’ il concetto di forme ibride che si applica all’imprenditoria sociale, e che si applica anche alla finanza di impatto.

“Da una parte quindi tu hai la fondazione che si orienta verso il mercato, e dall’altro hai l’investitore di mercato che progressivamente va verso il sociale. Si incontrano, si sovrappongono, però sono mondi che per il momento rimangono ancora abbastanza distanti: chi sceglie gli investimenti per la fondazione dovrebbe saperne molto di più di finanza, e chi sceglie gli investimenti per la banca dovrebbe saperne molto di più di impatto. “

La conversazione con il professor Lanteri continua sul nostro blog, e alla conferenza su “La Finanza per l’Innovazione Sociale” il 10 ottobre: assicurati la possibilità di partecipare registrandoti ora, basta un click!