FOUNDAMENTA | Call4Startups

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FOUNDAMENTA è prima call lanciata da Rinascimenti Sociali, acceleratore di conoscenza e imprenditorialità sociali: un ecosistema aperto che aggrega partner nazionali e internazionali con l’obiettivo di co-sviluppare soluzioni innovative alle più pressanti sfide sociali.

La call FOUNDAMENTA ha come obiettivo selezionare fino a un massimo di 12 tra le migliori business idea/ start-up che rispondano a importanti sfide sociali del nostro paese presentando una soluzione innovativa nelle seguenti aree a impatto sociale generando nuova economia:

// Istruzione e Apprendimento
// Cibo e Alimentazione
// Salute e Benessere
// Housing
// Patrimonio culturale e artistico 
// Cittadinanza attiva 
// Migrazione

Le business idea/start-up selezionate saranno ammesse gratuitamente al programma di accelerazione Rinascimenti Sociali.

C’È TEMPO FINO AL 5 DICEMBRE!

// La partecipazione alla call è gratuita e APERTA a tutti gli italiani o stranieri che studiano o lavorano in Italia. Il referente del team deve essere maggiorenne.

// Sono ammesse imprese/soggetti costituiti in qualsiasi forma, purché costituiti da meno di 24 mesi (snc, srl, associazioni, cooperative, imprese sociali, ecc.), che team di progetti (eventualmente anche spin-off universitari o di altre organizzazioni/enti).

// La value proposition dei proponenti deve costituire una potenziale risposta a una sfida sociale o la generazione di valore economico condiviso e comunitario.

Le proposte selezionate accederanno a un programma unico in Italia, della durata di sei mesi (da gennaio a giugno 2016), capace di mettere a sistema per la prima volta diverse professionalità ed expertise, partner e mentor di eccellenza a livello nazionale e internazionale!

La call aperta ufficialmente il 14 ottobre 2015 alle ore 12:00, terminerà il 5 dicembre. Comunicazione delle business idea e start-up selezionate entro il 14 dicembre.

www.rinascimentisociali.org

Per maggiori informazioni in merito alla call FOUNDAMENTA è possibile:

visitare il sito

http://rinascimentisociali.org/foundamenta/

scaricare il bando completo al seguente link

http://rinascimentisociali.org/wp-content/uploads/2015/10/foundamenta-bando.pdf

scrivere a

info@rinascimentisociali.org

La call FOUNDAMENTA è promossa e gestita da

SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale in collaborazione con il Consorzio TOP-IX

Il programma di accelerazione è erogato e gestito da SocialFare® in collaborazione con il Consorzio TOP-IX e la rete dei partner Rinascimenti Sociali.

 

 

 

 

WEstart | Mapping Social Entrepreneurship in Europe

  Il progetto WEstart è un progetto di ricerca europeo dedicato alla mappatura dell’imprenditorialità sociale femminile in Europa. La prima fase pilota, che si concluderà a settembre 2015, è il primo passo verso una più estesa strategia a lungo termine: sostenere l’imprenditorialità sociale femminile favorendo il contatto con gli stakeholder chiave e la promozione di mirate azioni di policy.

Tra le dieci nazioni coinvolte è presente anche l’Italia, a cui è dedicato il mini report Women’s Social Entrepreneurship in ITALY, creating value by addressing and tackling unmet social needs. Il report sintetico, disponibile da pochi giorni online, è basato sui primi dati empirici raccolti tra maggio e giugno del 2015 in Italia da European Woman’s Lobby.

I dati raccolti uniscono una desk research articolata su 10 intervistate attraverso un format di indagine semi-stutturato secondo il feminist interview method, e i sondaggi sottoposti on-line a 32 imprenditrici. Tra di loro Laura Orestano, CEO di SocialFare®.

Il quadro, che risulta dall’indagine condotta da Valentina Patetta, offre una visione complessiva sullo stato dell’arte dell’imprenditorialità sociale in Italia, evidenziandone punti di forza e criticità. In questa mappa complessiva emerge con forza il contributo specifico che le donne sanno portare in questa nuova forma di imprenditorialità caratterizzata da un approccio responsabile, trasparente e innovativo.

 

Women’s Social Entrepreneurship in Italy, report integrale.

Mapping Women’s Social Entrepreneurship in Europe, synthesis report.

WEstart, piattaforma.

Fare impresa sociale si può, si deve, conviene. Ecco perché

Le diverse esperienze imprenditoriali che un po’ ovunque – anche in Italia – stanno attecchendo in un terreno inaridito dalla crisi si collocano in uno scenario di cambiamento, di rottura con il passato che impone un nuovo modello di sviluppo. Un modello che esprime esempi concreti, quindi reali, di come un’impresa sia capace di generare valore economico e valore sociale allo stesso tempo, facendo incontrare due mondi che fino ad oggi pensavamo opposti e inconciliabili.

L’imprenditorialità sociale è possibile, anzi, auspicabile in una società dove la contrazione delle risorse pubbliche e la crescente disuguaglianza costringono a percorrere nuove strade: alcune non portano lontano, altre sì, con tutti i rischi di fallimento che comporta ogni nuova sperimentazione, soprattutto se non è sostenuta da un’”alleanza” tra le diverse componenti della società civile.

Ne parliamo col prof. Filippo Giordano, dal 2011 docente di imprenditorialità sociale alla Bocconi di Milano, al quale chiediamo innanzitutto: cos’è un’impresa sociale, quali sono gli elementi che caratterizzano questo modello?

Filippo_GiordanoNon c’è una condivisione sul piano scientifico di cosa è un’impresa sociale. Ci sono diverse scuole di pensiero e tantissime definizioni che risentono dei diversi approcci al tema (giuridico, manageriale, economico e sociologico).

Per gli studi di management un’impresa sociale è un’organizzazione che ha come finalità primaria quella di generare cambiamento e impatto sociale, non dando semplicemente risposta ai problemi ma contribuendo alla loro risoluzione. Ciò connota la parola “sociale” in senso ampio. Mentre “l’impresa” è lo strumento attraverso cui si persegue questo scopo.

Un’impresa sociale, come le imprese tradizionali, è infatti basata su un business model market-based in cui la sostenibilità economica ed il perseguimento della missione sono garantiti prevalentemente dalla produzione e vendita di beni o servizi. La finalità sociale di un’impresa, però, fa sì che l’imprenditore agisca nell’esclusivo interesse della missione e non nel suo, destinando ad esempio i margini a favore dell’obiettivo sociale da perseguire.

Eppure non profit e impresa sono due modelli completamente differenti…

Certo. Il concetto d’impresa porta con sé l’elemento del rischio imprenditoriale, dell’innovazione e dall’orientamento al mercato. Questi aspetti non appartengono al non profit tradizionale, che si finanzia prevalentemente con donazioni e contributi pubblici ed eroga servizi gratuitamente e in ogni caso non con logiche market-based.

Anche le logiche di intervento sono diverse. Il non profit tradizionale interviene per rispondere a un bisogno sociale generato dal fallimento del mercato e dello stato. L’imprenditorialità sociale cerca soluzioni innovative in grado di rimuovere i fattori alla base dei problemi. Per questo le organizzazioni che lavorano per favorire l’inclusione sociale possono essere definite imprese sociali.

Inoltre, un modello di impresa sociale impone strategie di funding e diversificazione delle attività che permettano di raggiungere autonomamente la sostenibilità economica. Ma devo dire che su questo il non profit tradizionale sta evolvendo e si verifica una certa convergenza di pratiche. E’ frequente che il non profit, quando incontra il mondo del business, metta in campo esperienze interessanti. Si crea un mondo ibrido dove innovazione e impatto sociale sono legati ala contaminazione di competenze e modelli di business che vengono da più settori.

Quali modelli di impresa sociale esistono oggi in Italia?

Le cooperative sociali sono imprese sociali a tutti gli effetti. Lo sono soprattutto quelle di tipo B, mentre quelle di tipo A possono presentare più elementi di criticità in quanto erogano servizi in convenzione con il pubblico: se il rapporto con la pubblica amministrazione è di dipendenza, vengono a mancare i requisiti di autonomia e orientamento al mercato.

Altri modelli di impresa sociale sono le “Srl” (Società a responsabilità limitata) fondate nell’interesse della comunità, per rispondere a  suoi bisogni, o le imprese sociali ex lege. E poi c’è tutto il tema delle startup innovative a vocazione sociale. Però ripeto: se portiamo la discussione sulle formule giuridiche sbagliamo strada. Parlare di impresa e imprenditorialità sociale significa prima di tutto discutere di un nuovo modo di concepire sia il sociale che le modalità di intervento.

Può farci degli esempi concreti?

A Padova il consorzio di cooperative sociali di tipo B “Officina Giotto” accompagna al lavoro disabili e realizza nelle carceri programmi di reinserimento dei detenuti coinvolgendoli nel contesto di un’azienda che intende essere competitiva sul mercato.

Sant'AgostinoA Milano il Centro medico Sant’Agostino è una srl promossa da Oltre Venture, il fondo di venture capital sociale di Luciano Balbo. Si tratta di una rete di poliambulatori specialistici che sperimentano un modello di sanità che concilia qualità elevata e tariffe accessibili per rispondere a un bisogno crescente e insoddisfatto di una larga parte di popolazione.

In Toscana l’impresa sociale Dynamo Academy srl con i proventi delle sue iniziative di formazione ed eventi aziendali contribuisce – secondo un modello nato negli Stati Uniti – alla sostenibilità economica di Dynamo Camp onlus, organizzazione non profit che ospita gratuitamente in campi estivi bambini malati grazie a donazioni e al 100% dei margini di attività di Dynamo Academy.

untitledMarioWay” è una  startup innovativa a vocazione sociale che sta lanciando un nuovo modello di sedia a rotelle che permette al disabile di portarsi ad altezza naturale: qui c’è anche il tema  dell’innovazione tecnologica applicata a un oggetto, la sedia a rotelle, che non viene innovato dal 1932.

In Italia l’attuale quadro normativo favorisce lo sviluppo dell’imprenditorialità sociale?

No. L’unico quadro normativo consolidato riguarda il mondo delle cooperative sociali. E’ questo il modello prevalente in Italia. In Inghilterra per costituire una community interest company, cioè un’impresa sociale, ci vogliono 3 giorni e 35 sterline; ma occorre poco anche per mettere in piedi un’impresa tradizionale. In Italia è tutto più complicato.

Però il dibattito in corso nel nostro Paese è molto vivace…

Certo, ci sono aspetti positivi, si cerca di dare la possibilità ad altre forme giuridiche tipicamente profit di fare impresa sociale. Ma l’impostazione italiana va prima a verificare “chi” sei e poi “cosa” fai. Se sei una cooperativa sociale va bene. Il modello anglosassone, invece, guarda prima al “cosa”, alla sostanza,  più che alla forma, con un approccio che crea elementi di flessibilità.

Il dibattito italiano si sta ponendo il problema dell’inclusività, ma si continua a ragionare sul “chi”. Il Governo dovrebbe dare legittimità all’imprenditorialità sociale, leva straordinaria per promuovere la crescita e l’occupazione del Paese; dovrebbe  creare un ambiente normativo favorevole, un ecosistema, ma aldilà delle dichiarazioni di facciata ciò non sembra essere una priorità politica.

Il tema delle community interest company in Inghilterra viene gestito dentro il ministero dello Sviluppo economico,  mentre in Italia il tema è gestito dal ministero del Welfare. Segnale importante che in Italia l’argomento viene relegato al mondo del sociale in senso stretto.

Come vede il futuro degli attuali sistemi socio economici occidentali?

Sicuramente non sono sostenibili. Tutte le ricerche che riguardano il consumo delle risorse del pianeta ci dicono che nel 2050 avremo bisogno di risorse pari a due pianeti e mezzo con gli attuali livelli di consumo e i trend demografici; inoltre, questo sistema sta aumentando il gap tra ricchi e poveri: non è un caso che i segnali di crescita del pil dei Paesi occidentali non siano accompagnati dalla crescita dei livelli occupazionali.

Cosa occorre dunque per promuovere il cambiamento sociale e un’economia “positiva”?

Abbiamo bisogno di attori economici e politici che prendano decisioni in prospettiva di lungo periodo. Abbiamo bisogno di modelli imprenditoriali che non solo creino valore economico, ma in cui il valore creato venga distribuito equamente su tutta la filiera. Occorre promuovere un sistema economico in cui nel fare impresa e nel concepire anche interventi pubblici ci siano al centro valori come l’equità, l’inclusione sociale e la sostenibilità ambientale.

Sgravi fiscali per startup innovative: pubblicato il decreto

Il 20 marzo scorso è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto interministeriale (ministero dell’Economia e delle Finanze di concerto con il ministero dello Sviluppo economico) sugli incentivi fiscali per gli investimenti in startup innovative negli anni fiscali 2013, 2014, 2015 e 2016.

startup-bannerIl decreto, firmato il 31 gennaio scorso, dispone che i soggetti  Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche) possono detrarre dall’imposta lorda un importo pari al 19% dei conferimenti in denaro, per importo non superiore a 500mila euro, effettuati in ciascun periodo d’imposta; la detrazione è del 20% per i soggetti  Ires (imposta sul reddito delle società), per importo non superiore a 1.800.000 euro. Se le startup sono a vocazione sociale o sviluppano e commercializzano esclusivamente prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico in ambito energetico, i benefici fiscali salgono rispettivamente al 25% e al 27%.

Per ottenere le agevolazioni, gli investimenti – sia quelli diretti in startup innovative, sia quelli indiretti per il tramite di organismi di investimento collettivo del risparmio o altre società di capitali che investono prevalentemente in startup innovative – devono essere mantenuti per almeno due anni.

Il decreto attua l’articolo 29 della legge 221/2012 che disciplina il sostegno delle startup innovative, che sono inoltre esentate dall’imposta di bollo, dai diritti di segreteria e dal pagamento dei diritto annuale alle Camere di Commercio.

Ulteriori incentivi sono visionabili sul testo del decreto.

L’impresa sociale nell’Europa 2020

In occasione dell’evento organizzato dalla Commissione Europea “Imprenditori sociali, dite la vostra!” che si è tenuto a Strasburgo il 16-17 gennaio scorsi, il BritishCouncil ha commissionato un contributo su “Come sarà l’impresa sociale nell’Europa del 2020?”.

ImmagineRedatto da Mark Richardson e Richard Catherall, il documento basa le proprie riflessioni su una serie di interviste a esperti di impresa sociale e si colloca nell’ambito del progetto “Impresa sociale globale” del BritishCouncil volto a promuovere relazioni culturali: costruire fiducia e creare opportunità tra persone e istituzioni nel Regno Unito e in altri paesi.

Il BritishCouncil è presente in oltre 100 paesi, in molti dei quali – tra cui India, Grecia e Cina – sostiene gli imprenditori sociali attraverso la formazione e l’accesso all’investimento. In Europa, punta a raggiungere giovani disoccupati e svantaggiati, individuando nelle imprese sociali la strategia per affrontare le nuove sfide sociali ed economiche.