Il progetto sviluppato da Giorgio Gaudio, con il sostegno di SocialFare, è tra i vincitori della categoria Social Design

Il progetto sviluppato da Giorgio Gaudio, con il sostegno di SocialFare, è tra i vincitori della categoria Social Design

Nel 2017 SocialFare si attiva per i Sustainable Development Goals

Rendere le città e le comunità sicure, inclusive, resistenti e sostenibili.

Per l’SDG 11, SocialFare | Centro per l’Innovazione Sociale ha collaborato alla realizzazione del progetto”Oversafe Rescue Bridge”, tra i progetti vincitori del prestigioso A’ Design Award & Competition 2017 nella categoria Social Design.

 

 

A’ Design Award & Competition, la più grande e più diffusa competizione internazionale di design al mondo, premia oggi i progetti e i professionisti selezionati per l’edizione 2016 – 2017: sono 1959, provenienti da 98 paesi, attivi in 97 diverse discipline collegate al design. Tra i vincitori della categoria Social Design “Oversafe Rescue Bridge”: un progetto nato dal lavoro di tesi “Safe Transfer//For mediterranean migrant” realizzato da Giorgio Gaudio per lo IAAD-Istituto d’Arte Applicata e Design, con il sostegno e la collaborazione di SocialFare | Centro per l’Innovazione.

“Oversafe Rescue Bridge” si compone di una passerella e dei pannelli led, utili a facilitare e rendere più sicuro il trasbordo dei migranti al momento del salvataggio: un progetto di design, nato da una delle più urgenti sfide contemporanee, pronto a generare impatto.

“La passerella è ideata per un facile montaggio sullo scafo della motovedetta. Si tratta di quello che nel design è definito ‘oggetto parassita’, in quanto funziona in maniera complementare con quello che esiste.” Racconta Giorgio Gaudio: “non è necessario costruire nulla di nuovo, basta implementarlo alla struttura esistente. La struttura è composta di due assi, che consentono alla passerella di andare in risonanza con il mare assecondando beccheggio e rollio. E’ articolata sulla base del modulo umano, con una larghezza di 60 cm, e consente ai migranti di passare uno per volta.”

“Per arrivare a definire queste caratteristiche c’è stato uno studio molto approfondito su come agevolare il trasbordo ed evitare che proprio in questo passaggio perdano la vita numerosi migranti. Per comprendere al meglio le procedure attuate ad oggi, ho incontrato al Centro Polifunzionale CRI “Teobaldo Fenoglio” (Settimo Torinese) i responsabili Ingazo Schintu e Francesca Basile che mi hanno spiegato nel dettaglio come funziona il salvataggio.”

“Il modo in cui si svolge il trasbordo prevede che i migranti saltino da un’imbarcazione all’altra. Un passaggio difficile da gestire. I migranti sono esasperati dal lungo viaggio, dall’incertezza, dalle privazioni. Alcuni, alla vista della motovedetta, si lanciano in mare pensando di agevolare così l’operazione. Invece questo è un comportamento molto rischioso, che costringe la motovedetta ad allontanarsi e a soccorrere la persona in mare.”

“Anche una volta che motovedetta e barcone si affiancano, comunicare non è facile: gli operatori gridano indicazioni in inglese che pochi tra i migranti riescono a comprendere. Inoltre, sostenere nel passaggio chi viene accolto sulla barca, impegna le braccia di parte del già esiguo equipaggio di soccorso. Basta considerare che il team è composto da 5 operatori: 1 o 2 urlano le indicazioni, mentre gli altri 3 si occupano del trasbordo. Spesso uno di loro è un medico, per cui si dedica prevalentemente a verificare le condizioni di salute dei passeggeri.”

“Invece, “Oversafe Rescue Bridge” permette che sia un unico elemento dell’equipaggio ad essere impegnato nel governare la passerella. Inoltre i panelli indicano anche a distanza attraverso simboli di facile comprensione di aspettare che la barca si avvicini e passare uno per volta sulla passerella. Questo meccanismo favorisce l’accoglienza e permette di organizzarsi già sulla barca. Sui barconi si creano sempre dinamiche solidali, per cui nel salvataggio viene data priorità a donne e bambini, lasciando sempre per ultimi i giovani e le persone in salute.”

“In questo progetto c’è una forte componente legata alla mediazione culturale. Nella costruzione di questo dialogo mi sono interfacciato con diversi enti, tra cui il Centro “T. Fenoglio” di Settimo Torinese e la Comunità Migrante Italiana. Una delle sfide più stimolanti è stata riuscire a conquistare la fiducia dei migranti ed ottenere interviste autentiche. Ho collaborato anche con l’oratorio salesiano di San Luigi (Chieri), mi sono proposto come volontario per offrire lezioni di italiano all’interno della scuola per stranieri, in questo modo c’è stato aiuto reciproco.”

“Quello che mi ha colpito nel raccogliere le loro testimonianze è la determinazione nel fuggire da una condizione di disagio, povertà e malessere. Molte storie sono forti: la gente quando scappa da un luogo non lo fa mai a cuor leggero. Dietro un giovane che compie la traversata verso l’Italia, quasi sempre c’è una famiglia che ha scelto di investire tutti i propri averi sul suo futuro. Una volta arrivati in Italia comunque per loro la vita non è facile: ci sono molti passaggi burocratici per dimostrare che sei perseguitato, come è giusto che sia.”

“Sono storie come quella di Abdullahi che era studente di legge a Mogadiscio, fino a quando non l’hanno costretto ad arruolarsi, e lui ha scelto di fuggire ed è andato nel deserto. Aveva solo 19 anni quando è approdato al Centro Fenoglio di Settimo Torinese dove ha trovato i volontari della Croce Rossa. Ora è un mediatore culturale e supporta l’accoglienza dei migranti a Settimo Torinese. Nessuno vuole andare via da casa propria. Sono storie legate alla loro cultura, ai loro demoni: per questo ho chiesto ad alcuni studenti di antropologia di aiutarmi per capire gli aspetti culturali.”

“Una volta analizzata la struttura dei flussi migratori ho dovuto decidere su quale fase intervenire con il mio progetto. Ho scelto di concentrarmi sul passaggio relativo al salvataggio, perché è difficile progettare un intervento nelle fasi che precedono l’avvistamento. Un altro passaggio che mi aveva interessato era la registrazione. Moltissimi per paura buttano i documenti in mare e spesso la trascrizione del nome per l’emissione dei nuovi documenti avviene nel modo sbagliato. Questo blocca il migrante e rende difficile l’integrazione. Intervenire sul miglioramento di come avviene il trasbordo dei migranti mi sembrava, però, più forte come messaggio.

“Il mondo del salvataggio è quasi ingegneristico, come quello aerospaziale. E’ solo funzionalità, deve essere tutto ottimizzato. La bellezza viene dall’utilizzo delle cose.”

“Mentre stavo scegliendo l’argomento della tesi è avvenuto il disastro del 13 ottobre 2016: 237 migranti morti in mare. Ho scelto di lavorare al tema della migrazione perché volevo confrontarmi con un problema concreto. Naturalmente non ho mai avuto la pretesa di risolvere il problema della migrazione ma volevo intervenire con il design per quanto mi era possibile, cercando di ridurre il numero delle persone che continuano a morire in mare. Ho iniziato a condurre un’analisi sulla migrazione: come funziona, perché esiste, dove ha senso agire e quali problemi ci sono.”

“Questo approccio non è frutto di un imprinting legato all’università. Lo IAAD mi ha aiutato a capire come fare, dal punto di vista tecnico. Rispetto alla metodologia da utilizzare uno degli incontri fondamentali è stato quello con Tim Brown, attraverso il suo TedX del 2015, “Think big”, in cui spiega cos’è lo human-centred design e il design thinking. La metodologia che ho usato l’ho scoperta da autodidatta, leggendo i suoi libri e quelli di Bistagnino. Una delle rivelazioni avute attraverso queste letture è che bisogna valutare la fattibilità degli oggetti rispetto alla loro distribuzione sul mercato, ma che non si può partire da lì.”

“Lo IAAD ci impone di trovare un’azienda con cui sviluppare il progetto di tesi, cercavo un’impresa che avesse la stessa visione sul design che avevo scoperto attraverso le mie letture. Sono arrivato così a SocialFare, a Roberta Destefanis e Francesco Majno. Abbiamo lavorato proprio come si fa in una progettazione partecipata, coinvolgendo SocialFare, il mio correlatore, e Abdullahi: portatori di diversi punti di vista, da quello incentrato su un approccio ecosistemico ad uno più orientato alla sostenibilità economica.”

“Il modo in cui arrivare al mercato è un tema aperto in questo momento. “Oversafe Rescue Bridge” è un oggetto pensato per pochi, nello specifico per le motovedette. Sono riuscito ad intercettare l’interesse della capitaneria di porto di Cagliari, del responsabile di Pozzallo, di diverse persone che lavorano a Lampedusa. C’è stato tanto interesse, ma non ho ancora trovato la persona che si occupa delle risorse da acquistare per i salvataggi. A livello di produzione è facile da realizzare, perché si tratta di metallo piegato su un binario.”

“Ho avuto conferma che servirebbe, ho verificato che funzioni attraverso un modellino in scala. Ora ci vorrebbe una simulazione. Bisognerebbe andare a Livorno per avere una motovedetta e capire la fattibilità nel dettaglio.”

“L’idea di candidare il progetto a questo importante competizione è nata quasi per caso. C’è stato interesse da parte di tante persone, enti istituzionali e non, ho partecipato a un festival della migrazione a Settimo per raccontare questa idea. Stava scadendo il bando e ci ho provato, anche grazie al sostegno di SocialFare che mi ha supportato nella candidatura. Non mi aspettavo di ricevere un riconoscimento così importante, anche perché il mondo del design tende a privilegiare l’estetica o la tecnica.”

Per quanto riguarda il design sto facendo ricerca sul design carcerario, rispetto al modo in cui i detenuti trasformano gli oggetti perché assolvano a funzioni diverse, contemporaneamente sto progettando un oggetto per prevenire le malattie sessualmente trasmissibili con un team di ostetriche e rappresentanti LGBT. Poi ho avviato un progetto legato alla musica: Oppiper (oppositepiper: da Pit Piper il pifferaio magico), una piattaforma che consente ai cittadini di farsi promotori degli eventi musicali.”

“Rispetto al mio futuro, mi piacerebbe continuare a sviluppare progetti di questo tipo. Le dinamiche sociali mi affascinano. Mi affascina il modo in cui le persone si comportano quando introduci oggetti nuovi. Mi affascina il design antropologico. Sono tutte cose che ti portano a rivedere le cose in modo nuovo. Si tratta di analizzare i bisogni umani e capire che quello che può emergere dal dialogo con uno, a volte risponde all’esigenza di tutti. La progettazione non si riduce a ridisegnare un oggetto, è anche sistema. Spesso si tratta di offrire gli strumenti corretti per favorire dei processi, a volte anche attraverso oggetti che ancora non esistono.”

Azzurra Spirito