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“Sostenibilità”, una scelta che premia

Il percorso di esplorazione del “linguaggio” della social innovation proposto da SocialFare® approda a un’altra parola chiave: sostenibilità. In tempo di crisi se ne parla molto, con riferimento per lo più alla dimensione economica. Ma è molto di più.

A un modello di innovazione non sostenibile che si traduce nella continua creazione di nuovi prodotti, la social innovation oppone – e cerca di imporre al mercato – un nuovo approccio, una diversa organizzazione dei processi con il coinvolgimento di una società civile rafforzata nella sua capacità di agire. Processi che mettono al centro l’inclusione sociale e il rispetto dell’ambiente, risparmiando le risorse naturali e valorizzandone altre (talento, tecnologia, competenze, volontariato, relazioni…) nella direzione del Bene Comune.

salvadanaio_SostSocCiò comporta un nuovo modello d’impresa, più responsabile e più consapevole del posto che occupa all’interno di un ecosistema in cui la massimizzazione del profitto lascia il posto alla ricerca di ”equilibrio”. Dove per “ecosistema” si intende – secondo la definizione formulata da SocialFare® – “un luogo antropologico aperto, di convergenza e relazione tra bisogni sociali, comportamenti, abitudini, creatività e opportunità che aggiungono valore anche economico alla società, aumentando la capacità d’azione individuale e della comunità”.

La ricerca di equilibrio

La “sostenibilità sociale” si realizza quando le dinamiche di interazione tra i vari soggetti/stakeholders coinvolti generano in modo diretto e indiretto – rispetto alle comunità afferenti, a diversi livelli e in diverse geografie – relazioni, azioni e impatto (culturali, comportamentali, economici e ambientali) in “equilibrio” tra loro. La qualità di tali dinamiche è improntata al rispetto di valori sociali quali: benessere e felicità (salute, sicurezza, qualità della vita), equità/uguaglianza, accessibilità, empowerment e partecipazione attiva, inclusione (coesione), giustizia, conoscenza (istruzione, trasmissione della cultura…).

E  la ricerca di ”equilibrio” non indebolisce affatto  – anzi,  potenzia – la capacità di un body_condivisioneprogetto di auto-sostenersi economicamente nel medio e lungo periodo, di stare cioè sul mercato grazie al ricavato dall’attività nonché all’impegno profuso da persone che si mettono in rete e diventano espressione di una società civile motivata ed entusiasta. Collaborazione, cura e attenzione alle risorse si integrano dunque in modelli di business dove il capitale relazionale non è meno importante di quello finanziario.

Società, Economia, Ambiente

Nelle diverse definizioni di “sostenibilità” coniate nel corso degli anni le dimensioni economica, ambientale e sociale vengono per lo più tenute separate, seppure poste sullo stesso piano. La riflessione intorno al concetto di sviluppo sostenibile quale emerge dal rapporto Bruntland “Our Common Future” del 1987 rilasciato dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (“uno sviluppo che risponde alle esigenze del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie”) ha prodotto una vasta letteratura in cui è condivisa la consapevolezza che le tre componenti – Ambiente, Società, Economia – vadano coniugate ed equilibrate, inscindibili l’una dalle altre.

Quando si parla di sostenibilità, si pensa soprattutto alla dimensione economica. Ma quando si parla di valore economico, non semplicemente di economia, non si può prescindere dai concetti di sostenibilità sociale e dal valore sociale. Ed è per questo che SocialFare® propone la “sostenibilità sociale” come cappello che racchiude e comprende le diverse componenti, in un intreccio di attitudini, comportamenti, relazioni, scambio di conoscenza che permettono a un progetto di reggersi sulle proprie gambe, di essere replicato e di avere un largo impatto.

Un esempio da Jakarta

Un’esperienza concreta la attingiamo alla recente premiazione dei vincitori di “Slow Pack 2014”, nell’ambito del Salone del Gusto e Terra Madre che si è svolto a Torino due settimane fa. Un Premio dedicato al packaging dei prodotti per sensibilizzare su quanto anche i “contenitori” giochino un ruolo importante ai fini della sostenibilità, se realizzati in materiali “buoni, puliti e giusti” come il contenuto che racchiudono.

pack sale di baliNella categoria “tecniche e materiali tradizionali”, l’impresa indonesiana “Artisan Salt Company” si è distinta per l’originale utilizzo della pietra vulcanica locale come imballaggio artigianale dei sali di Bali. Dietro questo packaging c’è tutta una storia che qualifica il valore sociale di un prodotto la cui filiera ben rappresenta le caratteristiche della sostenibilità sociale così come la intende SocialFare®.

Innanzi tutto, la scelta di utilizzare la pietra vulcanica è nata da un bisogno sociale forte: risollevare le sorti della popolazione dopo che, in seguito a una forte eruzione vulcanica, la lava aveva ricoperto gran parte del territorio coltivato danneggiando gravemente l’economia locale e gli agricoltori. L’enorme disponibilità di pietre vulcaniche e l’intraprendenza degli abitanti del posto hanno così dato origine a un progetto imprenditoriale che sfrutta una risorsa naturale per generare nuovo lavoro e competenze attraverso la creazione di un nuovo prodotto.

Già, perché il contenitore di sali – realizzato da artigiani indonesiani – non è un semplice packaging, ma un prodotto vero e proprio che al termine della sua funzione iniziale di imballaggio non diventa scarto ma può essere riutilizzato per contenere altri prodotti; il tappo, inoltre, ha una conformazione che lo rende ideale per frantumare i cristalli di sale in piccoli grani.  Ed è così che un progetto imprenditoriale nato per rispondere a un bisogno della popolazione ha saputo creare valore economico in un circolo virtuoso che rappresenta il “valore sociale” dell’iniziativa.

Innovazione sociale: dalla pratica alla teoria

E’ ormai centrale nell’agenda politica di mezzo mondo, ma ancora non è chiaro a cosa ci si riferisca esattamente. Si abusa del termine senza che vi sia una definizione precisa, esaustiva  e universalmente accettata. Banalizzazione, retorica, strumentalizzazione sono i rischi che si corrono a parlarne impropriamente. Perché l’”innovazione sociale” – o social innovation – è prima di tutto una pratica, dalla cui osservazione si sta cercando di ricavare una teoria.

Ed è una pratica non nuova: le sue caratteristiche, che da 15 anni circa si tenta di codificare e tradurre in un linguaggio e in una progettualità non approssimativi, le ritroviamo in interventi molto meno recenti. Allora non si parlava di “innovazione sociale”, non esistevano la tecnologia informatica e i social network, ma gli obiettivi erano gli stessi: attivare cambiamenti in grado di migliorare il benessere della società, a livello locale o globale.

Quando un’innovazione è “social”?

Lslide-02’obiettivo del Bene Comune segna la differenza tra queste pratiche sociali e tutte le altre “innovazioni”, ognuna delle quali ha sì un impatto sociale ma non necessariamente “good”, buono. Ecco la definizione – contenuta nella “Guide to Social Innovation” realizzata dalla Commissione Europea” (febbraio 2013) – che secondo SocialFare esprime meglio il concetto:

“L’’innovazione sociale può definirsi come lo sviluppo e l’implementazione di nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che incontrano bisogni sociali, creano nuove relazioni sociali e collaborazioni. L’innovazione sociale porta nuove risposte ad impellenti bisogni che coinvolgono processi di interazione sociale. Le innovazioni sociali sono sociali solo se utilizzano strumenti e perseguono fini sociali. Le innovazioni sociali aggiungono valore alla società e aumentano la capacità di azione individuale e di comunità”.

Una definizione che nasce dal bisogno di chiarire cos’è – e cosa non è – una pratica ormai prioritaria nell’elaborazione di politiche volte a un’economia sostenibile e inclusiva, elemento centrale della Strategia Europa 2020 che per rilanciare l’economia ha fissato ambiziosi obiettivi in materia di occupazione, innovazione, istruzione, integrazione sociale, energia/clima.

Tante definizioni

Nel corso degli ultimi anni, in particolare, il tentativo di codificare la pratica della social innovation per imporla con più efficacia all’attenzione politica si è tradotto in numerosi studi che hanno contribuito nel loro insieme a “spingere” sempre più in alto il concetto, anche se – come si è detto – non si è ancora pervenuti a una definizione unica e continuano ad esserci confusione e ambiguità. Interessante, in proposito, uno studio pubblicato nel 2014 da Tara Anderson, Andrew Curtis e Claudia Wittig, allievi del corso universitario “Master of arts in social innovation” attivato dalla Danube University Krems in collaborazione con il Centro per l’innovazione sociale di Vienna.

Lo studio , intitolato “Definition and Theory in Social Innovation”, analizza le varie teorie fino ad approdare alla proposta di una nuova definizione che in poche parole concentra il significato di “innovazione sociale” quale emerge dal dibattito internazionale in corso. Un dibattito in cui “equality”, “justice” e “empowerment” vengono individuati come obiettivi finali – l’impatto – dei cambiamenti sociali promossi, impossibili da centrare senza la rete (co-creation e co-design). Quella rete di cui la social innovation ha bisogno per ottenere maggiori benefici in termini di replicabilità e scalabilità (replicability e scaling up). Tutti termini su cui ci soffermeremo prossimamente nel nostro glossario.immagine blog_glossario social innovation

Il dialogo con le istituzioni

Le molteplici definizioni finora coniate (ognuna delle quali individua obiettivi specifici in base al contesto sociale di riferimento) arricchiscono e contribuiscono a creare una “teoria” che sia capace di aiutare la pratica, facilitando il dialogo e spingendo le istituzioni a indirizzare maggiori risorse all’innovazione sociale.

La social innovation incontra, infatti, non poche resistenze nel suo tentativo di affermarsi come unica possibile alternativa alle soluzioni, orientate all’assistenzialismo, proposte da un welfare tradizionale ormai incapace (perché privo di adeguate risorse) di soddisfare bisogni sempre più pressanti. Di qui l’esigenza di “rigore scientifico”, di ordine e chiarezza in una pratica che sta dimostrando di essere in grado di offrire soluzioni più efficaci, efficienti e sostenibili ai problemi sociali, di far crescere e responsabilizzare individui e gruppi, di accrescere la capacità (capability) della società di agire…

La Banca dei poveri

Un esempio concreto dove sono presenti tutti gli aspetti dell’innovazione sociale secondo le definizioni attuali: dalla Fondazione della Banca dei poveri (Grameen Bank) in Bangladesh ad opera di Muhammad Yunus, nel 1976, il microcredito si è rivelato un efficace strumento di lotta alla povertà. La rivoluzione introdotta è, però, più una riscoperta che un’invenzione: le radici sono molto più antiche e affondano in Italia, 600 anni fa, con i Monti di Pietà. Un’esperienza plurisecolare che Yunus ha adattato alle caratteristiche specifiche del suo Paese, dove gran parte della popolazione vive nelle campagne.

La Grameen Bank (Banca rurale o di villaggio) è stata fonte di ispirazione e di modelli per le numerose istituzioni del settore del microcredito che sono nate in ogni parte del mondo. Al centro, la creazione di reti di fiducia e di sostegno, la consapevolezza che i sussidi ai poveri non spingono a tirare fuori il talento o la creatività ma fanno sentire la gente passiva, esclusa da qualsiasi progetto di riscatto, perciò incapace di migliorare.

immagine blog_grameen bank_yunus“Il microcredito, invece, “permette ai poveri e agli scalzi di accedere a una opportunità che di solito è esclusivo appannaggio dei ricchi – spiega Yunus – Accade così che quegli aspetti della società che sembravano rigidi, fissi e inamovibili comincino a diventare più fluidi, e attraverso lo sviluppo economico le persone si affranchino da tutto un insieme di ingiunzioni e regole”.

L’idea del microcredito è applicabile ovunque, per quanto il modello vada adeguato e calibrato a caratteristiche diverse. Le molteplici esperienze hanno dimostrato che dare credito ai microimprenditori poveri, in particolare alle donne, è possibile ed economicamente sostenibile, attraverso procedure e modalità che valorizzano l’imprenditorialità e le reti sociali locali.

E’ fondamentale, però, che chi eroga i prestiti rivolga sufficiente attenzione all’accompagnamento, al rispetto, all’acquisizione delle competenze necessarie e, soprattutto, alla costruzione di fiducia e senso di responsabilità. Ecco il valore aggiunto del microcredito: non si limita a finanziare, ma rigenera reti di fiducia. E la fiducia genera reciprocità.