Accelerare il Terzo Settore: intervista alla nostra Social Economist

Anthea Vigni, Social Economist di SocialFare

Anthea Vigni è la Social Economist di SocialFare.
Nata e cresciuta a Siena, ha studiato a Milano, Bologna, in Olanda e Sud Corea e oggi è la nostra principale “inviata” in Lombardia, Veneto e Marche per seguire gli importanti progetti che realizziamo su questi territori.

Il suo ruolo consiste nell’accompagnare i team nello sviluppo delle rispettive idee imprenditoriali, al fine di trasformarle in progetti ad impatto sociale che siano anche economicamente sostenibili. 

In questa intervista ci racconta come!

 

Anthea, ci racconti il tuo percorso prima di entrare nel team SocialFare?

Ho iniziato l’università con un corso triennale di Management di Arte, Cultura e Comunicazione a Milano: mentre studiavo l’economia applicata all’impresa culturale, a titolo personale coltivavo interessi nel non profit, avendo anche molta esperienza di volontariato. Al terzo anno, in Erasmus a Maastricht, ho partecipato a diverse iniziative e conferenze dedicate al mondo della sostenibilità, rimanendo conquistata da questo settore così stimolante e sviluppato nei Paesi Bassi. Così mi sono fermata un anno a Utrecht per un’esperienza professionale in WFTO (World Fair Trade Organisation). Rientrata in Italia mi sono iscritta al corso magistrale di Management dell’Economia Sociale all’Università di Bologna, determinata a orientare il mio futuro lavorativo in questo mondo. Ho trascorso ancora un semestre in Sud Corea, esperienza che si è rivelata altrettanto determinante per il mio futuro: è qui che, partecipando ad un hackathon con un’idea progettuale per recuperare gli sprechi alimentari nei mercati cittadini, insieme al mio gruppo di lavoro ho vinto un soggiorno di 10 giorni a Stanford che includeva un’esperienza di formazione con IDEO (https://www.ideo.com/eu). Di ritorno a Bologna, ho collaborato con Social Seed, mi sono laureata e poco dopo sono approdata a Torino per lavorare in SocialFare e realizzare il mio desiderio di lavorare con una prospettiva nazionale sul mondo dell’impresa a impatto sociale.

Qual è il tuo ruolo in SocialFare?

Mi occupo di consulenza e formazione per gli enti del Terzo Settore.
La mia attività di formazione include, ad esempio, gli aspetti di valutazione dell’impatto sociale attraverso la Teoria del Cambiamento. Supporto le imprese sociali, esistenti o nascenti, nella strutturazione di un quadro di valutazione dell’impatto sociale a partire dalla fase preliminare – a monte della progettazione – fino al monitoraggio effettivo dell’impatto generato.

C’è poi la parte di modellizzazione del business, che seguo insieme a Marco Cornetto, collega che come me ha una formazione di impianto economico. Nei diversi percorsi di accelerazione di conoscenza, formazione e consulenza che offriamo, di solito questo nostro intervento segue la prima parte di progettazione dell’impatto sociale, curata dalle colleghe impact designer. Noi subentriamo nel momento in cui i team assistiti hanno dato una prima struttura progettuale chiara e definita alla loro soluzione e li affianchiamo nel “dare gambe” in termini di sostenibilità economica.

Cos’è la Teoria del cambiamento?

La Teoria del Cambiamento è un metodo per mappare e delineare passo-passo tutti i nessi di causa/effetto che portano a raggiungere gli obiettivi di impatto sociale prefissati. L’approccio prevede di partire dall’impatto a lungo termine che si intende generare, quindi di ragionare “a ritroso” per prevedere la catena di outcome (impatto sui beneficiari più vicini nel tempo), output, attività e infine risorse da mettere in campo per raggiungere l’obiettivo. 

In concreto è uno strumento agile, con alcune caselle da compilare, che con opportuna formazione e supporto ogni tipo di realtà imprenditoriale o progettuale può utilizzare.

Io l’avevo studiato all’università, poi ho avuto modo di approfondirlo insieme alla collega designer Giuliana Gheza: ci siamo formate e aggiornate, quindi lo abbiamo adottato come parte integrante del metodo SocialFare e oggi lo applichiamo in diversi progetti, supportate anche dal collega Matteo Lupetti.

Lavori molto con le imprese sociali. Come si conciliano impatto sociale e sostenibilità economica? 

Chiaramente questa è la sfida più importante per un’impresa a impatto sociale.
In questi anni, attraverso SocialFare, ho visto davvero tanti progetti di questo tipo e mi sento di dire che fra gli aspetti più importanti ci sono la mentalità e la motivazione del team di lavoro. Occorre davvero sapersi mettere in discussione ed essere sempre disponibili a farlo.

Una sfida determinante per il Terzo Settore, in questo senso, è fare propria la mentalità imprenditoriale: se si vuole fare impresa sociale, è necessario evitare la totale dipendenza da grant e contributi a fondo perduto, bisogna avere il coraggio di mettersi sul mercato. Capisco che si tratti di un cambiamento radicale per alcune realtà che hanno sempre lavorato su altri presupposti, ma i tempi sono cambiati ed è necessario rinnovarsi sotto tanti aspetti, dall’approccio imprenditoriale al modo di comunicarsi. Anche l’arrivo dei nuovi, ingenti fondi europei richiede preparazione e competenze nuove: il cambiamento nel Terzo Settore è in atto, cominciamo anche noi a coglierne i primi segnali, ma non va sottovalutato e richiederà molto impegno nell’immediato futuro.

In questo senso, trovo interessante la proposta della Fondazione Cariverona, con cui collaboriamo: attraverso il Bando Innovazione Sociale viene sì offerto un grant per l’avvio delle progettualità selezionate, ma il contributo vale come trampolino di lancio per i primi due anni, nel corso dei quali i team seguono con noi un percorso orientato alla strutturazione dell’attività imprenditoriale.

Hai citato più volte la collaborazione di SocialFare con la Fondazione Cariverona: ci racconti qualcosa di più?

Si tratta di una collaborazione importante per SocialFare, che mi vede impegnata in prima persona dal 2020, e di cui sono felice e orgogliosa. Siamo partiti con il progetto FutureUp, pensato per iniziare a “preparare il terreno” e coinvolgere le comunità locali nelle province in cui la Fondazione opera: Verona, Vicenza, Belluno, Mantova e Ancona

FutureUp! nasce come un percorso di capacity building – quindi finalizzato a portare consapevolezza, formazione e competenze – sui temi dell’Innovazione Sociale e per indagare la capacità di risposta dei cittadini e degli enti locali per rispondere ai bisogni sociali del territorio. La Fondazione Cariverona ha lanciato una call a cui hanno risposto 259 persone interessate. Di queste, 161 sono state selezionate e hanno partecipato alle Social Innovation Academy che abbiamo organizzato in ognuno dei territori coinvolti. Ciascuno è stato coinvolto in una scuola immersiva di cinque giornate e ha potuto lavorare con altri partecipanti ad un’idea progettuale. Al termine del percorso, 12 progetti (su 26) si sono presentati ad una giuria di esperti del mondo dell’Innovazione Sociale nel corso di un evento, il FutureUp! Opportunity Day, a Verona: 6 team hanno ricevuto un contributo di 4mila euro ciascuno per sviluppare la propria soluzione a impatto sociale.

Le aree di sfida più “gettonate” sono state la cura del territorio, i giovani e il benessere delle persone: su queste si è concentrato quindi il nuovo Bando Innovazione Sociale. Lanciato a fine 2021, il bando ha raccolto 44 candidature da parte di enti – in questo caso già costituiti – intenzionati a sviluppare una soluzione innovativa con un impatto positivo sul territorio di appartenenza. I 33 progetti selezionati stanno ora seguendo una prima fase di “academy”, nuovamente con gli esperti di SocialFare. La fase dura cinque settimane e prevede una formazione intensiva seguita da lavoro autonomo, quindi una revisione del piano di monitoraggio e valutazione dell’impatto sociale e del piano economico/finanziario con noi. A giugno gli enti partecipanti potranno candidarsi per accedere alla fase successiva: la Fondazione farà un’ulteriore scrematura selezionando i progetti che riceveranno un grant per avviare l’attività e che saranno seguiti da noi per due anni, verso lo sviluppo di un’attività imprenditoriale solida, sostenibile e capace di generare impatto sociale rilevante.

Siamo quindi solo all’inizio di questa sfidante avventura che ci sta portando in giro per l’Italia a conoscere persone e progetti  stimolanti e non vediamo l’ora di vederli crescere insieme a noi!

 

 

In alto: una delle illustrazioni realizzate da Lele Gastini nel corso del FutureUp! Opportunity Day

Impact Startup Acceleration: con noi crescono le migliori startup a impatto sociale


Martina Muggiri, Startup Program Coordinator di SocialFare, gestisce e coordina le attività dell’acceleratore di startup di SocialFare. Avviato nel 2016, il nostro programma di accelerazione per startup a impatto sociale giunge con l’ultima call PLANET FOUNDAMENTALS alla sua 13° edizione. 

86 le startup accelerate fino ad oggi, che nel loro complesso hanno raccolto ad oggi un ammontare totale pari a 19 milioni di euro di raising, di cui 1,5 erogati da SocialFare Seed (dati aggiornato maggio 2022, ndr).

Abbiamo chiesto a Martina di raccontarci cosa distingue il nostro programma di accelerazione e che tipo di valore aggiunto porta il nostro lavoro alle startup che selezioniamo e seguiamo. 

A chi si rivolge il programma di accelerazione per startup di SocialFare?

Il target del nostro acceleratore di impact startup sono imprese che abbiano la capacità di crescere rapidamente e in modo consistente tanto dal punto di vista economico quanto dal punto di vista dell’impatto sociale che generano. È rilevante quindi che i team candidati abbiano l’ambizione di portare il loro progetto di innovazione sociale ad uno scale-up a livello nazionale, se non addirittura internazionale.

Cosa si intende per impact startup?

Cerchiamo startup con un progetto imprenditoriale volto a generare un impatto positivo dal punto di vista sociale. 

È fondamentale che questo impatto sia intenzionale e misurabile: non si tratta di aziende impegnate in azioni correttive sull’impatto generato dal proprio business, bensì di progetti che pongono l’impatto sociale al centro della loro mission aziendale, attività nate espressamente con l’obiettivo di risolvere un problema della collettività.

La ricaduta sociale dovrà essere inoltre tracciabile e misurabile tramite indicatori che potranno essere definiti con precisione nel corso del programma di accelerazione, che prevede infatti un modulo dedicato in modo specifico alla valutazione dell’impatto

In base all’esperienza di questi anni, avendo esaminato centinaia di candidature e seguito diverse decine di startup selezionate, posso affermare che se la misurabilità è un aspetto che si può affinare insieme in fase di accelerazione – quanto meno il come misurare l’impatto – l’intenzionalità è invece un elemento che deve emergere immediatamente, anche in un progetto imprenditoriale agli albori, a prescindere dal suo stadio di sviluppo.

Di cosa si occupano le impact startup che selezionate?

Siamo particolarmente interessati a progetti imprenditoriali che portano soluzioni innovative, siano esse di prodotto, servizio, modello. Premesso il nostro focus imprescindibile sull’impatto sociale, non abbiamo una specificità settoriale, come potrebbe essere la moda, il food, o il digital, (…). Siamo piuttosto orientati agli SDGs, gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU. Acceleriamo soluzioni in risposta a esigenze sociali in diversi ambiti, seguiamo prodotti “fisici” ma anche servizi digitali, modelli di business B2B o B2C, il nostro portafoglio è eterogeneo, perché l’impatto sociale è un obiettivo trasversale.

Devono essere attività imprenditoriali già avviate?

Generalmente selezioniamo startup early stage con un prototipo già validato o con un prodotto lanciato da poco sul mercato. Spesso a questo stadio le startup ancora non riescono a comunicare bene quello che fanno, non mi riferisco tanto alla comunicazione rivolta al cliente quanto alla capacità di valorizzarsi rispetto, ad esempio, ai potenziali investitori. Il nostro programma d’altra parte serve anche a questo: vedremo insieme la catena del valore del prodotto o servizio e le metriche di riferimento (KPI) per misurare e monitorare lo sviluppo del business, anche allo scopo di cercare investimenti.

Come avviene lo scouting delle startup?

In Italia il social impact è ancora un settore di nicchia: la qualità sta crescendo, ma è necessario un buon lavoro di ricerca per intercettare le startup a impatto sociale con un buon potenziale. 

Il nostro lavoro di scouting include canali digitali per la ricerca, ma anche e soprattutto un buon lavoro di rete a livello nazionale con incubatori, acceleratori e anche investitori che spesso ci segnalano startup interessanti e in target per noi, non ancora pronte a ricevere un investimento.

Quali errori fanno più frequentemente le startup che incontrate?

Quasi tutte inizialmente sottostimano i costi: la pianificazione economico/finanziaria è uno degli aspetti che rivediamo in modo accurato durante il percorso.

Un altro errore frequente riguarda il team: se è vero che si parla spesso delle competenze, che sono senza dubbio determinanti e fondamentali, a volte non si investe abbastanza nella creazione di un clima di lavoro sano. Gestire una startup è infatti molto impegnativo, anche psicologicamente, non mancano momenti di grande stress. Se i founder non riescono a impostare un clima positivo e a offrire rinforzi che aiutino il team in questi momenti, con il tempo se ne pagano le conseguenze. 

Poi c’è la poca flessibilità di pensiero: ci sono startup molto convinte delle loro ipotesi e poco disposte a metterle in discussione, e questo non fa bene. A volte un team è così affezionato alla propria idea da non rendersi conto di validare, di fatto, i risultati che vuole vedere più che quelli davvero attendibili.

Un ulteriore aspetto da vigilare è la capacità di raccogliere metriche, analizzarle e prendere decisioni di conseguenza: una startup non può crescere se non è data-driven, è importante essere disposti ad acquisire competenza e metodo in questo senso.

In cosa si distingue il nostro programma di accelerazione?

Senz’altro nel nostro approccio altamente selettivo: non ci interessa fare numero, lavoriamo con pochi team selezionati e puntiamo sulla qualità. Questo ci permette di seguire le startup in accelerazione davvero da vicino, concentrandoci sui dettagli e offrendo numerose opportunità di consulenza specializzata 1to1. Il nostro programma è altamente personalizzato e questo fa la differenza.

Lavoriamo tanto sulla strategia e sul team, il cambiamento da prima a dopo l’accelerazione è radicale e determinante. 

Un altro aspetto caratteristico è l’eterogeneità di background del nostro team di accelerazione: io come designer (di prodotto e servizio) ed esperta di marketing sono affiancata da Filippo Psacharopulo, esperto di investimenti e finanza (leggi qui la sua intervista, ndr), e da Marco Cornetto, che ha una formazione economica e si occupa di crescita e sviluppo del business delle startup. 

C’è poi da sottolineare la collaborazione stretta fra il nostro team e SocialFare Seed, il veicolo di investimento che porta capitale finanziario alle nostre startup in accelerazione e che ci affianca già nelle fasi di selezione prima dell’avvio di ogni programma. Il nostro lavoro sulla investment readiness, ovvero la preparazione delle startup perché siano pronte a presentarsi agli investitori e a ricevere investimenti, è senza dubbio un grande servizio che offriamo alle “nostre” startup anche ben oltre il periodo dell’accelerazione, e che ci viene riconosciuto.

Quanto conta il network di mentor, advisor e investitori di SocialFare?

 Molto, naturalmente. La nostra rete di advisor e mentor è complementare allo Startup Acceleration Team ed offre competenze di altissimo livello in diversi ambiti. Individuiamo le specifiche esigenze delle startup che seguiamo e le affianchiamo con professionisti specializzati, attivando anche mentorship prestigiose per i team più meritevoli.

L’altro tassello è costituito dal network di investitori che segue le nostre startup e partecipa ai Social Impact Investor Day, gli eventi conclusivi dei nostri percorsi di accelerazione. Se il nostro veicolo di investimento SocialFare Seed offre un’iniezione di capitale come boost iniziale durante l’accelerazione, fondamentale è che le startup arrivino a fine programma pronte a raccogliere investimenti più ingenti per fare il salto, e noi sappiamo di aver fatto davvero un buon lavoro quando questo match fra startup e venture capital avviene al meglio, dando risultati nei mesi e anni successivi al percorso.

In sintesi, FOUNDAMENTA (chiamato PLANET FOUNDALMENTALS in occasione della sua più recente call) è un programma che si è completato e raffinato nel corso degli anni, migliorandosi in ognuna delle sue 13 edizioni, arrivando oggi ad avere un track record davvero significativo.

Le startup vi riconoscono queste peculiarità?

Chi ci conosce o semplicemente segue con attenzione gli sviluppi delle nostre startup lo sa bene.

Un esempio: nel corso dell’ultima selezione, una delle startup candidate ha detto di aver avuto diverse opportunità per entrare in altri programmi di accelerazione, ma di aver scelto di puntare su di noi, perché vede i risultati delle startup che abbiamo accelerato. 

Per farsi un’idea basta seguire sui media i casi di Unobravo (qui diversi articoli su Forbes), Freedome, JoJolly, BonusX (qui una sintesi degli ultimi successi), per citare le più recenti, o di startup ormai note come Epicura, fra le prime a seguire il nostro programma FOUNDAMENTA, oggi in piena fase di crescita dopo aver chiuso un round da 5 milioni di euro (qui una delle ultime notizie sul Sole24Ore).

Alla fine del programma, qual è l’x factor che determina il successo di una impact startup?

Il nostro programma di accelerazione è estremamente efficace là dove i team sono eccezionali.
In questo siamo bravi: selezioniamo i team con il miglior potenziale e li accompagniamo portandoli ad essere davvero pronti a crescere e attrarre investimenti. 

Le competenze iniziali contano in parte, mentre sono fondamentali l’atteggiamento, l’approccio, le capacità. Devono sapersi mettere in discussione e aver voglia di lavorare sodo per formarsi e migliorarsi. Devono essere ambiziosi, ma avere anche una giusta dose di umiltà. Ormai siamo allenati a intercettare queste caratteristiche fin dai primi colloqui. Già nella fase preparatoria al Selection Day, a cui accede una short list altamente selezionata, li affianchiamo nella creazione di un buon pitch e constatiamo quanto sono proattivi e disposti a mettersi in gioco.

Se una impact startup ha un team eccezionale, con queste caratteristiche, noi garantiamo che la seguiremo con un lavoro eccezionale e che potrà ambire a diventare la n.1 del suo settore.

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Impact investing e startup: il punto con il nostro Investment Manager


Abbiamo intervistato Filippo Psacharopulo, Investment Manager di SocialFare, figura chiave che cura gli investimenti e i rapporti fra le startup accelerate e investite da SocialFare attraverso il programma FOUNDAMENTA e la rete di impact investor di SocialFare Seed.

 

Ecco cosa ci ha raccontato sul mondo dell’impact investing e sul nostro determinante ruolo per la crescita dell’ecosistema di startup con un impatto sociale positivo in Italia:

 

Il tuo percorso professionale ha origine nel mondo della finanza “tradizionale”, dove hai lavorato fino al 2017 prima di entrare nel team SocialFare e dedicarti all’impact investing.
Quali differenze importanti vedi fra i due approcci?

In realtà, il nostro obiettivo è proprio fare in modo che non ci sia differenza fra finanza ad impatto e finanza di altro tipo: tutto il mondo della finanza si sta spostando verso investimenti con un impatto positivo sotto un profilo sociale e ambientale. Il futuro della finanza è e deve essere investire esclusivamente in imprese sostenibili, perché il mondo deve essere sostenibile. 

In SocialFare, attraverso il veicolo di investimento SocialFare Seed, disponiamo di capitali da investire, con strumenti finanziari “classici”, in imprese altamente selezionate tenendo conto dell’impatto sociale che intendono e possono generare. In prospettiva tutto il mondo della finanza si avvicinerà sempre più a questo nostro modello, come già sta facendo.

Del resto se 5 anni fa gli ESG erano criteri “di nicchia”, oggi sono considerati imprescindibili.
Questo non dovrebbe sorprendere troppo: la finanza è uno strumento per lo sviluppo di impresa e come tale è normale che segua la direzione in cui va il mondo.

Davvero non vedi differenze?

Certo, con SocialFare Seed facciamo esclusivamente impact investing “puro”.
La differenza sta soprattutto nella consapevolezza dell’investitore riguardo al fatto che, come diciamo in SocialFare, il valore sociale genera valore economico, e non solo o non necessariamente viceversa. 

Il modello illuminato di Olivetti ha mostrato in tempi non sospetti che un’azienda attenta ai suoi dipendenti e al territorio in cui lavora è un’azienda che funziona bene e porta profitto: il valore generato è percepito dal mercato e dai clienti in termini di fiducia e qualità, quindi anche di riconoscimento di un valore economico. Non si tratta quindi di un concetto del tutto nuovo o di una recente scoperta, ma è vero che, almeno in alcuni casi, il mondo della finanza ha mostrato in passato di non dare sufficiente peso a questi criteri, arrivando a considerare un costo quello che oggi è sempre più riconosciuto come un elemento che porta valore aggiunto anche dal punto di vista economico.
Un esempio molto semplice: se fino a ieri la rinuncia alla plastica era percepita come un vincolo obbligato ma oneroso, oggi è chiaro che questa scelta porta valore al cliente che si traduce anche in valore economico per l’azienda.

Com’è lo scenario della finanza ad impatto in Italia?

SocialFare Seed è stato fra i primi in Italia. 

Dal 2016 ad oggi sono nati molti fondi di investimento impact: cresce il numero di soggetti coinvolti e crescono le risorse immesse in questo mercato. Questo fattore, indubbiamente positivo perché consente ad un maggior numero di startup di sviluppare soluzioni ad impatto sociale positivo, visto da un’altra prospettiva potrebbe anche incentivare il moltiplicarsi di iniziative di qualità non sempre elevata. È importante che la crescita di risorse disponibili si accompagni ad un’attenzione sempre alta in termini di qualità.

Cosa auspichi per il futuro prossimo? 

Attualmente la maggior parte dei fondi impact è later stage, vale a dire che investe in startup già avviate sul mercato e con una discreta maturità imprenditoriale, mentre scarseggiano le opportunità finanziarie a supporto delle fasi iniziali. Credo che la ragione non stia solo nel livello di rischio, chiaramente più alto in fase early stage, ma anche nella maggiore complessità di questo approccio. Se a livello later stage si investono capitali consistenti su aziende già in qualche modo rodate, in fase early stage si punta di solito su un portafoglio più ampio di investimenti di piccola taglia, progetti imprenditoriali che richiedono di essere seguiti più da vicino e comportano un numero maggiore di variabili: è complesso, anche se sul medio e lungo termine può portare risultati più interessanti.

C’è bisogno di più azionisti lungimiranti, come i nostri, che decidano di impiegare anche solo una parte dei propri investimenti a supporto dell’avvio di impact startup promettenti: il rischio è più alto, ma con il tempo si vedono i risultati in termini di profitti oltre che di soddisfazione. 

In cosa si distingue quindi l’approccio di SocialFare Seed nel mondo dell’impact investing

Come accennavo, ci distingue il fatto che investiamo nelle prime fasi di sviluppo di impresa, la fase più rischiosa ma anche quella in cui si può fare più innovazione. Siamo ancora in pochi in Italia a farlo, selezioniamo impact startup molto innovative e ad alto tasso di crescita.

SocialFare Seed investe esclusivamente in startup selezionate da SocialFare, che con la sua esperienza – siamo alla 13° edizione del programma di accelerazione FOUNDAMENTA – ha la particolare capacità di intercettare imprenditori con un’idea, un team, un prototipo da sviluppare e un ottimo potenziale. Come Centro per l’Innovazione Sociale e incubatore certificato dal MISE, SocialFare è un osservatorio privilegiato sul mondo dell’impresa a impatto sociale in Italia: ogni anno dal 2016 riceve e valuta centinaia di candidature, sceglie le più promettenti e le affianca con un programma intensivo di accelerazione guidato da un team multidisciplinare con il coinvolgimento di advisor e mentor d’eccellenza. 

Per supportare la crescita e lo scale-up di queste imprese è necessario immettere risorse finanziarie già in fase seed (iniziale): alcuni investitori hanno accettato la sfida, sapendo di poter contare sulle skill di SocialFare nel settore dell’impatto e dell’Innovazione Sociale, e così è nato il nostro veicolo di investimento. 

Quanto conta la misurazione dell’impatto sociale per gli investitori? 

Gli investitori hanno tutto l’interesse a misurare e verificare l’impatto sociale delle startup in cui investono, anche perché in caso questo si rivelasse poco significativo o non veritiero il danno sarebbe anche economico. 

È fondamentale che l’impatto sociale generato sia intenzionale, non soltanto misurato e validato ex post. L’imprenditore deve voler creare un’impresa che, sì, generi profitti, ma che abbia nel contempo, e per mission, un impatto positivo sulla collettività. Per noi e per i nostri investitori questa mission aziendale ha un valore anche economico: in fondo, se rispondi ad un’esigenza sentita dalla comunità metti in moto un’attività che funziona e vedrai i risultati a tutti i livelli.

Un esempio? Unobravo, una delle nostre startup investite di maggiore successo, fondata da Danila De Stefano, giovane psicologa italiana che vive tra Londra e Napoli. La sua soluzione imprenditoriale ha risposto nel contempo a due differenti bisogni della nostra società, particolarmente sentiti a partire dall’emergenza sanitaria covid-19: da un lato un tasso significativo di scarsa occupazione per gli psicologi del nostro paese, dall’altro un’esigenza crescente di supporto psicologico accessibile – in termini economici ma anche di flessibilità di tempo e di spazio – da parte dei cittadini italiani residenti nel nostro paese o all’estero. Rispondendo a questi due bisogni importanti Unobravo ha avviato un’azienda di grande successo, che oggi dà lavoro a ⅕ degli psicologi italiani e continua a crescere (oltre 15mila pazienti e 200mila sedute nel 2021, con crescita del fatturato triple digit e con un utile di bilancio importante dopo solo un anno di attività).

[Update luglio 2022] 17 milioni di euro per Unobravo: super exit per SocialFare Seed e per il mondo impact

 

Un altro esempio significativo: Aulab, digital factory ora leader in Italia che abbiamo accelerato ed investito nel 2018 quando ancora era una piccola startup nascente. I suoi fondatori hanno creato un match vincente fra due esigenze: se da un lato le aziende del nostro paese hanno una forte domanda insoddisfatta di programmatori e altri profili tech, dall’altro molti professionisti del Sud Italia sono costretti a emigrare perché non trovano lavoro nella loro terra. Aulab ha creato le condizioni per formare sviluppatori di alto profilo e creare un polo di riferimento in Puglia, dove oggi le aziende trovano le competenze di cui hanno bisogno, peraltro sfruttando tutte le opportunità di formazione e lavoro in remoto che la tecnologia rende disponibili e che hanno permesso alla Digital Factory di crescere enormemente proprio a partire dal 2020.

Come avviene lo scouting delle startup su cui investire? 

Per individuare le startup con questo potenziale, gli investitori di SocialFare Seed hanno costruito una fondamentale relazione di fiducia con SocialFare. Più che di certificazioni formali, infatti, gli investitori hanno bisogno di instaurare un rapporto di conoscenza approfondita e fiducia con chi seleziona i team imprenditoriali e lavora al loro fianco in fase di accelerazione.

L’attività di scouting iniziale è quindi normalmente svolta dallo Startup Acceleration Team di SocialFare, che è molto attivo tutto l’anno nel creare contatti con il mondo startup, imprenditoria impact, incubatori, acceleratori e investitori. Inoltre il programma è oggi conosciuto e riceviamo molte candidature da parte di startup intenzionate a fare il salto con noi.

 In cosa consiste esattamente il tuo ruolo? 

Sono l’Investment Manager di SocialFare, mi occupo della parte di execution degli investimenti: supporto le startup selezionate a partire dall’avvio del programma di accelerazione e a seguire, fino all’exit da parte di SocialFare Seed, il momento in cui l’impresa è matura e raccoglie capitali importanti da parte di altri investitori. 

Il mio lavoro è totalmente integrato con quello del resto dello Startup Acceleration Team.

Quali consigli ti capita di dare più spesso alle startup?

Di focalizzarsi sul prodotto e sul cliente: ricordarsi che l’obiettivo è risolvere un problema per le persone che si rivolgono a te – i clienti – e non ottimizzare a tutti i costi un processo, prodotto o servizio così come è stato pensato inizialmente.

L’altro consiglio, che in realtà è un asset per il nostro modo di lavorare, è che gli startupper che acceleriamo devono essere totalmente dedicati alla loro attività imprenditoriale: non è pensabile che se ne occupino solo nei ritagli di tempo o come secondo lavoro. 

Il nostro ruolo è fornire loro gli strumenti – in termini di competenze e di risorse finanziarie – per realizzare quello in cui sono bravi, quindi supportarli anche nell’apprendere come relazionarsi con gli investitori. Noi li seguiamo davvero molto da questo punto di vista, avendo anche cura di “tutelarli”, soprattutto nelle fasi iniziali, quando è necessario che si focalizzino sul loro lavoro, sapendo che ci sarà il tempo per capire come approcciarsi e cosa chiedere a chi può finanziarli.

Del resto i nostri investitori sono fondazioni e imprese di altissimo profilo, con ingenti risorse, e visione a lungo termine, come la Fondazione Compagnia di San Paolo, la Fondazione CRC e FINDE Spa, quindi davvero l’accesso al nostro programma è un’opportunità particolarmente preziosa per le startup.

I risultati di questi anni: che contributo abbiamo dato all’ecosistema italiano dell’impact investing? 

Siamo stati determinanti nel contribuire a creare startup di successo a livello imprenditoriale, economico  e di impatto sociale. Oltre alle sopra citate Unobravo e Aulab ricordo i successi di JoJolly, Freedome, BonusX, Epicura e molte altre startup accelerate da SocialFare, tutte peraltro cresciute in modo significativo nel corso dell’emergenza covid-19 proprio perché hanno saputo rispondere tempestivamente ai bisogni emergenti della nostra società nel 2020-21.

Le imprese su cui SocialFare Seed ha investito in questi 5 anni stanno portando risultati evidenti, e questo non può che generare meccanismi virtuosi: i successi delle nostre startup ispirano nuovi potenziali talenti, gli aspiranti imprenditori impact sanno che con noi è possibile crescere davvero e gli investitori ci riconoscono la capacità di selezionare le startup giuste su cui puntare.

 

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