METROS #6: workshop e final meeting

Giovedì 1 dicembre 2016  

SocialFare® partecipa al programma Metropolitan Economic Transformation and Regional Organizational Structures (METROS). Il programma, promosso dal German Marshall Fund of United States (GMF), per favorire attraverso la condivisione di buone pratiche e lo scambio e il confronto tra gli operatori, la collaborazione tra alcune città del sud Europa sul tema dello sviluppo economico. Le città coinvolte sono Torino e Genova (per l’Italia), Bilbao (Spagna) e Salonicco (Grecia).

METROS (Metropolitan Economic Transformation and Regional Organizational Structures)

Ogni città ha partecipato attraverso una delegazione che la rappresentasse, coinvolgendo professionisti provenienti da diversi settori. I gruppi di lavoro che hanno aggregato le diverse rappresentanze combinando differenti professionalità, hanno preso parte ai laboratori intensivi organizzati dal GMF per stimolare il processo di apprendimento tra pari, e favorire il confronto sulle strategie e gli strumenti che sono stati proposti al fine di stimolare la collaborazione tra settori e favorire lo sviluppo economico a livello regionale. Ogni città ha avuto la possibilità di identificare fino a due obiettivi specifici su cui focalizzare la propria azione, rispetto ai quali il GMF si è occupato di proporre degli strumenti che potessero essere agilmente declinati nelle diverse città, settori e progetti. Torino ha scelto di concentrarsi su sfide e opportunità offerte connesse all’ecosistema start-up.

Torino, città metropolitana

Molti e interessanti gli sviluppi offerti a Torino in qualità di città metropolitana, soprattutto alla luce delle modifiche introdotte dalla legge del 7 aprile 2014 “Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”, la modifica che ha recentemente mutato la funzione delle 14 città metropoliltane presenti sul territorio nazionale trasformadole in enti di area vasta. La nuova area di competenza mira a favorire l’affermarsi di un nuovo approccio supportato da un’ottica ecosistemica, capace di superare il mero perimetro cittadino e incentivare il coordinamento degli enti territoriali nell’affrontare le sfide poste dalle città. 

METROS #6

METROS #6, ultimo workshop e incontro conclusivo del programma, è il sesto appuntamento dei sei workshop attraverso cui METROS si è strutturato. Nell’introdurre i casi di successo torinesi, SocialFare® ha presentato la propria realtà alle delegazioni coinvolte nel workshop ospitato da Rinascimenti Sociali. L’evento è stata infatti l’occasione per stimolare una riflessione condivisa su future innovazioni, imprenditorialità e start-up policy, supportata dagli interventi di esperti di fama internazionale del calibro di Daniel Soriano, Videesha Kunkulagunta, e Reuben Nieuwenhuis. Altri esperti europei sono stati coinvolti per la giornata di venerdì 2 dicembre in cui è stato condiviso il piano di azione, articolato su ogni città, attraverso cui è stata identificata la strada che condurrà i partecipanti a raggiungere gli obiettivi identificati.

Metodologia

Aspetti chiave del processo che ha strutturato METROS sono stati design thinking, creative problem solving, e human centered innovation. La scelta di ricorrere a queste metodologie e rafforzare simili competenze deriva dall’obiettivo di offrire strumenti utili alle istituzioni coinvolte e ai professionisti continuando ad agire oltre la durata del programma.

German Marshall Fund of United States
German Marshall Fund of United States è un ente destinato a rafforzare la collaborazione transatlantica sulle sfide e le opportunità che si presentano a livello regionale, nazionale e globale nello spirito del Piano Marshall. E’ un’organizzazione apartitica senza fine di lucro fondata nel 1972 come dono da parte della Germania a perenne memoria per l’assistenza ricevuta con il Piano Marshall. GMF contribuisce alla ricerca e all’analisi e favorisce la convergenza dei leader sulle tematiche transatlantiche rilevanti per i decisori politici.

WikiSocial | [F]inanza

Eventbrite - WikiSocial | [F]inance

Dopo il grande successo riscosso al suo debutto nell’ambito del Creative Innovation Festival Supernova di TAG, SocialFare® ha inaugurato l’appuntamento coi suoi talk tematici negli spazi di Rinascimenti Sociali. Questa volta il dialogo prende le mosse dalla [f], per parlare di Finanza. Gli speaker confermati ad oggi sono:
//  Franco Becchis, Direttore Scientifico della Fondazione per l’Ambiente e della Turin School of Local Regulation
//  Marco Demarie, Responsabile Ufficio Studi, area filantropia e territorio della Compagnia di San Paolo
//  Corrado Ferretti, Presidente di PerMicro, microcredito in Italia

Stimolano gli interlocutori con domande e riflessioni:

//  Laura Orestano, CEO di SocialFare
//  Federico Maggiora, Presidente dell-Accademia di Progettazione Sociale Maurizio Maggiora.

 

“La fauna finanziaria è per lo più ignota al grande pubblico, e solo raramente è presente nell’informazione popolare, per gossip o in occasione di eventi clamorosi. Pochi conoscevano Lehman Brothers prima del fallimento e quasi nessuno sa cos’è Black Rock: eppure gestisce ricchezza finanziaria e immobiliare pari a 2 volte l’Italia. Per non parlare poi degli animali finanziari che si muovono nell’ombra, la shadow finance, appunto.

Anche gli strumenti finanziari si sono moltiplicati: a dispetto della complessità creata ad arte dai finanzieri, quasi tutti hanno basi semplici, nella antropologia delle relazioni economiche, pur avendo nomi oscuri: derivati, SWAP, CDS, CDO, MBAS.

Franco Becchis

Ispirandosi alla rivoluzione operata da Wikipedia (enciclopedia online a contenuto aperto, collaborativo, multilingue e gratuita) SocialFare® propone Wikisocial. Il primo ciclo di talk open source, che scardina l’impostazione convenzionale delle conferenze trasformando un evento in un luogo di convergenza. Alcune tra le più significative parole dell’innovazione sociale diventano lo spazio per riflettere su nuovi trend, ascoltare esperienze e riflessioni relative ai temi più attuali, fare domande dirette ai protagonisti del cambiamento.

 

WikiSocial | [F]inanza
25 febbraio 2016, dalle 18,30 alle 20,00.
Rinascimenti Sociali, via Maria Vittoria 38.

Modelli ed esperienze di innovazione sociale in Italia | secondo rapporto CERIIS

“Innovare è connettere”

Greg Horowitz

È diventato sempre più difficile offrire una definizione univoca del concetto di innovazione, soprattutto lì dove viene abbinato alla sua declinazione sociale. Il secondo rapporto CERIIS (Centro di ricerche internazionali sull’innovazione sociale) mira a offrire una definizione aggiornata di questo fenomeno a partire dalla mappatura di modelli ed esperienze di innovazione sociale in Italia. L’innovazione sociale, scrive Gianni Lo Storto (Direttore generale LUISS Guido Carli), può essere definita come “una soluzione a un problema sociale che sia più efficace, efficiente e sostenibile di quelle già messe in atto, e in cui il valore creato vada a vantaggio della società prima che ai suoi singoli individui.”

Il “cuore” dell’innovazione sta quindi soprattutto nelle nuove relazioni attivate: più che di oggetti o fenomeni isolati, l’innovazione è questione di connessioni. Innovazione sociale significa innanzitutto mettere in contatto fasce diverse di popolazione, ampliare i confini della comunità, includere anziché escludere, coinvolgere anziché discriminare. L’innovazione sociale è intrinsecamente frugale (jugaad) e vantaggiosa economicamente, perché prevede una più efficace allocazione delle risorse a beneficio del più vasto bacino di persone possibile.

 

“L’innovazione Sociale può essere definita come una soluzione a un problema sociale che sia più efficace, efficiente e sostenibile di quelle già messe in atto, e in cui il valore creato vada a vantaggio della società prima che ai suoi singoli individui. L’innovazione sta quindi, soprattutto, nelle nuove relazioni attivate:  mettere in contatto fasce diverse di popolazione, ampliare i confini della comunità, includere anziché escludere, coinvolgere anziché discriminare.”

Gianni Lo Storto (Direttore generale LUISS Guido Carli)

 
Il CERIIS per analizzare il fenomeno dell’innovazione sociale nel nostro paese ha compiuto rilevazioni su quasi 500 progetti ed esperienze, e ha compiuto approfondimenti sui 56 casi di maggior rilevanza (tra le realtà selezionate per Torino: Paratissima e SocialFare®). Sulla base di questa ampia analisi empirica, il rapporto illustra i modelli e le attuali tendenze dell’innovazione sociale maggiormente consolidate nel nostro Paese. In particolare lo studio identifica le caratteristiche chiave dell’innovazione sociale e le principali condizioni che ne favoriscono lo sviluppo; evidenzia gli ambiti di rilievo sociale dove il fenomeno in questione risulta più frequente.

Il Rapporto CERIIS porta all’ampia letteratura diffusa sul tema dell’innovazione sociale due elementi di miglioramento che ne fanno un punto di riferimento nel dibattito sulle nuove modalità di creazione di valore collettivo: un’attenta rappresentazione della realtà empirica del fenomeno, e l’approfondimento dei criteri pratici che permettono di distinguere l’innovazione sociale e i fattori da cui dipende il suo impatto. Sulla base dei risultati derivanti dall’analisi il rapporto presenta un set di proposte per l’elaborazione di una politica organica a favore dello sviluppo dell’innovazione sociale.

Gli studi sinora condotti raccontano l’innovazione sociale come tipologia di innovazione a sé, a prescindere dal settore o dall’ambito in cui si manifesta, come fenomeno dipendente dalla capacità di attivazione di relazioni nuove tra diversi attori, per mezzo di nuove forme di coinvolgimento, modelli organizzativi e strumenti innovativi. Il grado di innovatività delle soluzioni impatta sul capitale relazionale, attraverso il quale individuare e successivamente soddisfare un bisogno sociale espresso o latente. Lo scopo dipende dai mezzi ed è influenzato dai fini. L’innovazione sociale deve essere riconoscibile rispetto ai risultati ottenuti, ma anche nel modo in cui questi sono raggiunti: ogni innovazione sociale è tale se attiva una collettività di soggetti e i risultati ottenuti sono di beneficio a tutti e non a pochi.

L’analisi del CERIIS per individuare le caratteristiche chiave e le determinanti dell’innovazione sociale prende avvio dalla considerazione che l’innovazione sociale è context dependentQuesto significa che essa si attua in un più ampio contesto istituzionale, sociale, economico, culturale e ambientale che ne influenza fortemente i contenuti e le modalità realizzative. La sua specificità e rilevanza sta nel fatto che introduce qualcosa di nuovo (e con un positivo e rilevante impatto sociale) nel contesto in cui si manifesta: la sua innovatività non va considerata in senso assoluto, ma relativamente ai soggetti coinvolti nella sua realizzazione.

 

Ogni innovazione sociale è sia path-specific che place-specific (Zamagni, 2015), dipende dalle precendeti esperienze e dal bagaglio socio culturale degli attori partecipanti, nonché dalle caratteristiche storico-sociali del contesto in cui si sviluppa. Il modello italiano si caratterizza per una lettura relativa e soggettiva dell’innovazione sociale, dove le caratteristiche tipiche di ogni comunità sono la forza e la debolezza di tale modello. Ogni comunità svolge il ruolo di facilitatatore e disseminatore di innovazione sociale (Guida e Maiolini, 2013). In Italia, data la grande tradizione dell’imprenditorialità sociale, dell’associazionismo e del ruolo delle famiglie, intese come primo livello di comunità il dibattito è di grande interesse e richiede un attento rilievo empirico.

 

L’innovazione sociale e le sue possibilità di impatto variano in relazione alla dimensione geografica in cui si attuano, e si modificano nel tempo in quanto processi che evolvono rispetto a manifestazioni, modalità di partecipazione, interazione tra gli attori coinvolti, , output e benefici generati. Nonostante le numerose variabili che queste caratteristiche comportano è possibile identificare sei elementi chiave dell’innovazione sociale:

/ la migliore soddisfazione di un’esigenza collettiva

/ innovazione delle relazioni tra gli attori economici e sociali e dei loro ruoli

le tecnologie

il miglior uso dei beni e delle risorse disponibili

impatto strutturale

/ forza economica

I costrutti teorici hanno trovato riscontro nelle caratteristiche emerse dal campione d’indagine. L’innovazione sociale dimostra di essere un fenomeno estremamente eterogeneo, sia dal punto di vista degli ambiti in cui si manifesta anche delle modalità. La distribuzione del campione in funzione del tipo di di innovazione (relazionale, tecnologica, entrambe) è piuttosto omogenea: l‘innovazione relazionale risulta leggermente superiore a quella tecnologica, con 164 casi rispetto ai 159 della seconda. L’analisi del campione dimostra, inoltre, una maggiore sostenibilità dal punto di vista economico quando è basata sull’innovazione delle relazioni, mentre lo è meno quando è centrato sulla tecnologia.

Il report per studiare più approfonditamente questi concetti ha individuato un numero ristretto di casistiche nelle quali sono emerse più complesse dinamiche attuative. Per quanto concerne il sitema degli attori, il modello permette di tracciare il profilo dei principali attuatori delle iniziative. L’indagine campionaria mostra che essi agiscono per lo più sotto forma di imprese e di NPO suggerendo il ruolo dominante delle entità private rispetto a quello del soggetto pubblico e degli individui privi di struttura organizzativa.

L’approccio all’innovazione sociale cambia in base alle modalità organizzative e di gestione dei flussi di innovazione delle imprese. Ciò che emerge in maniera preponderante riguarda la consapevolezza delle imprese del fatto che per fare innovazione sociale è fondamentale riuscire a integrare la propria visione di organizzazione all’interno di un sistema di relazioni. In questo senso la rete delle partnership e le modalità di interzione tra i diversi attori rendono una innovazione sociale coerente nei fini e nei mezzi.

cover Sulla base delle questioni chiave evidenziate dall’indagine qualitativa condotta, il report analizza le relazioni tra gli attori, la forza economica e l’incidenza della variabile finanziaria nei progetti d’innovazione, l’evoluzione della relazione dell’innovazione sociale con le imprese, il quadro delle opzioni di intervento pubblico a favore dell’innovazione sociale sviluppate a livello nazionale ed europeo arrivando a formulare delle proposte per una politica organica in favore dell’innovazione sociale.

Il report si chiude con approfondimenti dedicati alle prospettive dell’innovazione sociale nel coinvolgimento dei cittadini, nell’impegno verso la sostenibilità ambientale, nello sviluppo di una rete nazionale e nella sua relazione con il settore bancario.

Un report ricco di spunti che scatta una foto accurata e realistica del grande dinamismo che caratterizza l’innovazione sociale in Italia, scaricabile gratuitamente nella sua versione integrale.

Cittadini più forti con l'”empowerment”

A livello internazionale è sempre più evidente lo sforzo che molti governi stanno compiendo per coinvolgere maggiormente i cittadini nel loro operato.  E’ un campo tutto da esplorare, lungo un percorso di ricerca e sperimentazione in cui la social innovation sta dimostrando di poter giocare un ruolo estremamente importante per la sua capacità di creare nuove relazioni e nuovi strumenti.

E’ infatti proprio al cambiamento delle relazioni tra attori che punta la social innovation, spingendo con la pratica la diffusione di modelli efficaci, scalabili e replicabili di cui gli enti pubblici sono alla ricerca. Non a caso il tema dell’innovazione sociale è ormai istituzionalizzato, entrato nell’agenda europea 2014-2020 e già ampiamente sviluppato con successo a livello progettuale in diversi Paesi del vecchio e nuovo continente.

imm_Empowerment_IDEOTOOLKITIl coinvolgimento, la partecipazione dei cittadini nei processi di cambiamento della società finalizzati al Bene Comune è alla base di un concetto molto più ampio, certamente non nuovo: l’empowerment, cioè l’opportunità che viene data alla persone di realizzare le proprie potenzialità, di crescere nella propria capacità di influenzare e attivare il cambiamento attraverso un processo di responsabilizzazione, consapevolezza e partecipazione.

Un processo lungo, continuo, che proprio dalla qualità delle relazioni sociali trae il suo nutrimento e che oggi individua nella social innovation la strada più percorribile per promuovere lo sviluppo e uscire dalla crisi. L’empowerment è al contempo motore e obiettivo di un processo sociale –innovativo nelle modalità, negli strumenti e nelle competenze utilizzate – che investe sulle capacità personali, le mette in “rete” e attraverso nuove forme di collaborazione e cooperazione accresce ulteriormente la forza di azione della società nella sua pluralità di attori coinvolti.

Attraverso l’empowerment, che rovescia la percezione dei limiti, si realizza così una comunità competente e motivata, consapevole dei problemi sociali e dei vantaggi che può trarre dai cambiamenti. Un concetto che richiama quello di capacity building, definita nel 2006 dall’UNDP(United Nations Development Programme) come l’abilità di individui, istituzioni e società di realizzare funzioni, risolvere problemi, fissare e raggiungere gli obiettivi in modo sostenibile.

Abilità che si raggiunge con un “rafforzamento” che vada oltre la “formazione”, cioè We_can_do_it_J. H Millerl’acquisizione di competenze, ma che agisca invece più in profondità ampliando le possibilità di agire, di compiere un’azione, a partire da un nuovo modo di vedere e di pensare che induca a cambiamenti di potere.

Laboratori di quartiere, spazi per la progettazione partecipata, spazi di ascolto, forum locali, strumenti finanziari di comunità e per le comunità sono alcuni degli strumenti di partecipazione e coinvolgimento attivo dei cittadini attraverso i quali aumentare l’empowerment. Ci soffermeremo prossimamente sul crowdfunding e il crowdsourcing.

Cambiare il sistema si può

Se la crisi di sistema in atto impone un radicale ripensamento delle relazioni produttive e sociali, è solo dal basso che può essere indicata la strada da percorrere per un cambiamento sistemico, cioè dalla sperimentazione quotidiana sul territorio di nuove forme organizzative veicolate da realtà competenti, agili e dinamiche. Realtà radicate e inserite in networks ramificati, centri catalizzatori capaci di creare l’ambiente adatto – fertile e accogliente perché espressione di condivisione e partecipazione democratica – per indurre i poteri “forti” a sostenere la costruzione di una nuova società.

Tutti i cambiamenti di sistema, infatti, non possono prescindere dal coinvolgimento della politica e delle istituzioni per il riconoscimento di principi, prassi e valori generati da una socialità di rete che dal basso sappia irradiarsi orizzontalmente e verticalmente imprimendo la svolta.  Un’alleanza che sfrutti opportunamente anche le tecnologie di informazione e comunicazione, attualmente male o sotto utilizzate.

Jins

Jins

La dimensione imprenditoriale è una componente fondamentale dell’innovazione sociale, il cui obiettivo è portare sul territorio start up e creare social brands, imprese sociali che operino in ottica di mercato interagendo con l’ecosistema in cui si muovono. Di qui una maggiore capacità di penetrazione attraverso la rottura di vecchie barriere, fino ad arrivare, nel lungo periodo, a cambiamenti sistemici (nei settori dell’alimentazione, della sanità, dell’istruzione…) sia nel settore pubblico che in quello privato, in un’interazione tra idee, movimenti, modelli e interesse.

I tre approcci della social innovation

Non tutte le innovazioni sociali sono finalizzate a cambiamenti di sistema. Nel documento “Challenge Social Innovation” – che raccoglie i contributi più significativi della Conferenza di Vienna del 2011 sulla social innovation – vengono individuati tre approcci diversi che possono rappresentare però l’uno l’”espansione” qualitativa dell’altro, nella misura in cui sono in grado di affondare, da un lato, le radici nella socialità di rete e, dall’altro, di ramificarsi verso l’alto fino a raggiungere chi ha il potere di legittimare e supportare l’inversione di rotta.

Ecco allora che l’approccio “social” punta a rispondere a bisogni della comunità cui il mercato e le istituzioni non rispondono adeguatamente, mentre quello “societal” cerca di promuovere cambiamenti della società nel suo complesso sfumando il confine tra scopo economico e scopo sociale. Infine, l’approccio “systemic” prevede, appunto, il cambiamento di sistema, il “reshaping society”, cioè il rimodellamento della società attraverso nuove politiche, valori, strategie e relazioni che sono frutto di un processo virtuoso di contaminazione tra i diversi attori coinvolti. Un processo che dal basso verso l’alto e viceversa si arricchisce e consolida risultati che diventano prassi, normalità.

Il ruolo dei cittadini

Le innovazioni di sistema – è scritto nel Libro Bianco dell’innovazione sociale – “sono molto diverse dalle innovazioni di prodotti o servizi. Esse implicano cambiamenti di concetti e di mentalità, ma anche dei flussi economici: un sistema cambia solo quando le persone iniziano a pensare e a vedere in modo differente, ciò si traduce in cambiamenti di potere, sostituendo chi lo deteneva con altri. E questo di solito si riflette su tutti e quattro i settori: economico, governativo, società civile e famiglia”.

Il Libro Bianco riporta diversi esempi di cambiamento sistemico. Uno tra tanti, il ruolo fondamentale giocato dai cittadini della regione finlandese della Karelia nel ridisegnare il sistema sanitario pubblico: da una petizione avviata nel 1972 per sollecitare interventi volti a ridurre l’alta incidenza di malattie cardiovascolari si è arrivati a un progetto che ha coinvolto autorità, esperti e cittadini locali.

Conferenza "Social Renaissance" a Torino il 26 giugno scorso

Conferenza “Social Renaissance” a Torino il 26 giugno scorso

Ma l’esperienza concreta sulla quale vogliamo qui soffermarci la peschiamo dalla rete di innovatori sociali che lo scorso 26 giugno si sono radunati a Torino, ospiti di SocialFare®, per un confronto internazionale (il primo in Italia). La conferenza “Social Renaissance”, alle quale hanno partecipato oltre 30 speakers in rappresentanza di istituzioni, fondazioni e università locali, nazionali, europei e americani, è stata occasione, infatti, per connettere realtà che stanno portando avanti nei rispettivi Paesi importanti progetti dal forte impatto sociale: tra questi, il “Banco de  Inovação Social” (BSI), in Portogallo.

Il “Banco de  Inovação Social”

Lanciato nell’aprile scorso dalla “Santa Casa da Misericordia” di Lisbona – il più grande e antico istituto di carità del Portogallo -, il BSI realizza una nuova “governance” informale, non soffocata dalla burocrazia, stimolando la società a partecipare e collaborare alla realizzazione di idee innovative per rispondere alle sfide sociali. Le possibilità di raggiungere l’obiettivo di un cambiamento di sistema sono piuttosto alte, perché il Banco aggrega 27 istituzioni, enti e imprese pubbliche e private, dispone di un considerevole patrimonio immobiliare e mobiliare (gestisce la Lotteria Nazionale e con i circa 250 milioni di euro di proventi all’anno finanzia i servizi sociali e sanitari della città) e alla sua guida c’è una donna, Maria Do Carmo Pinto, ex direttore del Dipartimento per l’imprenditoria e l’economia sociale della Santa Casa da Misericórdia.

20140526113806_P668D4J09OA6F939N602Il Banco de  Inovação Social si è proposto di affrontare i problemi alla radice, cominciando nelle scuole a creare percorsi di cittadinanza che responsabilizzino già in tenera età sui diritti e doveri del cittadino e sulla consapevolezza di poter cambiare le cose. Creatività, sperimentazione sul campo, sostegno alla nascita e sviluppo di imprese sociali attraverso un apposito fondo e utilizzo di piattaforme operative che aggregano le realtà sociali coinvolte sono al centro di un processo in cui risorse e competenze vengono di volta in volta messe a disposizione di progetti. E tra le competenze, giocano un ruolo attivo e insostituibile quelle offerte gratuitamente da professionisti in pensione.

educazione nelle scuoleLa promozione di una cultura dell’innovazione sociale attraverso programmi educativi e civici rivolti alla popolazione è dunque di importanza strategica per chiamare a raccolta talenti e risorse del territorio e incanalarli verso l’obiettivo del Bene Comune. Tra le iniziative, il concorso di idee “Inova” rivolto agli studenti e giovani in formazione dai 6 ai 25 anni.

Scalabilità, la forza delle buone idee

Perché un’innovazione sociale sia capace di raggiungere l’obiettivo finale di ”cambiamento di sistema”, cioè di un nuovo rapporto tra politiche pubbliche, iniziative private e comunità di pratica, il percorso da compiere si snoda attraverso tappe fondamentali: dall’identificazione di bisogni sociali nascono proposte che si traducono in modelli di inclusione e sviluppo la cui sperimentazione sul territorio va implementata fino ad arrivare alla diffusione dell’idea.

Il trasferimento o riproposta su scala più ampia delle esperienze di innovazione sociale (scalabilità) è un passaggio particolarmente delicato che mette in campo risorse, competenze e relazioni la cui qualità può permettere a piccoli progetti fortemente radicati sul territorio, quindi nati in specifici contesti locali, di estendere il proprio impatto a nuove comunità.

immagine matrioska_scalabilitàLa scalabilità è pertanto un aspetto cruciale cui viene dedicata grande attenzione nella letteratura sulla social innovation. Nel rapporto 2012 “Defining Social Innovation” di TEPSIE (Theoretical, Empirical and Policy Foundations for Social Innovation in Europe) – progetto europeo che elabora la strategia UE per lo sviluppo dell’innovazione sociale – si sottolinea che “l’obiettivo delle realtà con missione sociale è quello di generare il più grande impatto possibile”.

Benché il rapporto evidenzi l’importanza dell’emulazione, cioè il potere di contagio, come strategia per lo sviluppo e diffusione di un’idea, è altrettanto importante puntare alla crescita “verticale” di un’organizzazione grazie al coinvolgimento e attivazione di altri soggetti e attività su più livelli.

Le “api” della social innovation

In un report del 2007 l’organizzazione britannica governativa Nesta, National Endowment for Science Technology and the Arts, affermava che per rendere scalabile l’innovazione sociale sono fondamentali le alleanze e le contaminazioni tra piccole organizzazioni, imprenditori, grandi imprese e istituzioni pubbliche. In “Social Innovation: what it is, why it matters, how it can be accelerated”, Goeff Mulgan (attualmente chief executive di Nesta) paragona i piccoli imprenditori e le start up alle “api” che – mobili, dinamiche, veloci, portatrici di innovazione su piccola scala – ronzano intorno agli alberi dalle solide radici (le grandi istituzioni, con risorse e potere) inducendoli a condividere, introdurre e rendere così scalabili le loro iniziative.

Sul piano pratico, lo scorso anno è stato avviato il progetto europeo BENISI (Building a img 2_scalabilitàEuropean Network of Incubators for Social Innovation), un consorzio trans europeo nato un anno fa per identificare 300 startup innovative tra le più promettenti, ad alto impatto e in grado di generare occupazione nei settori pubblico, privato, terzo settore, impresa e cooperazione sociale. Scopo del progetto – che in Italia coinvolge Impact Hub Milano – è offrire supporto a queste realtà rafforzandole localmente e rendendole scalabili, sia all’interno del proprio Paese che a livello internazionale, creando percorsi di matching con potenziali finanziatori.

Domanda e offerta

Scambio (di know-how, di esperienze, di competenze, di persone), ampliamento delle reti e della governance ed emulazione sono dunque i presupposti per la diffusione a macchia d’olio di una idea e della sua applicazione. A patto che ci sia effettivamente una larga diffusione del bisogno sociale al quale si rivolge il progetto.

Il potenziale di crescita è legato alla capacità di un progetto di rappresentare un prototipo che sia appetibile a partner e sponsor per le possibilità di sviluppo su ampia scala. L’offerta effettiva, che richiede prove di efficacia, efficienza e convenienza economica dell’innovazione, e la domanda, cioè la disponibilità a pagare, sono strettamente correlate.

LibroBiancoE “per far crescere la domanda – rileva il Libro Bianco dell’innovazione sociale scritto da Geoff Mulgan insieme con Robin Murray e Julie Caulier Grice – ci può essere bisogno di una diffusione attraverso l’ascolto, suscitando consapevolezza, sostenendo una causa, e promuovendo il cambiamento. L’ascolto attivo è la chiave percreare domanda per i servizi, in particolare da parte delle pubbliche autorità”.

Il Libro Bianco, raccolta a livello internazionale di pratiche, strategie e strumenti che costituisce una vera e propria guida per progettare, sviluppare e far crescere l’innovazione sociale, sottolinea inoltre come la diffusione di un’idea dipenda spesso anche dalla sua semplicità e dall’eliminazione di ciò che non è essenziale, mentre le idee complesse richiedono più competenze e impiegano più tempo a diffondersi.

Community Catalyst

Concludiamo con un esempio concreto di scalabilità che per SocialFare® ben sintetizza il concetto perché parte dal “locale” per rispondere a un bisogno specifico e poi amplia il proprio raggio di azione riuscendo a operare cambiamenti sistemici a livello di policy.

Community Catalyst (Regno Unito) è  uno dei progetti premiati nel 2013 alla prima edizione dell’European Social Innovation Competition, dedicata alle idee che esplorano nuove strade per aumentare e migliorare l’occupazione in Europa. L’ambito d’impegno del progetto è l’organizzazione di servizi sociali e sanitari su piccola scala e alla portata di tutti, favorendo la creazione di micro imprese in cui si incontrano competenze presenti nelle aziende e nelle comunità di cittadini.Learning-lessons-graphic

Ecco allora che professionisti del settore e gente comune (compresi anziani, disabili e coloro che offrono assistenza familiare)  “confezionano”  insieme, creativamente, piccoli servizi di qualità da vendere sul territorio, garantendo a tutte le persone, ovunque si trovino, la possibilità di accedere a prestazioni di cura e assistenza.

Una rete di realtà imprenditoriali coordinata, gestita e sostenuta  attraverso una piattaforma telematica, con cui Community Catalysts  punta ad ampliare la portata e la qualità dei servizi offerti su piccola scala, avvalendosi di imprese e tutor professionali. In tal modo competenze e talenti di individui e comunità vengono valorizzati e investiti in servizi personalizzati di qualità che hanno il duplice scopo di creare nuovo lavoro e generare benessere.


“Sostenibilità”, una scelta che premia

Il percorso di esplorazione del “linguaggio” della social innovation proposto da SocialFare® approda a un’altra parola chiave: sostenibilità. In tempo di crisi se ne parla molto, con riferimento per lo più alla dimensione economica. Ma è molto di più.

A un modello di innovazione non sostenibile che si traduce nella continua creazione di nuovi prodotti, la social innovation oppone – e cerca di imporre al mercato – un nuovo approccio, una diversa organizzazione dei processi con il coinvolgimento di una società civile rafforzata nella sua capacità di agire. Processi che mettono al centro l’inclusione sociale e il rispetto dell’ambiente, risparmiando le risorse naturali e valorizzandone altre (talento, tecnologia, competenze, volontariato, relazioni…) nella direzione del Bene Comune.

salvadanaio_SostSocCiò comporta un nuovo modello d’impresa, più responsabile e più consapevole del posto che occupa all’interno di un ecosistema in cui la massimizzazione del profitto lascia il posto alla ricerca di ”equilibrio”. Dove per “ecosistema” si intende – secondo la definizione formulata da SocialFare® – “un luogo antropologico aperto, di convergenza e relazione tra bisogni sociali, comportamenti, abitudini, creatività e opportunità che aggiungono valore anche economico alla società, aumentando la capacità d’azione individuale e della comunità”.

La ricerca di equilibrio

La “sostenibilità sociale” si realizza quando le dinamiche di interazione tra i vari soggetti/stakeholders coinvolti generano in modo diretto e indiretto – rispetto alle comunità afferenti, a diversi livelli e in diverse geografie – relazioni, azioni e impatto (culturali, comportamentali, economici e ambientali) in “equilibrio” tra loro. La qualità di tali dinamiche è improntata al rispetto di valori sociali quali: benessere e felicità (salute, sicurezza, qualità della vita), equità/uguaglianza, accessibilità, empowerment e partecipazione attiva, inclusione (coesione), giustizia, conoscenza (istruzione, trasmissione della cultura…).

E  la ricerca di ”equilibrio” non indebolisce affatto  – anzi,  potenzia – la capacità di un body_condivisioneprogetto di auto-sostenersi economicamente nel medio e lungo periodo, di stare cioè sul mercato grazie al ricavato dall’attività nonché all’impegno profuso da persone che si mettono in rete e diventano espressione di una società civile motivata ed entusiasta. Collaborazione, cura e attenzione alle risorse si integrano dunque in modelli di business dove il capitale relazionale non è meno importante di quello finanziario.

Società, Economia, Ambiente

Nelle diverse definizioni di “sostenibilità” coniate nel corso degli anni le dimensioni economica, ambientale e sociale vengono per lo più tenute separate, seppure poste sullo stesso piano. La riflessione intorno al concetto di sviluppo sostenibile quale emerge dal rapporto Bruntland “Our Common Future” del 1987 rilasciato dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (“uno sviluppo che risponde alle esigenze del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie”) ha prodotto una vasta letteratura in cui è condivisa la consapevolezza che le tre componenti – Ambiente, Società, Economia – vadano coniugate ed equilibrate, inscindibili l’una dalle altre.

Quando si parla di sostenibilità, si pensa soprattutto alla dimensione economica. Ma quando si parla di valore economico, non semplicemente di economia, non si può prescindere dai concetti di sostenibilità sociale e dal valore sociale. Ed è per questo che SocialFare® propone la “sostenibilità sociale” come cappello che racchiude e comprende le diverse componenti, in un intreccio di attitudini, comportamenti, relazioni, scambio di conoscenza che permettono a un progetto di reggersi sulle proprie gambe, di essere replicato e di avere un largo impatto.

Un esempio da Jakarta

Un’esperienza concreta la attingiamo alla recente premiazione dei vincitori di “Slow Pack 2014”, nell’ambito del Salone del Gusto e Terra Madre che si è svolto a Torino due settimane fa. Un Premio dedicato al packaging dei prodotti per sensibilizzare su quanto anche i “contenitori” giochino un ruolo importante ai fini della sostenibilità, se realizzati in materiali “buoni, puliti e giusti” come il contenuto che racchiudono.

pack sale di baliNella categoria “tecniche e materiali tradizionali”, l’impresa indonesiana “Artisan Salt Company” si è distinta per l’originale utilizzo della pietra vulcanica locale come imballaggio artigianale dei sali di Bali. Dietro questo packaging c’è tutta una storia che qualifica il valore sociale di un prodotto la cui filiera ben rappresenta le caratteristiche della sostenibilità sociale così come la intende SocialFare®.

Innanzi tutto, la scelta di utilizzare la pietra vulcanica è nata da un bisogno sociale forte: risollevare le sorti della popolazione dopo che, in seguito a una forte eruzione vulcanica, la lava aveva ricoperto gran parte del territorio coltivato danneggiando gravemente l’economia locale e gli agricoltori. L’enorme disponibilità di pietre vulcaniche e l’intraprendenza degli abitanti del posto hanno così dato origine a un progetto imprenditoriale che sfrutta una risorsa naturale per generare nuovo lavoro e competenze attraverso la creazione di un nuovo prodotto.

Già, perché il contenitore di sali – realizzato da artigiani indonesiani – non è un semplice packaging, ma un prodotto vero e proprio che al termine della sua funzione iniziale di imballaggio non diventa scarto ma può essere riutilizzato per contenere altri prodotti; il tappo, inoltre, ha una conformazione che lo rende ideale per frantumare i cristalli di sale in piccoli grani.  Ed è così che un progetto imprenditoriale nato per rispondere a un bisogno della popolazione ha saputo creare valore economico in un circolo virtuoso che rappresenta il “valore sociale” dell’iniziativa.

Impatto sociale: perché è importante misurarlo

In un contesto di crisi sistemica che spinge alla ricerca di soluzioni coraggiose e approcci innovativi, gli “investimenti ad impatto sociale” sono al centro di un dibattito internazionale sempre più vivace.

Il bisogno di rendere più efficace ed efficiente la spesa pubblica e di attrarre risorse private per innescare processi di sviluppo è alla base di molteplici tavoli di lavoro, studi e azioni finalizzati a individuare procedimenti di misurazione dell’impatto sociale di un intervento. Misurazione che consenta di quantificare e qualificare il cambiamento positivo generato e “certifichi” la capacità di un progetto di essere sostenibile e replicabile e quindi di attirare capitali, creando anche valore economico.

Donazioni-150x100In Italia (dove più che altrove la misurazione dell’impatto sociale non ha ancora basi solide e condivise) di qui al 2020 potrebbero essere mobilitati circa 30 miliardi di euro per gli investimenti ad impatto sociale. E’ quanto emerge dal Rapporto italiano della Social Impact Investment Task Force istituita in ambito G8 un anno fa per promuovere il mercato dell’investimento ad alto impatto sociale.

Verso una nuova economia

Il rapporto, intitolato “La Finanza che include: gli investimenti ad impatto sociale per una nuova economia”, è stato presentato un mese fa ed è frutto del lavoro di circa 100 esperti in rappresentanza di cooperative sociali e fondazioni bancarie, imprese sociali e investitori privati, non profit e intermediari finanziari, investitori istituzionali, istituti di credito, fondazioni filantropiche d’impresa e università, che insieme hanno individuato 40 proposte da rivolgere al Governo.

La “diffusione degli strumenti della misurazione dell’impatto sia tra le imprese sociali che tra gli erogatori di risorse pubbliche e private” è una delle proposte avanzate, in linea con il lavoro della Task Force (di cui l’Italia fa parte insieme con Francia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti) che si è assunta anche il compito di sviluppare un approccio standardizzato in grado di misurate l’impatto sociale. La prossima riunione della Task Force – che un mese fa ha diffuso un rapporto internazionale risultato di un anno di lavoro – si svolgerà a Roma il 28 e 29 ottobre prossimi.

La necessità di disporre di metodi nuovi per misurare la sostenibilità e il benessere e

Jins

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riuscire così a far fronte alle sfide sociali è più che mai avvertita in un’Europa colpita dalla crisi. Ma l’acquisizione di preziose informazioni utili per valutare gli effetti dell’idea innovativa e aumentarne efficacia ed efficienza non è un lavoro semplice. Gli sforzi per dimostrare il collegamento tra l’attività realizzata e l’effetto, traducendo l’attività in cifre, possono comportare dei rischi e non ottenere risultati adeguati.

Cosa misurare?

Circa un anno fa il Comitato economico e sociale europeo elaborava un parere d’iniziativa illustrando la prospettiva delle imprese sociali nello sviluppo di un metodo di misurazione dell’impatto sociale. Parere che bacchettava ed esortava la Commissione europea a dedicare più tempo ad un esame approfondito dell’argomento in quanto “la misurazione dell’impatto sociale è una questione non solo importante, ma addirittura cruciale per ricostruire un‘Europa a dimensione sociale”. Di qui la necessità di promuovere una raccolta dati, di elaborare un quadro che riunisca i principi su “cosa misurare invece di cercare di definire come misurare l’impatto sociale”.

Ecco allora l’invito ad essere prudenti, considerato che “in numerosi Stati membri la conoscenza dell’imprenditoria e dell’economia sociali e il riconoscimento del loro apporto sono quasi inesistenti. Aprire il dibattito nella prospettiva dell’impatto sociale piuttosto che cercare di promuovere un ambiente propizio allo sviluppo di imprese sociali può quindi rivelarsi controproducente per la crescita del settore”.

Sensibilizzare sui principi più diffusi in questo campo invece di elaborare e raccomandare l’applicazione di un solo metodo specifico è dunque la direzione indicata dal Comitato economico e sociale europeo, che sottolinea: “Un tratto comune a queste iniziative risiede nel fatto che nascono ‘dal basso’ e vengono progettate per inquadrare i mutamenti sociali sulla base di necessità effettive e di attività concrete. Qualsiasi metodo di misurazione va elaborato a partire dai risultati principali ottenuti dall’impresa sociale, deve favorirne le attività, essere proporzionato e non deve ostacolare l’innovazione sociale. Il metodo dovrebbe prefiggersi di trovare un equilibrio tra dati qualitativi e quantitativi, nella consapevolezza che la ‘narrazione’ è centrale per misurare il successo… “.

Un esempio: SocialFare® partner di Slow Food

E’ infatti soprattutto con la narrazione –  raccolta di “storie” ricche di informazioni viste Proposta Grafica_SOSTENIBILITà SOCIALE_Parete Esterna.pdfdalla prospettiva dei beneficiari –  che è possibile valutare il “valore aggiunto” delle attività di un’impresa sociale. Ed è anche alla narrazione che ricorrerà SocialFare® nel lavoro di ricerca che la vede partner del Salone del Gusto e Terra Madre, di cui nelle prossime tre edizioni verrà indagata la sostenibilità sociale, la capacità di innescare e generare cambiamento sul territorio in un equilibrio tra relazioni, comportamenti e azioni.

Indicatori e metriche sono ancora in fase di test. Possiamo però anticipare che SocialFare® procederà per tappe, lungo un percorso che partirà da un’analisi (area d’indagine) dell’ecosistema del Salone, inteso come luogo antropologico di azioni e relazioni in cui il cibo è un attivatore di valore sociale.

Social Outcomes vs.Social Impact by USCREATES (UK)

Social Outcomes vs.Social Impact by USCREATES (UK)

L’indagine  delle attività, delle relazioni, delle sfide e degli obiettivi  porterà a definire gli effetti quantitativi dell’oggetto dell’analisi (output), cioè i dati misurabili, fino alla valutazione della ricaduta a breve, medio e lungo termine sul territorio (outcome): come il Salone è riuscito a modificare i comportamenti al di fuori della sede fisica in cui si svolge, quali effetti sociali ha prodotto. Così verrà dunque valutato l’impatto, che esprime in quale misura un effetto dipende dall’oggetto dell’analisi. Avremo modo di approfondire.

 

Innovazione sociale: dalla pratica alla teoria

E’ ormai centrale nell’agenda politica di mezzo mondo, ma ancora non è chiaro a cosa ci si riferisca esattamente. Si abusa del termine senza che vi sia una definizione precisa, esaustiva  e universalmente accettata. Banalizzazione, retorica, strumentalizzazione sono i rischi che si corrono a parlarne impropriamente. Perché l’”innovazione sociale” – o social innovation – è prima di tutto una pratica, dalla cui osservazione si sta cercando di ricavare una teoria.

Ed è una pratica non nuova: le sue caratteristiche, che da 15 anni circa si tenta di codificare e tradurre in un linguaggio e in una progettualità non approssimativi, le ritroviamo in interventi molto meno recenti. Allora non si parlava di “innovazione sociale”, non esistevano la tecnologia informatica e i social network, ma gli obiettivi erano gli stessi: attivare cambiamenti in grado di migliorare il benessere della società, a livello locale o globale.

Quando un’innovazione è “social”?

Lslide-02’obiettivo del Bene Comune segna la differenza tra queste pratiche sociali e tutte le altre “innovazioni”, ognuna delle quali ha sì un impatto sociale ma non necessariamente “good”, buono. Ecco la definizione – contenuta nella “Guide to Social Innovation” realizzata dalla Commissione Europea” (febbraio 2013) – che secondo SocialFare esprime meglio il concetto:

“L’’innovazione sociale può definirsi come lo sviluppo e l’implementazione di nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che incontrano bisogni sociali, creano nuove relazioni sociali e collaborazioni. L’innovazione sociale porta nuove risposte ad impellenti bisogni che coinvolgono processi di interazione sociale. Le innovazioni sociali sono sociali solo se utilizzano strumenti e perseguono fini sociali. Le innovazioni sociali aggiungono valore alla società e aumentano la capacità di azione individuale e di comunità”.

Una definizione che nasce dal bisogno di chiarire cos’è – e cosa non è – una pratica ormai prioritaria nell’elaborazione di politiche volte a un’economia sostenibile e inclusiva, elemento centrale della Strategia Europa 2020 che per rilanciare l’economia ha fissato ambiziosi obiettivi in materia di occupazione, innovazione, istruzione, integrazione sociale, energia/clima.

Tante definizioni

Nel corso degli ultimi anni, in particolare, il tentativo di codificare la pratica della social innovation per imporla con più efficacia all’attenzione politica si è tradotto in numerosi studi che hanno contribuito nel loro insieme a “spingere” sempre più in alto il concetto, anche se – come si è detto – non si è ancora pervenuti a una definizione unica e continuano ad esserci confusione e ambiguità. Interessante, in proposito, uno studio pubblicato nel 2014 da Tara Anderson, Andrew Curtis e Claudia Wittig, allievi del corso universitario “Master of arts in social innovation” attivato dalla Danube University Krems in collaborazione con il Centro per l’innovazione sociale di Vienna.

Lo studio , intitolato “Definition and Theory in Social Innovation”, analizza le varie teorie fino ad approdare alla proposta di una nuova definizione che in poche parole concentra il significato di “innovazione sociale” quale emerge dal dibattito internazionale in corso. Un dibattito in cui “equality”, “justice” e “empowerment” vengono individuati come obiettivi finali – l’impatto – dei cambiamenti sociali promossi, impossibili da centrare senza la rete (co-creation e co-design). Quella rete di cui la social innovation ha bisogno per ottenere maggiori benefici in termini di replicabilità e scalabilità (replicability e scaling up). Tutti termini su cui ci soffermeremo prossimamente nel nostro glossario.immagine blog_glossario social innovation

Il dialogo con le istituzioni

Le molteplici definizioni finora coniate (ognuna delle quali individua obiettivi specifici in base al contesto sociale di riferimento) arricchiscono e contribuiscono a creare una “teoria” che sia capace di aiutare la pratica, facilitando il dialogo e spingendo le istituzioni a indirizzare maggiori risorse all’innovazione sociale.

La social innovation incontra, infatti, non poche resistenze nel suo tentativo di affermarsi come unica possibile alternativa alle soluzioni, orientate all’assistenzialismo, proposte da un welfare tradizionale ormai incapace (perché privo di adeguate risorse) di soddisfare bisogni sempre più pressanti. Di qui l’esigenza di “rigore scientifico”, di ordine e chiarezza in una pratica che sta dimostrando di essere in grado di offrire soluzioni più efficaci, efficienti e sostenibili ai problemi sociali, di far crescere e responsabilizzare individui e gruppi, di accrescere la capacità (capability) della società di agire…

La Banca dei poveri

Un esempio concreto dove sono presenti tutti gli aspetti dell’innovazione sociale secondo le definizioni attuali: dalla Fondazione della Banca dei poveri (Grameen Bank) in Bangladesh ad opera di Muhammad Yunus, nel 1976, il microcredito si è rivelato un efficace strumento di lotta alla povertà. La rivoluzione introdotta è, però, più una riscoperta che un’invenzione: le radici sono molto più antiche e affondano in Italia, 600 anni fa, con i Monti di Pietà. Un’esperienza plurisecolare che Yunus ha adattato alle caratteristiche specifiche del suo Paese, dove gran parte della popolazione vive nelle campagne.

La Grameen Bank (Banca rurale o di villaggio) è stata fonte di ispirazione e di modelli per le numerose istituzioni del settore del microcredito che sono nate in ogni parte del mondo. Al centro, la creazione di reti di fiducia e di sostegno, la consapevolezza che i sussidi ai poveri non spingono a tirare fuori il talento o la creatività ma fanno sentire la gente passiva, esclusa da qualsiasi progetto di riscatto, perciò incapace di migliorare.

immagine blog_grameen bank_yunus“Il microcredito, invece, “permette ai poveri e agli scalzi di accedere a una opportunità che di solito è esclusivo appannaggio dei ricchi – spiega Yunus – Accade così che quegli aspetti della società che sembravano rigidi, fissi e inamovibili comincino a diventare più fluidi, e attraverso lo sviluppo economico le persone si affranchino da tutto un insieme di ingiunzioni e regole”.

L’idea del microcredito è applicabile ovunque, per quanto il modello vada adeguato e calibrato a caratteristiche diverse. Le molteplici esperienze hanno dimostrato che dare credito ai microimprenditori poveri, in particolare alle donne, è possibile ed economicamente sostenibile, attraverso procedure e modalità che valorizzano l’imprenditorialità e le reti sociali locali.

E’ fondamentale, però, che chi eroga i prestiti rivolga sufficiente attenzione all’accompagnamento, al rispetto, all’acquisizione delle competenze necessarie e, soprattutto, alla costruzione di fiducia e senso di responsabilità. Ecco il valore aggiunto del microcredito: non si limita a finanziare, ma rigenera reti di fiducia. E la fiducia genera reciprocità.

Così SocialFare proverà a “spiegare” l’innovazione sociale

Riprendiamo l’attività del blog dopo una pausa estiva in cui SocialFare ha aggiunto altre maglie all’estesa rete di collaborazioni con attori – torinesi, piemontesi, nazionali, internazionali – che condividono l’obiettivo di promuovere un cambiamento che aumenti il benessere della comunità.

01E quale primo centro per l’innovazione sociale in Italia, nato a Torino nel 2013, SocialFare sente la responsabilità di contribuire a diffondere sul territorio la consapevolezza delle potenzialità della social innovation, definendone le caratteristiche e facendo chiarezza sulle parole chiave di un linguaggio spesso usato impropriamente.

Già, perché se da un lato cresce l’interesse per un argomento che è ormai centrale nell’elaborazione di politiche volte a un’economia sostenibile e inclusiva, dall’altro la ricerca di soluzioni per il bene comune non è ancora uniformemente supportata sul territorio nazionale da una reale comprensione del concetto e delle sue implicazioni.

innovazione-terzo-settore-crisiEcco perché SocialFare – incubatore e acceleratore di soluzioni che sappiano cogliere nuovi bisogni e sviluppino imprenditoria sociale, sostenibilità e reti – intende avviare su questo blog un percorso di conoscenza che attraverso definizioni ed esempi concreti contribuisca a diffondere anche tra i non addetti ai lavori il significato di una progettualità che ha caratteristiche ben precise. Una progettualità ancora in fase di codificazione e per questo a volte male interpretata, banalizzata, sottovalutata.

Di qui l’importanza, a fronte di un’esigenza sempre più avvertita da SocialFare, di fare chiarezza. O almeno vogliamo provarci, proponendo nei prossimi mesi, ogni 15 giorni a partire da giovedì 2 ottobre, un glossario di parole chiave dell’innovazione sociale, attualizzandole e dando loro concretezza attingendo alla ricca rete di esperienze locali e internazionali.

immagine_1Una rete in cui SocialFare, pur avendo poco più di un anno di vita, occupa già un posto importante proprio per la sua capacità e il suo sforzo di connettersi alle altre realtà presenti in diversi Paesi del mondo. Con un forte radicamento, però, nel territorio in cui opera, dove la collaborazione con molteplici professionalità – designer di servizi e prodotti, ricercatori, architetti, industrial eco-designers, pedagogisti, esperti in formazione ed imprenditoria sociale, in information technology, di reti informali e cambiamenti urbani… –  si traduce nalle co-creazione di nuovi prodotti, servizi e impresa.

Torino trampolino di lancio, dunque, di un cambiamento che parte dal basso, dai bisogni delle persone, e si sviluppa come comunità orizzontale di pratiche e centri di competenze dove la ricerca di soluzioni mette al centro la partecipazione e inclusione degli utenti, che diventano così attori del processo di sviluppo.