Il cambio di paradigma dell’impresa sociale: intervista a Laura Orestano per il XV Workshop sull’Impresa Sociale di Iris Network

Ringraziamo Federico Zappini per l’intervista a Laura Orestano, CEO di SocialFare, realizzata in occasione del XV Workshop sull’Impresa Sociale “Innovazione e Riforma all’ultimo miglio” promosso e organizzato da Iris Network a Riva del Garda il 14 e il 15 settembre 2017.

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Partiamo dall’esperienza di SocialFare e dal suo sguardo sul mondo. Cosa avete intercettato di curioso negli ultimi anni? Che idea vi siete fatti del mondo del terzo settore e dell’impresa sociale in transizione e che ruolo vi siete dati all’interno di questo passaggio di fase, nell’ultimo miglio che suggerisce il titolo del Workshop?

L’esperienza di SocialFare nasce da un’intuizione e da una visione. I fondatori della Congregazione dei Giuseppini del Murialdo hanno da sempre posto al centro del loro impegno i temi dei giovani e del lavoro. Su quella base si è elaborato un particolare approccio all’innovazione sociale, creando un centro ad essa dedicato. Fino al 2013 – anno di nascita di SocialFare – in Italia non esisteva nulla di simile.

Questa è la parte di visione, in termini di reinterpretazione dei valori che erano già parte della storia dei soci fondatori, una visione che ha incrociato l’intuizione che l’innovazione sociale avrebbe generato un nuovo campo di potenziale sviluppo per l’Italia in generale, oltre che per l’impresa sociale. Era da cogliere quindi la sfida da di costruire qualcosa che aiutasse almeno a definire il fenomeno, per poi riuscire ad aggregare i soggetti interessati.

Quello che abbiamo notato immediatamente era il bisogno di sinergie e innovazione fra gli attori del terzo settore. Ci siamo posti come riferimento per tutti coloro che si dimostravano più sensibili a istanze di innovazione. Non era quindi solo una nostra intuizione ma era un bisogno di molti, che poco per volta – a Torino e poi scalando velocemente a livello europeo – abbiamo modellizzato, facendo crescere le nostre attività. Abbiamo percepito da subito la presenza di fermento, di un sentire diffuso che aveva necessità di collegamenti, di fare insieme.

L’ultimo miglio, da questo punto di vista, è fatto di strumenti e metodologia.

Mancavano degli strumenti così come mancava un approccio metodologico, un riordino – esigenze anche recepite all’interno della recente riforma del terzo settore – per attuare e sostenere lo sviluppo del terzo settore in chiave contemporanea. Si apre ora una prateria di possibilità per le imprese sociali. Dati gli strumenti, ora c’è l’esigenza di costruire, di prototipare, di rendere scalabili i modelli. Un territorio affascinante, sia per l’innovazione possibile che per l’ibridazione dei linguaggi e degli attori coinvolgibili.

Rigenerazione di beni comuni, cultura, agricoltura, servizi di prossimità, lavoro, tecnologia, condivisione, sviluppo di comunità sono solo alcuni dei macro-settori dentro i quali l’innovazione sociale tende a incrociare la strada con il welfare più tradizionale. Come fate parlare tra loro questi mondi? Passato e futuro dialogano o si scontrano? Chi sono i facilitatori che possono creare relazioni di valore?

Non deve esserci una rottura tra passato e futuro. Ci deve essere un continuum perché il passato ha fortissime esperienze, che non possono essere disperse. Il know-how delle relazioni e il valore della fiducia creata sono punti fondamentali per costruire un ecosistema e stimolare un passaggio culturale.

Il tema dell’ibridazione è per me cruciale. C’è sicuramente chi si oppone, chi guarda con sospetto il nuovo. Per favorire questo nuovo percorso serve condividere degli obiettivi, lavorare per far convergere su priorità delle comunità di riferimento e su di esse sviluppare linguaggi riconosciuti. Il tema del riconoscimento reciproco è il punto di partenza.

Riconoscersi è creare fiducia.

Al tempo stesso si devono anche scegliere strumenti e metodologie, questione che riguarda il campo della conoscenza e delle competenze. Queste si trasferiscono essenzialmente facendo insieme. Non sono una sostenitrice di accompagnamenti frontali e troppo strutturati/disciplinati, ma preferisco meccanismi che si basino sul learning by doing, sul capacitare l’intelligenza collettiva.

Gli attori di questa nuovo approccio strategico, capaci di costruire ponti, possono essere di tipo tradizionale (penso alle cooperative classiche), ma la parte più interessante è quella rappresentata dai nuovi protagonisti, quelli che portano competenze altre e con esse linguaggi diversi: giovani e comunità di pratica, nuovi soggetti finanziari quali social investor, social impact funds, designer di servizi, startupper, esperti di tecnologia, territorio, modelli, etc. Servono loro in primis.

Sono tutti quelli che potranno essere coinvolti in maniera significativa per azioni di comunità agili e significative, modellizzabili e scalabili, quindi sostenibili anche economicamente. Li voglio definire ancora in modo macro, perché i soggetti che ho menzionato concorreranno in modo diverso alle comunità, alle azioni, ai casi che sapremo cogliere per sviluppare nuovi prodotti, servizi e modelli.

Quale sarà il ruolo, dentro questa necessità di essere osservatori e interpreti delle comunità, di tutti quei luoghi – coworking, community hub, spazi culturali di nuova generazione, ecc. – che riconosciamo come innovativi?

Siamo di fronte a un’ampia varietà di tipologie. Esiste un fermento “a nebulosa” – pur con delle polarizzazioni – che non ha ancora espresso delle specializzazioni definite. Una cosa interessante dell’innovazione sociale, rispetto ai nuovi luoghi che la possono favorire, è che essi sono attraversati anche da un fenomeno di innovazione organizzativa. Lì dove si trovano spunti di innovazione sociale si incontrano anche interessanti riferimenti per nuovi modelli organizzativi orizzontali, aperti, flessibili, dinamici e integenerazionali.

La capacità di intercettare questa mutazione dipende da come si costruiscono le relazioni, così come dagli obiettivi che si vogliono perseguire.

Quando i coworking diventano luoghi dove poter stabilire la propria residenza lavorativa ma non si specializzano, non convergono su obiettivi, rilevanza e posizionamento senza andare quindi oltre l’organizzazione di eventi di networking più o meno coerenti, il loro potenziale come hub di intelligenza e competenze collettive non viene mantenuto o sfruttato a pieno. Dove invece essi sono in grado di tracciare una propria unicità e vanno incontro al genius loci delle realtà nelle quali si situano, possono diventare generatori di innovazione sociale per l’intera comunità di riferimento.

Penso a specializzazioni e convergenze che si stanno realizzando su temi quali il digitale, smart city, healthcare, patrimonio artistico, ambiente e territorio, servizi di comunità, sharing, etc. È know-how diversificato che converge non solo in uno spazio ma evolve il proprio posizionamento collettivo in luoghi di intelligenza e saper fare contestuali e sempre aperti al mondo, a esperienze internazionali, a collaborazioni e reti di eccellenza…Questo non vale solo per i coworking ma per una miriade di diverse realtà che si relazionano con i contesti sociali, economici e culturali contemporanei.

La riforma oltre ad agire un necessario riordino delle variegate anime del terzo settore si propone di indicare una serie di strumenti – detrazione d’imposta sugli investimenti, accesso più strutturato a volontariato e Servizio Civile, agevolazioni per aumento di capitalizzazione – per aiutare quello che il Sottosegretario Bobba definisce “un ecosistema adatto per lo sviluppo delle imprese sociali”. Vi siete già fatti un’idea di quali tra le opportunità che la legge propone potranno avere maggior importanza nel prossimo futuro?

Dal mio punto di vista trovo interessante la possibilità di avere maggiore o più facile capitalizzazione dell’impresa sociale e del ruolo che attori finanziari possono avere. Guardo con curiosità anche alla decontribuzione scale sulla partecipazione agli investimenti. In generale l’aspetto finanziario mi sembra rilevante, fondamentale perché l’impresa sociale ha bisogno sia di maggiori capitali che di finanza ibrida. La riforma si muove in questa direzione. Tutto il resto è sicuramente utile – proprio nell’ottica del riordino dell’intero settore – ma il tema finanziario potrebbe essere quello decisivo e centrale.

Per un certo periodo alcune parti del terzo settore sono diventate dei prestatori di servizi a favore delle amministrazioni pubbliche. Un compito importante ma che con il tempo ha prodotto forme degenerate d’intervento e un rapporto di eccessiva dipendenza dal Pubblico, che oggi – a causa di una generale restrizione delle risorse a disposizione e di un parallelo cambio di approccio al welfare – richiede al terzo settore un salto di qualità in termini di comprensione del contesto sociale, capacità di progettazione e definizione dei tratti generativi dell’intervento svolto. Due argomenti diventano fondamentali e meritano attenzione particolare: innovazione e valutazione degli impatti. Dove sta l’innovazione che tutti cercano? Come potrebbe/dovrebbe avvenire la valutazione degli impatti che la riforma rende obbligatoria?

La dipendenza dal Pubblico va re-interpretata in chiave di ibridazione: non più un rapporto a due ma una relazione multi-stakeholder basata su competenze reali ed evidenza di risultati generati e misurabili. Innovazione e valutazione dell’impatto generato sono elementi dinamici ed evolutivi. Cerchiamo di trovare dei punti di riferimento ma non facciamoci intrappolare dai punti di riferimento stessi. Questi non devono essere confini rigidi ma un faro grazie al quale orientarsi. Dobbiamo capire che mentre facciamo innovazione e misuriamo l’impatto siamo di fronte a qualcosa che cambia, che si muove in maniera costante.

Dove si trova l’innovazione? Per me sta nelle comunità, dentro chi agisce pratiche e persino nei policy maker che sanno co-interpretare in modo aperto e dinamico le nuove sfide sociali.

L’innovazione sociale non è efficientamento e dobbiamo fuggire dalla logica del fare meglio e in modo più veloce quello che facevamo prima. Quella non è – da sola – innovazione. Innovazione sociale è ciò che sviluppa nuove soluzioni alle sfide sociali contemporanee, generando nuova economia e migliorando la vita individuale e della società.

L’impresa sociale è al centro di questa sfida e ha di fronte enormi opportunità; ecco perché deve possedere strumenti di misurazione dell’impatto atteso e/o generato anche al proprio interno; tuttavia, ai fini di un’obiettiva rappresentazione e comparazione tra gli attori in campo, è bene che siano enti terzi a effettuarne la valutazione. Ci sono una serie di aree per la misurazione – governance, comunità, accessibilità, innovazione, partecipazione, ruolo della tecnologia, inclusività – che rappresentano solo alcuni degli indicatori possibili.

Altri certamente seguiranno nel momento in cui saremo in grado di sperimentare e modellizzare l’innovazione da un lato, ma anche comprendere ciò che all’interno di essa non ha funzionato e va quindi modificato. Ci attendono anni di grande generatività che auspico aperta e partecipata affinché i nuovi modelli che emergeranno possano essere considerati “bene comune”, parte dello sforzo collettivo di progresso sostenibile del quale siamo tutti responsabili.

Scarica qui l’intero programma della XV edizione del Workshop sull’Impresa Sociale di Iris Network e le interviste agli speaker che sono intervenuti.

ADVANCED COURSE IN SOCIAL INNOVATION, SDGs AND ENTREPRENEURSHIP

SocialFare and PerMicro will be academic partners of the International Training Centre of International Labour Organization (ITCILO) and the Turin School of Development in the “Advanced Course in Social Innovation and Sustainable Development: Entrepreneurship for Social Impact” held between 27 November 2017 – 09 March 2018 in Turin.

The Advanced Course combines the sound academic background of the Academia with the ITC ILO’s international training experience as well as the consolidated technical capacity of PerMicro, microcredit specialised company, and SocialFare, Centre for Social Innovation.

Deadline for application: 31 October 2017.

Download here the brochure and learn more about this advanced course!

 

L’International Training Centre of the International Labour Organization (ITCILO) lancia la prima edizione del Advanced course in Social Innovation and Sustainable Development: Entrepreneurship for Social Innovation (27 novembre 2017 – 9 marzo 2018, Torino).

SocialFare è onorata di essere, accanto a PerMicro, partner accademico del primo corso internazionale dedicato a Innovazione Sociale, Sviluppo Sostenibile e Imprenditorialità per l’Impatto Sociale.

La Turin School of Development propone un percorso di alta formazione che combina una solida base accademica, fornita dall’esperienza internazionale nella formazione di ICTILO, alla conoscenza pratica e tecnica maturata da PerMicro, impresa specializzata nel microcredito, e SocialFare, primo centro italiano interamente dedicato all’innovazione sociale.

Scadenza per le candidature 31 ottobre 2017.

Scarica qui la brochure.

 

SOCIAL INNOVATION SPARKS: #GlocalCamp2017, by Azzurra Spirito

Una nuova scintilla narrativa, dopo il racconto del #Campdigrano2017 da parte di Roberta, illumina l’esplorazione di strumenti per generare impatto sociale e nuova economia da parte del team SocialFare.

#GlocalCamp2017, terza edizione
Hospitalet de Llobregat (Barcellona), 9-16 luglio 2017
by Azzurra Spirito, communication designer

Il Glocal Camp è l’appuntamento con cui ogni sei mesi la comunità internazionale CivicWise si incontra per condividere l’esito dei progetti realizzati nei diversi territori, sviluppare una metodologia comune e individuare nuovi obiettivi.

L’Intelligenza Collettiva globale che agisce nell’azione locale

CivicWise è una comunità, distribuita ed aperta, impegnata nel supportare l’urbanismo collaborativo, promuovere l’innovazione civica e stimolare un efficace civic engagement.

Dal primo incontro pubblico avvenuto a Londra nel 2014 ad oggi, CivicWise si è rapidamente trasformato in un network internazionale, arrivando a coinvolgere practicioners attivi in 105 città di 22 paesi. Crescita che continua, come dimostra il corso di civic design: proposto nel 2016 solo in Francia e Spagna, inaugura la sua edizione italiana nel 2017 e per il 2018 è in programma il lancio dell’edizione dedicata al territorio inglese.

Frequentando il corso annuale online ho potuto osservare dall’interno azioni di civic engagement, rigenerazione di luoghi e comunità, economia civica e civictech attuate in territori differenti. Allo stesso tempo il corso mi ha portato ad incontrare – in un contesto aperto e disponibile alla cross-pollination – designer, architetti ed esperti dello sviluppo del territorio attivi su Torino.

Il corso stimola alla realizzazione di una progettualità. Insieme ai partecipanti torinesi abbiamo scelto di “hackerare” il format dei CivicTalks: nato a Parigi nell’ambito dello spazio di co-working Volumes, è uno strumento efficace per creare sinergie tra realtà differenti attorno alla risoluzione della criticità emersa nella realizzazione di una progettualità.

Il festival Architettura in Città2017 ci ha permesso di condurre una prima sperimentazione, grazie alla collaborazione con la Rete delle Case del Quartiere. I CivicTalks si sono svolti in 3 spazi pubblici adiacenti ad altrettante Case del Quartiere, coinvolgendo oltre 100 persone tra membri della comunità locale residente e rappresentanti di differenti comunità di pratica: architetti, designer, attivisti e studenti.

I 3 primi CivicTalks hanno contribuito ad innescare 2 processi partecipati di riqualificazione degli spazi verdi cittadini volti ad attivarne una gestione collaborativa.

Obiettivo della rete internazionale è generare, attraverso la condivisione e il confronto, Intelligenza Collettiva a supporto delle attività condotte a livello locale. I membri di CivicWise possono:

  • attingere ad un ricco database strutturato secondo un linguaggio comune, aggiornato costantemente e aggregato in maniera tale da consentire una lettura sinottica delle diverse esperienze
  • aprire lo sviluppo progettuale delle proprie attività e la risoluzione delle criticità incontrate ad una rete di professionisti portatori di specifici know-how
  • coinvolgere agilmente una rete internazionale di professionisti nell’operatività attuata sul proprio territorio.

Cinque le assi di azione di CivicWise: Comunità, Accademia (corso online annuale attivo in Spagna, Francia e Italia), Laboratori (attività di alta formazione verticale su strumenti specifici o metodologie), Biblioteca (aggregazione di contenuti, con la pubblicazione un report annuale che raccoglie tutti i progetti realizzati durante l’anno) e Spazi.

Betapermanente

La comunità dei CivicWiser durante gli incontri offline sperimenta format e metodologie da implementare nei propri territori. In risposta a questa dimensione di sperimentazione continua, il programma del Glocal Camp è stato imbastito sulla base dei temi e delle necessità emerse dallo scambio avvenuto online tra i partecipanti, e strutturato in maniera assembleare durante il primo incontro.

Ognuno degli oltre 50 partecipanti ha potuto scegliere a quali sessioni di lavoro prendere parte. La riflessione si è articolato su community governance, collaborative economy, inclusive communication, networking e partnership. Il mio interesse per il design di processi mi ha portato a seguire con particolare attenzione i tavoli dedicati a governance e costruzione di network. I temi sono stati sviluppati attraverso diverse sessioni, documentate con report in drive, mappe mentali e brevi video riassuntivi.

Lo scambio è stato caratterizzato da una costante unione tra sviluppo della riflessione teorica e azione pratica sul territorio. Durante il Glocal Camp abbiamo realizzato un workshop di co-progettazione dedicato alla municipalità de L’Hospitalet: un tavolo di lavoro che ha riunito professionisti che condividendo metodologia e approccio hanno saputo rapidamente mettere a sistema le proprie conoscenze e competenze per contribuire alla definizione di una strategia per l’evoluzione del progetto Distretto Culturale (un processo partecipato per stimolare lo sviluppo locale attraverso la cultura).

Inoltre abbiamo dialogato con i responsabili della pubblica amministazione che hanno frequentato il Curs Superior Universitari Postgrau, sviluppando dei progetti dedicati alla Smart Social City.

Epifanie di viaggio

#epifania 1

In questi giorni il dialogo passava continuamente dallo spagnolo all’inglese, dall’inglese al francese, dal francese all’italiano. Ognuno parlava la lingua che meglio conosceva e che gli consentiva di esprimere pienamente la complessità delle idee condivise. Questo non ha impedito in nessun momento la fluidità della riflessione o la qualità dello scambio.

Fiducia e curiosità generano il linguaggio glocale

#epifania 2

Pur avendo dialogato online con la maggior parte delle persone presenti al glocalcamp per diversi mesi prima del glocalcamp, è stato necessario l’incontro fisico per poter dare spessore allo scambio. Solo quando l’immagine del profilo slack o facebook si è trasformata nell’interezza di corpi fisici, competenze e conosenze hanno assunto la profondità delle relazioni umane.

Tutti i “noi” che ho imparato a dire quest’anno

#epifania 3

La dimensione in cui è avvenuta questa esperienza è sempre stata connotata dal piacere di costruire qualcosa insieme, dalla gioia di offrire agli altri il meglio di quello che abbiamo scoperto o che sappiamo fare, dalla curiosità rispetto a quello che ogni incontro può generare.

L’intelligenza della felicità

Può interessarti anche:

Impresiones del Glocal Camp L’Hospitalet,
www.fasebase.com/blog/27/impresiones-del-glocal-camp-l-hospitalet/
Global Camp 2017: Means and Ends,
www.xximagazine.com/c/glocal-camp-2017-means-and-ends/
Glocal Camp 2017: dove comunità locale e globale s’incontrano creando valore,
www.labsus.org/2017/07/glocal-camp-2017-dove-comunita-locale-e-globale-sincontrano-creando-valore/

SOCIAL INNOVATION SPARKS: #Campdigrano2017, by Roberta Destefanis

Le “Social Innovation sparks: esperienze che lasciano il segno” sono scintille narrative che raccolgono le esperienze compiute dal team SocialFare nell’esplorare nuovi strumenti e pratiche per generare impatto sociale positivo e nuova economia.

#Campdigrano2017, sesta edizione
Caselle in Pittari (SA), 9-16 luglio 2017
by Roberta Destefanis, systemic designer

Il #Campdigrano e il Palio del Grano

Il #CampdiGrano consiste in una settimana di vita rurale sul campo e di confronto sui temi dell’innovazione sociale, in cui imparare dagli antichi contadini cilentani tutti i processi di lavorazione del grano, dalla mietitura manuale alla molitura in mulino a pietra, indagando significati e significanti dei gesti che tutelano il valore della terra.

#CampDiGrano offre la possibilità di entrare dietro le quinte di un processo di attivazione delle comunità locali: un momento laboratoriale, di osservazione e sperimentazione, di esperienza e di conoscenza, di scambio e di apprendimento. Nasce come un percorso di avvicinamento al Palio del Grano, una straordinaria esperienza comunitaria a Caselle in Pittari nel cuore del Parco Nazionale del Cilento.

Il Palio del Grano è un’enciclopedia del vivere e della socialità, nella quale i saperi tradizionali si manifestano con la loro essenzialità e si riaffermano con orgoglio, diventando motivo di incontro e di allegria: tradizioni e radici, ma anche innovazione e visioni future, si incontrano in una gara vera e propria della mietitura a mano del grano tra gli otto rioni di Caselle in Pittari e otto paesi “compari” gemellati con essi.

La comunità temporanea: i “campisti”

Agricoltori etici, aspiranti tali, designer, architetti, studenti, imprenditori, esperti di comunicazione e antropologi. Arrivavamo da tutta Italia e io ero l’unica rappresentante “Sabauda”.

L’esperienza

E’ stata una settimana di attività pratiche, brainstorming, confronti e convivenza rurale.

Al centro delle attività 5 parole: REsilienza, REsistenza, REstanza, RElazione, REsidenza che simbolicamente rappresentano i 5 Re dai quali farsi guidare nell’incertezza del presente.

Accanto ad essi è presente anche una Regina: la RElazione.

/ Il grano al centro

L’ innovazione sociale non si fa con i post-it

Il contributo di noi campisti è stato concreto, tangibile: tutto era rivolto alla spiga di grano, come metafora della contemporaneità, come anti-icona dell’abbandono delle terre. L’obiettivo era aiutare la comunità a preparare il campo per il Palio del 16 luglio, attraverso un percorso di lavoro fisico e intellettivo.

Il Palio ovviamente sarebbe stato realizzato lo stesso, anche senza di noi, ma la comunità residente, ormai da 6 anni, invita con grande apertura e umiltà la comunità estesa a partecipare ai preparativi per condividere la loro “memoria” e il loro “saper fare” a dimostrazione che il futuro sostenibile è possibile, ibridando le radici storiche con l’innovazione e le speranze di cui noi stessi eravamo portatori.

La chiave dell’engagement è stata estremamente pratica: siamo andati a difendere la coltivazione dei grani, la memoria storica e la ricchezza della biodiversità.

“Le persone le puoi unire, ma non attivare, intorno a valori astratti”, questo il mantra del camp; “la comunità la attivi intorno a qualcosa che- in modo concreto- contiene e rappresenta quei valori”: un’aia autoprodotta, un teatro di paglia, un campo di grano, un libro, una tavola imbandita di sapori sapientemente custoditi e coltivati.

Per condividere valori e generare impatto è necessario avere un luogo di riferimento: circoscritto alla spiga di grano, o esteso ad una piazza.

/ Sua maestà la “REstanza”

Tra tutti i RE e la REGINA, il concetto che maggiormente mi ha colpita è quello della “REstanza”, per me luogo denso di significati, inedito.

Condivido le parole di Vito Teti, antropologo calabrese che nel suo libro “Pietre di Pane” lo definisce così:

“Adopero questo termine perché restare non è un fatto di pigrizia, di debolezza: dev’essere considerato un fatto di coraggio. Una volta c’era il sacrificio dell’emigrante e adesso c’è il sacrificio di chi resta. […]E’ finito il mito dell’altrove come paradiso. L’etica della restanza è vista come una scommessa, una disponibilità a mettersi in gioco e ad accogliere chi viene da fuori. Noi adesso viviamo in maniera rovesciata la situazione dei nostri padri e dei nostri nonni. Un tempo partivamo noi, oggi siamo noi che dobbiamo accogliere. Etica della restanza si misura con l’arrivo degli altri, con la messa in custodia del proprio luogo di appartenenza, con la necessità di avere riguardo, di avere una nuova attenzione, una particolare sensibilità, per i nostri luoghi.”

Vito Teti, Pietre di Pane (Quodlibet, 2011)

Chi pratica REstanza attua meccanismi di glocalità, traduce le possibilità offerte dalla dimensione globale in opportunità per il proprio territorio: è sia ponte che filtro, sente la responsabilità di portare innovazioni provenienti da altri luoghi, ma vive e anima il territorio. Per questo non porterà mai qualcosa che possa essere nocivo per la sua comunità.

/ La vita nei campi sounds like “reggae-blues”

Nel corso della settimana abbiamo selezionato e catalogato i grani della Biblioteca del Grano, e discusso con gli attori della #Cumparete opportunità e criticità della costruzione una vera filiera del grano. Abbiamo lavorato al fianco dei Maestri della Terra, assecondando i ritmi del loro stile di vita: sveglia alle sei, poi a lavorare nei campi al ritmo del sole e della generosa ombra delle querce. La comunità ospitante, i Casellesi,  non perdevano l’occasione di presentarci ai propri vicini o a chi avesse aneddoti e storie da raccontarci: sono orgogliosi della propria terra e amano condividere tutto ciò che gli sta a cuore, comprese le relazioni umane.  Tutti ci invitavano a casa propria per offrirci un caffè o del vino, per sapere da dove venissimo, quale segreto potessero svelarci e quali tesori intangibili fosse possibile scambiarsi per rendere eterno il ricordo di quell’incontro. Nel pomeriggio, dopo pranzo, bisognava fare la doccia perché intorno alle 17:00 veniva sospeso il servizio idrico. In quel periodo si contavano oltre 5 mesi dall’ultima pioggia. La siccità era una piaga che gravava sulla comunità, ma senza mai intaccarne sorrisi e senso dell’accoglienza. La siccità era occasione di cooperazione e di sharing economy autentica: “Robbè se non c’è più acqua in albergo, vieni a casa della mia famiglia a fare la doccia, che abbiamo ancora acqua nella cisterna di raccolta”.

L’impatto sociale sta nei fatti.

Epifanie di viaggio

#epifania 1
Con l’avvento dell’agricoltura meccanizzata la prima cosa che è stata fatta è stata abbattere tutti gli alberi presenti nel campo, per agevolare il passaggio dei macchinari. Nell’agricoltura tradizionale in ogni campo sono presenti querce e altri arbusti, le cui fronde garantiscono ristoro e conforto dalla calura ai contadini.

Ogni luogo dell’innovazione deve avere le sue querce,
spazi in cui la comunità possa rigenerarsi.

#epifania 2
I grani antichi, sono i grani del futuro. Non è un ossimoro.

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Diario di un campista, http://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2017/07/09/una-storia-buona-come-il-pane/?refresh_ce=1

Torino è pronta a diventare capitale dell’Europa meridionale nell’innovazione sociale con Nesta italia

“Vogliamo rendere Torino la capitale dell’Europa meridionale nell’innovazione sociale e nella finanza d’impatto sociale”, racconta Francesco Profumo, il presidente della Compagnia di San Paolo. L’ente aveva messo questo obiettivo nelle sue linee strategiche valide fino al 2020 e ora è passata all’azione portando a Torino la fondazione Nesta. È un’istituzione del Regno Unito nata nel 1998 grazie ai fondi della lotteria britannica ed è specializzata in filantropia innovativa. Costituirà una fondazione gemella (ma indipendente) chiamata Nesta Italia, con sede nel capoluogo piemontese. Sarà operativa dall’autunno e lavorerà a stretto contatto con gli uffici di Londra.

“Porteremo avanti diversi progetti per la risoluzione di alcune problematiche sociali. Ci occuperemo di arte, di istruzione e di salute e invecchiamento della popolazione”, racconta Marco Zappalorto, futuro direttore della nuova fondazione torinese. Solo nell’ultimo quinquennio la Nesta Uk ha portato avanti circa 100 progetti l’anno, facendo leva su un budget annuo da circa 30 milioni di sterline. Per esempio, ha creato una sfida fra studenti tra gli 11 e i 16 anni a chi inventava un modo per sfruttare i dati dei satelliti in modo da creare benefici alla società. Oppure ha lanciato un premio a chi realizzava nuove tecnologie in grado di includere i disabili. E ancora, ha aiutato dieci ospedali a creare team di volontari misurando l’impatto positivo che il loro utilizzo ha avuto sulla salute dei pazienti.

Soprattutto, la forza di Nesta è la sua capacità di immaginare nuovi meccanismi di sostegno: “La loro realtà è complementare a quella della Compagnia di San Paolo. Noi abbiamo mille progetti ogni anno, che gestiamo per lo più in modo tradizionale. Loro hanno competenze diverse, che ci aiuteranno a migliorare”, sottolinea Profumo. Dunque, nel futuro ci saranno sempre meno contributi a fondo perduto e sempre più forme di sostegno diverse, che ad esempio prevedano un contributo iniziale che poi si trasforma in un prestito oppure in una partecipazione societaria. Tra l’altro, evidenzia Profumo, “Nesta Italia potrà fare leva su un ecosistema torinese già molto sviluppato, che conta su realtà come Rinascimenti Sociali e l’ex Incet”. [Read more]

È nato il Comitato dei Segnalatori di Ashoka Italia: SocialFare tra le realtà coinvolte per co-creare processi di innovazione sociale

Ashoka è la più grande rete al mondo di imprenditori sociali per l’innovazione sociale. Nasce dalla convinzione che il modo più efficace per risolvere i problemi globali dei nostri tempi sia identificare chi già ha trovato delle idee per rispondere a queste sfide, e creare delle reti che contribuiscano a replicabilità e adattabilità della soluzione proposta.  A tal fine a marzo Ashoka Italia ha costituito un Comitato di Segnalatori. Leggi qui il resto dell’articolo, per scoprire i volti dei primi membri e, se sei un esperto di innovazione e impresa sociale, come entrare a farne parte.

Il futuro del lavoro e come generare impatto sociale attraverso nuove competenze: SocialFare lancia Design Your Impact

Nel 2017 SocialFare si attiva per i Sustainable Development Goals

Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti.
Per l’ SDG 8, SocialFare | Centro per l’Innovazione Sociale, in collaborazione con Challenge Network lancia Design Your Impact”, il primo programma di accelerazione di conoscenza pratica che permetterà ai candidati selezionati in tutta Italia, di diventare “Social InnovActor”. Il bando sarà aperto fino al 28 marzo 2017.

Il 65% dei bambini che frequentano oggi le elementari svolgeranno lavori che non esistono ancora.

A sostenerlo è il World Economic Forum nel report “Future of Jobs” (gennaio 2016), sulla base delle indicazioni raccolte tra i responsabili delle Risorse Umane di 350 tra le maggiori aziende mondiali, tra cui 150 incluse tra le 500 di Fortune. L’analisi si riferisce a 15 Paesi nel mondo, tra cui Cina, India, Francia, Germania, Italia, Giappone, UK e USA.

Lo scenario attuale mostra già i germi di questo processo esponenziale di trasformazione, grazie ai progressi costanti negli ambiti di machine learning, robotica, nanotecnologia, stampa 3D, genetica e biotecnologie. Tuttavia l’evoluzione offerta dai nuovi strumenti che stanno emergendo lascia presagire, oltre la creazione di nuovi posti di lavoro, anche la progressiva scomparsa di alcune professioni. Sempre il World Economic Forum, infatti, prevede entro il 2020 un saldo netto dell’occupazione globale negativo di oltre 5,1 milioni di posti di lavoro.

Le precedenti rivoluzioni industriali hanno richiesto decenni per la costruzione di un sistema di formazione, e di istituzioni, che collaborassero a garantire la qualità delle figure professionali presenti sul mercato del lavoro. La Quarta Rivoluzione Industriale, com’è stato definito il processo in atto, presenta però un portato trasformativo tale da imporre ben altre tempistiche. Necessità recepita dalle istituzioni, che stanno iniziando a tradurre questo urgenza nei primi provvedimenti, come nel caso dell’Unione Europa che nel giugno del 2016 ha elaborato una “New Skills Agenda”.

Un processo che richiede una trasformazione non solo a livello governativo, aziendale e sociale, ma anche individuale. Cambia, infatti, il modo in cui si svolge il lavoro e il luogo in cui viene realizzato: lavoro in remoto, flessibile e su richiesta. Esempio estremo di queste nuove modalità, il crowd-work: i committenti postano su una bacheca virtuale i lavori disponibili e si rivolgono a una platea molto vasta, anche globale. Il sociologo britannico Guy Standing lo ha definito il lavoro a chiamata di nuova generazione: disponibilità in rete a tutte le ore, tutti i giorni.

Secondo i dati raccolti dal report “Future of Jobs” le competenze che diventeranno fondamentali nel 2020 sono ad oggi sottovalutate. Tra gli ambiti che subiranno maggiori trasformazioni sotto questo profilo, il settore finanziario e quello degli investimenti. Cresce l’importanza di saper interpretare i dati, e di saperli visualizzare in maniera efficace. Anche nel dialogo con i consumatori diventa fondamentale la capacità di porre al centro dei propri processi le persone, e di incentivare il loro coinvolgimento.

In un video il World Economic Forum ha raccolto le 10 competenze trasversali che saranno maggiormente richieste nel 2020.

Flessibilità cognitiva, negoziazione, service orientation, capacità di giudizio e prendere decisioni, intelligenza emotiva, capacità di coordinarsi con gli altri, gestione delle persone, creatività, pensiero critico, complex problem solving. Questa la lista, ripercorsa dall’ultima alla prima, come nell’articolo che Monica D’Ascenza ha scritto sul Sole24Ore per descriverle.

SocialFare | Centro per l’innovazione Sociale, in collaborazione con Challenge Network, si è impegnata nell’elaborare un programma per accelerare conoscenze, abilità e competenze nell’ambito dell’Innovazione Sociale che risponda a questo scenario. Il programma consentirà a giovani tra i 19 e i 35 anni, che abbiano conseguito una laurea triennale o specialistica, o che abbiano maturato esperienze nella Cooperazione allo Sviluppo, nella Progettazione Sociale o nel Volontariato, di sperimentare, insieme a professionisti del settore, l’applicazione a casi concreti dei fondamentali dell’Innovazione Sociale. Nasce “Design Your Impact, il primo programma di accelerazione di conoscenza pratica che permetterà ai candidati selezionati in tutta Italia, di diventare “Social InnovActor”.

Il “Social InnovActor” è una figura professionale ibrida con competenze miste e trasversali, dotato di conoscenza, metodologie e strumenti per affrontare le sfide sociali contemporanee, generando impatto sociale su più livelli: comunità, imprese, pubblica amministrazione e società civile.

Questo innovativo programma di accelerazione di 30 giorni full time, si articolerà in esperienze teorico/pratiche multidisciplinari e sarà condotto da professionisti dell’Innovazione Sociale, della finanza ad impatto e del community engagement. Il programma, completamente gratuito, intende supportare la nascita di nuove professionalità con competenze trasversali proprie del processo dell’Innovazione Sociale, formando i partecipanti su contenuti teorici, metodologie e strumenti altamente innovativi. Per stimolare l’experential learning – apprendimento informale – saranno alternate sessioni teoriche con workshop pratici e momenti di confronto tra i partecipanti, generando così empowerment e capacità progettuale.

Il programma prevede testimonianze di professionisti, startupper e aziende e visite a realtà locali (quali associazioni, cooperative, imprese e altri spazi pubblici e privati) rilevanti a supporto della crescita professionale dei Social InnovActor.

Design Your Impact, be-come a Social InnovActor.

È possibile candidarsi sul sito www.designyourimpact.it nell’apposita sezione “candidati”, inviando il Curriculum Vitae in formato PDF e compilando un breve modulo motivazionale.

Il termine per l’invio è la mezzanotte del 28 Marzo 2017.

Contatti e info

 

 

L’acceleratore di bene comune: Wired racconta SocialFare®

21 dicembre 2016

Viviamo nel momento migliore della storia, ma non ce ne accorgiamo.

A sostenerlo è Wired, la nota rivista cartacea e online. La spiegazione è da ricondurre non solo alla bolla creata dai social media che ci porta a vedere solo contenute omogenee alle nostre idee,  ma l’intero sistema che contribuisce alla comprensione e alla lettura del mondo da parte dei cittadini. Paul Dolan, professore di Scienze comportamentali alla London School of Economics and Political Science, ha studiato la questione, concludendo che l’umore e la fiducia nel futuro delle persone sono condizionati da singoli eventi che, seppur di grande impatto mediatico, si devono considerare effimeri rispetto a trend molto più grandi [continua a leggere l’articolo].

Per rendere il cambiamento intelligibile, Wired inaugura una nuova sezione dedicata alle good news, e tra le prime buone notizie, capaci di generare cambiamento positivo, presenta SocialFare®: leggi l’articolo!

Seconda Giornata della Generatività sociale

Venerdì 16 dicembre

Cosa significa per un’organizzazione essere generativa?
Su quali dimensioni deve concentrarsi per diventarlo? È possibile misurare questa propensione alla generatività sociale?

Per rispondere a queste domande, il centro di ricerca ARC (Anthropology of Religion and Cultural Change) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e l’Archivio della Generatività Sociale hanno predisposto un set di indicatori di generatività sociale per le organizzazioni italiane. La Seconda Giornata della Generatività Sociale, promossa dall’Archivio della Generatività e da VITA  in partnership con il Gruppo Unipol e con il sostegno di Intesa Sanpaolo, presenterà i risultati di questa ricerca. L’evento, soprattutto, sarà l’occasione per dare voce alle realtà generative scelte, che il 16 dicembre a partire dalle ore 17:00 si alterneranno sul palco del bellissimo teatro Litta di Milano, per raccontare la propria attività. SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale è onorato di essere tra le dieci esperienze scelte.

Le storie che verranno raccontate sono storie di persone che hanno intrapreso azioni condivise dando luogo a organizzazioni, famiglie, imprese e comunità. Persone il cui agire è orientato da innovazione e rigenerazione, nuove alleanze di governance e modelli di business, passione per i prodotti, cura dei legami e ricerca di direzione e senso. Si va dall’altissima tecnologia di una società di Como che ha aperto una nuova frontiera della sostenibilità occupandosi del recupero dei satelliti che hanno esaurito la loro vita, all’allegria esplosiva di una banda dei 70 giovani, abili e diversamente abili insieme, che suonano gli strumenti che hanno creato da soli utilizzando oggetti di recupero.

Le dieci esperienze generative saliranno sul palco e si racconteranno, presentando ciascuno un oggetto simbolo della loro attività. Le esperienze generative scelte sono:

1. Penny Wirton, Milano
Una scuola informale ma accogliente e rigorosa: nata quattro anni fa dall’impegno di Eraldo Affinati (insegnante e scrittore) e di sua moglie Anna Luce Lenzi. I professori sono docenti, pensionati, ragazzi italiani e non; gli allievi sono minori spesso non accompagnati e migranti anche meno giovani che apprendendo la lingua italiana cercano di porre le basi per un futuro meno difficile.

2. SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale,  Torino
Centro per l’Innovazione Sociale, è il primo centro italiano interamente dedicato all’innovazione sociale: attraverso la ricerca, l’engagement e il co-design sviluppa soluzioni innovative alle pressanti sfide sociali contemporanee, generando nuova economia. Danilo Magni, presidente di SocialFare® racconterà come il valore sociale possa generare valore economico e convergenza per innovare prodotti, servizi e modelli. Inoltre sarà presentata l’intervista a Vita in cui abbiamo raccontato come, con un’ampia rete di partner nazionali ed internazionali, acceleriamo conoscenza ed imprenditorialità a impatto sociale attraverso il design sistemico, il design thinking, le tecnologie abilitanti, social finance, mentoring e networking per la scalabilità.

3. D-Orbit, Como
D-Orbit è oggi considerata una tra le 100 aziende più innovative al mondo. Una start-up dal nome evocativo che suona come una missione: rispondere al problema della rimozione dei satelliti obsoleti o non più utilizzati dallo spazio. D-Orbit apre dunque una nuova frontiera della sostenibilità – lo spazio – dopo terra, aria e acqua. I suoi prodotti sono portatori di nuove logiche: lo spazio, non più considerato risorsa da sfruttare o ambiente in cui scaricare i rifiuti terrestri, diventa un nuovo valore da custodire poiché strettamente legato al destino del pianeta Terra.

4. Officine Culturali, Catania
Divertire, emozionare ed educare allo scopo di rendere vitali i beni culturali anche come luoghi di occupazione e professionalizzazione. Attraverso lo studio, la ricerca e la comunicazione Officine Cuturali creano nuove grammatiche che siano a servizio della società e del suo sviluppo. Si propone quale agente della valorizzazione dei beni culturali, ambientali e paesaggistici, attivando processi virtuosi finalizzati alla più ampia e migliore conoscenza del patrimonio culturale per il grande pubblico, primo passaggio indispensabile nella tutela e valorizzazione del patrimonio stesso. Nel quadro di tali obiettivi ne sussiste uno “sociale”, ovvero la prospettiva che dalla valorizzazione del patrimonio possa scaturire occupazione e professionalizzazione giovanile.

5. Neuron Guard, Modena
Neuron Guard è una start-up innovativa che sviluppa un sistema integrato di protezione cerebrale per pazienti con ictus, trauma cranico grave e arresto cardiaco. La soluzione si compone di un collare refrigerante ed un innovativo sistema di somministrazione per un farmaco ad azione neuro-protettiva. Frutto dell’esperienza professionale e personale di Enrico Giuliani nell’ambito della Medicina d’Emergenza con una forte componente di ricerca, l’azienda nasce alla fine di maggio 2013 nell’ambito del programma di incubazione intensiva SeedLab che si conclude con la vittoria di Neuron Guard, coronata da un’esperienza in Silicon Valley per studiare le più moderne tendenze in ambito di imprenditorialità innovativa.

6. Brandina The Original, Pesaro
Brandina The Original è la linea di borse e accessori made in Italy realizzata con il tessuto dei lettini da mare. Il fascino di Brandina risiede nel suo immenso potere evocativo: un’esperienza tattile e visiva che conduce al mare, ai suoi colori e profumi, alla spensieratezza ed al brio che hanno caratterizzato nel tempo – ed ancora oggi – le spiagge del Bel Paese. Il nome del brand coincide con la sua essenza materiale, ciò crea una forte associazione mentale. Per questo, prima di essere un prodotto, Brandina è un concept che comunica con decisione la propria personalità.

7. San Benedetto Po
San Benedetto Po è un paese di circa 7.000 abitanti, a cavallo tra il Po e il Mincio. Terra di contadini e di allevatori, nel passato il piccolo centro mantovano ha fatto da scenario ad eventi che hanno segnato la storia dell’Europa. La svolta giunge con le elezioni amministrative del 2006, quando un gruppo di cittadini accomunati dall’idea di abbandonare progetti di crescita che non si percepiscono coerenti con la propria vocazione storica, territoriale, economica decide di dare vita ad una lista civica.

8. Cauto, Brescia
La Cooperativa Sociale CAUTO nasce con lo scopo di arginare situazioni di marginalità ed esclusione sociale attraverso percorsi lavorativi. Fin dall’inizio battono all’unisono tre cuori: la centralità della persona; il rispetto per l’ambiente; l’interesse per il benessere della Comunità, attraverso lo svolgimento di attività ambientali.

9. Valemour, Verona
VALEMOUR è un marchio sociale la cui missione è favorire l’inserimento di persone con sindrome di Down e disabilità intellettiva nel mondo del lavoro. Acquistando i prodotti e gli accessori VALEMOUR sostieni percorsi di formazione ed inserimento personalizzati. Dei veri e propri Hub Formativi dove le persone con disabilità imparano abilità, mansioni, diritti e doveri dei lavoratori.

10. Banda Rulli Frulli, Mirandola
Banda Rulli Frulli è un progetto sperimentale di musica, integrazione e riutilizzo creativo dei materiali di recupero nato da un’idea di Federico Alberghini all’interno della Fondazione Scuola di musica C. e G. Andreoli di Mirandola (MO) che comprende i nove comuni dell’area nord. Rulli Frulli è un percorso di crescita nei confronti dell’altro, nel rispetto delle diverse capacità. “La banda è la banda.” Non ci sono solisti, non ci sono elementi che spiccano rispetto ad altri ma si è tutti uguali e ognuno dà il proprio contributo col massimo del proprio impegno.

Per saperne di più leggi l’articolo di Vita dedicato agli Spiriti Creatori.

Il programma della Giornata prevede anche un intervento del presidente di Unipol Pierluigi Stefanini (che ha sostenuto la Giornata) e un riconoscimento speciale di Vita alla Fondazione Rava, per le attività svolte nel salvataggio dei migranti nel Mediterraneo. In chiusura un’esibizione straordinaria della Banda Rulli Frulli.

Spiriti Creatori

Seconda Giornata della Generatività Sociale

Teatro Litta, Corso Magenta 24 – Milano
16 dicembre (17:00 – 23:00)
Per maggiori informazioni e iscrizioni: evento Spiriti Creatori su facebook!


L’Archivio della Generatività Sociale è un progetto nazionale promosso dall’ARC (Centre for the Anthropology of Religion and Cultural Change) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e diretto da Mauro Magatti. L’Archivio raccoglie le video story di oltre 100 esperienze di generatività sociale nei settori dell’impresa, della società civile e delle policy istituzionali. È dedicato ai policy maker e amministratori pubblici, studenti e accademici, imprenditori, artigiani, creativi, professionisti del welfare, volontari e cittadini attivi. L’Archivio si pone scopi multipli: comunicativi, formativi, culturali e scientifici.

SocialFare® ha realizzato il primo Social Hackathon di Torino!

Venerdì 2 e sabato 3 dicembre 2016

SocialFare® ha realizzato presso gli spazi del Collegio Artigianelli il primo Social Hackathon di Torino: un evento open, rivolto all’intera cittadinanza, che mira a stimolare, tramite la co-progettazione di uno storytelling condiviso, un confronto pratico sull’identità sociale della città di Torino. Sharing economy, nuove forme di inclusione (sociale, educativa ed economica), mobilità sostenibile, innovazione sociale e biodiversità sono stati alcuni dei temi affrontati da partecipanti e moderatori durante i due giorni di lavori.

Hackathon è un termine che inizia a diffondersi anche tra i non addetti ai lavori.  Deriva dalla crasi di “hack” e “marathon”, e ha origine dal virtuosismo informatico promosso dagli hacker. L’hacking è una forma di creative problem solving, spesso non connessa alla tecnologia. Per questa ragione gli hackathon, sempre più, diventano eventi di community engagement destinati a condividere strumenti ed esperienze per riflettere insieme su un problema specifico.

Il Social Hackathon è stato un’azione collettiva di hacking sullo status della Torino Sociale. L’evento ha saputo ibridare creatività, esperienze e competenze -anche digitali- dei partecipanti traducendosi in tavole di scenario e visione, e un documento di storytelling della Torino Sociale, presto disponibili sul sito di SocialFare® e su quello dell’Agorà delle identità.

La visione da cui Roberta Destefanis e Francesco Majno, ideatori e coordinatori del Social Hackathon, sono partiti è che una città sociale prende forma da  una comunità attiva e consapevole, che genera occasioni di ingaggio, condivisione e sviluppo, ponendo al centro valori condivisi. Loro l’hanno descritta così:

“La città sociale è una comunità che co-progetta soluzioni e iniziative per migliorare il benessere collettivo. In una città sociale ogni abitante è cittadino di pari grado e dignità, vive e alimenta le potenzialità della vita di comunità, nel rispetto dei propri valori e talenti.”

Da qui la scelta di articolare il lavoro in 4 tavoli di co-progettazione, corrispondenti ai capitoli fondamentali che strutturano il documento di restituzione del Social Hackathon. Scopriamo i temi e le caratteristiche che hanno orientato il lavoro dei tavoli:

    1. La Torino Sociale è ACCESSIBILE, perché accoglie, rispetta, valorizza le identità culturali, e garantisce a tutti inclusione sociale, educativa e lavorativa.
    2. La Torino Sociale è DEMOCRATICA, perché i propri cittadini sono decisori attivi e partecipi nelle politiche locali.
    3. La Torino Sociale è ADATTIVA, perché sa leggere, interpretare e adattarsi alla costante trasformazione sociale, economica e ambientale dei nostri tempi.
    4. La Torino Sociale è GENERATIVA, perché è propositiva; produce stimoli, opportunità, nuovi strumenti e modelli per i city maker.
    5. La Torino Sociale è SOSTENIBILE, perché cresce e si trasforma nel rispetto dello sviluppo sostenibile e della biodiversità.
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Roberta Destefanis introduce il Social Hackathon

Il Social Hackathon, oltre a essere stato occasione di confronto su tematiche fondamentali per la città, è stato anche campo di sperimentazione per una delle start-up a vocazione sociale accelerate nel programma di SocialFare®. Merkur.io sta progettando un sistema innovativo per fornire alle Fiere Umanitarie un circuito di pagamento veloce, tracciabile e sicuro. Il team di Merkur.io ha elaborato un sistema basato sui bitcoin veicolato attraverso QR code che i partecipanti hanno testato, consentendo di identificare criticità e punti di forza del meccanismo proposto.

Venerdì sera, dopo una breve introduzione, i gruppi di lavoro hanno iniziato a prendere forma e a conoscersi, grazie alla cena di team building. Per introdurre i temi con cui i partecipanti si sarebbero confrontati, alcuni speaker hanno stimolato la platea attraverso brevi interventi ispirazionali.  

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Marco Giusta, Assessore alle Pari Opportunità

L’Assessore alle pari opportunità Marco Giusta, Assessore alle Pari Opportunità, ha aperto il dialogo ponendo l’accento sull’importanza della parità di genere e del rispetto delle differenze nelle scelte strategiche della politica cittadina, anticipando alcune scelte significative che orienteranno l’agenda di Torino.

 

 

 

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Luigi Bistagnino, ‘Il “fare” sistemico genera un nuovo paradigma culturale’

Luigi Bistagnino, Fondatore e Presidente della Systemic Approach Foundation, nel suo intevento Il “fare” sistemico genera un nuovo paradigma culturale ha illustrato l’approccio alla base del design sistemico, raccontando come in un’ottica eco-sistemica sappia evidenziare e valorizzare l’effetto delle azioni individuali sul benessere collettivo. 

 

 

 

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Filippo Barbera, ‘L’altra faccia dell’eccellenza: innovazione e fallimento’

Filippo Barbera, professore di Sociologia dei processi economici e del lavoro per il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’università di Torino, ha introdotto nel dibattito l’importante tema dell’ambivalenza dell’eccellenza, sospesa tra innovazione e fallimento. Nel suo intervento Barbera ha evidenziato come premiare pochi generi il fallimento ed il malessere di molti. Ma come non intaccare, in questa ottica, il livello della qualità? La proposta avanzata è quella di ripensare il paradigma che orienta le relazioni tra gli enti e le istituzioni, dando spazio a un modello diffuso, capace di far emergere il valore delle piccole realtà.

 

 

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Marguerite Kahrl, ‘ConMoi: un modello di resilienza per la città informale’

Marguerite Kahrl, Artista, Permaculture Designer, Co-founder di ConMoi, ha raccontato l’esperienza dell’associazione e il suo rapporto con il territorio nello sforzo quotidiano di far emergere le comuni radici umane attraverso la permacultura, l’autoproduzione, la resilienza, la salvaguardia e la promozione dei beni comuni, la mappatura dei beni in disuso e recuperare spazi e beni per uso sociale, la ri-vitalizzazione di aree ‘stagnanti’ o degradate in ecosistemi urbani, periurbani e rurali.

 

 

 

 

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Giuseppe Tuttobene, ‘Il ruolo della comunicazione sociale nell’identità metropolitana’

E’ seguito l’intervento di Giuseppe Tuttobene, co-founder dell’agenzia di comunicazione Quattrolinee, in cui sono stati spiegati i concetti di brand e comunicazione, offrendo ai partecipanti alcuni spunti utili per comunicare in maniera efficace l’identità ed i valori significativi di un territorio o un progetto.

 

 

 

 

Se vuoi leggere il racconto di uno dei partecipanti qui l’articolo: www.taurinews.it/torino-social-hackaton/.

La mattina di sabato è iniziata con una colazione da ETIKØ, diversamente Bistrò. La scelta del luogo è derivata dal desiderio di introdurre i lavori partendo da una realtà che applica i valori proposti. ETIKØ  “diversamente Bistrò” è un progetto ristorativo legato alla sostenibilità sociale ed ambientale. Tutto ciò che propone, appartiene ad un ambito in cui la correttezza solidale e l’attenzione alla materia prima, si uniscono per supportare, a loro volta, le realtà socio assistenziali legate al mondo del Murialdo.

Durante la giornata di co-progettazione ogni tavolo, secondo i diversi approcci che i moderatori hanno scelto, ha lavorato alla raccolta delle esperienze dei partecipanti per identificare gli aspetti su cui intervenire e proporre possibili soluzioni.

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In queste foto: alcune fasi di lavoro dei diversi tavoli

 

Il tavolo dedicato all’Accessibilità, guidato da Marco Muzzarelli (ENGIM) ha seguito un approccio maieutico, in cui con sapienza il moderatore ha fatto emergere le riflessioni dei partecipanti, rendendoli visibili attraverso mappe mentali. Il tavolo dedicato alla Democrazia e alla Sostenibilità ha unito l’approccio del design thinking e del design sistemico proposto da Monica Paolizzi (SocialFare®) a quelli dell’analisi del territorio portati dall’esperienza di Daniele Russolillo. Caterina Manolino (Experientia) e Federico Maggiora (Accademia Maurizio Maggiora) hanno saputo fondere l’approccio del human-centered design all’esperienza della progettazione sociale nell’esplorazione della Generatività. Marcello Bogetti ha supportato i partecipanti nell’indagine dell’Adattività a partire dagli strumenti offerti dalla network analysis.

 

Ogni tavolo ha prodotto un capitolo che in questi giorni il team di SocialFare®, in dialogo con i moderatori, sta provvedendo a montare nel documento di sintesi progettualeche raccoglie gli esiti dei lavori: “Lo storytelling della Torino Sociale”, una narrazione polifonica, identitaria e partecipata. Il testo sarà presto fruibile online, insieme al video di presentazione. Stay tuned!

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I partecipanti mentre realizzano il video di presentazione