ORA! al quadrato | Quando la cultura si fa impresa

ORA2! Quando la cultura si fa impresa

I 5 team coinvolti nel programma si presentano
ad un panel di esperti del mondo corporate, filantropia e innovazione

 Si è concluso presso l’Intesa San Paolo Innovation Center il 1° programma di pre-accelerazione di impresa culturale promosso dalla Compagnia di San Paolo con la partnership tecnica di SocialFare

Torino, 23 ottobre 2018 – Anche con la cultura si può fare impresa, a patto di acquisire le competenze specifiche necessarie e peculiari del fare impresa culturale. Nasce con questo scopo ORA2! Linguaggi contemporanei. Produzioni innovative, programma di pre-accelerazione imprenditoriale rivolto a 5 progettualità selezionate fra i vincitori  dell’edizione 2015 del Bando ORA! della Compagnia di San Paolo.

La collaborazione con la  Compagnia di San Paolo nasce e si inserisce nell’impegno della Fondazione a favore della promozione e dello sviluppo dell’imprenditorialità culturale e creativa, supportando non solo la realizzazione di progetti culturali ma anche favorendo percorsi di capacity building e approfondimento sui nuovi modelli imprenditoriali, sullo sviluppo di competenze manageriali e sulla valorizzazione delle professionalità creative.

Validazione del prodotto o servizio in ottica imprenditoriale, elaborazione del modello di business, valutazione dell’impatto sociale generato, marketing, community engagement, startup plan e tecniche narrative: questi i principali punti del programma di 60 ore condotto da SocialFare, partner tecnico del progetto, con l’intervento di professionisti dell’Accademia di Progettazione Maurizio Maggiora ed Experientia, seguendo un approccio di apprendimento esperienziale che prevede sessioni teoriche, workshop pratici e momenti di confronto ad hoc per ogni team.

Il programma è stato ideato e implementato avvalendosi dell’expertise maturata da SocialFare | Centro per l’Innovazione Sociale, in particolare attraverso:

  • FOUNDAMENTA: 6 programmi di accelerazione all’attivo per 40 startup e imprese a impatto sociale selezionate su 550 candidature ricevute da tutto il mondo (è attualmente aperta la call FOUNDAMENTA#7). Le startup accelerate da SocialFare ricevono investimenti seed già durante il programma, per un totale di 500k€/anno, attraverso il veicolo finanziario SocialFare Seed. 3MLN€ il funding raccolto ad oggi dalle startup anche a seguito dell’accelerazione.
  • DESIGN YOUR IMPACT: programma di accelerazione di conoscenza e competenze di Innovazione Sociale aperto a progettualità a vocazione imprenditoriale secondo un metodo ideato e sperimentato da SocialFare a partire dal 2017 in Piemonte, oggi aperto alla comunità nazionale e internazionale attraverso la call Design Your Impact 2018

Si sono presentati i team di:

 

reDISCOvery (www.rediscovery.it)

Agenzia di comunicazione specializzata nel cross-media musictelling. Eroga servizi e produce contenuti (video, web, radio, performance live) che permettono ad artisti, enti e aziende di raccontarsi e sviluppare il loro business attraverso la narrazione musicale. Rediscoveryè la musica come non l’avete mai vista e sentita.

Electropark (www.electropark.it)

Forevergreen.fm è l’associazione culturale che organizza ELECTROPARK, festival di musica contemporanea e arti visive, con sede a Genova, oggi alla sua settima edizione. Forte della sua lunga esperienza l’associazione vuole crescere strutturando e promuovendo un format di festival unico: eventi diffusi, capaci di valorizzare luoghi poco noti e dal valore inespresso, coinvolgendo attivamente le comunità locali.

STEAM (www.facebook.com/digifabturing)

STEAM – culture through technology è un laboratorio dedicato alla ricerca multidisciplinare e alla formazione avanzata, dove il computational design è concepito come strumento di contaminazione e connessione tra discipline creative (design, arte, architettura), mondo dell’automazione (robotica, fabbricazione digitale, programmazione) e investigazione sui materiali.

Be sm/ART (www.radicate.eu)

Il progetto Be Sm/ART, sviluppato dall’associazione savonese Radicate, ha l’obiettivo di promuovere e innovare la tradizione locale della lavorazione della ceramica. Il centro servizi realizzato a questo fine fornisce formazione e competenze legate alla sperimentazione tecnologica applicata al materiale ceramico.

Mali Weil (www.maliweil.org)

Per progettare il futuro della polis, bisogna immaginarlo. Sfrenatamente.
Mali Weil è uno studio che crea processi per nutrire l’immaginazione politica delle persone e delle comunità. Product design, filosofia, arte, experience, narrazione e comunicazione si intersecano generando un universo di visioni, oggetti e situazioni agibili dai fruitori.

 


L’evento, che ha visto la partecipazione attiva e interessata da parte di un panel selezionato di esperti ed esponenti del mondo corporate e filantropico e dell’innovazione sociale, ha permesso ai team di farsi conoscere e di aprire un dialogo diretto per potenziali collaborazioni ed opportunità.

 

Round da 450mila euro per Wher, la startup che migliora la mobilità femminile

Leggi anche:

Round da 450mila € per Wher su StartupItalia

 

Oltre Venture lead investor dell’operazione condotta insieme a Boost Heroes e SocialFare Seed per la startup community-based accelerata con FOUNDAMENTA

 

 Torino, ottobre 2018 – Un altro importante round di finanziamento per una delle startup accelerate da SocialFare: a pochi mesi di distanza da Synapta, la startup che ha creato il portale ContrattiPubblici.org (leggi la notizia), è il turno di Wher, l’app per la mobilità femminile creata a Torino ed entrata nel nostro programma di accelerazione attraverso la call FOUNDAMENTA#4.

 

 

COS’È WHER E DA DOVE È PARTITA

La prima volta che metti piede in una città che non conosci senti un misto di entusiasmo, curiosità, spaesamento e un po’ di paura dell’ignoto – racconta Eleonora Gargiulo, co-founder e CEO della startup, al momento di spiegare come è partito tutto. Wher è un’app in cui una Community di donne consiglia ad altre donne le strade migliori da percorrere, per rientrare a piedi quando si è sole o per avere informazioni su una zona prima di partire in viaggio, come non essere mai del tutto sole.

La Community è il vero punto di forza di Wher uno strumento con cui dare voce alle donne e alle cittadine per valorizzarne l’impatto propositivo nelle città, cosicché i decisori politici possano avviare processi di miglioramento e inclusione sociale, combattere gli stereotipi negativi legati alla sicurezza nelle periferie.

L’app è disponibile sugli Store da gennaio 2018, quando, grazie al programma di accelerazione con SocialFare (call FOUNDAMENTA#5) – complementare al programma TIM #WCAP Bologna – e ad un primo investimento ad opera di SocialFare Seed, il prodotto viene lanciato nelle principali città italiane raggiungendo consenso in termini di utenti del servizio e di impatto sulle comunità del territorio.

 

CHI HA INVESTITO IN WHER

Il round di finanziamento vede protagonisti i principali attori dell’Impact Investing italiano: Oltre Venture, la prima società italiana di Venture Capital Sociale che dal 2006 investe e supporta imprese innovative e dal forte impatto sociale, ha guidato la cordata di investimento insieme a SocialFare Seed Srl, veicolo di seed investment che ogni anno investe fino a 500k€ nelle startup e imprese selezionate attraverso la call FOUNDAMENTA e BoostHeroes, società venture capital creata dal fondatore di lastminute.com, con grande esperienza in ambito digital.

Un round importante, non soltanto per l’operazione che ha portato 450mila Euro nelle casse della startup torinese, ma perché amplia le competenze imprenditoriali e di networking dei soci fondatori, per portare il prodotto in nuove città e potenziare l’asset tecnologico.

 

I PROSSIMI PASSI

Nei prossimi mesi Wher ha due obiettivi sfidanti: un potenziamento tecnologico che unirà al servizio di open data analysis, già sviluppato dalla startup, un sistema di machine learning per amplificare e valorizzare il lavoro fatto delle utenti, rendendo le mappe di Wher ancora più accurate. Il secondo obiettivo è quello di aumentare la presenza della Community di Wher in altre città, sia italiane che europee, per offrire un servizio sempre più in linea con le esigenze delle Wherriors, ovunque esse si trovino.

I SOGGETTI COINVOLTI

Eleonora Gargiulo – Co-founder & CEO. Classe 1985 – Psicologa, Ex ricercatrice al Politecnico di Torino, imprenditrice.

Le tematiche sociali nel sangue e la passione per la tecnologia, ho fondato Wher, un’azienda con al centro uno strumento tecnologico di Women Empowerment.

“Lo scopo è di aumentare la self-confidence delle donne, fornendo informazioni che le facciano sentire più consapevoli delle loro scelte e giungere a non intervenire sull’emergenza ma produrre un impatto in ottica di prevenzione. Adesso il nostro obiettivo è arrivare in più città possibili con la nostra Community!”.
email: eleonora@w-her.com

 

Andrea Valenzano – Co-founder & CTO. Classe 1989 – Ingegnere informatico, Ex ricercatore al Politecnico di Torino, imprenditore.

Programmare è come fare le parole crociate, ho fondato Wher perché voglio realizzare un’azienda in cui mettere tutte le mie competenze.

“In un prodotto ad impatto sociale è importante che la tecnologia sia semplice da utilizzare ma anche affidabile, ed è per questo che il nostro obiettivo è migliorare gli aspetti tecnologici, lavorando ad un algoritmo di machine learning per rendere il servizio sempre più efficiente”.

email: andrea@w-her.com

www.w-her.com | www.facebook.com/wherapp |
www.instagram.com/wher_app/  | www.linkedin.com/company/freeda-srl/

 

Oltre Venture è la prima società italiana di Venture Capital Sociale che, dal 2006, investe e supporta imprese a forte impatto sulla società, apportando capitali e competenze manageriali. Oltre II, il secondo fondo di Oltre Venture lanciato a giugno del 2016, ha una dotazione di circa € 37 milioni e ad oggi ha effettuato 12 investimenti.

www.oltreventure.com  | www.facebook.com/OltreVenture | @oltreventure

 

 

Boost HEROES è una società venture capital focalizzata su investimenti in aziende nelle prime fasi di sviluppo e ad alto potenziale di scalabilità.

Fondata da imprenditori di successo e business angel seriali con la principale finalità di supportare i nuovi imprenditori emergenti, Boost Heroes ha l’obiettivo di creare valore supportando la crescita di aziende ad alto impatto economico sulla società.
boostheroes.com/ | www.facebook.com/BoostHeroes | @Boost_Heroes

 

 

SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale è il primo centro italiano interamente dedicato all’innovazione sociale: attraverso la ricerca, l’engagement e il co-design sviluppa soluzioni innovative alle pressanti sfide sociali contemporanee, generando nuova economia. Crede che il valore sociale possa generare valore economico e convergenza per innovare prodotti, servizi e modelli. Con un’ampia rete di partner nazionali ed internazionali   accelera conoscenza ed imprenditorialità a impatto sociale attraverso il design sistemico, il design thinking, le tecnologie abilitanti, social finance, mentoring e networking per la scalabilità.

www.socialfare.org  | www.facebook.com/socialfaretorino |  @SocialFareCSI

 

SocialFare Seed Srl è il veicolo privato di seed investment da impact investor che investe fino a 500k€/anno nelle startup selezionate tramite le call FOUNDAMENTA e accelerate da SocialFare. Gli investitori del veicolo supportano le startup in accelerazione con un seed fund fino a 100K€ in cash e con un vasto network di contatti, sinergie e opportunità nazionali e internazionali.

www.socialfare.org | www.facebook.com/socialfaretorino | @SocialFareCSI

 

Round da 430k € per Synapta, startup accelerata da SocialFare che porta trasparenza nei contratti pubblici

Leggi anche:
Il fondo Oltre Venture investe in ContrattiPubblici di Synapta su La Stampa
Round di 430mila euro per Synapta su StartupItalia
Venture capital: 430mila euro a Synapta su EconomyUp
“Anche Synapta a SocialFare” su StartupItalia

Oltre Venture lead investor di Synapta,
la startup che porta trasparenza nel mercato dei contratti pubblici italiani

 Round di finanziamento di 430mila euro per Synapta,
spin-off del Centro Nexa del Politecnico di Torino accelerata da SocialFare,
che con la piattaforma ContrattiPubblici.org riunisce oggi in un unico database 13MLN di contratti pubblici

All’operazione di aumento di capitale, coordinata da Oltre Il SICAF,
partecipa anche SocialFare Seed, il veicolo di seed investment che investe nelle startup selezionate con FOUNDAMENTA

 


 23 luglio 2018Oltre II SICAF, il fondo di Venture Capital che investe nelle imprese che producono innovazione a impatto sociale, ha guidato la cordata di investimento di Synapta S.r.l., la startup che con la piattaforma ContrattiPubblici.org sta rivoluzionando la business intelligence su contratti e bandi della pubblica amministrazione italiana.

A valle del percorso di accelerazione con SocialFare | Centro per l’Innovazione Sociale – complementare all’incubazione presso I3P del Politecnico di Torino e strategico per lo sviluppo di ContrattiPubblici.org e relativo fundraising – l’operazione di aumento di capitale coordinata da Oltre Il SICAF vede il coinvolgimento diretto di SocialFare Seed, il veicolo privato di seed investment che investe nelle startup selezionate e accelerate da SocialFare.

L’operazione ha portato nelle casse della startup torinese un round di finanziamento di 430 mila Euro, oltre ad importanti competenze imprenditoriali e opportunità di networking, che si aggiungono a quelle messe a disposizione dai soci precedenti, tra cui il Gruppo H-FARM.

 

Synapta è stata fondata nel 2016 a Torino da Federico Morando e Alessio Melandri grazie a un investimento iniziale di Celi, la società di H-FARM leader nell’Intelligenza Artificiale e nell’analisi del linguaggio naturale, e di Regesta.exe, specializzata nelle tecnologie per l’organizzazione e la comunicazione di archivi digitali e tra i precursori dei Linked Data in Italia. A seguito di intense attività di ricerca e sviluppo iniziate presso il Centro Nexa su Internet & Società del Politecnico di Torino, di cui è spin-off, Synapta ha riunito in un unico database più di 13 milioni di contratti pubblici, che 26 mila pubbliche amministrazioni hanno affidato a circa 1 milione di fornitori.

ContrattiPubblici.org di Synapta risponde ad una precisa sfida sociale. La trasparenza sulle spese della PA è sancita in molte norme, tuttavia i cittadini non riescono a vigilare come dovrebbero, i fornitori della PA hanno difficoltà a comprendere le opportunità di business e le PA stesse faticano ad individuare il fornitore migliore.

La piattaforma è da oggi disponibile sul sito https://contrattipubblici.org. Per le aziende è uno strumento unico di analisi di mercato, monitoraggio dei concorrenti, individuazione di partner e lead generation. Per le PA è uno strumento per individuare i fornitori con procedure più veloci e maggiore accountability. Per i cittadini è la trasparenza amministrativa resa accessibile.

Tra i partner di Synapta, sia a livello di integrazione dati che di azione commerciale, spicca il Gruppo Cerved, il principale operatore nell’analisi e gestione del rischio di credito, nell’offerta di servizi di marketing & sales e tra le principali agenzie di rating in Europa.

 

 

I SOGGETTI COINVOLTI

 

Oltre Venture è la prima società italiana di Venture Capital Sociale che, dal 2006, investe e supporta imprese a forte impatto sulla società, apportando capitali e competenze manageriali. Oltre II, il secondo fondo di Oltre Venture lanciato a giugno del 2016, ha una dotazione di circa € 37 milioni e ad oggi ha effettuato 12 investimenti.

www.oltreventure.com  | www.facebook.com/OltreVenture | @oltreventure

 

Synapta è una start-up innovativa fondata nel 2016 a Torino per offrire una nuova generazione di servizi per l’integrazione ed analisi dei dati sfruttando la tecnologia Linked Data. I co-fondatori, Federico Morando ed Alessio Melandri, hanno dato vita a Synapta grazie ad un piano di investimento dei soci CELI – Gruppo H-FARM, leader nelle tecnologie semantiche per estrarre valore dal linguaggio naturale, e Regesta.exe, specializzata nelle tecnologie per l’organizzazione e la comunicazione di archivi digitali e tra i precursori dei Linked Data in Italia.

I founder:

Federico Morando, ex direttore della ricerca del Centro Nexa per Internet & Società del Politecnico di Torino, tra i pionieri degli Open Data in Italia, è co-founder ed attualmente CEO e Presidente di Synapta S.r.l.

Alessio Melandri, più giovane fellow del Centro Nexa per Internet & Società del Politecnico di Torino nel 2015/2016, ora è full-stack developer, co-founder, CTO e membro del CdA di Synapta S.r.l.

https://synapta.it  |  www.facebook.com/synaptasrl  | @synapta

https://contrattipubblici.org/  |  @ContrattiPA

 

SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale è il primo centro italiano interamente dedicato all’innovazione sociale: attraverso la ricerca, l’engagement e il co-design sviluppa soluzioni innovative alle pressanti sfide sociali contemporanee, generando nuova economia. Crede che il valore sociale possa generare valore economico e convergenza per innovare prodotti, servizi e modelli. Con un’ampia rete di partner nazionali ed internazionali   accelera conoscenza ed imprenditorialità a impatto sociale attraverso il design sistemico, il design thinking, le tecnologie abilitanti, social finance, mentoring e networking per la scalabilità.

www.socialfare.org  | www.facebook.com/socialfaretorino |  @SocialFareCSI

 

SocialFare Seed Srl è il veicolo privato di seed investment da impact investor che investe nelle startup selezionate tramite le call FOUNDAMENTA e accelerate dal SocialFare.

Gli investitori del veicolo supportano le startup in accelerazione con un seed fund fino a 80K€ in cash e con un vasto network di contatti, sinergie e opportunità nazionali e internazionali.

Nel 2018 SocialFare Seed ha erogato 310k euro di capitale seed in favore delle startup accelerate da SocialFare.

 

Pronto ad innamorarti della montagna? Nasce il servizio per fare impresa e abitare nelle terre alte

Torino, mercoledì 14 febbraio 2018 – Nell’ambito del progetto InnovAree nasce “Vado a vivere in montagna”, il servizio che consente a chi vuole sviluppare un progetto di impresa nelle terre alte del Piemonte di usufruire di un servizio gratuito di mentorship, networking e matching con enti interessati a supportare, attraverso strumenti di micro-credito e finanza etica, progettualità in queste aree. InnovAree è un progetto promosso da Accademia Alte Terre, Collegio Carlo Alberto, Uncem e SocialFare | Centro per l’Innovazione Sociale.

INNOVAREE

InnovAree mira allo sviluppo delle aree interne e montane piemontesi, mettendo in relazione la “domanda di montagna” di cui sono portatori tanti soggetti a vocazione imprenditoriale (giovani, innanzitutto) e l’offerta di (micro)credito a livello regionale legata alla presenza di un importante tessuto locale di attori disponibili a valutare investimenti in questa direzione. L’11 gennaio 2018, la Direzione Generale dell’Agricoltura della Commissione Europea ha pubblicato una serie numerosa e approfondita di dati, da utilizzare come indicatori di contesto per la valutazione ed il monitoraggio delle misure della politica di sviluppo rurale (PSR) che ha permesso di leggere in maniera diversa il territorio.

UN PATRIMONIO IMMATERIALE CHE RISCHIA DI ANDARE DISPERSO

In relazione alla struttura per classi di età dei titolari di aziende agricole si possono ricavare i seguenti dati: gli imprenditori agricoli con età inferiore a 35 anni, determinati dall’ultima analisi sulle strutture agrarie del 2013, sono il 5,9% del totale nell’Ue (28 paesi membri) ed in Italia sono il 4,5%. Rispetto al 2010, l’incidenza dei giovani è diminuita (erano il 7,5% nella Ue ed il 5,1% in Italia). Si assiste all’invecchiamento della classe degli agricoltori, a dispetto dei tanti sforzi fatti dalle politiche europee e nazionali.

I NUOVI MONTANARI

La difficoltà di categorizzare quanti in questi ultimi anni stanno scegliendo di trasferire la propria vita ed attività lavorativa in montagna rende difficile far emergere attraverso i dati il profilo dei “Nuovi Montanari”. La ricerca condotta dall’associazione Dislivelli pubblicata nel volume “Nuovi montanari – abitare le alpi nel XXI secolo” (2014) ne evidenzia alcune caratteristiche: sono spesso famiglie giovani, ma anche uomini e in minor numero donne, che scelgono di andare a vivere in montagna alla ricerca di una migliore qualità di vita e di nuove opportunità lavorative. Si tratta di persone con profili professionali ed educativi medio/alti e spesso capacità imprenditoriali che vengono prevalentemente dalle aree urbane.

MANCANZA DI CREDITO E STRUMENTI FINANZIARI

InnovAree mira ad agire sui fattori che fanno da deterrente per chi desidera sviluppare nuove progettualità nelle terre alte. Un primo workshop è stato condotto l’11 novembre 2017, coinvolgendo diversi stakeholder: imprese di successo attive nelle aree interne, fondazioni bancarie, enti di (micro)credito e di finanza etica. Le testimonianze portate e gli interventi che li hanno seguiti hanno dimostrato come le aree interne e montane del Piemonte costituiscano una porzione molto importante del territorio regionale (considerando il dato che oltre il 40% del territorio piemontese è montano). Pur risultando ad oggi sotto-valorizzate e in larga misura spopolate, queste aree costituiscono il luogo di elezione per numerose attività imprenditoriali che si propongono di innovare il settore agro-silvo-pastorale e sviluppare servizi ad elevata intensità relazionale.

DIFFICOLTÀ DI CONOSCERE ED INTERPRETARE GLI INCENTIVI POLITICI IN ATTO

L’interesse dei singoli trova supporto e riscontro in importanti interventi realizzati dalla politica naizonale quali la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), finalizzata al rilancio di queste aree ricche di importanti risorse ambientali e culturali ma significativamente distanti dai centri di offerta di servizi essenziali ed in declino demografico. Le aree interne si attestano come una risorsa pronta a diventare pienamente generativa anche in termini di welfare di comunità e community building, anche grazie alla sua capacità di attrarre investimenti adeguati e azioni in sostegno del credito diffuso attraverso i diversi strumenti offerti dal micro-credito e la finanza etica.

“VADO A VIVERE IN MONTAGNA”

“Vado a vivere in montagna” è un servizio che si rivolge a quanti (neo-laureati, liberi professionisti a partita Iva, associazioni, organizzazioni non profit, imprese già costituite o costituende, imprese sociali) hanno intenzione di sviluppare progetti di vita e di lavoro nelle montagne piemontesi, a partire dai settori:

  • agro-silvo-pastorale
  • servizi alla persona
  • turismo sostenibile
  • agricoltura sociale
  • energie rinnovabili
  • cultura e promozione del territorio
  • recupero dell’edilizia dismessa a fini produttivi e comunitari.

 

IL SERVIZIO

Gli interessati potranno presentare le proprie idee imprenditoriali così come le iniziative già attive che intendono ulteriormente sviluppare: tramite un colloquio mirato potranno esporre i principali elementi progettuali e gli obiettivi che intendono raggiungere. Potranno così ricevere supporto di orientamento rispetto a questa scelta ed essere messi in contatto con mentor esperti di strumenti di microfinanza ed imprenditori che stanno sviluppando progettualità nelle aree interne. Le proposte così raccolte andranno a costituire un database di progetti supportabili tramite il micro-credito e l’apporto degli strumenti della finanza etica.

L’OBIETTIVO

Grazie alla sinergia a livello territoriale con operatori della finanza agevolata, nei prossimi mesi il progetto InnovAree avrà come obiettivo principale quello di mettere in relazione gli imprenditori (o potenziali tali) interessati a sviluppare iniziative nelle terre alte piemontesi con gli attori che possono offrire particolari strumenti di credito, ritagliati sulle necessità di chi intende fare impresa in montagna.

COME ACCEDERE

Il servizio sarà attivo a partire dal 14 Febbraio 2018 (straordinariamente di mercoledì), sarà attivo dal 22 febbraio tutti i giovedì (su prenotazione) dalle 10:00 alle 17:00, presso Rinascimenti Sociali (in via Maria Vittoria, 38 a Torino. Per accedere al servizio è necessario fissare un appuntamento con il responsabile del servizio, Dr. Andrea Membretti, tramite e-mail (innovaree@socialfare.org).

 

I PARTNER

Accademia Alte Terre
nasce dal “Memorandum of Understanding” tra l’Università degli Studi di Torino, il Politecnico di Torino, il CNR, la Regione Piemonte, l’Uncem, la città di Mondovì e la Fondazione Collegio Carlo Alberto, con l’obiettivo di costituire sulle Alpi Sud-Occidentali un’Accademia delle Alte Terre, intendendo per Alte Terre non solo le Alpi, ma anche le colline e le aree appenniniche.
www.accademiaalteterre.it

Collegio Carlo Alberto
Il Collegio Carlo Alberto è una fondazione nata nel 2004 su iniziativa della Compagnia di San Paolo e dell’Università di Torino. La sua missione consiste nel promuovere la ricerca e la didattica nelle scienze sociali, nel rispetto dei valori e degli usi della comunità accademica internazionale.
www.carloalberto.org

Unione nazionale dei comuni, comunità ed enti montani (UNCEM)
è un’organizzazione nazionale presente in ogni regione italiana, che raduna e rappresenta i comuni montani e le comunità montane, oltre ad associare province, consorzi, camere di commercio e altre entità operanti in montagna. UNCEM esiste da più di cinquanta anni ed è rappresentativa di un bacino territoriale pari al 54% di quello italiano e nel quale vivono oltre dieci milioni di abitanti.
www.uncem.it

SocialFare | Centro per l’Innovazione Sociale
è il primo centro italiano interamente dedicato all’innovazione sociale: attraverso la ricerca, l’engagement, il capacity building e il co-design sviluppa soluzioni innovative alle pressanti sfide sociali contemporanee, generando nuova economia. Crede che il valore sociale possa generare valore economico e convergenza per innovare prodotti, servizi e modelli. Con un’ampia rete di partner nazionali ed internazionali accelera conoscenza ed imprenditorialità a impatto sociale attraverso il design sistemico, il design thinking, le tecnologie abilitanti, mentoring, networking e impact investing per la scalabilità.
www.socialfare.org | fb: @socialfaretorino | tw: @SocialFareCSI

L’importanza dei corpi intermedi nei processi di Innovazione Sociale

Rendere le città e le comunità sicure, inclusive, resistenti e sostenibili.

SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale è tra i corpi intermedi presentati dalla ricerca “L’Innovazione Sociale e i Comuni: istruzioni per l’uso”, enti capaci di generare convergenza e favorire lo sviluppo di servizi e soluzioni innovative alle più pressanti sfide sociali che si propongono nelle città.

 

Nuovi concetti e nuove parole chiave hanno iniziato ad animare il lessico delle politiche pubbliche e del governo: smart city, social innovation, sharing economy, co-design, civic hacking, crowdfunding. Un vasto insieme di valori e pratiche analizzate dall’indagine “L’Innovazione Sociale e i Comuni: istruzioni per l’uso“, condotta nell’ambito della collaborazione tra ANG, ANCI e Fondazione IFEL.

L’accezione di Innovazione Sociale che i ricercatori ANCI Massimo Allulli, Annalisa Gramigna, Valentina Piersanti – coordinati da Paolo Testa- hanno scelto è ripresa dall’OCSE (2011), che definisce l’Innovazione Sociale come il processo che soddisfa i “nuovi bisogni che non hanno ancora trovato risposta nel mercato” e di creazione di “nuovi, più soddisfacenti modi di integrazione dell’offerta esistente tramite il coinvolgimento delle persone nella produzione”. Motivo di interesse per questi processi è in primo luogo il cambiamento nelle relazioni sociali e la maggiore inclusione generata nei processi di governance (come osservato da Moulaert, 2013).

La ricerca, che ha coinvolto 40 testimoni privilegiati, oltre 200 tra assessori, esperti ed innovatori, e mappato più di 1000 progetti su tutto il territorio nazionale, restituisce un quadro dinamico e complesso nel quale l’innovazione sociale calata in questo ambito cessa di essere un concetto astratto o una mera pratica di sopravvivenza urbana, per iniziare a modificare processi decisionali locali e politiche urbane. Ma attraverso quali vie i comuni possono avvicinarsi a questo ecosistema?

In accordo con la definizione OCSE, le innovazioni sociali analizzate vengono lette in funzione dei bisogni che le hanno generate, partendo da quelli primari: mangiare, abitare, lavorare, muoversi e partecipare. Ciò che ne emerge è un articolato puzzle del cambiamento fatto di nuove forme organizzative, progetti e soluzioni già attive in diversi comuni italiani. Proposte eterogenee sia per struttura che per modelli di sostenibilità, che vanno dal volontariato alla creazione di start-up a impatto sociale. A fronte dello scenario così delineato il ruolo dei Comuni è costretto a superare l’approccio delle politiche verticali, accogliendo una nuova logica di co-creazione orientata alla messa a valore delle esperienze.

L’Unione Europea è il livello istituzionale che per primo e con maggiore continuità ha prodotto iniziative e politiche per favorire l’innovazione sociale. L’ingresso della Social Innovation nell’agenda politico-istituzionale italiana è avvenuto nel passato periodo di programmazione, con un lieve ritardo rispetto alle riflessioni europee, ma con un significativo slancio iniziale. A dare gambe alla social innovation made in Italy nella fase iniziale sono state, infatti, iniziative del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, del Ministero dello Sviluppo Economico, dell’Agenzia per della Coesione Territoriale.

Una dimensione economica che ha cercato in startupper e terzo settore un potenziale rilancio delle economie locali. Con la nuova stagione delle politiche nazionali, la traiettoria sembra cambiare: il tema dell’innovazione sociale e i suoi protagonisti rientrano ora in una cornice più ampia, che include anche le politiche del lavoro, le politiche sociali e le politiche urbane e che riporta al centro del nuovo schema d’azione gli enti con le proprie specifiche competenze istituzionali. Torino e Milano sono le città di riferimento per queste prime sperimentazioni.

Tra i driver che stanno spingendo l’innovazione sociale un ruolo di primo piano è rivestito dai soggetti intermedi e dalla finanza sociale.

“Hanno nomi poco evocativi (SocialFare®, ItaliaCamp, Rena, Rural Hub, Talent Garden, LabGov, Ashoka, Toolbox, Avanzi, TopIX, ecc.) e sfuggono alla possibilità di essere identificati sulla base di una particolare forma giuridica. Ciò che le caratterizza è, invece, l’appartenenza ad uno stesso sistema culturale riconoscibili da alcuni elementi peculiari: la scelta del modello della rete come riferimento organizzativo e relazionale; i metodi che stanno alla base della loro azione (il co-design per la progettazione delle politiche ma anche dei servizi, la condivisione, la co-produzione, ecc.); la loro informale appartenenza a club internazionali; il linguaggio utilizzato; la loro attitudine hacker.”

Dall’analisi effettuata nei focus territoriali appare chiaro che la loro presenza tra gli attori dell’ecosistema locale può fare la differenza in termini di velocità, modalità e occasioni, del cambiamento. Ma chi sono? Si tratta di soggetti che sono, di fatto, nuovi “corpi intermedi” e “soggetti aggregatori”. Sono organizzazioni che hanno funzioni ibride all’interno dell’ecosistema dell’innovazione sociale, contribuiscono all’ecosistema, lo determinano nelle sue caratteristiche specifiche, si relazionano – tra loro, con le amministrazioni, con altre organizzazioni – generando vari effetti: nuovo lavoro, innovazioni tecnologiche, soluzioni di servizio innovative, ecc.

SocialFare® ha la funzione di corpo intermedio anche nel far incontrare domanda e offerta nell’ambito della finanza a impatto, come nel caso del Social Impact Investor Day. Questa nuova branca della finanza, di cui avevamo già parlato con il professor Alessandro Lanteri, nasce sullo stimolo del crescente gap tra bisogni sociali e spesa pubblica (come evidenziato dal Rapporto della Social Impact Investment Task Force che stimava il gap tra bisogni sociali e spesa pubblica attorno ai 50 miliardi di euro nelle proiezioni per il periodo 2014-2020) . Per questa ragione entrano in gioco nuovi soggetti finanziari e nuovi strumenti di finanza a impatto sociale, caratterizzati dalla capacità di considerare l’investimento rispetto a una logica che mette sullo stesso livello la natura economica e quella sociale dell’iniziativa, in modo da favorire interventi economicamente sostenibili nel tempo in grado anche di creare vantaggi per il territorio e per le comunità. Un mercato ibrido tra filantropia e finanza che coinvolge intermediari finanziari ed enti locali, Pmi e grandi imprese, organizzazioni non profit e società civile.

Il rapporto di ricerca si chiude con alcune raccomandazioni avanzate ai comuni da esperti, innovatori, coworker, dirigenti, startupper, accademici, politici, ecc., coinvolti nell’indagine. Una ricerca utile ad osservare come le proposte dal basso, l’innovazione sociale e le politiche territoriali stiano dando forma al cambiamento: scarica qui la ricerca completa.

SOCIAL IMPACT INVESTOR DAY: da Torino l’economia che innova

Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti.

SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale con un’ampia rete di partner nazionali ed internazionali accelera impresa a impatto sociale attraverso il design sistemico e il design thinking, le tecnologie abilitanti, social finance, mentoring e networking per la scalabilità.

27 gennaio 2017

Si è appena chiuso, presso gli spazi di Rinascimenti Sociali, il Social Impact Investor Day. Oggi la sfida per le start-up che hanno partecipato al programma di accelerazione gestito da SocialFare® è stata conquistare  gli investitori, e convincerli a finanziare il loro business a impatto sociale. I team delle 7 start-up accelerate hanno avuto la possibilità di verificare i progressi compiuti in questi 4 mesi, e di avviare il dialogo con importanti investitori del panorama nazionale.

Ad ottobre 2016, quando sono state selezionate attraverso la call FOUNDAMENTA#2 tra più di 100 proposte arrivate da tutta Italia,  le start-up presentavano livelli diversi di sviluppo ed hanno lavorato per 4 mesi con dedizione e passione al proprio miglioramento per divenire attrattive per gli investitori e per la società.

Negli ultimi giorni precedenti il Social Impact Investor Day, gli startupper hanno lavorato in dialogo serrato con il team di accelerazione di SocialFare® per perfezionare il proprio business model, strutturare i financials e costruire una narrazione efficace nei 5 minuti del pitch.

Chi di loro sarà riuscito a stimolare la curiosità degli investitori? Molto difficile dirlo ora, al termine di questa intensa giornata.”. Commenta Monica Paolizzi, coordinatrice del team di accelerazione di SocialFare®.

Il dialogo con gli investitori è la costruzione di un rapporto di fiducia, e in quanto tale richiede tempo. L’obiettivo per noi era che le start-up riuscissero a raccontare il proprio prodotto, la propria soluzione innovativa a impatto sociale, rendendo credibile la solidità dei loro business model agli occhi degli investitori, che per assumersi i rischi connessi all’innovazione, soprattutto applicate alle sfide sociali, devono anche innamorarsi dell’idea.” Monica Paolizzi, coordinatrice del team di accelerazione di SocialFare®

Osservare il modo in cui startupper e investitori hanno portato avanti il dialogo durante e al termine dell’evento induce ad essere ottimisti..

A introdurre il Social Impact Investor Day è stata Laura Orestano, CEO di SocialFare®, che ha presentato il contesto dell’impact investing e raccontato come Torino sempre più possa posizionarsi come città ideale per lo sviluppo di questo nuovo ramo finanziario.

Il primo team a salire sul palco è quello di Merkur.io, che si è presentato portando con sé una valigetta dotata di un piccolo pannello solare: una tecnologia semplice che è parte del sistema innovativo sviluppato per facilitare, grazie a nuove tecnologie legate a cripto-valute e hardware a basso consumo, i programmi di Cash Transfer in occasione delle fiere umanitarie, a favore di rifugiati o vittime di catastrofi naturali nei paesi in via di sviluppo. La presentazione ha stimolato immediatamente molte domande da parte della platea. Gli investitori hanno chiesto delle esperienze sul campo maturate dal team, della loro visione di lungo periodo, e soprattutto degli eventuali rischi a cui il sistema potrebbe esporre le transazioni. Il team ha avuto così l’occasione di raccontare del pilot che partirà quest’anno in Congo, del modo in cui mira a costruire per il 2018 la connessione tra dimensione online e offline, e di come l’altissimo livello di sicurezza garantito da Merkur.io sia reso evidente dall’impossibilità per gli sviluppatori stessi di intervenire sulle transazioni.

È seguito Yeerida, il primo content provider che permette un’esperienza di lettura gratuita in streaming dei testi letterari liberi o protetti da diritti d’autore.  Le prime domande, rivolte al team, hanno riguardato il quadro legislativo, ma soprattutto il rapporto con la SIAE. La risposta è stata pronta: la piattaforma non distribuisce contenuti, ma li condivide. Al momento non si crea conflitto né concorrenza. I contenuti, infatti, ad oggi non possono essere scaricati dagli utenti, ma solo consultati online. Altra novità, la possibilità di proporre formati innovativi e monitorarne il successo. La piattaforma offre, inoltre, strumenti di audience engagement capaci di aprire il dialogo tra domanda e offerta e connettere la dimensione web all’editoria tradizionale, come nel caso della campagna social dove gli utenti di Yeerida sono stati invitati a mostrare la preferenza tra titoli ormai fuori catalogo, perché il più votato fosse ristampato.

Il team di Open Terzo Settore ha presentato con un video, che ha catturato immediatamente l’attenzione del pubblico, la sua piattaforma: “Italia non profit, database lanciato all’inizio di gennaio. Un sistema unico, standardizzato, dedicato alla raccolta di dati sul Terzo Settore. “Italia non profit” mira a sopperire alla scarsità di informazioni, qualificate e organizzate, che ad oggi limita la crescita di questo ambito. L’obiettivo è rendere più facile ed efficace l’incontro tra domanda e offerta di servizi di utilità sociale, offrire efficaci analisi e confronti sulle performance degli enti non profit, generare ricerche e studi di settore, e realizzare sistemi di analisi ed elaborazioni personalizzate di dati. Proprio sulla raccolta di questi ultimi si sono concentrate le domande degli investitori. Il processo di raccolta ne garantisce l’affidabilità: l’utente compie una prima registrazione in autonomia, e i dati così inseriti vengono poi validati, ed arricchiti, grazie al confronto incrociato tra diversi database. Ad oggi più di 200 enti si sono già registrati, e molti lo stanno facendo in questi giorni.

Più complesso è stato presentare Apical, progetto innovativo che propone un sistema alternativo di raccolta fondi per ONG, grazie alla connessione con il sistema di promozione e ticketing per eventi culturali e sportivi. Il modello,  in questi giorni, ha validato il proprio minimum viable product  di social impact ticketing. L’obiettivo è costruire un servizio dedicato, che non si limiti a dialogare con il ticketing, ma che favorisca il networking tra organizzazioni e l’audience engagement. L’idea è che sia il “valore” a connettere stili di vita, supporto ad attività benefiche, e consumo culturale. Un primo test è stato condotto nell’ambito del festival Re:Found:Jazz a Torino e oltre 10 collaborazioni, italiane ed europee, sono già in programma per il 2017.

Una breve pausa per tornare subito a confrontarsi su un’altra proposta innovativa: Pharmatruck, piattaforma che permette di acquistare online i prodotti offerti dalle farmacie della propria città, e riceverli comodamente a domicilio entro 60 minuti dall’ordine. Il mercato in cui la start-up si propone è nuovo, e l’urgenza è creare una barriera rispetto a possibili competitor. Ad oggi copre già il 20% delle farmacie a livello nazionale, e sono in corso accordi con i principali fornitori di gestionali per farmacie. Giganti come Amazon al momento non possono inserirsi in questo mercato, e rispetto ad aziende affini Pharmatruck si differenzia per i prodotti interessati dal suo servizio.

Molto esteso, e ancora poco esplorato, è invece il mercato a cui mira Bed&Care. Un progetto di rete che permette alle aziende turistiche di integrare la propria offerta con servizi mirati, consentendo di soddisfare le esigenze di una nicchia rimasta fino ad ora scoperta: i viaggiatori con disabilità ed esigenze specifiche di assistenza. Nel rispondere alle domande degli investitori il team chiarisce l’estensione del target, che va dagli anziani ai disabili. Al momento molte persone con esigenze di assistenza non vanno in vacanza, specialmente in Italia. L’idea è quella di non fermarsi ad eliminare le barriere architettoniche di hotel e luoghi turistici, ma di rivoluzionare la concezione dell’accessibilità, attraverso strumenti che la rendano più veloce da ottenere e servizi personalizzati rispetto alle diverse necessità. La strategia elaborata è il frutto di un anno intero di studio del settore e delle esigenze degli utenti.

A chiudere le presentazioni è Xnoova, l’azienda che propone di innovare il sistema di apprendimento nella scuola italiana grazie a nuove soluzioni tecnologiche. In particolare, attraverso il prodotto  Chimpa, suite di app per la didattica su tablet (iOS e Android) che va incontro alle esigenze di coordinamento, profilazione, gestione e monitoraggio dei device nelle scuole primarie e secondarie. Recentemente il prodotto è stato implementato con un servizio cloud, che permette di abbattere i costi e aumentare l’accessibilità per le scuole.

Al termine dei pitch un buffet ha accolto i partecipanti per continuare il networking e portare avanti in maniera informale il dialogo con gli investitori maggiormente interessati.

Nelle prossime settimane, SocialFare® avvierà il follow up con gli investitori e le start-up per sostenerne il dialogo verso l’investimento.

Qui trovi lo storify del Social Impact Investor Day.

Continua a seguire il blog “People Innovation” per leggere le interviste agli startupper e agli investitori, e non perdere gli aggiornamenti relativi a tutti i successi delle start-up sulla pagina facebook e twitter di SocialFare®.

 

SOCIAL IMPACT INVESTOR DAY: +15 social impact investor per 7 social impact start-up

Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti.

SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale con un’ampia rete di partner nazionali ed internazionali accelera impresa a impatto sociale attraverso il design sistemico e il design thinking, le tecnologie abilitanti, social finance, mentoring e networking per la scalabilità.

 

20 gennaio 2017

Il 27 gennaio 2017 si svolgerà il Social Impact Investor Day, evento conclusivo del programma di accelerazione per social impact start-up by SocialFare® iniziato in ottobre 2016.

L’evento sarà ospitato presso Rinascimenti Sociali in via Maria Vittoria 38 a Torino, luogo e rete di convergenza dedicato all’accelerazione di conoscenza e imprenditorialità a impatto sociale.

Le sette start-up accelerate da SocialFare® si presenteranno ad un panel ristretto di social impact investor: ad oggi più di quindici hanno già confermato la propria partecipazione all’evento. Oltre ai venture partner di SocialFare® – Oltre Venture e Club degli Investitori –  hanno aderito enti privati, business angel, private investor e family office interessati a sostenere la nascita, lo sviluppo e la scalabilità di imprese innovative in grado di generare valore economico dal valore sociale.

Sono passati ormai sette mesi dal lancio di FOUNDAMENTA#2, la call nazionale per social impact start-up che, reduce dal successo della sua prima edizione, ha permesso di individuare le otto imprese di eccellenza e ad alto impatto sociale per ammetterle al programma di accelerazione di SocialFare® della durata di 4 mesi.

4 mesi per preparare le start-up a ricevere investimenti

Un periodo di lavoro ad alta intensità, con scadenze serrate e specifiche co-progettate con e per ogni start-up, che il 27 gennaio 2017 raggiunge il suo apice con il Social Impact Investor Day.

Le imprese hanno avuto occasione di accrescere le proprie competenze e professionalità grazie al supporto di un team dedicato esperto in investment readiness, business delevolpment & strategy, systemic design e sono state accompagnate, durante tutto il percorso, da mentor e advisor di altissimo livello. Nuove reti, occasioni di confronto e opportunità di sperimentare il proprio business model, hanno permesso alle start-up di approcciarsi in maniera consapevole, matura e pronta al proprio mercato di riferimento.

Le sette start-up che presenteranno venerdì prossimo operano in diverse aree: salute e benessere, innovazione didattico-formativa, welfare e cultura.

Scopriamole in breve:

  • Bed&Care, start-up innovativa a vocazione sociale che opera nel settore del turismo accessibile;
  • GetWYS-Apical, progetto che parte dal presupposto che “ogni momento di felicità possa generare un impatto sociale positivo”; l’industria del divertimento e della cultura può divenire happiness industry;
  • Merkur.io, progetto che propone un sistema innovativo basato su criptovaluta per facilitare i programmi di cash transfer a favore di rifugiati o vittime di catastrofi naturali nei paesi in via di sviluppo in occasione di fiere umanitarie;
  • Open Terzo Settore, start-up innovativa a vocazione sociale che lancia  “Italia non profit”, piattaforma gratuita che rende più efficiente il marketplace filantropico attraverso la presenza di un sistema unico e standardizzato, dedicato alla raccolta dei dati sul Terzo Settore;
  • PharmaTruck, start-up innovativa che permette, tramite la propria piattaforma, di confrontare i prezzi e acquistare online i prodotti offerti dalle farmacie della propria città e riceverli comodamente a casa entro massimo 60 minuti dall’ordine;
  • Xnoova, impresa che ha sviluppato “Chimpa”: la suite di app per la didattica che va incontro alle esigenze di coordinamento, gestione e monitoraggio dei device nelle scuole 2.0.;
  • Yeerida, start-up innovativa che è il primo e unico content provider che consente la lettura online, gratuita e senza limiti, di un ampio catalogo di testi di autori, professionisti ed editori tradizionali.

Il Social Impact Investor Day è un evento chiuso al pubblico e ristretto ai social impact investor: ogni team avrà 5 minuti di tempo per fare il proprio pitch e raccontare il proprio business e convincere l’audience di investitori ed esperti dell’innovatività, sostenibilità, e scalabilità anche sociale della propria proposta.

La giornata si concluderà con un networking lunch per favorire il confronto e la reciproca conoscenza tra start-up, investitori ed esperti di settore.

Vi invitiamo il 27 gennaio 2017 a seguire i flash sull’evento sulla nostra pagina Facebook e su Twitter. Scopri com’è andata la giornata grazie al racconto del Social Impact Investor Day.

 

www.facebook.com/socialfaretorino

@SocialFareCSI  #SocialInvestorDay

www.socialfare.org

 

CONTATTI: Monica Paolizzi, Accelerator Programme Coordinator: monica.paolizzi@socialfare.org

 

SocialFare®

Percorso di Alta Formazione Identitaria e Manageriale per amministratori di Cooperative

Altamente – Percorso di Alta Formazione Identitaria e Manageriale per amministratori di Cooperative è un progetto creato e promosso da Confcooperative Emilia Romagna con la collaborazione organizzativa e didattica di Irecoop Emilia Romagna. Il  percorso è rivolto ad Amministratori e Manager di impresa al fine di ampliare caratteristiche valoriali e manageriali che il mondo cooperativo esprime, affinché possano diventare leve strategiche su cui innestare elementi di innovazione e competitività.

Altamente è strutturato in due percorsi distinti:

  • ALTAmente SCUOLA DI ALTA FORMAZIONE : 37 ore di formazione tecnica-manageriale rivolta ad Amministratori e Manager di impresa al fine di ampliare le caratteristiche valoriali e manageriali che possono diventare leve strategiche su cui innestare elementi di innovazione e competitività che la cooperazione esprime. La Scuola propone e approfondisce contenuti del management che supporta lo sviluppo dell’impresa: governance e organizzazione, strategia e controllo, gestione e sviluppo delle risorse umane, dinamiche decisionali, strategie di marketing, controllo di gestione, bilancio d’esercizio, regole del diritto societario.
  • ALTAmente SPECIALIST: 6 workshop tematici intensivi, dedicati all’approfondimento avanzato di conoscenze relative ad ambiti di rilievo e di forte attualità: politiche per l’innovazione e la competitività, economia della conoscenza, finanza ad impatto sociale, benessere organizzativo, gestione delle dinamiche lavorative e decisionali di gruppo, sviluppo delle capacità di leadership.

In questo secondo percorso si inserisce il contributo di SocialFare® con un workshop, dedicato alla finanza a impatto, condotto da  Roberta Destefanis (Project Manager di progetti a impatto sociale) e Guglielmo Gori (Social Business Engineer), in programma il 6 marzo 2016 (09:30-13:30) presso la sede IRECOOP E.R. Via Galilei 2, Faenza (RA).

Il percorso è articolato in 11 moduli tematici da 4 ore ciascuno per un totale di 44 ore d’aula che si svolgerà tra fine Ottobre 2016 a fine Marzo 2017. Per maggiori informazioni scarica la brochure informativa.

Sede di Svolgimento
Irecoop E.R. – Via Galilei, 2 Faenza (RA)

Periodo di svolgimento
Dicembre 2016 – Marzo 2017

Per informazioni e iscrizioni

Sede di Ravenna: Via Galilei 2 – 48018 Faenza (RA)
+39 0546-665523

Ufficio Ravenna: Via di Roma 108 – 48121 Ravenna
+39 0544-35022
sede.ravenna@irecoop.it

 

Intervista a Lanteri 3/3 | Casi innovativi nella finanza a impatto

Ultima parte dell’intervista di Guglielmo Gori, Social Business Engineer di SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale e parte del team di accelerazione, ad Alessandro Lanteri (professore di Imprenditorialità presso la Hult International Business School).

Guglielmo Gori: Abbiamo già parlato dei social impact bond (conosciuto anche come Pay for Success Bond): uno strumento finanziario finalizzato alla raccolta, da parte del settore pubblico, di finanziamenti privati. Il meccanismo si basa sulla remunerazione del capitale investito tramite il margine generato dal risparmio per la Pubblica Amministrazione dato dal raggiungimento del risultato sociale previsto. Lo strumento è molto interessante, per quanto non manchino le perplessità rispetto al rapporto che crea tra Pubblica Amministrazione e finanziatori privati.

Alessandro Lanteri: I social impact bond in realtà non sono dei bond, non so se siano social, spero che almeno siano impact. Quello che tu dici è sicuramente  vero: una delle motivazioni per cui esistono è che i governi e il sistema del welfare stanno cambiando, e questa è una risposta che può aiutare un cambiamento senza traumi eccessivi, per continuare a innovare senza che lo stato e il pubblico si espongano a rischi finanziari esagerati. Il settore pubblico, a mio avviso, è per sua natura un po’ conservatore, e deve esserlo, ma grazie ai social impact bond può tentare di essere innovatore limitando il rischio legato all’innovazione.

Il terzo settore è già fortemente orientato alla privatizzazione dei servizi di welfare. Tuttavia gli operatori di questo settore, che in moltissimi casi sono fantastiche persone estremamente motivate, non sempre sono in grado di fare il loro lavoro, a volte sprecano soldi, o semplicemente accade che le cose vadano male. Pagare a risultato secondo me costituisce un fortissimo meccanismo di meritocrazia, forse eccessivo. Dipende anche da come negozi il bond, perché c’è un’infinità di varianti, e in ogni caso sei tu a disciplinarti.

Si tratta di un cambio di visione: non vengono rimborsati perché ho speso un tot di denaro, ma perché ho raggiunto dei risultati che possono essere misurati e valutati. In questa ottica, nell’ambito della  formazione, un’università viene supportata non tanto perché ha speso €100.000 di stipendi per i docenti, ma perché ha erogato 1.000 ore di formazione a studenti che vengono poi testati rispetto alle conoscenze acquisite e che dimostrano di aver ottenuto valutazioni positive.

G.G: I SIB non sono gli unici strumenti a cui la pubblica amministrazione ha iniziato a fare ricorso: tra le iniziative più interessanti e innovative promosse in questo ambito c’è il  crowd-funding civico. Anche Stati che hanno un welfare molto forte (vedi la Svizzera o l’Austria) stanno attivando sistemi di questo tipo con l’obiettivo principale di spostare il senso di ownership dalla pubblica amministrazione al cittadino stesso.

A.L.: Sono fortemente d’accordo e penso che il settore pubblico possa essere un importante attore economico rivestendo diversi ruoli: può essere un investee ma può anche ricevere un investimento, può essere intermediario finanziario, o il regolatore dei servizi che eroga gli investimenti.

G.G: Se concordi andrei un pochino avanti. Sarebbe interessante capire quali sono le barriere che l’impact investing deve superare perché possa crescere.

Per risponderti ritorno a quello che stavamo dicendo proprio precedentemente: il primo problema sono senz’altro le scarse capacità del terzo settore di creare una struttura in grado di ricevere un investimento a impatto, e questo comporta che la pipeline (come dicono i venture capitalist: il flow dei possibili investimenti) è davvero ridotta. Soprattutto rispetto all’approccio finance first, perché nell’ambito finance investono prevalentemente in forme simil-equity.

Il meccanismo alla base di questi investimenti è: adesso tu vali 100, io ti do altri 100. Grazie ai miei soldi tu fai faville e alla fine vali un milione. Quando io vendo le mie quote,  mi porto a casa 500 a fronte di un investimento iniziale di 100. Questo meccanismo rispetto agli investimenti a impatto pone due problemi: uno relativo all’ingresso, e cioè che per gli investitori ad oggi esistono pochissime di queste opportunità; e l’altro rispetto alla exit, perché una volta che hai fatto crescere un’impresa sociale (anche in maniera significativa) non c’è nessuno interessato all’acquisto.

  “Naturalmente tra l’entrata e l’uscita c’è un problema sostanziale: l’essere investment ready, che potremmo riassumere con la capacità di crescere senza perdere la propria missione. Il ruolo degli incubatori nel creare realtà pronte a ricevere diventa fondamentale.

A fronte di questo scenario non so dirti quello che potrebbe accadere in futuro: ad esempio fondazioni che si creano i  loro fondi di investimento e comprano delle imprese sociali quando sono già pronte, e portano avanti il loro investimento ottenendo una rendita sul cash flow, puntando sulla generazione di introiti continui piuttosto che sulla crescita. Una tipologia di investimento di questo tipo potrebbe essere adeguata a investitori pazienti, come quelli dei fondi pensione: il cui obiettivo non è correre dei rischi, ma garantire dei flussi di cassa con cui pagare le pensioni dei propri beneficiari. Ma non so dirti quando una cosa del genere potrebbe accadere!

G.G: A fronte di tutto quello che ci siamo detti quali differenze e analogie identifichi tra l’impact investing e la finanza tradizionale?

A.L: Questa tua domanda  mi riporta alla logica dell’asset class di cui parlavamo prima. Abbiamo detto che nell’impact investing possiamo evidenziare due differenti filosofie: l’impact first che vuole generare impatto a tutti i costi, la finance first che invece cerca l’impatto ma con alcuni vincoli legati alla sostenibilità economica del progetto e ai ritorni finanziari. Questa è la più grossa differenza. A valle di questo puoi osservare dove investe il fondo, i soldi che ha a disposizione , e gli strumenti finanziari utilizzati: il finance first investe prevalentemente in equity, l’impact prevalentemente in debito. Anche se non è obbligatoriamente così.

Nella finanza tradizionale le dimensioni del mercato sono talmente più estese che il livello di specializzazione raggiunto oggi è straordinario. Pochi giorni fa mi sono trovato a parlare con il CEO di un fondo di private equity di medie dimensioni, lui stesso si occupa personalmente degli investimenti che avvengono esclusivamente in uno specifico settore. Un professionista, molto ben pagato, che gestisce un sacco di soldi  destinati ad una nicchia di mercato estremamente specifica. Questo ti porta a sviluppare delle competenze, una profondità di conoscenza verticale, e di reputazione personale e professionale elevatissime. Sviluppi un network estremamente coeso, con professionisti altamente qualificati.

Nell’impact investing invece oggi hai un po’ di tutto, e nello stesso ambito convivono persone interessate prettamente alla sfera valoriale, e persone che arrivano dalla finanza pura. Questo accade un po’ perché è un settore nuovo, un po’ perché c’è un interesse ancora confuso. Il meccanismo che raccontavamo prima: per cui un fondo pensione trova interessante un’operazione ma non sa bene come intervenire e nel dubbio investe 20 milioni, poi arriva qualcun altro che investe nella causa promossa e decide di investire senza ben sapere cosa vuole.  È tutto un po’ amatoriale. Non lo dico in senso polemico, semplicemente è così perché non c’è stato il tempo di maturare competenze in questo ambito e di formare professionisti specializzati.

G.G.: Questo si riflette anche nella due-diligence che precede gli investimenti. L’esperienza di investitori, operatori finanziari attivi nel settore e investee testimonia come la due-diligence nel mondo dell’impatto sia più costosa e più lunga: cambiano gli schemi, e il peso del quadro burocratico e amministrativo dell’area geografica in cui opera l’investee.

A.L.: Senz’altro la differenza in questo è molto significativa. Per l’impact investing la diligence è lunga, delicata e complessa. Mentre nel mondo della finanza tradizionale, che ormai ha identificato degli standard, puoi mandare tutti i dati ad Accenture e in due giorni hai la tua valutazione pronta!

G.G: Prima di salutarti mi piacerebbe farti ancora un paio di domande. Date le esperienze di cui mi parlavi, potresti raccontare quali siano le somiglianze e le differenze che hai notato nell’approccio all’impact investing inglese e quello italiano?

A.L: prima sensazione è che gli UK siano semplicemente un po’ più avanti. L’Inghilterra è partita prima. L’altro aspetto, forse neanche del tutto vero ma che io ho avuto modo di sentire, è che in Inghilterra ci sia la ricerca di una seria professionalizzazione che in Italia non ho ancora visto. Ma devo ammettere che in Italia manco da un po’. Ad ogni modo, quello che fa la grossa differenza è il fatto che  gli inglesi siano partiti prima, e sono partiti prima perché hanno avuto un forte input del Governo che si è occupato del market building. Il Governo ha creato una banca d’investimento vendendo tutti i fondi dormienti (i fondi abbandonati sui conti correnti dormienti che in Italia vengono destinati a rimborsare i consumatori e le vittime di frodi fiscali). In Inghilterra hanno convogliato tutti i conti dormienti in un ente che serve a prestare soldi per la finanza a impatto, e hanno creato dei fondi investimento per organizzazioni benefiche.

Ma non si è trattato solo di costruire strutture finanziarie ad hoc, ma anche di realizzare una rivoluzione culturale. Quando sono passati dai grant alla modalità pay for results o altre tipologie di investimento, gli operatori del terzo settore erano stupiti: fino ad allora avevano ricevuto donazioni benefiche e ora si trovavano a dover restituire quello che gli veniva offerto. Inizialmente non hanno capito cosa succedeva, e molti di questi soldi sono andati persi o sono stati spesi male. Un po’ per volta l’hanno capito, e questo nel tempo ha consentito di avere dei player specializzati.

G.G.: Ci sono altre esperienze innovative che ti hanno colpito?

A.L.:  Un’esperienza che piace moltissimo sono i fondi di investimento locali. Una realtà ancora in divenire ma che ci consente anche di tornare al discorso che facevamo sul ruolo del settore pubblico. I fondi di investimento locali sono fondi di investimento ad impatto, che hanno la caratteristica di essere fortemente legati a una logica territoriale. Un esempio interessante è quello legato alla zona di Liverpool: una regione dal passato industriale, impoverita, oggi in forte difficoltà.

I social investing business (un esempio è Sib Group), questi grossi fondi a gestione pubblica, loro utilizzano i soldi che hanno per investire su delle iniziative in una zona geografica specifica, perché partono dalla constatazione che il ritorno dell’investimento in questo modo si somma e si moltiplica: se tu risolvi un problema sociale in un quartiere hai un miglioramento marginale, se tu risolvi 5 problemi sociali  in un quartiere l’impatto sociale complessivo è di 50 volte! I loro fondo, inoltre, convoglia al proprio interno i fondi strutturali europei e questo consente di porre in dialogo livelli di policy diversi: governo locale, nazionale, e Unione Europea.

G.G.: L’esperienza che riportavi evidenzia un aspetto che personalmente apprezzo molto dell’impact investing: la possibilità di costruire modelli ritagliati sulle esigenze della specifica situazione. Si muove su uno spettro estremamente ampio, come abbiamo potuto vedere, ma poi il singolo investimento si cala e prende la forma esatta a secondo dell’investee, del contesto geografico, e della mission. È molto più empatico. Anche perché ha la necessità di raggiungere dei risultati specifici.

A.L.: Se uno volesse applicare la logica della banca o un sistema standard di investimento su operazioni di questo tipo sarebbe decisamente controproducente. Ti riporto l’esperienza di un amico che ha un grosso fondo di Finanza impatto in Brasile, forse il più grosso. Sicuramente uno dei pochi rimasti. Loro fanno finanza a impatto finance first, quindi sono interessati a portare a casa i soldi con ritorni generosi. Capita spesso che chi riceve i loro finanziamenti sia senza soldi, e che oltre ai grandi investimenti chiedano  anche piccoli prestiti. Dal punto di vista del fondo si tratta di tantissime operazioni di dimensioni molto piccole che comportano molti costi,. La cosa particolare a cui assisti è  che questi piccoli prestiti tornano sempre, perché chi li riceve ne fa una questione di onore.

  “La grande peculiarità di questo fondo è che loro percepiscono indicativamente il 2% all’anno delle somme che gestiscono, un tasso che corrisponde alla management fee, poi quando esci da un investimento generando un determinato profitto, gli investitori prendono l’80% e il 20% va al manager che gestisce il fondo secondo questa clausola: a loro è garantito il 10%, l’altro 10% lo ottengono soltanto se possono dimostrare di aver avuto un impatto sociale positivo documentato. Questo cambia il modo con cui viene gestito il fondo che ha tutti gli interessi affinché  venga massimizzato l’impatto.

G.G.: Quando parlavi del fondo brasiliano mi hai fatto pensare all’esperienza che il microcredito sta portando avanti con successo. Alcuni tendono a considerarlo una delle prime forme di impact investing, tu cosa ne pensi?

A.L.: Io penso due cose: la prima è che dipende da che tipo di impatto vuoi avere, se l’impatto è l’empowerment anche prestare €50 ad una persona può cambiare la traiettoria della sua esistenza; l’altra cosa è che ci sono dei grossi player che si stanno muovendo in questo ambito e hanno interessi diversi. Ho conosciuto una realtà che è partita dal sud-est asiatico e in un anno sta già crescendo anche in Africa. Entrano in una nazione e aprono gli sportelli di una banca di microcredito nelle aree rurali, perché la crescita economica è anche una questione di uguaglianza come dimostrano anche i Sustainable Development Goals (SDG). Ci sono tanti livelli di impatto. Il libero investitore, l’impresa e la banca si muovono su scale molto diverse.

Detto questo uno dei grandi problemi dell’impact investing è che quando misuri il ritorno sull’investimento non sai cosa stai misurando. Cambiano le cose in corso, e quello che era un prestito si trasforma in donazione (write off) e non capisci più come misurare la performance: è peggio delle scatole cinesi. Manca ancora una standardizzazione degli strumenti. Se è vero quindi che scattare una foto di qualcosa in continua evoluzione è estremamente difficile, allo stesso modo diventa indispensabile riuscire a mostrare i risultati ottenuti per poter iniziare la costruzione dell’affascinante, e inafferrabile, mercato della finanza a impatto.

Intervista ad Alessandro Lanteri 2/3| Strumenti ibridi, misurazione, investment readiness ed accelerazione

Guglielmo Gori, Social Business Engineer di SocialFare® | Centro per l’Innovazione Sociale e parte del team di accelerazione, intervista Alessandro Lanteri (professore di Imprenditorialità presso la Hult International Business School) per mappare possibilità e caratteristiche della finanza ad impatto.

 

Guglielmo Gori: Abbiamo parlato dell’articolato range in cui rientrano i diversi investitori della finanza a impatto: dalle fondazioni ai venture  capital. Quali funzioni individui invece per attori meno tradizionali, quali banche, assicurazioni e pubbliche amministrazioni (in quanto detentori di grandi capitali)?

 

Alessandro Lanteri: Personalmente credo che la logica istituzionale che muove gli attori da te indicati sia molto diversa. Ragione per cui entrano nella finanza a impatto in modo diverso: il ruolo che giocano può, e deve essere, molto diverso. 

  “Lo spettro che corre da finance first a social first in realtà è molto fluido, come dimostrato da tutti gli strumenti ibridi.

 

Se tu guardi nello specifico i social impact bond, per fare un esempio a tal proposito, vedrai che sono contratti molto complessi, questo perché i tuoi investitori vanno da Goldman Sachs all’amministrazione locale. Il meccanismo prevede che gli investitori come Goldman Sachs mettano dei soldi, e ne mettano molti: il loro ruolo è quello di dare il push all’investimento sociale, ma l’impatto non è il loro core. Per questo loro saranno tra i primi ad essere ripagati quando il social impact bond inizierà a fruttare. Il governo, invece, per sua natura deve solo minimizzare le spese e poter sostenere un’iniziativa a impatto e per questo sarà l’ultimo a prendere i soldi. Questo consente che tu possa coinvolgere nella stessa iniziativa attori diversi, ognuno con le proprie competenze, i propri interessi, e i propri obiettivi. La complessità di questi strumenti li rende davvero affascinanti, ma ne costituisce anche il limite: un settore può crescere solo quando ci sono strumenti d’investimento più codificati, standardizzati, e semplici.

 

Ti faccio un altro esempio, considera le imprese in fase di start-up che non hanno ancora una sostenibilità finanziaria significativa. Gli investitori che decidono di supportare queste imprese si assumono una parte del rischio, e investono in equity o in capitale di rischio. Questo non è possibile nel caso di una NGO o di un’associazione, perché la loro forma legale non lo consente (per esempio, le associazioni non hanno capitale riferibile a soci individuali). In questi casi l’investitore è costretto a definire il proprio investimento come debito, quando in concreto si tratta di una forma mascherata di equity. Normalmente, in un investimento a debito, l’investitore presta i soldi all’associazione e questa restituisce gli interessi, finché non ha restituito tutto il debito. Nel debito “mascherato” invece, il debitore non paga interessi e non restituisce il prestito progressivamente. Anzi, lo trattiene – esattamente come se fosse capitale di rischio – e lo restituisce tutto in una volta. Nascono così tantissime forme ibride di investimento per andare incontro a simili esigenze.

 

   “Per adesso possiamo anche definirle genericamente così, come investimenti ibridi, poi però a un certo punto dovranno avere un nome. Dovranno assumere delle forme collaudate e consolidate. E sarà necessaria una normativa commerciale, così come una di diritto penale, perché il fatto che uno abbia delle buone intenzioni non vuol dire automaticamente che non violi la legge.”

 

La finanza a impatto è un settore per cui per i prossimi dieci o quindici anni ci sarà da aspettarsi delle forti innovazioni e cambiamenti. Spero di aver risposto alla tua domanda.

 

G.G.: La tua riflessione mi ha fatto tornare in mente un intervento durante il seminario organizzato dal Sole24Ore,  FINANZA A IMPATTO SOCIALE, ESPERIENZE E PROSPETTIVE PER I COMUNI. In quell’occasione Marco Morganti (amministratore delegato di Banca Prossima) è intervenuto, dicendo: “il concetto dei SIB è molto  bello se lo agganciamo a una riduzione di spesa pubblica, ma i tassi di interesse sono generalmente molto alti. Diventa difficile mettere in relazione dei tassi che vanno dal 10 al 14 per cento, con i 600 euro che l’operatore che andrà a realizzare il progetto finanziato troverà in busta paga. C’è una discrepanza che fa un po’ storcere il naso. Se lo strumento finanziario è ben costruito, tassi di interesse così alti non sono  necessari.” Certo, dietro questa scelta ci possono essere riflessioni legate all’attrattività, trattandosi di uno strumento che prevede il coinvolgimento di tanti stakeholder, e alla difficoltà di livellare il trade off tra le varie figure coinvolte.

 

A.L: Certamente, credo che in questo momento quello che la finanza a impatto sconti sia l’incertezza e la mancanza di dati: c’è una percezione di rischio molto maggiore di quella effettiva. Paghi un premio legato alla percezione di rischio, anche se in realtà non c’è. Quando guardi i dati sul default degli investimenti a impatto, questi non sono superiori ai dati relativi al mercato tradizionale. In alcuni settori particolari è addirittura inferiore a quello commerciale. A Londra ci sono degli operatori nelle attività real-estate sociale che hanno dei tassi di occupazione degli immobili praticamente al 100%, e un tasso di rendita che sarebbe leggermente inferiore a quello di mercato, perché sono affitti sociali, ma che poi, dal momento che sono sempre pieni, finisce con avere una resa complessiva superiore a quella degli speculatori. In alcuni casi il rischio è addirittura inferiore a quello degli operatori commerciali. Però questo l’investitore non lo percepisce ancora. Uno dei modi in cui si cerca di rispondere a questa mancanza di  informazioni, a questa incertezza, sono i benchmark e gli indici di mercato. Un argomento che ho trattato recentemente, nel capitolo che ho curato per il libro Principles and Practice of Impact Investing: A Catalytic Revolution.

 

Attraverso i benchmark condividi informazioni e crei delle aspettative più o meno omogenee, più o meno ragionevoli. Nel lungo periodo questo aiuta a portare i valori di mercato a un livello più concorrenziale, anche across asset classes. La scelta, infatti, non è semplicemente “investo in social impact bond oppure no”, è invece “investo in social impact bond o compro  i bond di  Eni”. Secondo me, col tempo, alcune forme giuridiche, per coerenza rispetto alla loro missione, avranno l’obbligo statutario di fare investimenti di questo tipo. In altri casi invece, proprio grazie alla divulgazione di questi benchmark, alcune forme giuridiche destineranno una percentuale del loro endowment in investimenti ad impatto, o qualcosa di simile. Ci sono alcuni paesi in cui si sta già ampiamente discutendo di questo per i fondi pensione. Se i fondi pensione iniziassero ad entrare nella finanza a impatto in maniera più significativa sarebbe una rivoluzione.

 

G.G: Giustamente tu parli di rendere noti i risultati sulle performance di investimento attraverso dei benchmark. In parallelo sarebbe necessario anche mostrare realmente le ricadute generate attraverso gli investimenti sulla società e sull’ambiente. Quanto è importante, e quanto è recepita l’importanza di questo fattore? Quali sono le metodologie più riconosciute?

 

A.L: L’importanza è capitale, enorme. E’ la prima cosa: non si parla di altro. Tutti sono convinti che la definizione della finanza a impatto si fonda sul desiderio di generare un impatto sociale e ambientale positivo, ma anche sulla misurazione (sistematica e professionale) di questo impatto. Qualcuno sostiene addirittura che la diffusione dei dati sull’impatto dovrebbe essere obbligatoria, perché è essa stessa capace di generare impatto.  Se tu guardi qualsiasi report, qualsiasi analisi, qualsiasi paper la definizione di finanza a impatto trova nella misurazione una delle sue condizioni imprescindibili. Se tu, però, abbandoni i report, e vai a vedere quello che succede realmente nella finanza a impatto non c’è nessuno che ti fornisca simili misurazioni. Quando lo fanno, lo fanno male. Quindi non ci sono dati e non ci sono benchmark. I benchmark disponibili in questo momento misurano esclusivamente il ritorno finanziario, la preservazione del capitale.

 

Altre metriche esistono nella teoria, ed esistono degli strumenti che stanno crescendo. Tutto ciò che è stato prodotto a vari livelli in questo momento è stato in qualche modo assorbito e consolidato in un’unica entità, che utilizza un catalogo di indicatori: l’Impact Reporting and Investment Standards (IRIS). Questo è un database di indicatori molto valido, che raccoglie il materiale relativo a uno spettro di player estremamente ampio come il settore pubblico, le attività di beneficenza, le NGO e la cooperazione internazionale. Hanno tantissime fonti diverse, ed è un database sufficientemente esternalizzato e codificato da riuscire ad avere un linguaggio trasversale. I dati poi possono essere aggregati e narrati in modi molto diversi.

 

Quando ero più giovane mi sono dedicato per un breve periodo alla redazione di bilanci sociali. Un ambito che allora era molto in divenire, e che si concentrava prevalentemente sull’engagement degli stakeholder. C’erano anche altri strumenti di certificazione dell’attenzione etica e sociale dell’azienda, come ad esempio il SA8000. Tutti modelli che poi o erano estremamente specifici e di nicchia, o estremamente limitati. Ad esempio la SA8000, è esclusivamente legata alla certificazione delle condizioni lavorative, ma in paesi sviluppati come l’Italia la normativa sul lavoro è estremamente più avanzata dei requisiti minimi di una simile certificazione. Tale certificazione non crea nessun messaggio aggiuntivo all’infuori del fatto che non stai violando la legge in maniera esagerata.

 

  “Il nuovo modo di misurare l’impatto su diverse categorie, diversi indicatori, che contempli anche l’aspetto della governance, invece è un modo molto più completo e intelligente. Comunica un messaggio importante: io sono attento a tante cose.

 

Questo è applicabile sia per le imprese sociali, sia per chi investe. Soprattutto consente di fare dei confronti, grazie al fatto che offre degli indicatori omogenei: per cui se io desidero creare occupazione in India con un’iniziativa e sono motivato dall’impatto, nel senso che voglio generare dei risultati, posso studiare come hanno fatto gli altri e scegliere il modello di maggior successo che posso replicare. Se non ho questi dati, o i dati non sono comparabili ,è tutto condannato a un livello più amatoriale.

 

Purtroppo questa visione orienta la misurazione dell’impatto verso un approccio fortemente output oriented. Allora ti concentri sulla velocità di ritorno degli investimenti, sul cash flow, e su ulteriori aspetti economici e finanziari. Hai però la possibilità di combinare diverse misurazioni, e  il loro rapporto ti darà l’idea dell’efficienza e della sostenibilità come ad esempio con lo SROI. Insomma, c’è ancora tanta strada da fare, però le direzioni iniziano ad essere tracciate.

 

G.G:Tra un mondo accademico a volte troppo concentrato su aspetti ideali, e investitori che hanno bisogno di misurare il denaro con il denaro, chi può fare da intermediario? Che ruolo potrebbero avere, secondo te, quegli attori intermedi capaci di rendere leggibili i risultati prodotti dalle imprese sociali agli investitori, e  aiutare le imprese sociali a costruire un dialogo condiviso con l’investitore?

 

A.L: Bisogna premettere che sicuramente il modo più sicuro e rapido per distruggere un’impresa sociale è quello di dargli tanti soldi. Quasi sicuramente l’arrivo di un grosso finanziamento distrugge il tessuto interno imprenditoriale: la motivazione traballa, la creatività inizia a scarseggiare e la capacità di rispondere ai bisogni dei beneficiari s’incrina. Non è per forza così, ma sicuramente ricevere del denaro, oltre ad aprire nuove possibilità, crea dei problemi. Inoltre quello che si osserva è che i soldi generalmente creano delle tensioni, per esempio rispetto alla scalability dell’impatto o anche più semplicemente rispetto alla gestione dei flussi finanziari.

 

  “Prima di dare i soldi a una start-up, fosse anche composta dalle persone più nobili e ben motivate, si deve garantire che queste siano pronte a ricevere l’investimento: si chiama investment readiness.

 

Al momento credo sia ancora un’attività di nicchia, che fanno in pochi. Interessante che tu citi i corpi intermedi, perché secondo me gli acceleratori sono esattamente gli enti deputati a quello che tu indicavi. Un incubatore deve aiutarti a costruire una value proposition che stia in piedi, su cui poter costruire un modello operativo e cose del genere. Quando si parla di crescita o di accelerazione questa è proprio un’altra categoria di pensiero: la start-up è una cosa, l’azienda in crescita un’altra, l’azienda consolidata è tutt’altro. È un tema scottante, fortemente condizionato dalla natura dell’acceleratore e dalla sua struttura.

 

Ci sono diversi tipi di acceleratori: c’è l’acceleratore che ti prende e ti offre tutto quello che ti occorre per crescere (in termini di servizi), e in 3 mesi devi essere fuori pronto per il mercato e per trovare investitori. Ci sono quelli che, invece, sono un pochino più simili agli incubatori  e ti dicono: vieni qui, qua hai la sede, ti diamo sostegno secondo un processo di accompagnamento un po’ più lungo. Io onestamente non so quale sia meglio. Ad intuito direi che nell’impresa sociale, soprattutto quelli che devono crescere da zero (o quasi) sotto il profilo aziendale, è meglio spendere un po’ più di tempo piuttosto che fare una cosa troppo rapida. Ovviamente le ragioni principali sono quelle che ti indicavo prima: crescendo cambiano le priorità, servono diverse capacità di governance interna per prendere decisioni rispetto all’amministrazione finanziaria.

 

L’altro problema molto noto è quello della mission drift. Se tu inizi a essere guidato dall’investitore, che naturalmente aspetta un ritorno per iniziare a monetizzare il suo investimento, o più semplicemente vuole imporre un po’ di rigore e disciplina nella gestione, a un certo punto smetti di generare impatto perché anziché dire “investo l’utile per aiutare 3 persone in più”, dici “restituiscono l’un per cento in più all’investitore così la prossima volta mi danno un po’ di più”. Secondo me questo è il gap da superare. Questa è poi la stessa ragione per cui hai diversi tipi di investitore. Un imprenditore sociale che punta a restituire l’utile avrà bisogno di un investitore con un orientamento finance first!

 

Se questo articolo ti ha interessato non perdere la conferenza del 10 Ottobre 2016, La finanza per l’innovazione sociale. La partecipazione è gratuita, ma i posti limitati: registrati per assicurati la possibilità di seguire l’intera giornata, o decidi se partecipare alla sessione mattutina o a quella pomeridiana.