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Up To Youth, percorsi gratuiti per fare impresa

L’11, il 18 e il 25 febbraio prossimi l’associazione nazionale PerMicroLab Onlus propone a Torino – ospite di SocialFare® presso il Collegio Artigianelli di corso Palestro 14 – un percorso gratuito di accompagnamento per giovani fino a 35 anni che vogliono realizzare la propria idea di impresa (due precedenti sessioni si sono svolte in giugno e dicembre dello scorso anno). L’iniziativa UP TO YOUTH si colloca in un più ampio programma di formazione che interessa altre sei città italiane: Napoli, Bari, Catania, Genova, Padova, Pescara. L’obiettivo è quello di agevolare l’ingresso di giovani nel mondo del lavoro attraverso la creazione di imprese e lavoro autonomo.PerMicroLab Onlus, fondata a Torino nel 2003 per favorire il microcredito come strumento di inclusione sociale, persegue scopi sociali quali l’alfabetizzazione finanziaria, la formazione di base per fare impresa, percorsi di accompagnamento (mentoring) a favore di neo o aspiranti imprenditori. Risale al 2007 la nascita di Permicro, la più grande società di microcredito in Italia a favore di famiglie e imprese.banner-up-to-youth-630x250Il progetto UP TO YOUTH è realizzato con il finanziamento di JP Morgan Chase Foundation e il supporto di YBI Youth Business International, rete globale – sostenuta dal Principe di Galles –  che conta 40 organizzazioni indipendenti non profit impegnate ad aiutare i giovani ad avviare e sviluppare la loro attività imprenditoriale.

In Italia, PerMicroLab sostiene la nascita di nuove imprese attraverso una rete di mentor che mettono a disposizione le loro competenze in forma di volontariato. I percorsi di accompagnamento realizzati dall’associazione si inquadrano in un programma nazionale che l’associazione vorrebbe diventasse continuativo e riconosciuto anche dalle istituzioni come strumento efficace per contrastare la disoccupazione giovanile.

Rivolgiamo alcune domande a Maria Teresa Buffa, segretario di PerMicroLab.

A chi si rivolge UP TO YOUTH?

A giovani entro 35 anni, italiani e stranieri, che desiderino mettersi in proprio e confrontarsi su come realizzare il loro progetto di impresa. Non importa se non sanno ancora cosa intendono fare. Nelle passate edizioni hanno frequentato ragazzi usciti dalle scuole professionali, persone disoccupate o intenzionate a cambiare occupazione. L’utenza riproduce la clientela tipo del microcredito, costituita per oltre il 50 per cento da stranieri, con una presenza femminile che supera quella maschile.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Ogni percorso è seguito in media da 15-20 giovani (200 in tutt’Italia) che dimostrano grande interesse. Vorrebbero realizzare piccole attività (ristorazione, centri di estetica, botteghe artigianali…) e noi li aiutiamo a ragionare e a capire se le loro idee sono economicamente valide. Alcuni richiedono, dopo il corso, un accompagnamento individuale.

E qui entrano in gioco i mentor

Si tratta di pensionati, professionisti o ex imprenditori con esperienza in campo finanziario o gestionale che affiancano i giovani neo imprenditori nella fase di avviamento dell’attività. Contiamo su una rete nazionale di 60 mentor, di cui 5 a Torino. Una rete di persone preparate e motivate che stiamo cercando di incrementare.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl loro lavoro è gratuito, basato sulla disponibilità, sul passaggio di esperienza da un soggetto all’altro in un rapporto centrato sulla fiducia reciproca, sull’ascolto. L’accompagnamento può avere una durata massima di un paio di anni. Ai giovani vengono insegnati i passi essenziali, anche burocratici, per fare impresa, con la possibilità di accedere al microcredito attraverso Permicro.

Come è strutturato il corso?

Tre incontri di due ore ciascuno. Il primo, guidato da un commercialista, è sull’avvio d’impresa: un inquadramento generale su quali sono i primi passi da compiere. Segue un incontro –  Startuplab – che prevede esercizi pratici di redazione di un business plan. Infine, si affronta l’argomento del credito per l’impresa: un responsabile locale di Permicro offre una panoramica su vari tipi di credito e sul microcredito in particolare, più facile da ottenere per i giovani.

Qual è la vostra rete?

La stiamo costruendo. L’associazione esiste dal 2003, ma è solo dal 2014 che propone interventi strutturati con la collaborazione di istituzioni e realtà che perseguono gli stessi obiettivi. A Torino, abbiamo stretto numerosi accordi (Torino Social Innovation, Action Aid, Rotary 2031, International University College di Torino, Balon Mundial…). Sotto la Mole c’è un fervore di condivisione di rapporti tra associazioni molto stimolante, con grande vivacità di iniziative.

Per iscrizioni e maggiori informazioni:  www.permicrolab.it/uptoyouth,uptoyouth@permicrolab.it, tel. 011 658778

Incontro in SocialFare® con Alessandra Poggiani direttrice dell’Agenzia per l’Italia Digitale

L’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) ha un’ardua impresa da compiere: il 40% degli italiani non usa Internet e ancora troppe piccole imprese (che costituiscono la quasi totalità del  tessuto economico del nostro Paese) considerano la tecnologia digitale una minaccia e non un’opportunità.

Nata due anni fa e rilanciata dal Governo Renzi, l’Agenzia  ha il compito di “garantire la realizzazione degli obiettivi dell’Agenda digitale italiana in coerenza con l’Agenda digitale europea e contribuire alla diffusione dell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, allo scopo di favorire l’innovazione e la crescita economica”. Un processo di modernizzazione che si rivela impegnativo e complesso in un’Italia che conta oltre il 40% di disoccupazione giovanile e dove almeno un terzo della popolazione non sa nemmeno cos’è il digitale.

images 1Ecco perché Alessandra Poggiani, nuovo direttore dell’Agenzia nominato dal premier Renzi per velocizzare l’attuazione dell’Agenda, sta esplorando ogni possibile strada per attivare una maggiore apertura di questi temi a un pubblico che non sia solo di “addetti ai lavori”, per far crescere trasversalmente la consapevolezza delle opportunità che può offrire la tecnologia digitale. Perché l’AgID non è soltanto strumento di riforma della pubblica amministrazione: la digitalizzazione del Paese può seriamente aiutare la crescita economica e occupazionale. Centrale diventa, dunque, il rapporto con il territorio attraverso una fitta rete di competenze e strutture capaci di veicolare il messaggio e farlo penetrare in profondità nel tessuto produttivo – ma anche culturale e sociale – del Paese.

Ed è in questa direzione che si colloca l’avvio ieri in Piemonte, presente la direttrice dell’AgID, di un’Unità di Progetto in collaborazione con il CSI che permetterà all’Agenzia di lavorare in sinergia con le amministrazioni locali, la società civile e gli operatori economici del territorio. Nel pomeriggio Alessandra Poggiani è stata invitata dal gruppo torinese delle Wister (Women for Intelligent and Smart TERritories), guidato dalla consigliera comunale Nomis Fosca, ad un incontro informale con esponenti dell’associazionismo, dell’imprenditoria e della formazione piemontesi.

L’incontro, che si è svolto presso la sede di SocialFare® nel complesso dell’Artigianelli in corso Palestro 14 – a sottolineare il forte legame tra digitale e innovazione sociale –, ha permesso alla direttrice dell’AgID di rivolgersi a un insieme variegato di realtà su cui l’Agenzia ripone molte aspettative per costruire e consolidare quell’auspicato rapporto col territorio senza il quale gli obiettivi dell’Agenda non sarebbero realizzabili. img per patrizia

Professionisti, manager (presente anche Federmanager, molto attiva sui temi dell’innovazione tecnologica), designer, docenti universitari, imprenditori… hanno rinnovato il loro sostegno. “Occorre dare ampio respiro alla strategia italiana sul digitale – ha detto Poggiani – L’Italia deve recuperare terreno, oggi è indietro rispetto ad altri Paesi dell’Unione europea e del mondo molto più digitalizzati e avanzati. E dobbiamo essere più concreti: negli ultimi anni si è fatta molta teoria e poca pratica. Anche a costo di sbagliare, è meglio mettere in moto energie che più del pensiero e della progettazione possano incidere sulla realtà”.

Il tema delle competenze digitali, ancora scarsamente diffuse sul territorio italiano, è centrale nell’Agenda e quindi nelle azioni che l’AgID intendere realizzare. Di qui l’elaborazione di un piano (“Coalizione nazionale per le competenze digitali”) che individua priorità, tempistiche e modalità della digitalizzazione, con particolare attenzione alle piccole aziende, per spingere finalmente il processo di modernizzazione del Paese con effetti significativi sulla capacità di crescita economica e di competitività globale. Un Piano abbozzato in sinergia tra settore pubblico e privato e attualmente in fase di consultazione. “Abbiamo chiamato tutto il Paese a proporre progetti che abbiamo un impatto specifico, non teorico – ha detto la direttrice dell’Agid – A febbraio sarà pronto il documento finale”.

foto 3Argomento finora piuttosto trascurato riguarda l’impatto che la digitalizzazione avrebbe sull’occupazione femminile. Tema che durante l’incontro di ieri presso la sede di SocialFare® è stato sollecitato da Wister, rete di donne nata ufficialmente nel 2013 con l’obiettivo di “informare, proporre, segnalare notizie ed eventi riferiti alle tematiche di genere, con particolare riguardo alla nuove tecnologie”. Alessandra Poggiani ha così sottolineato la necessità di sostenere “l’accesso e l’accompagnamento delle giovani donne a un’educazione scientifica e tecnica, indirizzandole maggiormente verso professioni della realtà contemporanea”. Così come è importante sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della digitalizzazione delle imprese anche per la maggiore presenza che le donne avrebbero nel mondo del lavoro.

Cambiare il sistema si può

Se la crisi di sistema in atto impone un radicale ripensamento delle relazioni produttive e sociali, è solo dal basso che può essere indicata la strada da percorrere per un cambiamento sistemico, cioè dalla sperimentazione quotidiana sul territorio di nuove forme organizzative veicolate da realtà competenti, agili e dinamiche. Realtà radicate e inserite in networks ramificati, centri catalizzatori capaci di creare l’ambiente adatto – fertile e accogliente perché espressione di condivisione e partecipazione democratica – per indurre i poteri “forti” a sostenere la costruzione di una nuova società.

Tutti i cambiamenti di sistema, infatti, non possono prescindere dal coinvolgimento della politica e delle istituzioni per il riconoscimento di principi, prassi e valori generati da una socialità di rete che dal basso sappia irradiarsi orizzontalmente e verticalmente imprimendo la svolta.  Un’alleanza che sfrutti opportunamente anche le tecnologie di informazione e comunicazione, attualmente male o sotto utilizzate.

Jins

Jins

La dimensione imprenditoriale è una componente fondamentale dell’innovazione sociale, il cui obiettivo è portare sul territorio start up e creare social brands, imprese sociali che operino in ottica di mercato interagendo con l’ecosistema in cui si muovono. Di qui una maggiore capacità di penetrazione attraverso la rottura di vecchie barriere, fino ad arrivare, nel lungo periodo, a cambiamenti sistemici (nei settori dell’alimentazione, della sanità, dell’istruzione…) sia nel settore pubblico che in quello privato, in un’interazione tra idee, movimenti, modelli e interesse.

I tre approcci della social innovation

Non tutte le innovazioni sociali sono finalizzate a cambiamenti di sistema. Nel documento “Challenge Social Innovation” – che raccoglie i contributi più significativi della Conferenza di Vienna del 2011 sulla social innovation – vengono individuati tre approcci diversi che possono rappresentare però l’uno l’”espansione” qualitativa dell’altro, nella misura in cui sono in grado di affondare, da un lato, le radici nella socialità di rete e, dall’altro, di ramificarsi verso l’alto fino a raggiungere chi ha il potere di legittimare e supportare l’inversione di rotta.

Ecco allora che l’approccio “social” punta a rispondere a bisogni della comunità cui il mercato e le istituzioni non rispondono adeguatamente, mentre quello “societal” cerca di promuovere cambiamenti della società nel suo complesso sfumando il confine tra scopo economico e scopo sociale. Infine, l’approccio “systemic” prevede, appunto, il cambiamento di sistema, il “reshaping society”, cioè il rimodellamento della società attraverso nuove politiche, valori, strategie e relazioni che sono frutto di un processo virtuoso di contaminazione tra i diversi attori coinvolti. Un processo che dal basso verso l’alto e viceversa si arricchisce e consolida risultati che diventano prassi, normalità.

Il ruolo dei cittadini

Le innovazioni di sistema – è scritto nel Libro Bianco dell’innovazione sociale – “sono molto diverse dalle innovazioni di prodotti o servizi. Esse implicano cambiamenti di concetti e di mentalità, ma anche dei flussi economici: un sistema cambia solo quando le persone iniziano a pensare e a vedere in modo differente, ciò si traduce in cambiamenti di potere, sostituendo chi lo deteneva con altri. E questo di solito si riflette su tutti e quattro i settori: economico, governativo, società civile e famiglia”.

Il Libro Bianco riporta diversi esempi di cambiamento sistemico. Uno tra tanti, il ruolo fondamentale giocato dai cittadini della regione finlandese della Karelia nel ridisegnare il sistema sanitario pubblico: da una petizione avviata nel 1972 per sollecitare interventi volti a ridurre l’alta incidenza di malattie cardiovascolari si è arrivati a un progetto che ha coinvolto autorità, esperti e cittadini locali.

Conferenza "Social Renaissance" a Torino il 26 giugno scorso

Conferenza “Social Renaissance” a Torino il 26 giugno scorso

Ma l’esperienza concreta sulla quale vogliamo qui soffermarci la peschiamo dalla rete di innovatori sociali che lo scorso 26 giugno si sono radunati a Torino, ospiti di SocialFare®, per un confronto internazionale (il primo in Italia). La conferenza “Social Renaissance”, alla quale hanno partecipato oltre 30 speakers in rappresentanza di istituzioni, fondazioni e università locali, nazionali, europei e americani, è stata occasione, infatti, per connettere realtà che stanno portando avanti nei rispettivi Paesi importanti progetti dal forte impatto sociale: tra questi, il “Banco de  Inovação Social” (BSI), in Portogallo.

Il “Banco de  Inovação Social”

Lanciato nell’aprile scorso dalla “Santa Casa da Misericordia” di Lisbona – il più grande e antico istituto di carità del Portogallo -, il BSI realizza una nuova “governance” informale, non soffocata dalla burocrazia, stimolando la società a partecipare e collaborare alla realizzazione di idee innovative per rispondere alle sfide sociali. Le possibilità di raggiungere l’obiettivo di un cambiamento di sistema sono piuttosto alte, perché il Banco aggrega 27 istituzioni, enti e imprese pubbliche e private, dispone di un considerevole patrimonio immobiliare e mobiliare (gestisce la Lotteria Nazionale e con i circa 250 milioni di euro di proventi all’anno finanzia i servizi sociali e sanitari della città) e alla sua guida c’è una donna, Maria Do Carmo Pinto, ex direttore del Dipartimento per l’imprenditoria e l’economia sociale della Santa Casa da Misericórdia.

20140526113806_P668D4J09OA6F939N602Il Banco de  Inovação Social si è proposto di affrontare i problemi alla radice, cominciando nelle scuole a creare percorsi di cittadinanza che responsabilizzino già in tenera età sui diritti e doveri del cittadino e sulla consapevolezza di poter cambiare le cose. Creatività, sperimentazione sul campo, sostegno alla nascita e sviluppo di imprese sociali attraverso un apposito fondo e utilizzo di piattaforme operative che aggregano le realtà sociali coinvolte sono al centro di un processo in cui risorse e competenze vengono di volta in volta messe a disposizione di progetti. E tra le competenze, giocano un ruolo attivo e insostituibile quelle offerte gratuitamente da professionisti in pensione.

educazione nelle scuoleLa promozione di una cultura dell’innovazione sociale attraverso programmi educativi e civici rivolti alla popolazione è dunque di importanza strategica per chiamare a raccolta talenti e risorse del territorio e incanalarli verso l’obiettivo del Bene Comune. Tra le iniziative, il concorso di idee “Inova” rivolto agli studenti e giovani in formazione dai 6 ai 25 anni.

Scalabilità, la forza delle buone idee

Perché un’innovazione sociale sia capace di raggiungere l’obiettivo finale di ”cambiamento di sistema”, cioè di un nuovo rapporto tra politiche pubbliche, iniziative private e comunità di pratica, il percorso da compiere si snoda attraverso tappe fondamentali: dall’identificazione di bisogni sociali nascono proposte che si traducono in modelli di inclusione e sviluppo la cui sperimentazione sul territorio va implementata fino ad arrivare alla diffusione dell’idea.

Il trasferimento o riproposta su scala più ampia delle esperienze di innovazione sociale (scalabilità) è un passaggio particolarmente delicato che mette in campo risorse, competenze e relazioni la cui qualità può permettere a piccoli progetti fortemente radicati sul territorio, quindi nati in specifici contesti locali, di estendere il proprio impatto a nuove comunità.

immagine matrioska_scalabilitàLa scalabilità è pertanto un aspetto cruciale cui viene dedicata grande attenzione nella letteratura sulla social innovation. Nel rapporto 2012 “Defining Social Innovation” di TEPSIE (Theoretical, Empirical and Policy Foundations for Social Innovation in Europe) – progetto europeo che elabora la strategia UE per lo sviluppo dell’innovazione sociale – si sottolinea che “l’obiettivo delle realtà con missione sociale è quello di generare il più grande impatto possibile”.

Benché il rapporto evidenzi l’importanza dell’emulazione, cioè il potere di contagio, come strategia per lo sviluppo e diffusione di un’idea, è altrettanto importante puntare alla crescita “verticale” di un’organizzazione grazie al coinvolgimento e attivazione di altri soggetti e attività su più livelli.

Le “api” della social innovation

In un report del 2007 l’organizzazione britannica governativa Nesta, National Endowment for Science Technology and the Arts, affermava che per rendere scalabile l’innovazione sociale sono fondamentali le alleanze e le contaminazioni tra piccole organizzazioni, imprenditori, grandi imprese e istituzioni pubbliche. In “Social Innovation: what it is, why it matters, how it can be accelerated”, Goeff Mulgan (attualmente chief executive di Nesta) paragona i piccoli imprenditori e le start up alle “api” che – mobili, dinamiche, veloci, portatrici di innovazione su piccola scala – ronzano intorno agli alberi dalle solide radici (le grandi istituzioni, con risorse e potere) inducendoli a condividere, introdurre e rendere così scalabili le loro iniziative.

Sul piano pratico, lo scorso anno è stato avviato il progetto europeo BENISI (Building a img 2_scalabilitàEuropean Network of Incubators for Social Innovation), un consorzio trans europeo nato un anno fa per identificare 300 startup innovative tra le più promettenti, ad alto impatto e in grado di generare occupazione nei settori pubblico, privato, terzo settore, impresa e cooperazione sociale. Scopo del progetto – che in Italia coinvolge Impact Hub Milano – è offrire supporto a queste realtà rafforzandole localmente e rendendole scalabili, sia all’interno del proprio Paese che a livello internazionale, creando percorsi di matching con potenziali finanziatori.

Domanda e offerta

Scambio (di know-how, di esperienze, di competenze, di persone), ampliamento delle reti e della governance ed emulazione sono dunque i presupposti per la diffusione a macchia d’olio di una idea e della sua applicazione. A patto che ci sia effettivamente una larga diffusione del bisogno sociale al quale si rivolge il progetto.

Il potenziale di crescita è legato alla capacità di un progetto di rappresentare un prototipo che sia appetibile a partner e sponsor per le possibilità di sviluppo su ampia scala. L’offerta effettiva, che richiede prove di efficacia, efficienza e convenienza economica dell’innovazione, e la domanda, cioè la disponibilità a pagare, sono strettamente correlate.

LibroBiancoE “per far crescere la domanda – rileva il Libro Bianco dell’innovazione sociale scritto da Geoff Mulgan insieme con Robin Murray e Julie Caulier Grice – ci può essere bisogno di una diffusione attraverso l’ascolto, suscitando consapevolezza, sostenendo una causa, e promuovendo il cambiamento. L’ascolto attivo è la chiave percreare domanda per i servizi, in particolare da parte delle pubbliche autorità”.

Il Libro Bianco, raccolta a livello internazionale di pratiche, strategie e strumenti che costituisce una vera e propria guida per progettare, sviluppare e far crescere l’innovazione sociale, sottolinea inoltre come la diffusione di un’idea dipenda spesso anche dalla sua semplicità e dall’eliminazione di ciò che non è essenziale, mentre le idee complesse richiedono più competenze e impiegano più tempo a diffondersi.

Community Catalyst

Concludiamo con un esempio concreto di scalabilità che per SocialFare® ben sintetizza il concetto perché parte dal “locale” per rispondere a un bisogno specifico e poi amplia il proprio raggio di azione riuscendo a operare cambiamenti sistemici a livello di policy.

Community Catalyst (Regno Unito) è  uno dei progetti premiati nel 2013 alla prima edizione dell’European Social Innovation Competition, dedicata alle idee che esplorano nuove strade per aumentare e migliorare l’occupazione in Europa. L’ambito d’impegno del progetto è l’organizzazione di servizi sociali e sanitari su piccola scala e alla portata di tutti, favorendo la creazione di micro imprese in cui si incontrano competenze presenti nelle aziende e nelle comunità di cittadini.Learning-lessons-graphic

Ecco allora che professionisti del settore e gente comune (compresi anziani, disabili e coloro che offrono assistenza familiare)  “confezionano”  insieme, creativamente, piccoli servizi di qualità da vendere sul territorio, garantendo a tutte le persone, ovunque si trovino, la possibilità di accedere a prestazioni di cura e assistenza.

Una rete di realtà imprenditoriali coordinata, gestita e sostenuta  attraverso una piattaforma telematica, con cui Community Catalysts  punta ad ampliare la portata e la qualità dei servizi offerti su piccola scala, avvalendosi di imprese e tutor professionali. In tal modo competenze e talenti di individui e comunità vengono valorizzati e investiti in servizi personalizzati di qualità che hanno il duplice scopo di creare nuovo lavoro e generare benessere.


La sostenibile leggerezza delle dolci “Furezze”

Quando acquistiamo un prodotto difficilmente facciamo attenzione al “contenitore”. Ci chiediamo quanta energia e quante risorse vengono consumate nella realizzazione di imballaggi che finiscono nella pattumiera non appena il “contenuto” è stato liberato? Un alimento, per quanto “buono, pulito e giusto”, può essere ritenuto sostenibile (nelle dimensioni sociale, economica e ambientale) se è confezionato in packaging poco sostenibili?

slowpack-01-1Segnali di cambiamento, di svolta, di un’accresciuta sensibilità e attenzione ad aspetti finora trascurati si registrano però con sempre maggior frequenza. Comportamenti virtuosi si diffondono sulla scia della crisi sistemica in atto, che impone – oltre ai tagli alle spese – una riflessione sui nostri stili di vita e sulla necessità di un consumo più critico. Riflessione che si allarga grazie anche ad eventi in grado di raggiungere un vasto pubblico. Ad esempio “Slow Pack”, il concorso che il Salone del Gusto e Terra Madre dedica ai migliori packaging.

Tra le realtà imprenditoriali italiane e del Sud del mondo che sono state premiate nell’ultima edizione, abbiamo già raccontato l’esperienza di un’impresa indonesiana che confeziona i sali di Bali in imballaggi artigianali di pietra vulcanica locale. Vogliamo adesso soffermarci su “Le Furezze”, una start up nata un anno fa a Verona dall’intraprendenza di Francesca, Chiara ed Elisabetta, che hanno voluto basare l’attività sul rispetto della persona e la condivisione dei valori, nonché sull’impegno a mantenere un equilibrio armonico con l’ambiente.

Biscotti sostenibili

Le furezze sono biscotti artigianali, leccornie “buone, pulite e giuste” che vengono confezionate in contenitori altrettanto buoni, puliti e giusti. Il premio di Slow Pack – conquistato per la sostenibilità sociale di un progetto quale risultato di un innovativo processo di coinvolgimento del personale – è stato consegnato il 24 ottobre scorso dalla direttrice di SocialFare® Laura Orestano (SocialFare®, ricordiamo, è partner di ricerca di Slow Food).Baci Esotici_Laterale

“Il packaging – spiega Francesca – viene composto in tutte le sue parti da ragazzi con lieve disabilità mentale o fisica, grazie alla collaborazione con la cooperativa sociale ‘Agespha Onlus’ alla quale viene devoluto parte del ricavato dalla vendita dei biscotti. Tra qualche mese saranno questi stessi ragazzi a produrre i biscotti insieme con noi. Uno dei nostri obiettivi è di introdurre nel nostro organico alcuni di loro”.

Oltre a selezionare accuratamente gli ingredienti dei biscotti, le tre ragazze hanno posto particolare attenzione al packaging, il contenitore: semplice, riutilizzabile nei suoi componenti e interamente riciclabile con molletta salva freschezza in legno, sacchetto e oblò interamente biodegradabili, fascetta in carta ecologica, rafia naturale colorata. “Progettando il packaging – spiegano – abbiamo pensato che nel nostro caso ‘l’abito fa il monaco’ e che debba rispecchiare l’essenza dei prodotti”.

 Il co-working nel settore alimentare

Così, in un equilibrio tra relazioni, la start up ha dato prova di sostenibilità operando scelte consapevoli e responsabili che rafforzano la sua capacità di posizionarsi sul mercato. Scelte anche strategiche, come quella di non aprire subito un proprio spazio produttivo ma di appoggiarsi a un laboratorio artigianale di gelateria per avere il tempo di sperimentarsi, consolidare i risultati finora raggiunti ed esplorare nuove strade.

“La gelateria ci ha prese sotto le sue ali, ci sta aiutando in ogni modo, senza competizione né timori. Per adesso figuriamo come suoi consulenti, ma non appena avremo i certificati dell’Asl lavoreremo con loro in co-working, condividendo lo stesso spazio produttivo”, dice Francesca.

"Le Furezze" premiate al Salone del Gusto e Terra Madre. Laura Orestano di SocialFare® ha consegnato la targa

“Le Furezze” premiate al Salone del Gusto e Terra Madre. Laura Orestano di SocialFare® ha consegnato la targa

Già, perché il co-working nell’alimentare è un altro obiettivo della start up: mettere insieme a lavorare più realtà affini, per sostenere imprese che altrimenti rischierebbero di morire prima ancora di spiccare il volo. “Abbiamo proposto l’idea alla Regione grazie a un tecnologo alimentare che ci segue nella parte legislativa”, continua Francesca. E pare che l’idea sia piaciuta. “Le Furezze” sarà quindi la prima azienda in Veneto – e forse in Italia – a sperimentare questo nuovo modello di business.

 

“Social Renaissance”: ampia partecipazione e tanti nuovi imput

La volontà di creare per la prima volta in Italia un’occasione di confronto internazionale sulla social innovation si è tradotta, giovedì 26 giugno a Torino presso il teatro Juvarra, in una giornata particolarmente ricca di contributi e di imput. Innovatori sociali provenienti da tutto il mondo si sono alternati in dense sessioni di lavoro da cui è emersa una realtà in fermento che sta costruendo reti che sappiano affrontare le sfide poste dalla crescente disuguaglianza sociale. Una rete di attori pubblici e privati che a livello globale promuovono lo sviluppo di modelli di economia sostenibile e inclusiva.

slideshow_Social-RenaissanceNon a caso la conferenza “Social Renaissance” – il cui titolo definisce un processo volto a riportare al centro delle decisioni politiche le “periferie sociali” – si è svolta a Torino, dove la ricerca di soluzioni innovative per rispondere ai bisogni emergenti ha una lunga tradizione. E non a caso gli spazi che l’hanno ospitata sono quelli del Teatro Juvarra, presso il complesso dell’Artigianelli: “quartier generale” dell’Opera Torinese del Murialdo (che porta avanti l’attività missionaria del santo sociale Leonardo Murialdo a favore di minori e giovani in difficoltà) e dal 2012 anche sede di SocialFare, che insieme con TOP-IX e Torino Social Innovation ha organizzato l’evento. A don Danilo Magni, dunque, il compito di fare gli onori di casa in un teatro destinato a diventare cantiere in progress di cultura e innovazione sociale.

Oltre 30 speakers in rappresentanza di istituzioni, fondazioni e università locali, nazionali, europei e americani hanno raccontato la propria esperienza, tutti spinti dal bisogno di confrontarsi su significato, concetti e pratiche dell’innovazione sociale. Attraverso esempi concreti si è parlato di scalabilità, sostenibilità, partecipazione e cittadinanza attiva, responsabilità, big data, trasversalità, resilienza, imprenditorialità… Della necessità, di fronte alle sfide sociali, di una innovazione che sappia rompere i vecchi schemi, fare incontrare impresa e non profit, convogliare le diversità e spingerle – nel rispetto di ognuna – verso un nuovo modello di sviluppo.

Alcuni esempi. In Canada l’innovazione sociale è ormai una priorità del Governo, mentre in Portogallo il Banco de Inovacao Social sta portando avanti un programma che prevede un cambiamento sistemico, affrontando i problemi alla radice: cioè cominciando già nelle scuole a creare un nuovo atteggiamento di cittadinanza affinché le persone si convincano di poter cambiare le cose. A New York il Public Policy Lab aiuta i cittadini a capirci qualcosa su come vengono assegnate le case popolari e a scegliere in modo consapevole e informato a quale istituto scolastico superiore (tra i 700 esistenti) iscrivere i figli.

E poi, a Baltimora, il sostegno da parte del centro Social Innovation Lab alla nascita di aziende con buone idee da “vendere”, così come a Torino il Comune sostiene la nascita di imprese sociali mettendo a disposizione un insieme di strategie e strumenti attraverso il programma “FaciliTo giovani e innovazione sociale”. Ancora, per restare nel capoluogo piemontese, il Piano “Torino metropoli 2025” vede l’associazione “Torino Internazionale” e il progetto “Torino strategica” impegnati o costituire “visioni, strategie e azioni che promuovono l’identità e lo sviluppo dell’area metropolitana torinese mobilitando tutti gli attori locali”. SR_Illustration

Queste e tante altre esperienze sono state raccontate alla conferenza, che ha visto un’ampia partecipazione di addetti ai lavori, soprattutto giovani. L’innovazione sociale si è chiaramente delineata come un processo sociale, economico, politico e tecnologico in grado di distruggere vecchie barriere. Un processo in cui l’universo italiano delle cooperative sociali e del non profit in generale giocano un ruolo fondamentale per la loro consolidata capacità di intercettare i bisogni e realizzare progetti non standardizzati. Come ha sottolineato Mauro Busa dell’Alleanza cooperative italiane Piemonte, “le cooperative possono fare innovazione sociale, ma sarebbe auspicabile una maggiore chiarezza nelle metodologie. Il concetto non è così immediato e intuitivo”.

Per essere sostenibile la social innovation ha anche bisogno di risorse finanziarie da attingere a più fonti e con nuove modalità, cambiando il sistema delle regole attuali e individuando nuovi modelli di ingaggio. “I progetti richiedono interventi filantropici, capacità di politica pubblica, energie di mercato e capacità di far cooperare mondi finora distinti”, ha sottolineato Piero Gastaldo della Compagnia di San Paolo.

L’innovazione sociale interpella dunque fondazioni e banche, nell’ambito di un nuovo assetto collaborativo tra diversi soggetti. L’esperienza di Banca Prossima (la banca del Gruppo Intesa San Paolo dedicata al Terzo Settore) rappresenta un esperimento di sostenibilità finanziaria dei progetti realizzati dal Terzo settore, al quale vengono riconosciute caratteristiche proprie ben lontane dalla logica del “for profit”. “I servizi del for profit sono contingentati, mirati, chirurgici – ha detto Marco Morganti – Il bene collettivo non è il loro obiettivo e spesso, quando intervengono nel campo socio sanitario assistenziale, ne escono con le ossa rotta. Alla fine il gioco non è sostenibile”.

Per Banca Prossima, dunque, il criterio di efficienza non è così determinante per la concessione di un prestito: “L’efficienza è sì importante, ma non deve andare contro gli obiettivi sociali di un’organizzazione”, ha continuato Morganti. Più importanti sono invece la fiducia e la rete comunitaria che sostiene il progetto, a garanzia della sua riuscita.

SocialFare ha annunciato durante la conferenza la propria partnership con Young Foundation UK ed esplicitato i soggetti che già si stanno aggregando a livello regionale e nazionale alla piattaforma aperta SocialFare per costruire insieme conoscenza ed imprenditorialità sociali: Rinascimenti Sociali, appunto.

Torino Social Innovation per le imprese giovani

Presentato ufficialmente nel dicembre scorso, Torino Social Innovation  è l’insieme di strategie e strumenti che il Comune di Torino mette a disposizione dei giovani per sostenere la nascita di imprese sociali trasformando idee innovative in servizi e prodotti.

facilito1Da gennaio 2014 a dicembre 2015 è attivo un programma – FaciliTo Giovani e Innovazione Sociale – che offre supporto informativo, accompagnamento alla costituzione e sviluppo dell’impresa, sostegno finanziario e un set di servizi supplementari offerti dai partner pubblici e privati che rappresentano l’ecosistema dell’innovazione sociale a Torino. La capacità di stare sul mercato e di rispondere alle sfide sociali emergenti richiedono competenze che il nuovo sportello è in grado di supportare.

Il  percorso di accompagnamento è rivolto a giovani di  età compresa tra 18 e 40 anni, aspiranti imprenditori, lavoratori autonomi, imprenditori individuali; possono accedervi anche imprese già attive, composte prevalentemente da giovani, interessate ad aprire o potenziare una sede operativa a Torino. Per accedere al programma, l’impresa dovrà svolgere in modo continuativo la propria attività, almeno per tre anni dalla data in cui si è concluso il progetto di investimento (vedi avviso pubblico per l’accesso al progetto).

Il programma mette in gioco 2 milioni di euro, di cui 650mila euro di sostegni diretti alle imprese, 200mila euro in servizi di accompagnamento e un milione di euro in fondo di garanzia.

Lo sportello è aperto su appuntamento: dall’8 gennaio è attivo il numero verde 800.300.194 (dal lunedì al giovedì 8.30-16.00, venerdì 8.30-12.30); e-mail: torinosocialinnovation[at]comune.torino.it