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Green Pride premia l’Alveare che dice Sì!, ReBox e Shike come best practice di Green Economy

Il Green Pride è una campagna promossa dalla Fondazione UniVerde, a livello nazionale e regionale, con l’intento di valorizzare e conferire un riconoscimento alle best practice di Green Economy: Istituzioni e Enti locali virtuosi, imprese, associazioni, ma anche ai singoli individui, impegnati nella riconversione ecologica della società e dell’economia. L’ottava edizione vede il riconoscimento assegnato ad alcune delle startup accelerate da SocialFare.

Mercoledì 18 ottobre 2017 alle ore 10 presso la Sala Einaudi del Centro Congressi “Torino Incontra” – Via Nino Costa, 8 Torino, si svolge il Green Pride Piemonte della Sostenibilità, avente come tema ”efficienza energetica, tecnologie e startup innovative al servizio della sostenibilità”.

Intervengono:

Alfonso Pecoraro Scanio, Presidente Fondazione UniVerde
Alberto Unia, Assessore Politiche per l’Ambiente della Città di Torino
Michele Mellano, Direttore Coldiretti Torino
Angelo Marino, Presidente Associazione SOS Terra.

Moderatore: Andrea Gandiglio, Direttore Editoriale greenews.info e fondatore del progetto Gretteria.

La presentazione delle best practice è stata affidata a Monica Paolizzi (Accelerator Program Coordinator SocialFare | Centro per l’Innovazione Sociale), che introduce le startup premiate, scelte tra le realtà a impatto sociale accelerate da SocialFare.

Le startup alle quali è stato assegnato il Green Pride Piemonte 2017 dell’innovazione sostenibile sono:

l’Alveare che dice SI!: L’Alveare che dice sì! è il progetto che, unendo produttori locali e consumatori consapevoli, promuove un nuovo modo per fare la spesa in modo sano, sostenibile e a km0. I produttori locali si iscrivono al portale e si uniscono in un “Alveare”, mettendo in vendita online i loro prodotti: frutta, verdura, latticini, formaggi. I consumatori che si registrano sul sito posso acquistare ciò che desiderano presso l’Alveare più vicino casa, scegliendo direttamente sulla piattaforma. Il ritiro dei prodotti avviene settimanalmente nel giorno della distribuzione organizzata dal gestore dell’Alveare.

ReBox: Il progetto reBOX nasce per combattere lo spreco di cibo nella ristorazione e dare nuova dignità al cibo trasformando «l’avanzo» in opportunità. ReFOOD è la foodybag che trasforma il cibo avanzato in buona abitudine ed è la risposta al 70% degli italiani che richiede, per superare la vergogna di portare a casa il cibo avanzato, un prodotto bello, comodo, pratico, etico e riciclato/riciclabile.

Shike: Il progetto “Shike” lanciato da Mug Studio s.r.l., intende promuovere nuove forme di mobilità sostenibile e facilitare allo stesso tempo l’accesso ai servizi di bike sharing all’interno delle città di medio-grandi dimensioni. Grazie ad un innovativo lucchetto “smart”, con gps e sensori ambientali integrati, Shike elimina le stazioni di parcheggio permettendo nuovi modelli di condivisione del proprio veicolo e gettando le premesse per la creazione del più esteso servizio di bike sharing sul mercato. Infine i sensori integrati nel sistema permettono di raccogliere dati ambientali e valutare la CO2 risparmiata, incentivando così comportamenti virtuosi.

La Coldiretti Torino, da anni attiva con tutti gli attori del territorio con reti collaborative, in particolare tramite un progetto strategico di innovazione sociale nelle aree rurali, anche per la promozione di un welfare ecologico, ha promosso la partecipazione all’evento come best practice la Cooperativa Agricoopecetto, cooperativa agricola multifunzionale da anni impegnata in percorsi di AGRICOLTURA SOCIALE, in rappresentanza della quale è interviene la sig.ra Elena Comollo.

Fare impresa sociale si può, si deve, conviene. Ecco perché

Le diverse esperienze imprenditoriali che un po’ ovunque – anche in Italia – stanno attecchendo in un terreno inaridito dalla crisi si collocano in uno scenario di cambiamento, di rottura con il passato che impone un nuovo modello di sviluppo. Un modello che esprime esempi concreti, quindi reali, di come un’impresa sia capace di generare valore economico e valore sociale allo stesso tempo, facendo incontrare due mondi che fino ad oggi pensavamo opposti e inconciliabili.

L’imprenditorialità sociale è possibile, anzi, auspicabile in una società dove la contrazione delle risorse pubbliche e la crescente disuguaglianza costringono a percorrere nuove strade: alcune non portano lontano, altre sì, con tutti i rischi di fallimento che comporta ogni nuova sperimentazione, soprattutto se non è sostenuta da un’”alleanza” tra le diverse componenti della società civile.

Ne parliamo col prof. Filippo Giordano, dal 2011 docente di imprenditorialità sociale alla Bocconi di Milano, al quale chiediamo innanzitutto: cos’è un’impresa sociale, quali sono gli elementi che caratterizzano questo modello?

Filippo_GiordanoNon c’è una condivisione sul piano scientifico di cosa è un’impresa sociale. Ci sono diverse scuole di pensiero e tantissime definizioni che risentono dei diversi approcci al tema (giuridico, manageriale, economico e sociologico).

Per gli studi di management un’impresa sociale è un’organizzazione che ha come finalità primaria quella di generare cambiamento e impatto sociale, non dando semplicemente risposta ai problemi ma contribuendo alla loro risoluzione. Ciò connota la parola “sociale” in senso ampio. Mentre “l’impresa” è lo strumento attraverso cui si persegue questo scopo.

Un’impresa sociale, come le imprese tradizionali, è infatti basata su un business model market-based in cui la sostenibilità economica ed il perseguimento della missione sono garantiti prevalentemente dalla produzione e vendita di beni o servizi. La finalità sociale di un’impresa, però, fa sì che l’imprenditore agisca nell’esclusivo interesse della missione e non nel suo, destinando ad esempio i margini a favore dell’obiettivo sociale da perseguire.

Eppure non profit e impresa sono due modelli completamente differenti…

Certo. Il concetto d’impresa porta con sé l’elemento del rischio imprenditoriale, dell’innovazione e dall’orientamento al mercato. Questi aspetti non appartengono al non profit tradizionale, che si finanzia prevalentemente con donazioni e contributi pubblici ed eroga servizi gratuitamente e in ogni caso non con logiche market-based.

Anche le logiche di intervento sono diverse. Il non profit tradizionale interviene per rispondere a un bisogno sociale generato dal fallimento del mercato e dello stato. L’imprenditorialità sociale cerca soluzioni innovative in grado di rimuovere i fattori alla base dei problemi. Per questo le organizzazioni che lavorano per favorire l’inclusione sociale possono essere definite imprese sociali.

Inoltre, un modello di impresa sociale impone strategie di funding e diversificazione delle attività che permettano di raggiungere autonomamente la sostenibilità economica. Ma devo dire che su questo il non profit tradizionale sta evolvendo e si verifica una certa convergenza di pratiche. E’ frequente che il non profit, quando incontra il mondo del business, metta in campo esperienze interessanti. Si crea un mondo ibrido dove innovazione e impatto sociale sono legati ala contaminazione di competenze e modelli di business che vengono da più settori.

Quali modelli di impresa sociale esistono oggi in Italia?

Le cooperative sociali sono imprese sociali a tutti gli effetti. Lo sono soprattutto quelle di tipo B, mentre quelle di tipo A possono presentare più elementi di criticità in quanto erogano servizi in convenzione con il pubblico: se il rapporto con la pubblica amministrazione è di dipendenza, vengono a mancare i requisiti di autonomia e orientamento al mercato.

Altri modelli di impresa sociale sono le “Srl” (Società a responsabilità limitata) fondate nell’interesse della comunità, per rispondere a  suoi bisogni, o le imprese sociali ex lege. E poi c’è tutto il tema delle startup innovative a vocazione sociale. Però ripeto: se portiamo la discussione sulle formule giuridiche sbagliamo strada. Parlare di impresa e imprenditorialità sociale significa prima di tutto discutere di un nuovo modo di concepire sia il sociale che le modalità di intervento.

Può farci degli esempi concreti?

A Padova il consorzio di cooperative sociali di tipo B “Officina Giotto” accompagna al lavoro disabili e realizza nelle carceri programmi di reinserimento dei detenuti coinvolgendoli nel contesto di un’azienda che intende essere competitiva sul mercato.

Sant'AgostinoA Milano il Centro medico Sant’Agostino è una srl promossa da Oltre Venture, il fondo di venture capital sociale di Luciano Balbo. Si tratta di una rete di poliambulatori specialistici che sperimentano un modello di sanità che concilia qualità elevata e tariffe accessibili per rispondere a un bisogno crescente e insoddisfatto di una larga parte di popolazione.

In Toscana l’impresa sociale Dynamo Academy srl con i proventi delle sue iniziative di formazione ed eventi aziendali contribuisce – secondo un modello nato negli Stati Uniti – alla sostenibilità economica di Dynamo Camp onlus, organizzazione non profit che ospita gratuitamente in campi estivi bambini malati grazie a donazioni e al 100% dei margini di attività di Dynamo Academy.

untitledMarioWay” è una  startup innovativa a vocazione sociale che sta lanciando un nuovo modello di sedia a rotelle che permette al disabile di portarsi ad altezza naturale: qui c’è anche il tema  dell’innovazione tecnologica applicata a un oggetto, la sedia a rotelle, che non viene innovato dal 1932.

In Italia l’attuale quadro normativo favorisce lo sviluppo dell’imprenditorialità sociale?

No. L’unico quadro normativo consolidato riguarda il mondo delle cooperative sociali. E’ questo il modello prevalente in Italia. In Inghilterra per costituire una community interest company, cioè un’impresa sociale, ci vogliono 3 giorni e 35 sterline; ma occorre poco anche per mettere in piedi un’impresa tradizionale. In Italia è tutto più complicato.

Però il dibattito in corso nel nostro Paese è molto vivace…

Certo, ci sono aspetti positivi, si cerca di dare la possibilità ad altre forme giuridiche tipicamente profit di fare impresa sociale. Ma l’impostazione italiana va prima a verificare “chi” sei e poi “cosa” fai. Se sei una cooperativa sociale va bene. Il modello anglosassone, invece, guarda prima al “cosa”, alla sostanza,  più che alla forma, con un approccio che crea elementi di flessibilità.

Il dibattito italiano si sta ponendo il problema dell’inclusività, ma si continua a ragionare sul “chi”. Il Governo dovrebbe dare legittimità all’imprenditorialità sociale, leva straordinaria per promuovere la crescita e l’occupazione del Paese; dovrebbe  creare un ambiente normativo favorevole, un ecosistema, ma aldilà delle dichiarazioni di facciata ciò non sembra essere una priorità politica.

Il tema delle community interest company in Inghilterra viene gestito dentro il ministero dello Sviluppo economico,  mentre in Italia il tema è gestito dal ministero del Welfare. Segnale importante che in Italia l’argomento viene relegato al mondo del sociale in senso stretto.

Come vede il futuro degli attuali sistemi socio economici occidentali?

Sicuramente non sono sostenibili. Tutte le ricerche che riguardano il consumo delle risorse del pianeta ci dicono che nel 2050 avremo bisogno di risorse pari a due pianeti e mezzo con gli attuali livelli di consumo e i trend demografici; inoltre, questo sistema sta aumentando il gap tra ricchi e poveri: non è un caso che i segnali di crescita del pil dei Paesi occidentali non siano accompagnati dalla crescita dei livelli occupazionali.

Cosa occorre dunque per promuovere il cambiamento sociale e un’economia “positiva”?

Abbiamo bisogno di attori economici e politici che prendano decisioni in prospettiva di lungo periodo. Abbiamo bisogno di modelli imprenditoriali che non solo creino valore economico, ma in cui il valore creato venga distribuito equamente su tutta la filiera. Occorre promuovere un sistema economico in cui nel fare impresa e nel concepire anche interventi pubblici ci siano al centro valori come l’equità, l’inclusione sociale e la sostenibilità ambientale.

Le startup a impatto sociale crescono qui

Il grande fermento di idee e soluzioni innovative che colorano il grigio scenario della crisi occupazionale infoltisce la schiera di aspiranti imprenditori desiderosi di sfidare il mercato con nuovi prodotti e servizi. La fase iniziale di una nuova impresa – startup – è delicatissima, il rischio di fallimento è molto elevato: sostenibilità, replicabilità e scalabilità sono gli obiettivi di un impegnativo percorso da costruire e sostenere con strumenti e competenze di qualità, evitando l’improvvisazione.

Boom delle startup

Il “Decreto Crescita 2.0“, convertito in legge nel 2012, con il quale lo Stato ha adottato una normativa per lo sviluppo e la crescita del Paese, ha spinto nuove realtà imprenditoriali ad affacciarsi sul mercato. Vengono individuate come strategiche le startup innovative: società di capitali, costituite anche in forma cooperativa, che hanno come oggetto sociale esclusivo o prevalente lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico.

innovazione-terzo-settore-crisi-300x169Strategiche perché ritenute in grado di “favorire la crescita sostenibile, lo sviluppo tecnologico e l’occupazione, in particolare giovanile” e di “contribuire allo sviluppo di nuova cultura imprenditoriale e alla creazione di un contesto maggiormente favorevole all’innovazione”. Di qui tutta una serie di agevolazioni fiscali e burocratiche e di facilitazione nell’accesso al credito.

Secondo il Rapporto Infocamere relativo al primo trimestre 2015,  a fine marzo il numero di startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle imprese era di 3711, in aumento di 532 unità rispetto alla fine di dicembre (+16,7%), con un capitale sociale complessivo di 192 milioni di euro (in media 52 mila euro circa a impresa). Il 73% fornisce servizi alle imprese, il 18,2% opera nei settori dell’industria in senso stretto (fabbricazione di computer e prodotti elettronici e ottici, macchinari e apparecchiature elettriche), il 4,1% nel commercio. Si tratta di realtà piccole, con meno di 3 dipendenti, diffuse prevalentemente in Lombardia, in Emilia Romagna, in Lazio, in Veneto e in Piemonte.startup-banner

Le startup innovative “a vocazione sociale”

Rientrano tra le startup innovative anche quelle “a vocazione sociale” (SIAVS), quelle cioè ad alto contenuto tecnologico che operano in settori specifici cui la legge riconosce particolare valore sociale: assistenza sociale e sanitaria; educazione, istruzione e formazione; tutela dell’ambiente e dell’ecosistema; valorizzazione del patrimonio culturale; turismo sociale; formazione universitaria e post universitaria; ricerca ed erogazione di servizi culturali; formazione extrascolastica per contrastare la dispersione; servizi strumentali alle imprese sociali.

Consapevole che le SIAV (alle quali è richiesta la compilazione del “Documento di descrizione dell’impatto sociale”) possano risultare meno “attraenti” sul mercato, il decreto legge del 2012 assegna agli investitori di queste startup benefici fiscali maggiorati.

Chi sono gli investitori?

Il dossier The Italian Startup Ecosystem: Who’s Who” realizzato da Italia Startup e dagli Osservatori del Politecnico di Milano c0n il supporto istituzionale del Ministero dello Sviluppo Economico, rileva come nel 2014 le startup innovative siano più che raddoppiate rispetto al 2013. Nello stesso periodo è diminuito il ruolo degli investimenti istituzionali e aumentato quello dei business angel(investitori informali), family office (società che gestiscono il patrimonio di una o più famiglie molto facoltose, secondo un modello importato dagli Stati Uniti), acceleratori e incubatori, con un peso del 50% degli investimenti complessivi.

La ricerca sottolinea però come tali investimenti (che nel 2013 ammontavano a circa 130 milioni di euro) siano poca cosa se confrontati con quelli di altri Paesi europei: in Italia si investe in startup hi-tech un ottavo rispetto a Francia e Germania, un quinto rispetto al Regno Unito e poco meno della metà rispetto alla Spagna.

“Rinascimenti Sociali”

impatto-33Nell’ecosistema delle startup italiane e degli incubatori e acceleratori nati per sostenerle (circa un centinaio in totale) “Rinascimenti Sociali” si posiziona come la prima grande realtà nata in Italia per accompagnare nel loro percorso di crescita realtà capaci di generare impatto sociale, capaci cioè di promuovere il cambiamento ideando e progettando soluzioni innovative che rispondano alle sfide sociali di lavoro, salute, coesione, condivisione, conoscenza, sostenibilità e partecipazione.

Promosso dal Centro per l’ Innovazione Sociale SocialFare®, l’acceleratore inaugurato due mesi fa nel centro di Torino segue attualmente una decina di startup, il 50% delle quali sono innovative. Le ha scelte perché potrebbero promuovere un cambiamento positivo per le persone e la società. Tutte sono infatti accomunate dall’alta potenzialità di creare impatto sociale: è questo infatti l’aspetto centrale, la condizione necessaria per poter usufruire del percorso di accelerazione di “Rinascimenti Sociali”. Un percorso che attraverso gli strumenti della tecnologia, della finanza e dell’internazionalizzazione punta a rendere autonome realtà che richiedono interventi competenti su bisogni specifici.

Il percorso di accelerazione

Nell’accompagnamento verso la prototipazione, sperimentazione, validazione e scalabilità confluiscono tutte le risorse e competenze messe in campo da una estesa rete di partner locali e internazionali (oltre 20) che insieme, nell’ampia sede di via Maria Vittoria 38, stanno costruendo un nuovo modo di generare valore economico mettendo al centro le persone e le comunità.loghi

Un team multidisciplinare apporta dunque competenze specifiche curando la qualità di un percorso che già nella prima fase si propone di essere rigoroso, con un’analisi approfondita di ciò di cui le startup hanno bisogno per consolidare  e sviluppare l’idea riducendo così i margini di fallimento.

Organizzazione lavorativa, reclutamento occupazionale, organizzazione di social housing, gestione della filiera del cibo, consumi, servizi per la comunità…: sono molteplici i settori in cui muovono i primi passi le realtà imprenditoriali accolte attualmente in via Maria Vittoria 38. I tempi di accelerazione variano dai 6 ai 12 mesi; è previsto solo il pagamento di alcuni servizi puntuali, gli altri sono inclusi nel “pacchetto” offerto gratuitamente.

Le startup interessate possono per adesso rivolgersi direttamente a “Rinascimenti Sociali” (info@rinascimentisociali.org;  tel. 393 1718264) per sottoporre la loro idea, mentre in futuro verranno organizzati appositi bandi per il reclutamento.

“Rinascimenti Sociali” apre nel centro di Torino: a marzo l’inaugurazione del primo acceleratore di imprenditorialità sociale

Nel centro di Torino, in via Maria Vittoria 38, SocialFare® – primo centro di innovazione sociale in Italia – inaugurerà pubblicamente a metà marzo la sede di “Rinascimenti Sociali”. La storica location di 1600 mq di proprietà dell’Istituto delle Rosine accoglierà il grande progetto dell’acceleratore di conoscenza e imprenditorialità sociali. Un laboratorio creato da un’estesa rete di partner locali, nazionali e internazionali che strategicamente, nel cuore della città, collaboreranno per diffondere nuovi modelli culturali capaci di affrontare le sfide attuali valorizzando dal basso idee, persone e comunità.

SR_IllustrationNella grande struttura che verrà presto aperta al pubblico il “nuovo sociale” diventa dunque protagonista, con una ricchezza di relazioni, capacità professionali, energie e risorse che si mettono in rete per progettare nuove soluzioni per il Bene Comune. Di qui il nome scelto, “Rinascimenti Sociali”, a sottolineare quel passaggio da un’esperienza all’altra e quella condivisione a livelli diversi che possono generare non uno ma più “rinascimenti”, dove la persona e le comunità sono poste al centro dell’azione e dei processi decisionali.

La sede delle Rosine, per posizione e ampiezza,ben si presta ad ospitare quello che SocialFare® – capofila di una rete di circa 15 partner, tra cui il consorzio torinese TOP-IX – promuove come luogo di incontro di molteplici e poliedriche competenze. Uno spazio aperto a tutti, soprattutto ai giovani, dove sarà possibile sviluppare nuove conoscenze e linguaggi che caratterizzano il social design, la tecnologia sociale, l’impresa sociale, la finanza sociale, la prototipazione e innovazione delle politiche…

Sarà una fucina di idee e sperimentazioni in cui respirare l’aria fresca e creativa della social innovation. Uno spazio da riempire insieme, ristrutturato all’insegna dell’essenzialità perché possa essere plasmato, adattato e personalizzato in una visione di “rete” e condivisione. C’è anche un terrazzo di 800 mq che potrebbe ospitare nuove progettualità (ad esempio gli orti urbani) o manifestazioni all’aperto.unnamed

Gli ambienti di “Rinascimenti Sociali” accoglieranno e aggregheranno tutti coloro che abbiano un’idea di impresa sociale da realizzare, vogliano innovare imprese già in essere, sentano la necessità di impadronirsi di nuovi linguaggi e vogliano entrare in un’ampia e motivata rete di persone, imprese, enti e istituzioni per generare un impatto positivo.

La struttura sarà pertanto centro informale di formazione e promozione, di generazione di startup ma anche di riposizionamento di imprese già esistenti che vogliano introdurre al proprio interno elementi distintivi della nuova imprenditorialità sociale. Non un incubatore, dunque, ma un acceleratore del processo di prototipazione e sperimentazione di nuove soluzioni “su misura” sostenuto da un’ampia rete di competenze che in via Maria Vittoria avrà l’occasione si esprimere tutte le proprie potenzialità.

La Regione Piemonte è tra gli attori coinvolti, per quanto riguarda open data e open government. Nelle prossime settimane ci soffermeremo diffusamente sull’iniziativa intervistando i diversi partner di “Rinascimenti Sociali” e svelando la data dell’inaugurazione…

Per informazioni: info@socialfare.org

 

 

 

Up To Youth, percorsi gratuiti per fare impresa

L’11, il 18 e il 25 febbraio prossimi l’associazione nazionale PerMicroLab Onlus propone a Torino – ospite di SocialFare® presso il Collegio Artigianelli di corso Palestro 14 – un percorso gratuito di accompagnamento per giovani fino a 35 anni che vogliono realizzare la propria idea di impresa (due precedenti sessioni si sono svolte in giugno e dicembre dello scorso anno). L’iniziativa UP TO YOUTH si colloca in un più ampio programma di formazione che interessa altre sei città italiane: Napoli, Bari, Catania, Genova, Padova, Pescara. L’obiettivo è quello di agevolare l’ingresso di giovani nel mondo del lavoro attraverso la creazione di imprese e lavoro autonomo.PerMicroLab Onlus, fondata a Torino nel 2003 per favorire il microcredito come strumento di inclusione sociale, persegue scopi sociali quali l’alfabetizzazione finanziaria, la formazione di base per fare impresa, percorsi di accompagnamento (mentoring) a favore di neo o aspiranti imprenditori. Risale al 2007 la nascita di Permicro, la più grande società di microcredito in Italia a favore di famiglie e imprese.banner-up-to-youth-630x250Il progetto UP TO YOUTH è realizzato con il finanziamento di JP Morgan Chase Foundation e il supporto di YBI Youth Business International, rete globale – sostenuta dal Principe di Galles –  che conta 40 organizzazioni indipendenti non profit impegnate ad aiutare i giovani ad avviare e sviluppare la loro attività imprenditoriale.

In Italia, PerMicroLab sostiene la nascita di nuove imprese attraverso una rete di mentor che mettono a disposizione le loro competenze in forma di volontariato. I percorsi di accompagnamento realizzati dall’associazione si inquadrano in un programma nazionale che l’associazione vorrebbe diventasse continuativo e riconosciuto anche dalle istituzioni come strumento efficace per contrastare la disoccupazione giovanile.

Rivolgiamo alcune domande a Maria Teresa Buffa, segretario di PerMicroLab.

A chi si rivolge UP TO YOUTH?

A giovani entro 35 anni, italiani e stranieri, che desiderino mettersi in proprio e confrontarsi su come realizzare il loro progetto di impresa. Non importa se non sanno ancora cosa intendono fare. Nelle passate edizioni hanno frequentato ragazzi usciti dalle scuole professionali, persone disoccupate o intenzionate a cambiare occupazione. L’utenza riproduce la clientela tipo del microcredito, costituita per oltre il 50 per cento da stranieri, con una presenza femminile che supera quella maschile.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Ogni percorso è seguito in media da 15-20 giovani (200 in tutt’Italia) che dimostrano grande interesse. Vorrebbero realizzare piccole attività (ristorazione, centri di estetica, botteghe artigianali…) e noi li aiutiamo a ragionare e a capire se le loro idee sono economicamente valide. Alcuni richiedono, dopo il corso, un accompagnamento individuale.

E qui entrano in gioco i mentor

Si tratta di pensionati, professionisti o ex imprenditori con esperienza in campo finanziario o gestionale che affiancano i giovani neo imprenditori nella fase di avviamento dell’attività. Contiamo su una rete nazionale di 60 mentor, di cui 5 a Torino. Una rete di persone preparate e motivate che stiamo cercando di incrementare.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl loro lavoro è gratuito, basato sulla disponibilità, sul passaggio di esperienza da un soggetto all’altro in un rapporto centrato sulla fiducia reciproca, sull’ascolto. L’accompagnamento può avere una durata massima di un paio di anni. Ai giovani vengono insegnati i passi essenziali, anche burocratici, per fare impresa, con la possibilità di accedere al microcredito attraverso Permicro.

Come è strutturato il corso?

Tre incontri di due ore ciascuno. Il primo, guidato da un commercialista, è sull’avvio d’impresa: un inquadramento generale su quali sono i primi passi da compiere. Segue un incontro –  Startuplab – che prevede esercizi pratici di redazione di un business plan. Infine, si affronta l’argomento del credito per l’impresa: un responsabile locale di Permicro offre una panoramica su vari tipi di credito e sul microcredito in particolare, più facile da ottenere per i giovani.

Qual è la vostra rete?

La stiamo costruendo. L’associazione esiste dal 2003, ma è solo dal 2014 che propone interventi strutturati con la collaborazione di istituzioni e realtà che perseguono gli stessi obiettivi. A Torino, abbiamo stretto numerosi accordi (Torino Social Innovation, Action Aid, Rotary 2031, International University College di Torino, Balon Mundial…). Sotto la Mole c’è un fervore di condivisione di rapporti tra associazioni molto stimolante, con grande vivacità di iniziative.

Per iscrizioni e maggiori informazioni:  www.permicrolab.it/uptoyouth,uptoyouth@permicrolab.it, tel. 011 658778

Incontro in SocialFare® con Alessandra Poggiani direttrice dell’Agenzia per l’Italia Digitale

L’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) ha un’ardua impresa da compiere: il 40% degli italiani non usa Internet e ancora troppe piccole imprese (che costituiscono la quasi totalità del  tessuto economico del nostro Paese) considerano la tecnologia digitale una minaccia e non un’opportunità.

Nata due anni fa e rilanciata dal Governo Renzi, l’Agenzia  ha il compito di “garantire la realizzazione degli obiettivi dell’Agenda digitale italiana in coerenza con l’Agenda digitale europea e contribuire alla diffusione dell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, allo scopo di favorire l’innovazione e la crescita economica”. Un processo di modernizzazione che si rivela impegnativo e complesso in un’Italia che conta oltre il 40% di disoccupazione giovanile e dove almeno un terzo della popolazione non sa nemmeno cos’è il digitale.

images 1Ecco perché Alessandra Poggiani, nuovo direttore dell’Agenzia nominato dal premier Renzi per velocizzare l’attuazione dell’Agenda, sta esplorando ogni possibile strada per attivare una maggiore apertura di questi temi a un pubblico che non sia solo di “addetti ai lavori”, per far crescere trasversalmente la consapevolezza delle opportunità che può offrire la tecnologia digitale. Perché l’AgID non è soltanto strumento di riforma della pubblica amministrazione: la digitalizzazione del Paese può seriamente aiutare la crescita economica e occupazionale. Centrale diventa, dunque, il rapporto con il territorio attraverso una fitta rete di competenze e strutture capaci di veicolare il messaggio e farlo penetrare in profondità nel tessuto produttivo – ma anche culturale e sociale – del Paese.

Ed è in questa direzione che si colloca l’avvio ieri in Piemonte, presente la direttrice dell’AgID, di un’Unità di Progetto in collaborazione con il CSI che permetterà all’Agenzia di lavorare in sinergia con le amministrazioni locali, la società civile e gli operatori economici del territorio. Nel pomeriggio Alessandra Poggiani è stata invitata dal gruppo torinese delle Wister (Women for Intelligent and Smart TERritories), guidato dalla consigliera comunale Nomis Fosca, ad un incontro informale con esponenti dell’associazionismo, dell’imprenditoria e della formazione piemontesi.

L’incontro, che si è svolto presso la sede di SocialFare® nel complesso dell’Artigianelli in corso Palestro 14 – a sottolineare il forte legame tra digitale e innovazione sociale –, ha permesso alla direttrice dell’AgID di rivolgersi a un insieme variegato di realtà su cui l’Agenzia ripone molte aspettative per costruire e consolidare quell’auspicato rapporto col territorio senza il quale gli obiettivi dell’Agenda non sarebbero realizzabili. img per patrizia

Professionisti, manager (presente anche Federmanager, molto attiva sui temi dell’innovazione tecnologica), designer, docenti universitari, imprenditori… hanno rinnovato il loro sostegno. “Occorre dare ampio respiro alla strategia italiana sul digitale – ha detto Poggiani – L’Italia deve recuperare terreno, oggi è indietro rispetto ad altri Paesi dell’Unione europea e del mondo molto più digitalizzati e avanzati. E dobbiamo essere più concreti: negli ultimi anni si è fatta molta teoria e poca pratica. Anche a costo di sbagliare, è meglio mettere in moto energie che più del pensiero e della progettazione possano incidere sulla realtà”.

Il tema delle competenze digitali, ancora scarsamente diffuse sul territorio italiano, è centrale nell’Agenda e quindi nelle azioni che l’AgID intendere realizzare. Di qui l’elaborazione di un piano (“Coalizione nazionale per le competenze digitali”) che individua priorità, tempistiche e modalità della digitalizzazione, con particolare attenzione alle piccole aziende, per spingere finalmente il processo di modernizzazione del Paese con effetti significativi sulla capacità di crescita economica e di competitività globale. Un Piano abbozzato in sinergia tra settore pubblico e privato e attualmente in fase di consultazione. “Abbiamo chiamato tutto il Paese a proporre progetti che abbiamo un impatto specifico, non teorico – ha detto la direttrice dell’Agid – A febbraio sarà pronto il documento finale”.

foto 3Argomento finora piuttosto trascurato riguarda l’impatto che la digitalizzazione avrebbe sull’occupazione femminile. Tema che durante l’incontro di ieri presso la sede di SocialFare® è stato sollecitato da Wister, rete di donne nata ufficialmente nel 2013 con l’obiettivo di “informare, proporre, segnalare notizie ed eventi riferiti alle tematiche di genere, con particolare riguardo alla nuove tecnologie”. Alessandra Poggiani ha così sottolineato la necessità di sostenere “l’accesso e l’accompagnamento delle giovani donne a un’educazione scientifica e tecnica, indirizzandole maggiormente verso professioni della realtà contemporanea”. Così come è importante sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della digitalizzazione delle imprese anche per la maggiore presenza che le donne avrebbero nel mondo del lavoro.

Business sostenibile: a Trento un master per manager della social innovation

Quali sono le competenze dei manager del futuro, con chi dovranno interfacciarsi e con quale linguaggio, quali sfide dovranno affrontare? Fine istituzionale, sostenibilità economico-finanziaria e sostenibilità sociale sono i tre pilastri su cui le realtà imprenditoriali for e non profit devono ormai reggersi in un equilibrio che richiede un percorso di conoscenza di abilità e strumenti nuovi. Un percorso che non si può improvvisare e che trova nell’esperienza della social innovation il terreno fertile su cui svilupparsi.

E’ sempre più urgente, infatti, la necessità di rendere questo percorso  visibile, di aprirlo a imprese e soggetti in cerca di una managerialità non tradizionale. Perché l’innovazione sociale  è una pratica che può segnare un’inversione di tendenza non solo per il non profit ma anche per le imprese a scopo di lucro, sempre più orientate a valutare e misurare il loro impatto sociale, affinché questo si traduca in relazioni positive con gli stakeholders e quindi con la comunità.

executive-master-creazione-di-business-sostenibile_master_business_sostenibile_1418229922Di qui l’iniziativa, proposta dalla Trentino School of Management – laboratorio di formazione e conoscenza nato nel 2005 in seno alla Provincia Autonoma di Trento e all’Università degli Studi di Trento -, di un executive master sulla “Creazione di business sostenibile: strategie e modelli di organizzazione per l’innovazione sociale”.

Il corso si svolgerà dal 23 febbraio al 6 giugno 2015, è strutturato in cinque seminari di un giorno e mezzo ed è centrato sugli strumenti strategici e gestionali necessari per identificare, sfruttare e gestire l’innovazione sociale in modo sostenibile.

Intervistiamo il prof. Michele Andreaus, docente di Economia aziendale presso l’Università di Trento e responsabile scientifico del progetto assieme al prof. Antonino Vaccaro, direttore del Centro di Etica Imprenditoriale e dell’Unità di Negoziazione della IESE Business School dell’Università di Navarra. I temi della sostenibilità, della rendicontazione sociale e ambientale e più in generale della rendicontazione aziendale in contesti for e non profit sono gli ambiti di ricerca del prof. Andreaus.

A chi si rivolge il corso e da quali considerazioni prende le mosse?

Si rivolge a persone che operano con livello di responsabilità all’interno di imprese for profit attente alle sostenibilità e di imprese non profit attente alla competenza manageriale a tutto tondo, così come anche ai soggetti che interagiscono con loro: agenzie pubbliche, fondazioni bancarie e banche (tra l’altro UniCredit Foundation partecipa come partner del percorso, assieme a CESVI, Fondazione S. Patrignano, Young Foundation e Fondazione Trentino Università) per le quali è importante avere chiavi di lettura, linguaggi e ragionamenti comuni su cui confrontarsi.

il prof. Michele Andreaus

il prof. Michele Andreaus

L’età media di coloro che già si sono iscritti è intorno ai 30 anni: l’interesse di imprese for profit, cooperative sociali, realtà che stanno nascendo sottolinea un forte bisogno di formazione  su questi temi. Una formazione che non sempre trova adeguata risposta in Italia: negli ultimi tempi ho visto offerte formative più “tradizionali” non partite perché disertate.

Questo primo master è un esperimento, se le nostre sensazioni verranno confermate organizzeremo qualcosa di più strutturato e continuativo, magari con una dimensione che valichi i confini italiani. Proponiamo una formazione che cerchi di aprire finestre, di offrire stimoli per successive riflessioni,  di sollecitare con approcci didattici un confronto internazionale.

Cosa spinge oggi un’impresa ad abbracciare l’innovazione sociale? E’ possibile dare una risposta commerciale a problemi sociali?

Sì, è possibile, definendo però a monte cosa si intende per innovazione sociale e i nuovi paradigmi di approccio al mercato. Un’azienda for profit ha il fine istituzionale di creare valore economico, ma tale fine va raggiunto in equilibrio con la sostenibilità economico-finanziario e la sostenibilità sociale. Allo stesso tempo, un’azienda non profit ha come fine istituzionale la creazione di valore sociale, ma deve essere sostenibile dal punto di vista economico-finanziario e dal punto di vista sociale.

I due contesti for e non profit hanno specificità diverse, ma entrambi esigono oggi manager in grado di leggere questa evoluzione e metterla in pratica. Ecco perché anche in Italia stanno nascendo figure manageriali ibride, che magari hanno avuto esperienze nel for profit prima di passare nel non profit.

E’ uno spazio di managerialità non tradizionale che sta crescendo, in grado di leggere la tripartizione: sostenibilità istituzionale, sostenibilità economico-finanziaria e sostenibilità sociale. Da qui discende tutto un bagaglio di conoscenza che un manager deve avere, a partire proprio dalla capacità di “lettura” e comprensione dell’evoluzione in corso. Tra le diverse persone che si sono già iscritte al corso vi sono, ad esempio, funzionari di fondazioni bancarie spinti dall’esigenza di leggere e capire, appunto, queste aziende che stanno nascendo con nuovi paradigmi gestionali.

Cosa significa “responsabilità sociale” delle imprese?

La sede dove si svolgerà il corso

La sede dove si svolgerà il corso

Lego il concetto al termine di sostenibilità, certamente sociale, ma non solo: ogni azione che un’azienda pone in essere ha un impatto sulla comunità. L’azienda deve essere gestita con una prospettiva di lungo termine, prospettiva necessaria se si vuole raggiungere il fine istituzionale senza stressare gli altri aspetti, cioè la sostenibilità economico-finanziaria e la sostenibilità sociale.  Un’alterazione dell’equilibrio tra queste tre dimensioni minerebbe la capacità di raggiungere gli obiettivi in modo continuativo nel tempo.

Un esempio: negli anni passati l’Ilva di Taranto creava sì valore economico, ma non rispettava questi vincoli di equilibrio entrando così in conflitto con interlocutori e ambiente. Lo stesso ragionamento vale per un’associazione che eroga pasti ai senza tetto: se lo sbilanciamento sui fini istituzionali crea conflitti con la politica locale, con i dipendenti e va a minare la sostenibilità finanziaria, si rompe quell’equilibrio necessario affinché l’associazione continui nel tempo a erogare i pasti.

L’equilibrio è una frontiera della managerialità del futuro. E questi temi vanno affrontati non soltanto più all’interno di comunità scientifiche, ma aperti a imprese e soggetti che vogliono entrare in questo settore. E’ un discorso ancora di nicchia, ma occorre intercettare questa area nuova, ma molto liquida, fatta di realtà piccole, vivaci, che nascono dal basso e chiedono determinate competenze.

L’Italia è abbastanza “matura” per accogliere l’innovazione sociale non come moda da cavalcare ma come reale esigenza?

Sì, lo dimostra l’interesse che c’è, naturale conseguenza della rarefazione delle risorse pubbliche destinate ai servizi sociali. Stiamo andando verso un modello anglosassone dove gli enti pubblici erogano solo alcuni servizi affidando gli altri a organizzazioni private che non possono più essere gestite sulla base di un ideale: occorre anche competenza per organizzare i fattori produttivi (aspetti organizzativi, finanziari, governance, rendicontazione…). Inoltre, per finanziare un investimento sociale il finanziatore deve essere capace di “capirlo”, occorre dunque creare criteri di lettura perché attraverso una reciproca contaminazione domanda e offerta si possano incrociare.

Uno degli esempi più facili parte dalla considerazione delle peculiarità dell’Italia, tra le quali vi è la debolezza dei servizi per l’infanzia, con conseguenti tensioni nel mondo del lavoro (ma esempi simili, saltando nell’asse della vita, si possono fare sui servizi agli anziani). Se l’ente pubblico non può finanziare gli asili nido, una risposta può essere nei nidi aziendali secondo la logica winwin: l’impresa ottiene che il dipendente non esce dal lavoro, con conseguenti vantaggi in termini di knowhow, cultura aziendale, efficacia della formazione, e il dipendente ha il vantaggio di avere questo servizio. Tutto questo l’azienda lo capisce e riesce a farlo funzionare solo se ha una visione di medio-lungo termine.

L’innovazione sociale, dunque, interessa tutte le organizzazioni aziendali, a scopo di lucro e non. E ciò si scontra con il dogma ideologico che riguarda talvolta gli approcci formativi: se non sei cooperativa sociale non puoi fare innovazione sociale; in questo modo si escludono tutti gli altri, che sono proprio quelli che invece si sono prevalentemente iscritti al nostro corso.

Quali sono gli aspetti che meglio caratterizzano l’innovazione sociale?

Secondo me in questo momento la caratteristica più interessante è la capacità e voglia di mettere in discussione l’esistente, che non significa buttare via tutto, ma individuare percorsi nuovi per mantenere e incrementare il benessere sociale. Non si può continuare a limare e contrarre le spese, se ragioniamo in termini di riduzione dei costi si va a mordere la carne viva e alla fine il sistema implode. Occorre la capacità di affermare che questa è la strada sbagliata, proponendo invece nuovi percorsi, ad esempio la nascita di start up sociali.

 

Il  master si svolgerà presso ISA, Istituto Trentino di Sviluppo, e ospiterà un massimo di 40 partecipanti. Termine ultimo per le iscrizioni è il 14 febbraio 2015. Per informazioni, tel. 0461.020 057 – info@tsm.tn.it

Cambiare il sistema si può

Se la crisi di sistema in atto impone un radicale ripensamento delle relazioni produttive e sociali, è solo dal basso che può essere indicata la strada da percorrere per un cambiamento sistemico, cioè dalla sperimentazione quotidiana sul territorio di nuove forme organizzative veicolate da realtà competenti, agili e dinamiche. Realtà radicate e inserite in networks ramificati, centri catalizzatori capaci di creare l’ambiente adatto – fertile e accogliente perché espressione di condivisione e partecipazione democratica – per indurre i poteri “forti” a sostenere la costruzione di una nuova società.

Tutti i cambiamenti di sistema, infatti, non possono prescindere dal coinvolgimento della politica e delle istituzioni per il riconoscimento di principi, prassi e valori generati da una socialità di rete che dal basso sappia irradiarsi orizzontalmente e verticalmente imprimendo la svolta.  Un’alleanza che sfrutti opportunamente anche le tecnologie di informazione e comunicazione, attualmente male o sotto utilizzate.

Jins

Jins

La dimensione imprenditoriale è una componente fondamentale dell’innovazione sociale, il cui obiettivo è portare sul territorio start up e creare social brands, imprese sociali che operino in ottica di mercato interagendo con l’ecosistema in cui si muovono. Di qui una maggiore capacità di penetrazione attraverso la rottura di vecchie barriere, fino ad arrivare, nel lungo periodo, a cambiamenti sistemici (nei settori dell’alimentazione, della sanità, dell’istruzione…) sia nel settore pubblico che in quello privato, in un’interazione tra idee, movimenti, modelli e interesse.

I tre approcci della social innovation

Non tutte le innovazioni sociali sono finalizzate a cambiamenti di sistema. Nel documento “Challenge Social Innovation” – che raccoglie i contributi più significativi della Conferenza di Vienna del 2011 sulla social innovation – vengono individuati tre approcci diversi che possono rappresentare però l’uno l’”espansione” qualitativa dell’altro, nella misura in cui sono in grado di affondare, da un lato, le radici nella socialità di rete e, dall’altro, di ramificarsi verso l’alto fino a raggiungere chi ha il potere di legittimare e supportare l’inversione di rotta.

Ecco allora che l’approccio “social” punta a rispondere a bisogni della comunità cui il mercato e le istituzioni non rispondono adeguatamente, mentre quello “societal” cerca di promuovere cambiamenti della società nel suo complesso sfumando il confine tra scopo economico e scopo sociale. Infine, l’approccio “systemic” prevede, appunto, il cambiamento di sistema, il “reshaping society”, cioè il rimodellamento della società attraverso nuove politiche, valori, strategie e relazioni che sono frutto di un processo virtuoso di contaminazione tra i diversi attori coinvolti. Un processo che dal basso verso l’alto e viceversa si arricchisce e consolida risultati che diventano prassi, normalità.

Il ruolo dei cittadini

Le innovazioni di sistema – è scritto nel Libro Bianco dell’innovazione sociale – “sono molto diverse dalle innovazioni di prodotti o servizi. Esse implicano cambiamenti di concetti e di mentalità, ma anche dei flussi economici: un sistema cambia solo quando le persone iniziano a pensare e a vedere in modo differente, ciò si traduce in cambiamenti di potere, sostituendo chi lo deteneva con altri. E questo di solito si riflette su tutti e quattro i settori: economico, governativo, società civile e famiglia”.

Il Libro Bianco riporta diversi esempi di cambiamento sistemico. Uno tra tanti, il ruolo fondamentale giocato dai cittadini della regione finlandese della Karelia nel ridisegnare il sistema sanitario pubblico: da una petizione avviata nel 1972 per sollecitare interventi volti a ridurre l’alta incidenza di malattie cardiovascolari si è arrivati a un progetto che ha coinvolto autorità, esperti e cittadini locali.

Conferenza "Social Renaissance" a Torino il 26 giugno scorso

Conferenza “Social Renaissance” a Torino il 26 giugno scorso

Ma l’esperienza concreta sulla quale vogliamo qui soffermarci la peschiamo dalla rete di innovatori sociali che lo scorso 26 giugno si sono radunati a Torino, ospiti di SocialFare®, per un confronto internazionale (il primo in Italia). La conferenza “Social Renaissance”, alle quale hanno partecipato oltre 30 speakers in rappresentanza di istituzioni, fondazioni e università locali, nazionali, europei e americani, è stata occasione, infatti, per connettere realtà che stanno portando avanti nei rispettivi Paesi importanti progetti dal forte impatto sociale: tra questi, il “Banco de  Inovação Social” (BSI), in Portogallo.

Il “Banco de  Inovação Social”

Lanciato nell’aprile scorso dalla “Santa Casa da Misericordia” di Lisbona – il più grande e antico istituto di carità del Portogallo -, il BSI realizza una nuova “governance” informale, non soffocata dalla burocrazia, stimolando la società a partecipare e collaborare alla realizzazione di idee innovative per rispondere alle sfide sociali. Le possibilità di raggiungere l’obiettivo di un cambiamento di sistema sono piuttosto alte, perché il Banco aggrega 27 istituzioni, enti e imprese pubbliche e private, dispone di un considerevole patrimonio immobiliare e mobiliare (gestisce la Lotteria Nazionale e con i circa 250 milioni di euro di proventi all’anno finanzia i servizi sociali e sanitari della città) e alla sua guida c’è una donna, Maria Do Carmo Pinto, ex direttore del Dipartimento per l’imprenditoria e l’economia sociale della Santa Casa da Misericórdia.

20140526113806_P668D4J09OA6F939N602Il Banco de  Inovação Social si è proposto di affrontare i problemi alla radice, cominciando nelle scuole a creare percorsi di cittadinanza che responsabilizzino già in tenera età sui diritti e doveri del cittadino e sulla consapevolezza di poter cambiare le cose. Creatività, sperimentazione sul campo, sostegno alla nascita e sviluppo di imprese sociali attraverso un apposito fondo e utilizzo di piattaforme operative che aggregano le realtà sociali coinvolte sono al centro di un processo in cui risorse e competenze vengono di volta in volta messe a disposizione di progetti. E tra le competenze, giocano un ruolo attivo e insostituibile quelle offerte gratuitamente da professionisti in pensione.

educazione nelle scuoleLa promozione di una cultura dell’innovazione sociale attraverso programmi educativi e civici rivolti alla popolazione è dunque di importanza strategica per chiamare a raccolta talenti e risorse del territorio e incanalarli verso l’obiettivo del Bene Comune. Tra le iniziative, il concorso di idee “Inova” rivolto agli studenti e giovani in formazione dai 6 ai 25 anni.

Scalabilità, la forza delle buone idee

Perché un’innovazione sociale sia capace di raggiungere l’obiettivo finale di ”cambiamento di sistema”, cioè di un nuovo rapporto tra politiche pubbliche, iniziative private e comunità di pratica, il percorso da compiere si snoda attraverso tappe fondamentali: dall’identificazione di bisogni sociali nascono proposte che si traducono in modelli di inclusione e sviluppo la cui sperimentazione sul territorio va implementata fino ad arrivare alla diffusione dell’idea.

Il trasferimento o riproposta su scala più ampia delle esperienze di innovazione sociale (scalabilità) è un passaggio particolarmente delicato che mette in campo risorse, competenze e relazioni la cui qualità può permettere a piccoli progetti fortemente radicati sul territorio, quindi nati in specifici contesti locali, di estendere il proprio impatto a nuove comunità.

immagine matrioska_scalabilitàLa scalabilità è pertanto un aspetto cruciale cui viene dedicata grande attenzione nella letteratura sulla social innovation. Nel rapporto 2012 “Defining Social Innovation” di TEPSIE (Theoretical, Empirical and Policy Foundations for Social Innovation in Europe) – progetto europeo che elabora la strategia UE per lo sviluppo dell’innovazione sociale – si sottolinea che “l’obiettivo delle realtà con missione sociale è quello di generare il più grande impatto possibile”.

Benché il rapporto evidenzi l’importanza dell’emulazione, cioè il potere di contagio, come strategia per lo sviluppo e diffusione di un’idea, è altrettanto importante puntare alla crescita “verticale” di un’organizzazione grazie al coinvolgimento e attivazione di altri soggetti e attività su più livelli.

Le “api” della social innovation

In un report del 2007 l’organizzazione britannica governativa Nesta, National Endowment for Science Technology and the Arts, affermava che per rendere scalabile l’innovazione sociale sono fondamentali le alleanze e le contaminazioni tra piccole organizzazioni, imprenditori, grandi imprese e istituzioni pubbliche. In “Social Innovation: what it is, why it matters, how it can be accelerated”, Goeff Mulgan (attualmente chief executive di Nesta) paragona i piccoli imprenditori e le start up alle “api” che – mobili, dinamiche, veloci, portatrici di innovazione su piccola scala – ronzano intorno agli alberi dalle solide radici (le grandi istituzioni, con risorse e potere) inducendoli a condividere, introdurre e rendere così scalabili le loro iniziative.

Sul piano pratico, lo scorso anno è stato avviato il progetto europeo BENISI (Building a img 2_scalabilitàEuropean Network of Incubators for Social Innovation), un consorzio trans europeo nato un anno fa per identificare 300 startup innovative tra le più promettenti, ad alto impatto e in grado di generare occupazione nei settori pubblico, privato, terzo settore, impresa e cooperazione sociale. Scopo del progetto – che in Italia coinvolge Impact Hub Milano – è offrire supporto a queste realtà rafforzandole localmente e rendendole scalabili, sia all’interno del proprio Paese che a livello internazionale, creando percorsi di matching con potenziali finanziatori.

Domanda e offerta

Scambio (di know-how, di esperienze, di competenze, di persone), ampliamento delle reti e della governance ed emulazione sono dunque i presupposti per la diffusione a macchia d’olio di una idea e della sua applicazione. A patto che ci sia effettivamente una larga diffusione del bisogno sociale al quale si rivolge il progetto.

Il potenziale di crescita è legato alla capacità di un progetto di rappresentare un prototipo che sia appetibile a partner e sponsor per le possibilità di sviluppo su ampia scala. L’offerta effettiva, che richiede prove di efficacia, efficienza e convenienza economica dell’innovazione, e la domanda, cioè la disponibilità a pagare, sono strettamente correlate.

LibroBiancoE “per far crescere la domanda – rileva il Libro Bianco dell’innovazione sociale scritto da Geoff Mulgan insieme con Robin Murray e Julie Caulier Grice – ci può essere bisogno di una diffusione attraverso l’ascolto, suscitando consapevolezza, sostenendo una causa, e promuovendo il cambiamento. L’ascolto attivo è la chiave percreare domanda per i servizi, in particolare da parte delle pubbliche autorità”.

Il Libro Bianco, raccolta a livello internazionale di pratiche, strategie e strumenti che costituisce una vera e propria guida per progettare, sviluppare e far crescere l’innovazione sociale, sottolinea inoltre come la diffusione di un’idea dipenda spesso anche dalla sua semplicità e dall’eliminazione di ciò che non è essenziale, mentre le idee complesse richiedono più competenze e impiegano più tempo a diffondersi.

Community Catalyst

Concludiamo con un esempio concreto di scalabilità che per SocialFare® ben sintetizza il concetto perché parte dal “locale” per rispondere a un bisogno specifico e poi amplia il proprio raggio di azione riuscendo a operare cambiamenti sistemici a livello di policy.

Community Catalyst (Regno Unito) è  uno dei progetti premiati nel 2013 alla prima edizione dell’European Social Innovation Competition, dedicata alle idee che esplorano nuove strade per aumentare e migliorare l’occupazione in Europa. L’ambito d’impegno del progetto è l’organizzazione di servizi sociali e sanitari su piccola scala e alla portata di tutti, favorendo la creazione di micro imprese in cui si incontrano competenze presenti nelle aziende e nelle comunità di cittadini.Learning-lessons-graphic

Ecco allora che professionisti del settore e gente comune (compresi anziani, disabili e coloro che offrono assistenza familiare)  “confezionano”  insieme, creativamente, piccoli servizi di qualità da vendere sul territorio, garantendo a tutte le persone, ovunque si trovino, la possibilità di accedere a prestazioni di cura e assistenza.

Una rete di realtà imprenditoriali coordinata, gestita e sostenuta  attraverso una piattaforma telematica, con cui Community Catalysts  punta ad ampliare la portata e la qualità dei servizi offerti su piccola scala, avvalendosi di imprese e tutor professionali. In tal modo competenze e talenti di individui e comunità vengono valorizzati e investiti in servizi personalizzati di qualità che hanno il duplice scopo di creare nuovo lavoro e generare benessere.


La sostenibile leggerezza delle dolci “Furezze”

Quando acquistiamo un prodotto difficilmente facciamo attenzione al “contenitore”. Ci chiediamo quanta energia e quante risorse vengono consumate nella realizzazione di imballaggi che finiscono nella pattumiera non appena il “contenuto” è stato liberato? Un alimento, per quanto “buono, pulito e giusto”, può essere ritenuto sostenibile (nelle dimensioni sociale, economica e ambientale) se è confezionato in packaging poco sostenibili?

slowpack-01-1Segnali di cambiamento, di svolta, di un’accresciuta sensibilità e attenzione ad aspetti finora trascurati si registrano però con sempre maggior frequenza. Comportamenti virtuosi si diffondono sulla scia della crisi sistemica in atto, che impone – oltre ai tagli alle spese – una riflessione sui nostri stili di vita e sulla necessità di un consumo più critico. Riflessione che si allarga grazie anche ad eventi in grado di raggiungere un vasto pubblico. Ad esempio “Slow Pack”, il concorso che il Salone del Gusto e Terra Madre dedica ai migliori packaging.

Tra le realtà imprenditoriali italiane e del Sud del mondo che sono state premiate nell’ultima edizione, abbiamo già raccontato l’esperienza di un’impresa indonesiana che confeziona i sali di Bali in imballaggi artigianali di pietra vulcanica locale. Vogliamo adesso soffermarci su “Le Furezze”, una start up nata un anno fa a Verona dall’intraprendenza di Francesca, Chiara ed Elisabetta, che hanno voluto basare l’attività sul rispetto della persona e la condivisione dei valori, nonché sull’impegno a mantenere un equilibrio armonico con l’ambiente.

Biscotti sostenibili

Le furezze sono biscotti artigianali, leccornie “buone, pulite e giuste” che vengono confezionate in contenitori altrettanto buoni, puliti e giusti. Il premio di Slow Pack – conquistato per la sostenibilità sociale di un progetto quale risultato di un innovativo processo di coinvolgimento del personale – è stato consegnato il 24 ottobre scorso dalla direttrice di SocialFare® Laura Orestano (SocialFare®, ricordiamo, è partner di ricerca di Slow Food).Baci Esotici_Laterale

“Il packaging – spiega Francesca – viene composto in tutte le sue parti da ragazzi con lieve disabilità mentale o fisica, grazie alla collaborazione con la cooperativa sociale ‘Agespha Onlus’ alla quale viene devoluto parte del ricavato dalla vendita dei biscotti. Tra qualche mese saranno questi stessi ragazzi a produrre i biscotti insieme con noi. Uno dei nostri obiettivi è di introdurre nel nostro organico alcuni di loro”.

Oltre a selezionare accuratamente gli ingredienti dei biscotti, le tre ragazze hanno posto particolare attenzione al packaging, il contenitore: semplice, riutilizzabile nei suoi componenti e interamente riciclabile con molletta salva freschezza in legno, sacchetto e oblò interamente biodegradabili, fascetta in carta ecologica, rafia naturale colorata. “Progettando il packaging – spiegano – abbiamo pensato che nel nostro caso ‘l’abito fa il monaco’ e che debba rispecchiare l’essenza dei prodotti”.

 Il co-working nel settore alimentare

Così, in un equilibrio tra relazioni, la start up ha dato prova di sostenibilità operando scelte consapevoli e responsabili che rafforzano la sua capacità di posizionarsi sul mercato. Scelte anche strategiche, come quella di non aprire subito un proprio spazio produttivo ma di appoggiarsi a un laboratorio artigianale di gelateria per avere il tempo di sperimentarsi, consolidare i risultati finora raggiunti ed esplorare nuove strade.

“La gelateria ci ha prese sotto le sue ali, ci sta aiutando in ogni modo, senza competizione né timori. Per adesso figuriamo come suoi consulenti, ma non appena avremo i certificati dell’Asl lavoreremo con loro in co-working, condividendo lo stesso spazio produttivo”, dice Francesca.

"Le Furezze" premiate al Salone del Gusto e Terra Madre. Laura Orestano di SocialFare® ha consegnato la targa

“Le Furezze” premiate al Salone del Gusto e Terra Madre. Laura Orestano di SocialFare® ha consegnato la targa

Già, perché il co-working nell’alimentare è un altro obiettivo della start up: mettere insieme a lavorare più realtà affini, per sostenere imprese che altrimenti rischierebbero di morire prima ancora di spiccare il volo. “Abbiamo proposto l’idea alla Regione grazie a un tecnologo alimentare che ci segue nella parte legislativa”, continua Francesca. E pare che l’idea sia piaciuta. “Le Furezze” sarà quindi la prima azienda in Veneto – e forse in Italia – a sperimentare questo nuovo modello di business.